Archivi Categorie: Uncategorized

I TALEBANI: COME NACQUERO, COSA PENSANO E CHE FARANNO

Il mio post facebook dello scorso sabato sul Mullah Omar ha avuto un record di preferenze, segno che le persone sono assetate di notizie sul personaggio,morto anni fa, e sui TALEBANI di cui non si sa nulla ( un pò come per Assad di Siria e gli Alauiti) per ignoranza e per la ferrea censura sostanziale esercitata dal monopolio informativo planetario esercitato dalle cinque agenzie di stampa ( AFP, REUTER,AP, BLOOMBERG…) che danno notizie ai media di tutto il mondo in armonia coi governi occidentali che contano.

Pochi sanno chi siano i TALEBANI , come e quando siano nati, cosa vogliano e a chi o cosa debbano la loro vittoria sugli Stati Uniti d’America.

Sono nati nel sud del paese attorno alla metà degli anni novanta come reazione alla situazione di caos creata dall’evaquazione dei sovietici e dal vuoto di potere che ne seguì.

La storia del Mullah Omar la sapete già, come sapete le fame di legge ed ordine che provocò la sua reazione e la crescita politica conseguente. Non si trattò di un uomo solo, ma di una parte di clero sunnita formatosi a metà del secolo precedente a DEOBAND ( India) che volle strumentalizzare la religione in funzione anticoloniale e antibritannica.

E’ un movimento culturale-religioso composto da giurisperiti ( dottori della legge “ Ulema”: colui che insegna) e si rivolge agli allievi ( talebani: domandatori; da taleb domanda) della scuola coranica ( madrasa).

Per mantenere l’ordine e far rispettare le leggi, gli allievi si armarono di Kalashnikov sovietici residuati e – agli ordini dei giudici-dottori della legge – iniziarono a imporne il rispetto, non di astruse pandette occidentali, ma della Sharia che tutto l’Islam conosce a memoria e che gli Ulema interpretano a richiesta.

Il passaggio al rigore islamico interpretato dai troppo giovani zeloti e il loro ostentato disinteresse per l’Economia, provocò una prima reazione popolare e la mancanza di contatti internazionali ed il loro provincialismo favorirono quanti invocarono il sacro dovere dell’ospitalità, specie se – come Ben Laden- accompagnato da munifica beneficenza.

Il loro ostentato disinteresse e assoluta ignoranza per le cose economiche e il desiderio di combattere la corruzione portata dagli stranieri ( prima russi, poi americani) provocò un ciclo economico depressivo che favorì la loro espulsione dal potere grazie all’arrivo degli americani e del fiume di dollari con cui si aprono la strada.

L’invasione americana creò grandi aspettative di democrazia e prosperità, molti mestieri non furono più vietati sulla base di dettami coranici anche mal interpretati, la proibizione delle esecuzioni pubbliche provocò ondate di sollievo, il minor rigore zelota nella applicazione delle leggi visto con gratitudine. Le elezioni del 2001 fecero nascere speranze e una nuova classe politica e sociale che giunse all’apice con le elezioni del 2004.

D’altro canto, un amico che mi legge ogni tanto mi ha scritto d’aver incontrato un ufficiale USA che durante il Ramadan gli chiese contro chi fosse rivolta quel corale sciopero della fame…

Cretini DOC furono importati dagli Stati Uniti e nominati ministri e presidenti, il flusso dei lavori e dei favori incentivò nuovamente la corruzione, il rilassamento dei costumi e la presenza di militari giovani stimolò ogni genere di deviazioni, la coltivazione e il traffico degli oppiaceo aumentò fino a tenta volte nella fase finale dell’esperienza; la spicciativa temerarietà culturale con cui furono risolte questioni di diritto civile creò malanimo. Le logiche tribali ripresero il sopravvento e si iniziò a rimpiangere la frusta casalinga dei talebani, giudici incorruttibili.

Trasformare un uomo di fede in un combattente non richiede sforzi: é già temprato, frugale e pronto al sacrificio. Era solo questione di tempo. Scrissi sul questo blog, il 4 maggio 2011,che ci potevano volere dieci anni e dieci anni ci sono voluti. ( cfr: https://corrieredellacollera.com/2011/05/04/gli-usa-vinceranno-in-pakistan-e-i-talebani-in-afganistan-di-antonio-de-martini/).

Cosa pensano? Sono nazionalisti, sovranisti, rigorosi difensori della legalità, moralisti come tutti gli uomini che vivono tra loro e molto affini alla mentalità e psicologia degli evangelisti americani, mutatis mutandis.

Cosa faranno? Governeranno esattamente come prima, ma senza esecuzioni pubbliche e con un occhio più attento alle reazioni e relazioni internazionali, ma senza dimenticare chi li ha aiutati e perché. Il Pakistan.

l’appartenenza all’Etna Pashtun li rende utili ai pachistani in funzione anti indiana e se dovessero gestire alcune attività terroristiche segrete, lo farebbero per cavare le castagne dal fuoco ai pakistani che devono dare prova di moderazione agli americani in cerca di capri espiatori. Potrebbero offrire kamikaze per operazioni in India, in Cachemir e in Inghilterra con cui il Pakistan ha conti in sospeso per via delle attività di intelligence che hanno avvelenato i rapporti con gli USA.

Attentati a noi non ne prevedo. Prevedo invece, grazie alla nostra irrilevanza politica che potremmo raccogliere contratti che, per ora , gli americani per ragioni di opportunità non possono sollecitare. Penso alla SNAM che potrebbe offrirsi per l’attività progettuale del grande pipeline Iran Cina dove saremmo in concorrenza con la Russia che ha un eccellente uomo di intelligence in grado di influire in Pakistan ad alti livelli, mentre noi potremmo farlo in Iran.

Gli USA nel 1975 assorbirono centomila vietnamiti nel loro paese, mentre noi mandammo a prendere, con Zamberletti ricordate ? con due navi da guerra, qualche centinaio di boat people. Oggi rischiamo che accada il contrario…

Per fortuna, tutti gli afgani che hanno ottenuto promozione economica e sociale ( e di cui i talebani favoriranno l’esodo) hanno il mito degli USA e una gran voglia di investire i loro sudatissimi dollari.

LE BOMBE SULL’AFGANISTAN HANNO FATTO UNA VITTIMA: BIDEN

Testo battuto sabato ma pubblicato solo oggi grazie alla cessazione del servizio WIND TRE nell’area.

Zabibhullah Mujaid, portavoce dei Talebani ha dichiarato che il movimento degli “ Studenti in religione” é favorevole all’evacuazione degli americani.


Infatti, dalla dichiarazione di tregua in poi, gli americani non sono stati attaccati e questo ha reso disponibili concentramenti di più forze per attaccare i governativi.

L’intelligence USA ( e quella afgana) hanno realizzato gli ultimi, si spera, due buchi nell’acqua a dimostrazione – non solo della inefficienza- ma anche della mancanza di contatto con la realtà del paese e del loro stesso esercito.

1)Non si aspettavano il crollo psicologico dei militari afgani alla cessazione dell’appoggio aereo e logistico americano. Il che ha consentito ai talebani la presa di controllo di due terzi del paese in una settimana.

L’invasione d’Italia di Carlo VIII fu chiamata “la guerra dei gessi” dai segni che l’intendenza faceva sui punti di ristoro per le truppe. Fu l’impegno più gravoso data la mancanza di resistenza. E questa avanzata dei Talebani me la ricorda.

2)Prevedevano che l’attacco venisse dal sud del paese e sono stati sorpresi dall’attacco Nord-Sud. Credevano che il Nord fosse rimasto ai tempi di Massoud, il leone del Pamshir….

Su circa 140 distretti “conquistati” le truppe governative ne hanno riconquistati dieci.
Una campagna di omicidi mirati di piloti ha debilitato l’aeronautica afgana che sarebbe stato l’unico asso nella manica del presidente Ghani.

L’invio in urgenza di tremila uomini ( due battaglioni di Marines e uno di fanteria) in aggiunta ai seicento già a presidio dell’ambasciata USA e l’afflusso di militari inglesi a protezione di quella britannica, da la misura della della mancanza di cooperazione persino a livello di difesa ravvicinata sullo stesso percorso per l’aeroporto.
Ognuno per se.

La presenza di questa brigata ( più i mercenari delle compagnie private ancora in loco) dovrebbe tenere i talebani lontani da Kabul per qualche tempo e permettere negoziati, ma l’afflusso dei profughi nella capitale ( ah se qualcuno avesse letto Machiavelli !) renderà la situazione alimentare e logistica insostenibile per gli “assediati”.

Uno dei giovani generali dell’esercito governativo – Koshal Sadat 35 anni- ha dichiarato : “tutto ciò di cui un soldato ha bisogno é di un vero leader” cioè che le truppe sono disposte a battersi e a cessare le diserzioni, se a capo si trovassero un vero comandante ( sottinteso, non un fessacchiotto come il presidente Ashraf Ghani).

Insomma si rivive la situazione tipica americana con un docile ometto gradito agli occidentali ma per le stesse ragioni non apprezzato dal popolo e dai suoi stessi soldati.

Il portavoce del Pentagono citato ieri sera dal corrispondente RAI Di Bella, ha detto “ il denaro non può ottenere la volontà politica.”
Una bella ammissione. Giunge con un ritardo di almeno mille miliardi di dollari ( di cui una ventina nostri).

COSA SUCCEDERÀ

Gli Stati Uniti vorranno isolare il paese sostenendo che viola i diritti umani e che potrebbe “ nuovamente ospitare terroristi” ignorando che chi ospitava Ben Laden era il Pakistan….

Oltre a ignorare la storia dell’Afganistan ignorano- evidentemente – anche la geografia: trascurano che l’Afganistan confina col Pakistan e con l’Iran due paesi che NON possono neppure volendo isolare il vicino; gran parte degli abitanti sono nomadi e vivono di pastorizia ( transumanza frontaliera) e che quindi i consigli di sanzioni sono illusori e inefficaci. Anche i vicini russi saranno lieti di riannodare i rapporti con paese che li scacciò, in nome della solidarietà tra sanzionati…

Ignorano – o fingono di ignorare- anche le cronache dei giornali.
La Turchia é in eccellenti rapporti coi paesi summenzionati e con i tre “ stan” ( Kirghizistan, Turkmenistan,Uzbechistan) e sta affacciandosi sul problema nell’ottica di “rendersi utile” e rifornire il Pakistan di equipaggiamenti militari in sostituzione di eventuali sanzioni USA.

L’Iran ha in progetto un gas-oleodotto verso la Cina ( via Pakistan e…Afganistan) e la situazione é diventata favorevole.

Il complesso militare Russo Cinese ha appena completato una manovra militare congiunta di 13.000 uomini in Cina. Tra gli obbiettivi della esercitazione, verificare la capacità dei soldati russi di utilizzare armamento cinese.
Questo significa decuplicare in poco tempo la capacità di equipaggiamento russa e la pericolosità navale della Cina.

Esistono anche altri paesi , come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che non isoleranno mai l’Afganistan e almeno questo avrebbero dovuto capirlo durante i lunghi, mesi di negoziati a Doha.

Era cominciata come una scampagnata di quei discoli della CIA a caccia di Ben Laden in Afganistan e rischia di concludersi come il più importante indebolimento strategico della storia degli Stati Uniti contro quasi l’Asia intera.

L’Organizzazione di Shangai , costituita da tutti i paesi confinanti citati, sarà lieta di accogliere il nuovo socio. By the Way, un altro sanzionato, la Bielorussia, é membro osservatore del gruppo, mentre gli USA si sono visti respingere la richiesta di adesione….

Al confronto, lo smacco siriano é una gaffe di poco conto e il problema palestinese una grana momentanea.

SAN LORENZO, IO LO SO PERCHE’ TANTO DI STELLE ARDE E CADE…

UN INEDITO SU MIO PADRE SCRITTO DAL GEN. NANI GIA’ COMTE DELLA REGIONE NORD EST

Il Generale di corpo d’armata Antonio Nani era già in pensione da qualche anno. Aveva lasciato il servizio come “Comandante designato della III Armata” ossia come comandante in pectore del fronte orientale in caso di guerra.

Io avevo lasciato il servizio da un bel pezzo. Ma quando mi mandò a chiamare mi presentai immediatamente. Aveva fatto la Spagna come capo dell'”ufficio I” ( acquisendo tra l’altro i piani del centuron de hierro de Bilbao) e concluso la mondiale come capo di stato maggiore di Rommel nella ritirata di Libia. Gli dobbiamo la nostra ultima vittoria africana della battaglia del passo Kasserine.

” Conosciamo entrambi la taccagneria dell’amministrazione della Difesa. Mi hanno assegnato un accompagnatore. Segno che ho poco tempo da vivere. Voglio dedicarlo a scrivere di tuo padre che é un eroe sconosciuto. Portami il suo stato di servizio, i dati anagrafici. Insomma quanto necessario per non sbagliare date e decorazioni.”

Glielo portai più presto che potei.

Dopo una settimana, mi richiamò. ” ho sopravvalutato la mia capacità di affrontare la fine. ” Mi restituì le carte assieme ad alcuni scritti tracciati con grafia incerta sul retro di fogli intestati alla Associazione Nazionale Volontari di Guerra di cui era presidente. Morì forse dieci giorni dopo.

Ho ritrovato i fogli il mese scorso mentre a casa mi leccavo le ferite dell’ennesimo malanno, scartabellando appunti polverosi.

Li ho mandati al figlio Alberto, in Francia, conosciuto di recente via internet, e li pubblico qui per ricordare- come ogni anno- il 10 agosto, giorno in cui mio padre Francesco vide la luce. In famiglia abbiamo sempre preferito ricordare le nascite, non le date di morte. Lascerò i puntini di sospensione se non dovessi riuscire a decifrare qualche parola, ma preferisco che a parlare di mio padre sia un altro. Uno del mestiere.

” RICORDO DEL GENERALE FRANCESCO DE MARTINI. L’AVVENTUROSA VITA DI UN EROE.

” Nell’Agosto 1954, appena tornato dalla Somalia – dove per oltre due anni avevo comandato quelle FFAA, nell’amministrazione fiduciaria di quel territorio per conto nell’O.N.U.- fui chiamato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito il quale mi ordinò di andare ad assumere il comando dell’82 Reggimento di fanteria, che stava per rientrare a Trieste, fino ad allora occupata da Inglesi ed Americani, dopo il martirio sofferto dalle truppe partigiane di Tito.

Mi disse che il Reggimento era, per forza e uomini e armamento, “sul piede di guerra”; che la situazione era oltremodo delicata e difficile per l’ostilità politica della Jugoslavia; che il Reggimento doveva essere amalgamato perché recentemente formato con varie compagnie organiche provenienti da altri reggimenti; e via dicendo.

Mentre mi avvicinavo alla porta mi richiamò aggiunse: darò il comando di un battaglione ad un tenente colonnello che, mi hanno detto, obbedisce solo a lei. ” solo a me? Chiesi stupito: “Chi é ?” ” il tenente colonnello Francesco De Martini”.

Risposi immediatamente: ” No, credo non ubbidisca nemmeno a me!”

Tornato a casa, lo chiamai. Venne. Ci eravamo sempre dati del tu. Mi dette subito del lei; modo che, verso di me, conservò per il resto della sua straordinaria vita.

Come ci eravamo conosciuti?Nel 1946. Ero un maggiore e dirigevo nel SIM, poi SIFAR, la importante sezione ” ZURETTI” ( oggi l’analogo ufficio é diretto da un generale di brigata) che doveva tenere la situazione politica in tutto il………con un particolare riguardo per i territori della Eritrea, Somalia e Libia per i quali De Gasperi voleva ottenere un mandato venticinquennale; come poi ottenemmo per la Somalia, ma soltanto per il decennio 1950-1960.

Sforza invece, Ministro degli Esteri rinunciatario, voleva immediatamente restituire a libertà. Allora fu affidato, quasi clandestinamente ( il corsivo scritto ma depennato dall’autore ndr) fu affidato allo Stato Maggiore dell’Esercito il compito di preparare quelle popolazioni per un eventuale referendum, ad optare per un affidamento all’Italia.

Poi le cose andarono invece come sappiamo, con i risultati che vediamo, disastrosi per quella povera gente.

Dovetti cercare tre personalità locali filo italiane e cercare l’appoggio del mondo arab, già allora in fermento, per un’azione da svolgere in quel senso. Un’ efficace sezione….. mi forniva ottimi – alcuni anche autorevoli – informatori e stavo cercando nostri ufficiali o sottufficiali pratici di quelle zone, per intensificare l’azione informativa ed – eventualmente- operativa.

Ad un certo punto, mi venne assegnato un tenente- Francesco De Martini- che , mi fu detto, parlava arabo e francese meglio dell’italiano e bene l’inglese. Si presentò a me e gli assegnai un ufficio con un sottufficiale pratico di cose arabe ed uno delle nostre ex colonie. Qualche ora dopo lo mandai a chiamare per esaminarlo ed affidargli gli specifici compiti. Se ne era andato, lasciando un numero telefonico dove avrei dovuto chiamarlo se avessi avuto bisogno di lui, giacché lui ” in ufficio non ci poteva stare.” Lo chiamai, più incuriosito che indignato. Mi fece un discorso press’a poco così: ” Sono assai pratico di cose del Vicino Oriente ed africane, sono già invitato nelle ambasciate e legazioni di molti paesi e sono legato da amicizia con loro personalità. Lei mi dica che vuole da me. Lo farò puntualmente e molto più efficacemente di ogni altro, ma non mi chiuda in ufficio. In ufficio ci lasci un sottufficiale al quale detterò poi alla meglio i miei rapporti. Che sappia scrivere in buon italiano giacché io non ho bella forma di scriverlo.”

Dopo aver parlato col mio capo, ( Lanfaloni ndr) feci come mi aveva pregato di fare. I risultati furono ottimi: più di una volta fui chiamato dal Capo di Stato Maggiore e al Ministero degli Esteri( dall’allora sottosegretario Brusasca) per l’annunzio di prossimi avvenimenti straordinari in quel paesi , ai quali era difficile dar credito, che de Martini preannunziava in ogni dettaglio. Tutti superando ogni …… in credibilità degli esperti si erano poi puntualmente avverati.

Intanto , nel giro di pochi mesi, per anzianità e per merito di guerra, de Martini diveniva maggiore e gli era conferita la medaglia d’oro al valor militare.

Difficilmente lo portavo dal Capo Servizio e mai negli uffici del Ministero degli Esteri o della Difesa interessati, perché si non ammetteva critiche o obiezioni a ciò che diceva e si esprimeva in merito con sincerità almeno sconcertante.

Diventammo amici, finché restai al SIFAR – che allora era diretto soltanto da un colonnello ed era costituito da persone fuori da ogni servitù politica e di specchiata onestà e preziosissimi collaboratori.

Oggi che Egli ci ha lasciato, ricordando racconti episodici o riferiti da lui ed alcuni documenti che mi sono procurato sulla sua vita tento di ricordarne i momenti salienti.”

Qui finiscono gli appunti, quando me li diede, il generale aggiunse un paio di aneddoti a voce. Forse val la pena di aggiungerne uno qui. Il primo giorno che incontrò questo strano tenente, lo rimproverò per l’uniforme un pò sciatta ( era l’uniforme da tenente medico presa a prestito dal fratello Umberto, reduce dalla Russia ndr). Poi dopo poco ebbe la sorpresa di vederlo con una uniforme fiammante da capitano. dopo poco ancora, da maggiore. Divennero, per un periodo, pari grado e amici.

COLPO DI STATO A TUNISI. L’EGITTO TORNA IN GIOCO, LA LIBIA TREMA. GLI USA TORNANO ALLA RAGIONE.

TRA APPLAUSI COMPLIMENTI E QUALCHE IPOCRISIA SI DELINEA IL PROSSIMO DECENNIO.

Proprio ieri ho rilasciato una intervista di un’ora a “ ITALIA E MONDO” in cui sostenevo che a Tunisi c’era stato un colpo di stato in piena regola ( durante il fine settimana, con coprifuoco ed esautoramento di ogni potere che non fosse quello presidenziale, con l’appoggio dell’Esercito) e che fosse ispirato dall’Egitto che segna così il suo ritorno sulla scena del MENA ( Middle East and North Africa) dopo otto anni passati a leccarsi le ferite della ” Primavera araba”.

Nemmeno a farlo apposta, il Presidente egiziano ABD EL FATTAH AL SISSI – lo riferisce il ministro degli Esteri algerino LAMDANE LAMAMBRA, citato dal JERUSALEM POST e da REUTER Canada– domenica ” full support for Tunisian President KAIS SAIED“.

L’esperienza insegna che quando un capo di Stato approva l’operato di un collega in tempo reale significa che erano già d’accordo. E in questo caso, ad essere d’accordo era anche il Ministro degli Esteri Algerino e gli USA visto che la REUTER ( Canada mi raccomando) era , provvidenzialmente, sul posto.

Sempre secondo la tradizione, MOHAMMED LASSAAD DAHECH ha sostituito il presidente dellaTV pubblica, destituito dall’incarico, assieme ad un buon numero di altri dirigenti.

Il coprifuoco é stato in un primo tempo fissato in dieci ore quotidiane e poco dopo , come segno di calma già acquisita, accorciato di tre: ora si sta a casa dalle 10 alle 17 e se sono previsti divieti assoluti di riunioni all’aperto e al chiuso, la ragione addotta é….il COVID19 che imperversa.

Sono stati fatti anche arresti di due Deputati del partito AL KARAMA -alleato di ENNAHDA e filo islamista anch’esso- previamente spogliati dell’immunità: MAHER ZID e MOHAMMED AFFES.

Il segretario del partito – Seifeddine Makhlouf – ha spiegato che sono a disposizione della giustizia militare ( segno che saranno imputati di sostegno alla guerriglia che imperversa nella zona del passo Kasserine), mentre il deputato YASSINE AYARI del piccolo movimento ” Speranza e Lavoro” é stato arrestato per aver criticato il Presidente della Repubblica.

L’abile RACHID GHANNOUCHI – leader di ENNAHDA e protegé della Francia- temendo evidentemente sorte analoga, sì é fatto ricoverare in ospedale dove era stato ricoverato il mese scorso per COVID- ( é anche presidente della Camera) in una intervista all’Agenzia ufficiale francese AFP ha lamentato “la mancanza di dialogo e avvertito che in mancanza di un accordo sulla formazione del nuovo governo ” inviteremo il popolo tunisino a difendere la sua democrazia”. Poi, al giornale saudita “AL ARABIYA”ha soggiunto che il ritorno della violenza in Tunisia minaccia l’Europa. Più chiaro di così…

Tra gli arrestati, non poteva mancare anche un giudice: BASHIR AKREMI, accusato di contiguità con la guerriglia per aver “tenuto nel cassetto” dei dossier riguardanti islamisti. L’accusa proviene ” da gruppi che si occupano di diritti umani”.

Intanto il Presidente, infaticabile, ha chiamato al telefono tutte le banche invitandole a ridurre immediatamente i tassi di interesse, pubblicato un elenco di 125 tunisini che si sarebbero illecitamente arricchiti – con tanto di cifre accanto a ciascun nome – inviandoli a restituire spontaneamente quanto rubato a pena di imprigionamento.

Poi, deposta la cornetta e nominato un suo consigliere responsabile del ministero dell’interno( prima nomina fatta dopo tante destituzioni) l’ha impugnata per rassicurare il Presidente algerino, ABD EL MAJID TEBBOUNE – collaborano assieme contro la guerriglia transfrontaliera nella zona di Kasserine- che ” La Tunisia é sulla via di ristabilire la democrazia e il pluralismo e che presto saranno prese importanti decisioni”. Il solerte presidente algerino ce lo ha confidato su Facebook.

La telefonata più lunga é stata quella con JAKE SULLIVAN Consigliere per la sicurezza nazionale ( NSC)che per una buona ora ha confermato la fiducia nella Democrazia Tunisina e saldezza delle sue istituzioni esprimendo ” Swift return to Tunisia democratic path” e la solite amenità di circostanza.

Nella realtà, gli unici preoccupati per la situazione tunisina sono i libici: é un chiaro monito di come andrà a finire a casa loro se la situazione non si stabilizzerà con le prossime elezioni, ma a questo proposito é entrato a gamba tesa il Presidente turco TAJIP ERDOGAN che in un lungo colloquio con Presidente del Consiglio Nazionale libico MOHAMMED MENFI ha confermato la necessità di “stringere i legami tra i due paesi” a questa uscita ha fatto eco il generale KHALIFA BELKASIM HAFTAR che ha inneggiato “al golpe – pardon al colpo – inferto ai Fratelli mussulmani”.

Solidarietà tra militari prevarrà sull’alleanza con la Turchia e il Katar?

Il Nord Africa, da Porto Said a Orano é, finalmente, nuovamente sotto controllo – tripoli tra poco- che scongiurano per i loro paesi, l’avvento di fanatici islamisti che, al massimo, potranno sfogarsi un pò in Europa.

I PERICOLI CHE CIRCONDANO L’EUROPA

DAL BALTICO AL CAUCASO ZONE DI CRISI. ECCO COME TIRARCENE FUORI

Tutti presi dalle paure sanitarie vere o false che siano – entrambe certamente esagerate- i media del nostro continente evitano di esaminare la situazione geopolitica dell’Europa che sta complicandosi al punto di rappresentare un vero e proprio assedio della fortezza Europa e di indagare sulle cause remote o immediate e i responsabili.

Nella illustrazione sovrastante ho evidenziato tutte le ragioni di crisi e di preoccupazione che possono ciascuna svilupparsi in focolai di guerra come la Siria,la Libia,l’Ucraina o il Kurdistan.( I quadratini color rosso)

Per evitare di credere che i pericoli che ci minacciano siano tutti esterni alla Confederazione, ho fatto illustrare in verde anche i due pericoli di secessione,( oltre al Donbass) pudicamente indicati come inclinazione separatista ( Scozia e Catalogna e ho evitato di mettere la macchia verde anche a Gibilterra che comunque ha votato a maggioranza schiacciante a favore del remain nella UE).

Per completezza di informazione includo il Regno Unito nella analisi considerando quindi l’Europa geografica e non la sola Unione Europea che comunque è il centro del nostro interesse.

Il quadratino blu della instabilità politica é stato posto – provvidenzialmente- a metà tra l’Algeria e la Tunisia dove il presidente Khais Saied ha ritenuto per l’altro di doversi produrre in una replica a metà tra Al Sissi e Erdogan alleandosi con l’Esercito e sospendendo – al solito si dice per un breve periodo – sia l’esecutivo che il legislativo.

Tutti questi paesi sono retti da regimi forti con forze armate in rafforzamento e mire egemoniche regionali, mentre l’Unione Europea sembra essere l’eccezione virtuosa che evita la trappola di Tucidide per cadere nella sindrome da assedio di Costantinopoli con teologi che sproloquiano di matrimoni monosesso e transizioni ermafrodite.

Difficile prevedere se ci sarà una guerra e dove; più facile prevederne l’esito e il vincitore. Di sicuro, l’opzione migliore sarà restarne fuori in una situazione di vigilanza neutrale ed armata.

Di fronte a queste crisi – alcune già sfociate in guerre- si nota una macchia bianca costituita da paesi della ex Jugoslavia ancora non integrati in nessuno dei blocchi ( anche se la Serbia ha simpatie e legami economici con la Russia). Poi a nord, la macchia bianca rappresentata dalla Svizzera.

Se una Italia neutrale riuscisse ad allargare le macchie bianche unendo la parte balcanica con quella svizzera, è intuitivo che si creerebbe una zona di rispetto neutrale a protezione dell’area adriatica e una serie di stati cuscinetto attorno al nostro paese che sarebbe al riparo da possibili sorprese. I tre paesi da convincere sono la piccola Slovenia, la Croazia e l’Austria, che all’atto della evacuazione sovietica si impegnò a restare neutrale.

Sento già le voci di quanti mi vorranno scrivere sottolineando l’impossibilità di realizzazione dovuta alla presenza di basi USA e NATO sull’intero nostro territorio.

A costoro obbietto con un esempio verificatosi due volte in un ventennio: L’Irak oggetto a due riprese di un’offensiva militare USA e NATO che l’ha invaso con una pervasività molto maggiore di quanto non sia accaduto a noi, per ben due volte ha ottenuto l’evacuazione delle truppe USA.

La prima, con un sotterfugio, ma l seconda grazie a un regolare voto parlamentare, un negoziato bilaterale e una decisione congiunta. L’annunzio lo ha dato lo stesso Presidente Biden ieri.

Eppure, l’Irak ha una duplice funzione strategica : a est verso l’Arabia Saudita e a ovest verso l’Iran.

Agli Stati Uniti risponderei con un ragionamento semplice: essi sono interessati al controllo del Mediterraneo e al rapporto con la Chiesa cattolica che controlla un miliardo e mezzo di anime (…).

Una Italia facente parte dell’occidente, ma non belligerante, é nell’interesse degli Stati Uniti che dovrebbero badare a un solo fronte europeo. Sappiamo che il patto di Varsavia aveva pianificato di violare la neutralità austriaca , sfondare in trentino e puntare verso la Francia impegnata sul fronte nord.

Con un blocco di otto paesi neutrali da violare per attaccare la Francia da sud, il compito sarebbe ben più oneroso e difficile e costoso non solo militarmente.

L’autorevolezza del Vaticano sarebbe accresciuta dalla situazione territoriale di neutralità e la sua utilità risulterebbe moltiplicata per l’Occidente.

Resta il controllo del Mediterraneo per il quale sarebbe sufficiente e indispensabile la sola Sicilia, regione autonoma e con una autonomia anche ampliabile fino a configurare una semi cessione.

. Per l’Unità italiana abbiamo sacrificato Nizza e Savoia. Per l’indipendenza e la sicurezza Mediterranea, possiamo fare una riflessione sulla Sicilia che risulterebbe militarmente anche protetta dalla fascia dei paesi neutrali che la proteggerebbero da sorprese.

I

CUBA SI RIVOLTA , IL REGIME CEDE

di Antonio de Martini

L’isola é sotto embargo commerciale e finanziario imposto dal governo americano dal 1962.

Scopo della operazione é – come in Libano in questi giorni- far rivoltare – affamandola- la popolazione contro il governo dell’isola giunto al potere nel 1959 dopo aver denefestrato Fulgencio Batista, un ex sergente proclamatosi generale.

Impossibilitata a commerciare col possente vicino, il regime cubano, privato del suo capo sbrigativo e carismatico, ha visto avvicendarsi il fratello e uno scialbo successore scelto in via provvisoria dai veri potenti, non ha saputo nemmeno dare una parvenza di riformette come fece Raoul Castro che si é arroccato a capo del partito.

Il rafforzamento dell’embargo deciso dal presidente Trump ha dato il colpo di grazia a un regime ormai putrescente che ha sacrificato la libertà di tutti, come in Cina e Vietnam, ma senza produrre i risultati economici degli altri paesi a economia obbligata.

Si calcola che il 25% della popolazione sia fuggito , prevalentemente negli USA, mutando l’aspetto demografico dello stato della Florida.

Col PIL sceso del 35% a seguito della implosione dell’Unione Sovietica che assicurava un livello di vita dignitoso e con l’agricoltura e l’agrindustria locale che negli anni migliori non é mai riuscita ad assicurare oltre il 30% del fabbisogno alimentare degli undici milioni di abitanti, l’isola é ormai alla fame. La gente che aveva accettato la dittatura in cerca di dignità e giustizia – si é riversata nelle strade e quel che non poté la sete di libertà, poté il digiuno.

E’ l’ennesima dimostrazione che lo stato – in particolare quello di cultura marxista- non é in grado di pianificare l’economia o di comunque produrre ricchezza e che le riforme graduali di passaggio dall’economia statale a quella liberale sono fumo negli occhi, siamo alla rivolta della fame e siamo alla ennesima riprova che i mutamenti sono per natura repentini.

Impossibilitati a importare le ottocentomila tonnellate di grano necessarie al sostentamento dagli USA e impediti all’acquisto dal divieto USA di crediti con paesi terzi, il paese si é rifornito in Europa e regge sulla base del tesseramento ( La “livreta”) messo in opera da Fidel Castro nel 1963 e mai più eliminato. Intere generazioni che vivono di stenti e di economia sommersa, piccoli traffici, non ultima la prostituzione con i turisti.

Su tutti, ha regnato una nomenclatura politica comunista che ha anche cercato di creare una nuova dirigenza rispetto ai guerriglieri dei primi tempi, ma senza riuscirci.

Si narra che il CHE GUEVARA divenne il primo ministro dell’economia. Ben presto ci si accorse che non ne capiva e non si appassionava al soggetto. Interpellato da Fidel che gli chiese come mai avesse alzato la mano quando il leader maximo aveva chiesto “ chi é economista”, il Che rispose candidamente di aver capito “ comunista”.

I successori non hanno saputo fare meglio e il popolo li sta cacciando al grido di “cojones”. Il premier ha ceduto: i pesanti dazi sulle derrate alimentari di importazione – altra caratteristica tipica di quella mentalità- sono caduti e il premier ha promesso di emanare a breve una legge che consenta la creazione di società private anche sul suolo cubano.

Va detto che queste penose performance di governo e queste privazioni della libertà cui han fatto seguito quelle fisiche, sono state per anni il miraggio e la Mecca di molti cretini nostrani che oggi pontificano dagli scranni del governo italiano.

LA FRANCIA COINVOLGE LA UNIONE EUROPEA PER CONSERVARE IL CONTROLLO IN AFRICA OCCIDENTALE.

Quando finisci tra le grinfie di Pino Germinario non te la cavi facilmente: domande, commenti, stimoli. Ti svuota gentilmente. L’esito é, anche stavolta,una intervista che dura un’ora e richiede interesse genuino e notevole pazienza, ma fornisce ampi spunti di meditazione, informazioni corrette e una valutazione indipendente degli avvenimenti.

l’Italia é stata gradatamente coinvolta in un’altra guerra coloniale da cui non trarrà che guai.

http://italiaeilmondo.com/2021/07/10/in-mali-ma-come-pedine-di-un-gioco-altrui_con-antonio-de-martini/

IL MAL FRANCESE SI CHIAMA MALI.

Detesto autocitarmi, ma nel deserto di servile idiozia che circonda la politica estera europea, e nostra in particolare, non vedo alternative. Nel 2013 scrissi su questo blog che la Francia in Africa, col suo interventismo, sarebbe andata incontro a un nuovo Vietnam. per chi voglia verificare, accludo – grazie a un amico caritatevole- i miei link dell’epoca necessari a capire cosa é successo mentre l’Europa dormiva, istupidita dalle chiacchiere sul terrorismo create ad arte per ottenere un casus belli.

In realtà adesso capiamo che di casus belli ne organizzarono due: uno verso L’Algeria e l’altro verso il Mali.

GUERRA IN MALI : L’ALGERIA E’ CONTAGGIATA DALLA CRISI O LA CRISI MIRA ALL’ALGERIA? di Antonio de Martini

L’ORDINE REGNA NEL SAHARA. MA ATTENTI, NON È UN NUOVO AFGANISTAN. È UN NUOVO VIETNAM. di Antonio de Martini

MALI : DALLA GUERRA ASIMMETRICA, ALLA GUERRA CONTAGIOSA E – SORPESA – TUTTI E DUE I CONTENDENTI SI PREPARAVANO DA TEMPO ALLO SCONTRO. di Antonio de Martini

http:\\www.openbriefing.org – https://apnews.com/

Nelle immagini sovrastanti, un esempio di come si fabbricano le fake news grazie alla compiacenza delle grandi agenzie di notizie: questa é della Associated Press ( le bugie francesi sono presentate dagli americani e viceversa quelle americane dalla Agence France Presse.) Nella foto racconta che a Timbuktu é stato trovato un “manifesto ” di Al Kaida scritto nientemeno che dall’emiro Abd el Malek Droukdel – sconosciuto al portalettere sia prima che dopo il 2013 a tutt’oggi – ma come dubitare della onnipresenza dei terroristi annunziata dalla Francia e confermata dalla Associated Press? Quindi parte la spedizione armata circondata dall’alone romantico della Legione straniera. Ora dopo un decennio cercano qualcuno cui mollare la vicenda ormai putrescente.

NASCE L’OPERAZIONE SERVAL

La motivazione fu la solita di origine anglosassone: “ evitare che i jihadisti si impadronissero della capitale del Mail, Bamako, e trasformassero il paese in un immenso campo d’addestramento di kamikaze pronti a lanciarsi negli Champs Elysées. ». Larealtà fu l’esatto contrario: gli attentati sofferti dai francesi furono la rappresaglia per l’intervento francese in Africa occidentale.

La prima avvisaglia fu l’operazione SERVAL, voluta dal Presidente Francois Hollande nel 2013 e mirante a stabilizzare il Mali che minacciava di implodere a seguito delle ambizioni indipendentiste dei TOUAREG cui fecero seguito con sospetta sincronia delle organizzazioni jihadiste “ legate ad Al Kaida” o all’ISIS che inquinarono il quadro politico reale e giustificarono l’intervento armato.

Qualche scettico già affiorò all’epoca, ma adesso sono legione.

Dopo l’iniziale successo a sorpresa di Serval, si eternizzò la permanenza delle truppe che lentamente si é trasformata in guarnigione con tutti gli inconvenienti del caso. Il nominativo cambia in “ Barkhane”, ma la mentalità e l’addestramento sono i soliti. Inadeguati alla guerra transfrontaliera e alla duttilità degli insorti.

La necessità tipica dell’esercito regolare di presidiare il territorio fu il primo errore. Mentre i francesi conquistavano il terreno, gli avversari le anime.

I mille morti del 2013 divennero seimila nel 19. Si crearono una serie di organismi internazionali dai nomi fantasiosi, cercando di coalizzare i propri e identificare i nemici. E qui il secondo grande errore: essendo importante avere UN UNICO nemico ( il “terrorismo”), i militari finirono per far coalizzare i vari filoni fino ad allora in competizione ( religioso, nazionale, sociale) che mano a mano si sono armonizzati raggiungendo la massa critica.

Ma l’errore più grande di tutti é stato il voler rovesciare Gheddafi con una intesa segreta anglo-francese da cui furono esclusi i capi di stato africani ( e l’Italia…ndr) che appresero gli eventi dalla radio.

La delegittimazione conseguente ha impedito agli amici della Francia di mantenere il controllo e il rispetto degli amministrati. Da lì, istanze indipendentiste nella base, corruzione frutto dell’incertezza politica nei dirigenti, prevalere dello spirito tribale in tutti.

La reazione politica francese ricalca stancamente i bei tempi della guerra di Indocina: ricerca-ripulsa dell’aiuto americano , tentativo di coinvolgimento degli alleati NATO ( tedeschi, italiani, lituani…), degli organismi internazionali ( Missione MINUSMA: missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite ), la UE e la Missione di formazione ( EUTM Mali) e il G 5 SAHEL. Una sorta di Forza multilaterale dei cinque paesi – Mali, Burkina Faso, Niger Mauritania, e Ciad ognuno partecipante con uno o due battaglioni privi di mobilità , logistica e comunicazioni adeguate.

Il Presidente senegalese SALL ha definito questi apparati “ uno stipendificio” al recente Forum della pace di Dakar. Solo MInusmo ha coinvolto quattordicimila dipendenti e collaboratori.

La Francia ha il completo dominio dell’aria e conduce una guerra di droni all’israeliana uccidendo singoli capi o ritenuti tali. E’ la rappresentazione plastica del distacco tra la popolazione e l’occupante che colpisce alla cieca mentre gli insorti gestiscono abigeati, accordi di spartizione di acqua, alleanze tribali, problemi migratori.

E’ in questo merdaio dall’esito già scritto che Romano Prodi ci vuole trascinare da quando con un articolo di fondo sul Messaggero di qualche mese fa, scrisse che di intervento nostro nel Sahel si poteva parlare a patto Dio essere coinvolti nella gestione delle risorse. Il tapino ignora che i francesi hanno delocalizzato i loro maggiori interessi petroliferi e minerari rispettivamente sull’Angola e la Nigeria e ci stanno passando il cerino acceso…

EMIGRAZIONE: I VIOLENTATORI DELLE PERSONE E DELLA NATURA SONO GLI STESSI.

di Antonio de Martini

Il fenomeno delle migrazioni di massa , nell’epoca moderna, é iniziato dopo le guerre caucasiche che provocarono un esodo di circa un milione di persone che si riversò nel resto del Vicino Oriente, allora impero ottomano. Il numero fu tale che diede origine ad una pseudo etnia chiamata ” I Circassi” che si specializzarono in quella che oggi si chiamerebbe ” Security”, al punto che , ad esempio, la guardia personale del re di Giordania é costituita da guardie circasse, ossia caucasici – non semiti – estranei alle beghe di potere interno.

Per molti, ” sans papier” intervenne il solito filantropo scandinavo della Società delle Nazioni con un passaporto ad hoc che prese il suo nome: Passaporto Nansen: era un documento di riconoscimento valido per raggiungere il paese di immediata destinazione come profugo.

Non capisco come questa utile soluzione sia caduta in desuetudine e nessuno tenti di resuscitarla. La seconda guerra mondiale provocò tante migrazioni forzate ( interne all’URSS e all’Europa e verso gli USA) e l’impressione dell’olocausto fu tale che nel 1951 oltre cento paesi si accordarono a Ginevra per santificare alcuni principi umanitari di base, primo dei quali l’obbligo di non respingimento del profugo.

Certo, scomparso il nazismo e il comunismo cause prime degli sconvolgimenti demografici del mondo e comparsi i migranti economici del sud del mondo, la Convenzione di Ginevra andrebbe rivista, ma é convinzione comune che il numero dei paesi firmatari diminuirebbe vistosamente, dato che molti stati aggirano come possono le regole esistenti.

Sui giornali di oggi 8 luglio, si cerca di trovare i cattivi di turno cui addebitare la responsabilità del disordine. La stampa italiana individua negli aiuti dati alla guardia costiera libica ed alla corruzione endemica del Nord Africa la ragione del colabrodo.

Lo schema riprodotto qui appresso mostra che le principali migrazioni ( calcolate in milioni M) avvenute negli ultimi settanta anni sono ventisette , quattro addebitabili alla follia comunista e ventitre al mercantilismo esasperato degli Stati Uniti ed i loro alleati.

Lo schema riporta luoghi di fuga, numero dei profughi e paesi di destinazione. L’entità del fenomeno da ragione al Presidente Mattarella che mette in rifdicolo chi crede di poter domare gli avvenimenti con decreti nazionali e regolamenti miopi.

In più va sottolineato che esistono addirittura partiti politici che hanno la protezione delle frontiere come unico punto di programma. Dementi.

Principale responsabile di queste migrazioni che stanno sconvolgendo il pianeta é la politica da sceriffo del governo degli Stati Uniti che ha sconvolto il mercato del lavoro trasferendo l’attività manifatturiera in Estremo Oriente, aggredito i paesi produttori di materie prime ( specie petrolio e terre rare) per impossessarsene al minimo costo e colpito militarmente senza riguardi chiunque abbia tentato di competere.

Incredibile l’atteggiamento italiano – e in genere europeo- di lamentela e finta solidarietà sia coi profughi che con il governo statunitense. Recente poi, il tentativo di imitazione franco tedesco cui l’Italia sembra voglia accordarsi tardivamente nel Sahel.

Come la classe dirigente europea pretenda governare il Continente più ricco di mezzi e di storia del pianeta senza affrontare le problematiche connesse all’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente in maniera armonica e si accanisca a privilegiare unitariamente i diritti, sacrosanti ma numericamente irrilevanti, di minoranze dall’orientamento sessuale incerto, resta per me un mistero.

Certamente, i problemi sono complessi ma non é una buona ragione per non affrontarli.

ecco un link propositivo da guardare:https://corrieredellacollera.com/2015/07/03/immigrazione-la-si-puo-regolarizzare-e-far-guadagnare-lo-stato-fuori-dalla-emergenza-video-di-adm-8min/

Quel che é certo, é che la nostra civiltà non può essere complice di questo nuovo schiavismo per procura che ha accentrato l’attività manifatturiera in Cina, India, Pakistan e Vietnam in nome della massimizzazione dei profitti e nella convinzione della ” superiorità della razza bianca”.

Questa politica economica internazionale <é l’erede degli antichi mercanti di schiavi, solo che adesso ha trovato il modo di far pagare il biglietto di viaggio agli sventurati e all’arrivo non si cura nemmeno del vitto e dell’alloggio.

I nomi degli italiani che lucrano su queste infamie li conosciamo tutti: Benetton , Gucci, ed altri marchi nostrani con lustrini oltre a tutta l’elettronica di consumo ( Apple, Lenovo ecc).

Possiamo boicottarli invece di frignare sulle plastiche e le deiezioni canine. I violentatori della natura e delle persone sono gli stessi. E’ ora di colpirli nei loro interessi. Farebbe bene anche all’anima.

L’ INTERVISTA IMPOSSIBILE DI MARCO NESE SULLA CRISI DELLA REPUBBLICA.

A TRENTA ANNI DALLA MORTE DI RANDOLFO PACCIARDI, MARCO NESE, PER ANNI GRANDE INVIATO DEL CORRIERE DELLA SERA, ATTINGENDO AGLI ATTI PARLAMENTARI DA LA PAROLA AL DEPUTATO CHE PER PRIMO – RINUNZIANDO ALLE LUSINGHE E DA SOLO- DENUNZIO’ LA DITTATURA DEI PARTITI CHE HANNO PORTATO ALLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA.

UNA ANALISI IMPIETOSA E COMPLETA. UNA COMPLETA LEZIONE DI STORIA PATRIA ORMAI INSOLITA IN TEMPI DI DECADENZA MORALE E POLITICA. IL CORRIERE DELLA COLLERA ANTICIPA IL TESTO CHE E’ IN STAMPA E VERRA’ PUBBLICATO IL PROSSIMO OTTOBRE.

Ecco l’Intervista

Ho fatto decine di interviste. Forse centinaia. Mai però mi era capitato di dialogare con un uomo che non è più fra noi.

Ma è possibile ottenere risposte da chi ha abbandonato questo mondo? Sì, è possibile se quest’uomo ci ha lasciato azioni coraggiose e comportamenti esemplari, se di lui sono rimaste parole chiare che rivelino senso morale, pensiero cristallino e una fede mai tradita. Tutte qualità che descrivono la figura e la personalità di Randolfo Pacciardi. A volte le sue parole cristallizzate negli atti suonano perfino profetiche. E allora ascoltiamolo.
Ecco, mi pare di vederlo, in piedi, statuario, a Montecitorio nel 1963 quando in aula si discute della formazione del governo di centrosinistra.

Sentiamo cosa dice.


“Il mio discorso è di netta opposizione a questo governo. Ho visto un battaglione di ministri e sottosegretari, ne avevamo dappertutto, davanti, di fianco, di dietro, invadevano tutta la Camera. Mentre domandate austerità al Paese, date scarsa prova di senso dello Stato presentandovi con una compagine così complessa e numerosa. Mi è venuta in mente la dea Artemide che era rappresentata non con due seni, ma con parecchi filari di seni, credo fossero venti, un terzo di questo governo. Ho pensato che quella fosse proprio l’immagine dello Stato come se lo prefigura il governo di centrosinistra. Cioè come un dispensiere di latte per tutti”.


Mi perdoni, onorevole, capisco che il centrosinistra non le piace, ma le chiedo di precisare meglio questo concetto del latte per tutti.


“Significa riempirsi di debiti. I figli e i figli dei nostri figli pagheranno per i debiti che fa questo governo. Un governo con programmi a lunga scadenza per cui chi governerà in seguito avrà solo il compito di amministrare i debiti. Anche le industrie si trovano di fronte a questo dilemma: o vendersi allo straniero, come in gran parte sta succedendo, oppure condannare l’Italia a essere la cenerentola del progresso economico europeo”.


Da questo deriva la sua opposizione?


“Ma certo. Ci opponiamo alle statizzazioni, nazionalizzazioni, programmazioni, tutte coercizioni. Chi vuole la sua redenzione, se la conquisti. La leva del progresso, della civiltà è affidata ai cittadini e non si deve aspettare dallo Stato”.


Lei mi perdonerà se a volte riassumo un po’ il suo discorso. Lo faccio solo per chiarezza e brevità. Dunque, questo governo di centrosinistra al quale lei si oppone è presieduto da Aldo Moro. Mi sembra di aver capito che lei avesse stima dell’uomo, una stima ora svanita.


“Persona colta, Moro. Tempo addietro usava un linguaggio diverso, parlava in modo semplice, usava parole chiare. Per mettere insieme un governo dove siedono cattolici e socialisti ha faticato un mese ed è riuscito nell’impresa inventando un linguaggio nuovo, fumoso, che dice e non dice. Gliel’ho rinfacciato, gli ho detto: questo vostro incedere con passo felpato onorevole Moro fra Cristo e Satana avrà ripercussioni che forse voi non immaginate. Avete creato un vostro stile del tutto diverso da quello di dieci o quindici anni fa. Avete imparato a dire cose che non dicono niente, o cose polivalenti che possono essere interpretate in cento modi. Per interpretare i vostri discorsi sarebbe necessaria una classe di sacerdoti o di tecnici, come si faceva nell’era pagana per interpretare gli oracoli o i responsi delle sibille”.


E le persone comuni cosa capiscono di questo linguaggio oracolare?


“Niente. Siamo in presenza di una classe politica che si sta sempre più insensibilmente allontanando dal Paese. Portano nello Stato i cavilli della curia. Siamo pressappoco ai regimi parlamentari del medioevo”.


Quei primi governi di centrosinistra non sono durati a lungo. Un paio d’anni.


“Sì, ed hanno aggravato la situazione economica. Hanno creato una tremenda incertezza negli operatori, hanno creato una crisi cosiddetta congiunturale. Un biennio di centrosinistra ci ha lasciato un disastro. E Moro lo ha ammesso. Il 4 agosto 1964, quando ha spiegato le ragioni della crisi del suo governo, è stato onesto. Ha detto la verità. Un discorso malinconico ma chiaro e serio. Ma come se ci presentasse l’inventario di altri governi, non il suo. Non si è mai visto che i giri di vite fiscali siano un incentivo alla produzione”.


In quell’occasione, lei fece notare con disappunto che l’arrivo dei socialisti al governo aveva penalizzato i liberali.


“Un vero e proprio ostracismo al partito liberale. Quell’antiliberalismo segna un rigurgito di vendetta storica contro il nostro Risorgimento. Il partito repubblicano non può rassegnarsi a fare da prezzemolo in questo minestrone clerico-socialista. Vorrei ricordare che De Gasperi allontanò dal governo comunisti e socialisti, il Paese gli credette e la Dc ebbe la maggioranza assoluta”.


Una Repubblica da riformare. Ci sono le condizioni?


“C’è qualche cosa che si muove in questa Italia che sembrava infrollita e rassegnata dinanzi alle bubbole buddiste di Aldo Moro e di una classe politica che si crede dirigente e che non è altro che rimorchiata”.


Dando vita a Nuova Repubblica, cosa si proponeva?


“Innanzitutto ricostruire lo Stato italiano ridotto a una condizione di poltiglia che giorno per giorno si decompone: pensiamo a uno Stato semplificato e ordinato, decente e onesto, pulito, controllato, che sia il supremo regolatore della convivenza di tutti gli italiani. Enti, uffici, posti di comando, stanze dei bottoni vengono distribuiti con nauseante imbarazzo alla luce del sole. Il centrosinistra ha elevato a regime il sottogoverno. Bisogna disfare le sette per rifare lo Stato”.


Come definirebbe il governo?


“Il governo rappresenta la Nazione e non i partiti. In Italia si è venuta formando una partitocrazia che non ha nulla a che fare con la democrazia, è una dittatura, un’oligarchia anonima peggiore di tutte le altre perché non assume le sue responsabilità. Il potere appartiene a questi organismi privati esterni che sono i partiti. Noi non possiamo farne parte. Sarebbe il colmo se dopo aver combattuto diventassimo sudditi e schiavi di queste baronie moderne. Questa è la Repubblica dei compari, sempre gli stessi, in tutti i governi”.


Lei però è stato ministro.


“Con De Gasperi sono stato ministro della Difesa. Erano i primi anni di questa Repubblica e non si avvertivano i difetti del sistema perché al governo c’era, appunto, un uomo come De Gasperi che non ha mai voluto trattare coi partiti. Avevo buoni rapporti con i democristiani. Nel 1959 Andreotti diventò ministro della Difesa e mi mandò un biglietto in cui mi annunciava, appunto, che andava alla Difesa. Diceva di essere “fiducioso nel tuo consiglio e nella tua collaborazione”. Erano altri tempi. Ma poi tutto è cambiato. E allora che Parlamento è, dove decidono tutto i capi dei partiti? Ricordo il senatore Merzagora dire che tanto varrebbe chiudere il Parlamento e fare un sinedrio ristretto per registrare la volontà dei partiti”.


La sorprende che i cattolici abbiano accettato di governare coi socialisti?


“Diciamo che ci sono cattolici che vogliono mescolare il sacro col profano e sollecitano l’autorità della Chiesa per puntellare il loro malfermo e poco commendevole dominio. Ma se io fossi Papa risponderei come fece Papa Leone quando il giovane imperatore luterano lo pregò di partecipare alle alleanze politiche. “Non tentare il Signore Dio tuo”, lo liquidò Papa Leone”.


Questo suo atteggiamento critico le procura attacchi feroci.


“Ah, certo. La partitocrazia si difende e attacca. Sento dire che ho fini personali, che voglio fare il de Gaulle, che sono qualunquista, che sono fascista. Lo dicono proprio quelli che durante il fascismo partecipavano alle più brutte manifestazioni del regime, compresi i comunisti. Sono proprio i profittatori del regime fascista che sono passati armi e bagagli nel regime partitocratico, sono essi che ci insultano”.


Torniamo indietro negli anni. Durante il fascismo lei riparò in Svizzera.


“Lugano. E’ passato tanto tempo. Trascorsi in terra elvetica sette dei miei anni di esilio. Ci sono tornato dopo la nascita della Repubblica. Avevo bisogno di poter parlare agli svizzeri e ai loro figli non come facevo allora, con la voce irata o lamentosa dell’esule, costretto dalla mia missione a portare discordie anche tra loro, ma come rappresentante di una libera Nazione venuto a festeggiare eventi di storia per molti aspetti comune. É stata l’occasione per chiedere indulgenza ai cittadini svizzeri verso i quali le passioni di allora mi portarono a essere unilaterale o addirittura ingiusto”.

La Svizzera ha significato molto per i dissidenti italiani.


“Tutti i proscritti del Risorgimento passarono per quelle terre, Ugo Foscolo, Pellegrino Rossi, Santorre di Santarosa, il Conte Porro, Gabriele Rossetti, i fratelli Ugoni, Giovanni Berchet, Pietro Giannone, Luigi Angeloni, Filippo Buonarroti, Biolchi, Tadini, Passerini, Prandi, la principessa Trivulzio-Belgioioso, il marchese Bossi, De Prati, Conte Pecchio e i Nathan, Rosales, Melegari, Picchioni, Bellerio, Cironi, Deboni, Mamiani, Gioberti, i fratelli Ciani, i fratelli Ruffini, Dall’Ongaro, De Mester, La Cecilia, Garibaldi, Grillenzoni, Vannucci, Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini”.


Patrioti di varie ideologie.


“Moderati, rivoluzionari, monarchici, repubblicani, cattolici, anticlericali, federalisti e unitari, pensatori e uomini d’azione, aristocratici di alto lignaggio e popolani oscuri, ebbero in Svizzera le loro passioni, le loro lacrime, i loro slanci, i loro contrasti. Le tipografie pubbliche e clandestine, i giornali, le ville e talvolta i sotterranei furono al servizio della grande cospirazione. Al mio ritorno in Roma dopo diciotto anni di esilio, il primo pensiero fu scrivere un articolo in elogio della Svizzera”.


Parliamo di un altro capitolo del suo esilio, il periodo passato in Spagna al comando della Brigata Garibaldi durante la guerra civile. Sulla strada per Valencia, nel febbraio del 1937, durante la battaglia del fiume Jarama per difendere un ponte dalle milizie di Francisco Franco, lei subì ferite molto serie alla testa. C’è un filmato in cui si vede lei sanguinante mentre viene sorretto dal futuro leader socialista Pietro Nenni. La voce narrante di quel filmato è nientemeno che Ernest Hemingway. Dice che gli Italiani, specialmente nella battaglia di Brihuega, persero più uomini che in Etiopia.


“Dopo essere rimasto ferito, raggiunsi Parigi per farmi medicare. Ero in convalescenza nella capitale francese, ma decisi di tornare in Spagna e nel marzo del ’37 guidai la battaglia di Guadalajara, una città a 58 chilometri a nordest di Madrid”.


Quella fu una battaglia strana, combattuta da Italiani che si battevano contro altri Italiani in terra spagnola.


“Ed è finita con la vittoria per le armi repubblicane. La grande battaglia di Guadalajara, iniziata da quattro divisioni di Mussolini, si risolse in una sconfitta per i fascisti. I resti del corpo di spedizione fascista furono inseguiti sulle strade e sui monti. Come comandante del battaglione Garibaldi potei parlare a Radio Madrid di questa grande battaglia di Guadalajara che seguiva di pochi giorni la grande battaglia del Jarama”.


I fascisti sembravano sicuri di poter vincere.


“Credevano che l’armata repubblicana fosse esausta e senza riserve. Quattro divisioni italiane con centinaia di carri d’assalto, cannoni, mitragliatrici e camion speravano di prendere alla gola Madrid. Pensavano che ci avrebbero sconfitti. Noi eravamo molti esuli dispersi dal fascismo, molti erano venuti direttamente dall’Italia. Avevamo costituito un battaglione che aveva preso il nome di Garibaldi. Abbiamo ripreso l’idea garibaldina di rendere libera l’Italia da tutti i servaggi, dare forza e coraggio al proletariato italiano per conquistare da solo la liberazione economica e la libertà civile. Mentre il fascismo consumava tutte le risorse italiane in una beota religione della forza e in avventure internazionali dove rischiava da pazzo la rovina del Paese. Volevamo liberarci del fascismo, dopo l’Italia dell’Impero, dopo l’Italia del Papato, volevamo l’Italia del Popolo, tendente anch’essa ad un prestigio universale. Prestigio delle istituzioni libere, della redenzione della plebe, il prestigio dell’arte, dell’intelligenza, dei traffici, del lavoro, della pace”.


Dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, l’Italia si trovò sotto il controllo degli Alleati.


“Già, gli Alleati. Non tutto è andato per il meglio. Io fui chiaro. Dissi: Voi, governo inglese e americano, avevate preso impegni solenni verso il popolo italiano; avevate promesso di sostenerlo, nel caso in cui si rivoltasse contro il fascismo. Si è rivoltato. E tutti sanno come lo avete sostenuto. Avete perduto quaranta giorni nelle trattative col Re e con Badoglio che, come primo atto del loro nuovo regime di stato d’assedio, avevano fatto dimettere il comandante del Corpo d’armata di Milano perché non aveva avuto cuore di sparare contro il popolo e i capi della rivolta popolare”.


Cosa si aspettava?


“Bisognava mettere in disparte la monarchia, ci voleva un Comitato nazionale o un governo provvisorio formato da uomini non compromessi. Invece di essere prigioniero in un campo di concentramento, Badoglio è stato nominato capo del governo. Il governo ha lasciato confondere l’Italia fascista con l’Italia antifascista. In quel periodo l’Italia aveva bisogno di alte coscienze morali per risollevarsi dal fango e dal dolore”.


Questo tragico aspetto non è stato compreso dagli Alleati.


“Non hanno compreso che il responsabile della guerra non era un solo uomo. Con Mussolini era responsabile il Re, era responsabile lo Stato maggiore, era responsabile il principe Umberto. Se abbiamo l’ingiusta fama di essere un popolo imbelle, lo dobbiamo in gran parte a una casta militare piemontese, ristretta, boriosa e cogliona, che ha perso sempre tutte le guerre. Il Risorgimento si è fatto a forza di sconfitte monarchiche e vittorie popolari e garibaldine”.


Tuttavia verso gli Alleati, gli americani in particolare, bisogna essere riconoscenti.


“Non c’è dubbio. Se non ci fosse stato Roosevelt noi saremmo stati ancora a lungo sotto il tallone tedesco. Gli Stati Uniti hanno il supremo interesse di aiutarci a guarire il nostro continente malato e il solo modo di guarirlo radicalmente dalla sua follia guerriera è quello di organizzare gli Stati Uniti d’Europa”.


L’idea mazziniana dell’Unione europea.


“Non c’è alternativa. E’ possibile immaginare mondo in cui il problema europeo non sia risolto nel suo complesso? Tutte le soluzioni prospettate, all’infuori della Unità federale dell’Europa, saranno soluzioni incerte e pericolose. Per noi Italiani esisterà sempre il grave problema della mancanza di materie prime, ma nell’unità federale europea la cosa si risolverebbe: le materie prime che ci mancano ce le ha la patria europea. Le frontiere nazionali sono diventate anacronistiche. L’altro secolo fu il secolo delle unità nazionali, adesso è il secolo delle unità continentali. Ma anche qui mi è sembrato che negli Stati Uniti non tutti abbiano le idee chiare”.


A cosa si riferisce?


“L’America in fondo è stata vittima dell’inguaribile pazzia del nostro Continente. Avrebbe dovuto comprendere. Ma il ministro del Tesoro Morgenthau ha parlato di deindustrializzare la Germania e farne un Paese agricolo. Un progetto folle da pace di Cartagine che equivale alla distruzione della Germania e all’affamamento dell’Europa. Pensare di assicurare la pace e la sicurezza in Europa dividendo i tedeschi, disperdendoli in mezza Europa, ma questo sarebbe il modo sicuro per creare un altro nazismo”.


Torniamo alla sua attività politica. Lei rifondò il partito repubblicano al rientro dall’esilio.


“Il sistema italiano non può che essere repubblicano. E la federazione europea non può che essere popolare e democratica, cioè repubblicana. L’assurdo hitleriano era quello di costituire un’unità europea cesarea o napoleonica. Ora, ci sono due mondi, quello occidentale che ha avuto le sue rivoluzioni liberali e la sua civiltà capitalistica. Poi c’è la Russia. Dall’incontro dei due mondi in senso sociale è possibile scorgere non il tramonto dell’Occidente, ma una salutare risultante storica che concili definitivamente il socialismo con la libertà”.


Secondo lei è possibile coniugare socialismo e libertà?


“Mazzini vide questa conciliazione nelle organizzazioni autonomistiche degli Stati, non imposta dall’alto, ma conquistata dal basso, attraverso la redenzione delle plebi, questa visione è ancora viva e moderna”.


Come valuta l’esperienza mazziniana della Repubblica romana del 1849?


“Dopo pochi mesi che la bandiera tricolore era salita sul Campidoglio, i repubblicani italiani ebbero una pugnalata alla schiena: i soldati delle repubblica francese, affiancati da altri tre eserciti invasori, imposero di ammainarla. In quei pochi mesi il governo repubblicano di Roma disegnò una Costituzione, sotto il tiro dei fucili e lo schianto delle bombarde, che resta un monumento di sapienza civile. Il governo repubblicano decretò l’autonomia più completa per i Comuni, riformò la giustizia, sopprimendo in particolare il Tribunale del Sant’Uffizio e istituendo i giurati per i giudizi penali; rese libero l’insegnamento, abolendo tutte le tasse scolastiche, comprese quelle per conseguire i più alti titoli accademici, creò una banca di Stato, che doveva promuovere l’agricoltura e il commercio, divise le terre demaniali in lotti enfiteutici redimibili da assegnare alle famiglie dei più poveri coltivatori. E stabilì il principio che tutti hanno diritto alla casa”.


Un insegnamento per i posteri.

“Sicuro. A Sant’Elena, un condottiero di eserciti, Napoleone, si vantava di aver dato alla Francia il gusto della gloria per un secolo. Ebbene, Garibaldi e Mazzini hanno dato all’Italia il gusto eterno della gloria. Ma non della gloria mendace, delle guerre, delle conquiste, della potenza, degli imperi. La gloria bensì delle libere istituzioni civili, delle competizioni nell’arte e nella scienza, nei commerci e nel lavoro, nelle missioni e nelle iniziative”.


Cosa intende quando parla di rivoluzione sociale?


“Il Cristianesimo ci aveva proclamati figli di un solo Dio, tutti fratelli, tutti uguali. Ma in cielo, non in terra. Una rivoluzione spirituale che rovesciando dai loro marmi gli dei pagani ci disse tutti figli di un solo dio, cioè tutti fratelli, tutti uguali, e così furono gettate le basi della società democratica. Il Rinascimento italiano aveva riportato sulla terra il senso della dignità umana. Le rivoluzioni politiche inglese, americana, francese avevano proclamato i diritti dell’uomo, diritti politici, diritti giuridici. Ma se noi pensiamo che non si può conciliare la libertà con la monarchia pensiamo anche che non si può conciliare la libertà con la fame. Questo è il senso della rivoluzione sociale”.


Una rivoluzione sociale che, in base alle sue parole, non mi sembra che possa coincidere con la rivoluzione sovietica.


“Lo dissi alla Camera in modo chiaro nel 1956 quando i carri armati sovietici invasero l’Ungheria. Avevamo l’impressione che il gruppo comunista fosse un po’ smarrito, che una certa crisi di coscienza toccasse gli uomini di quella parte. Invece no. Non abbiamo notato perplessità. E io debbo dire con estrema umiliazione di aver ascoltato il discorso più cinico che abbia mai udito nella mia vita”.


L’irascibile Giancarlo Pajetta si urtò molto per queste sue espressioni.


“Sì, mi insolentiva dandomi del tu. E al richiamo del Presidente dell’aula disse: allora lo chiamerò signore, mister Pacciardi. E io dissi: fa bene, ella infatti un signore non lo è”.


Be’, Pajetta fu sempre un po’ impertinente.


“Ma io ricordai a lui e a tutti i colleghi parlamentari che il 10 febbraio 1947 fu firmato a Parigi il trattato di pace con l’Ungheria. Firmatari di questo patto erano le potenze alleate e l’Unione Sovietica da una parte e l’Ungheria dall’altra. Nel primo paragrafo dell’articolo 2 di questo trattato si legge: “L’Ungheria prenderà tutte le misure necessarie per far sì che tutte le persone che si trovano sotto la giurisdizione ungherese, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua, di religione, godano dei diritti umani, delle fondamentali libertà, comprendenti le libertà di parola, di stampa, di pubblicazione, di culto religioso, di opinione politica e di pubbliche riunioni”. Il trattato fu firmato da Ungheria e Unione Sovietica. A rileggere oggi queste parole abbiamo il senso esatto della scandalosa ipocrisia che sta dietro a certe firme e certe accettazioni di trattati. In realtà per anni l’Unione Sovietica ha violato costantemente queste clausole del trattato di pace”.

Un regime spietato.


“Criminale. Su chi aspira alla libertà, l’Unione sovietica si abbatte col peso bruto e schiacciante della sua forza militare, come in Ungheria. Ogni volta che ai dirigenti sovietici è venuto anche il semplice sospetto che i comunisti di questi sventurati Paesi che, per ironia quasi insultante si chiamano democrazia popolare, il sospetto che non fossero abbastanza obbedienti alle direttive del Cremlino, sono stati incarcerati o ammazzati come cani. Almeno questo è pacifico perché lo ha detto anche Krusciov. Una spaventosa tirannide si è abbattuta su questi popoli ai quali gli alleati, Russia compresa, avevano promesso la libertà. Si è abbattuta spesso addirittura sui comunisti e a volte specialmente sui comunisti che non fossero giudicati dai dirigenti di Mosca abbastanza servili verso l’Unione sovietica. Una scandalosa parodia di processi che ben conosciamo. Una morte orribile li attendeva prima di essere fucilati o impiccati e dopo essere stati sottoposti a innominabili torture che li riducevano come stracci, sono stati indotti a dichiarare che erano spie, agenti dello straniero, traditori, dovevano perfino farsi rinnegare dai più sacri affetti, farsi rinnegare dai propri figli”.


In realtà i fatti d’Ungheria qualche crisi di coscienza l’hanno creata in alcuni comunisti.


“E meno male, perché i particolari della sanguinosa ed eroica lotta di liberazione del popolo magiaro esaltano ogni cuore umano: sono di quelle rare pagine della storia che, in questa atmosfera di opportunismo e di viltà che spesso ci circonda, fanno ancora credere nel genere umano e nei supremi valori dell’esistenza umana. Però vorrei dire che Giuseppe Mazzini aveva previsto tutto”.


Cosa aveva previsto?


“Solo giudicando la dottrina comunista, aveva immaginato e tristemente profetizzato quale sarebbe stata la fine. Nel 1849 scrisse: “Avrete la più tremenda tirannide che l’uomo possa ideare sulla terra. Tirannide. Essa vive nelle radici del comunismo e ne invade tutte le formule. Come nella fredda, arida, imperfetta teorica degli economisti, l’uomo non è nel comunismo che una macchina per la produzione. La sua libertà, la sua responsabilità, il suo merito individuale, l’incessante aspirazione che lo sprona a nuovi modi di progresso di vita svaniscono interamente. Una società pietrificata nelle forme, regolata in ogni particolare non ha luogo per l’io. L’uomo nell’ordinamento comunista diventa una cifra, un numero primo, secondo, terzo, decreta un’esistenza di convento monastico senza fede religiosa, il servaggio dell’evo medio senza speranza di riscatto”.


Dopo questa sua autentica requisitoria alla Camera, i comunisti non gliel’avranno perdonata.


“Per i comunisti ieri ero l’agente degli americani, oggi sono passato al servizio degli inglesi, ma io sono stato invece sempre al servizio della mia coscienza e ho sempre sposato tutte le cause che mi sono sembrate giuste”.

Passiamo ad un argomento che a lei sta molto a cuore, l’Unità d’Italia.


“Ne ho parlato nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità. Sono andato a celebrarlo a Reggio Emilia, una terra dove fermentarono le prime audacie rivoluzionarie quando l’Italia, dilaniata, spezzata, avvilita da secoli di dominazione straniera, cominciava, brancolando fra i sepolcri a ricercare sé stessa. Nella terra che ebbe la temerità di proclamare la sua prima Repubblica, a furor di popolo nel 1796. Dove per felice ventura si alzò prima che altrove il tricolore italico che fu simbolo del nazionale riscatto”.


Sì, però lei si è chiesto perché celebriamo l’Unità d’Italia come se fosse avvenuta nel 1861.


“In realtà, erano ancora distaccate Venezia e Roma e per poco Messina e Gaeta ancora presidiate dalle milizie borboniche. Allora perché facciamo cominciare l’Unità dal 1861? Si potrebbe pensare malignamente che il governo voglia dare solennità al 1861 per toglierla al 1870, quando l’Italia fu unita davvero con Roma capitale. Il 14 marzo 1861 la Camera dei deputati all’unanimità vota il disegno di legge preparato da Giorgini, nipote di Manzoni, secondo il quale il re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia. Il 27 marzo 1861 la Camera vota un ordine del giorno che auspica che sia resa all’Italia Roma, acclamata come capitale dall’opinione pubblica nazionale. Insomma l’Italia era fatta ed era ormai nell’ordine fatale delle cose l’unione di Venezia e Roma. Lo intesero a Roma stessa dove le opere di Verdi davano pretesto a imponenti manifestazioni patriottiche. Lo intesero a Venezia dove per incanto si chiusero i negozi come nelle giornate di festa. Allora, ecco la data del 1861, noi tutti sentiamo che l’evento ci appartiene”.


I patrioti che resero possibile l’Unità professavano ideologie a volte contrastanti.


“I cattolici pensano a Rosmini e a Gioberti, al Tommaseo e a Manzoni e agli oscuri sacerdoti che risolsero l’arduo conflitto della loro coscienza, votandosi alle cospirazioni e alle battaglie per la patria. I liberali ai Balbo, ai D’Azeglio, ai Ricasoli e al più grande di tutti, Cavour, che seppe come disse il Ferrari “diplomatizzare” la rivoluzione popolare e così trasformata e incanalata di porla all’Europa retriva della Santa Alleanza. I socialisti pensano a Carlo Pisacane e alle tendenze sociali che, come nella rivoluzione francese, sono in grembo di ogni rivoluzione politica. I monarchici pensano a Vittorio Emanuele II che malgrado tutto lo stesso eroe della rivoluzione popolare giudicò sempre migliore dei suoi consiglieri e senza transigere con la sua fede invento il binomio “Italia e Vittorio Emanuele”. I repubblicani pensano a Mazzini, a Garibaldi e alla lunga schiera di patrioti, di eroi, di martiri che risvegliarono l’Italia”.


Divisioni ideologiche che permangono ancora oggi.


“I risentimenti di oltre un secolo fa si sono placati. Possiamo tuffarci nelle grandi memorie della storia, onorarle come tappe di un progresso comune e senza rinunziare alle rispettive credenze per l’avvenire. Vorrei si potesse dire al momento del trapasso quel che Camillo Prampolini disse di Angelo Manini: E’ morto come visse, repubblicano, lontano dal rumore della vita pubblica, sdegnoso di onorificenze e di favori, quasi ignorato, senza altro compenso per i sacrifici e le lotte sostenute, fuorché l’acre piacere di aver compiuto un difficile dovere, e le intime ebbrezze inenarrabili che una fede intensa prodiga ai privilegiati che la posseggono. Così furono gli uomini che fecero l’Italia, i grandi e i piccoli, i maestri, gli eroi, i condottieri e gli umili combattenti. Ricordarli in un’epoca di crisi, di meno puro disinteresse, di meno ferreo stile e carattere, di meno salde credenze, significa respirare un’atmosfera di alta purezza e spiritualità”.


Per secoli non si è parlato di Unità d’Italia. Come mai?


“L’idea dell’Unità d’Italia, come forza politica e storica, come filosofia e come azione, è recente. Prendiamo Dante che pure s’innalza gigante dal Medioevo e annunzia il Rinascimento e in certe auree visioni, specialmente nel metro del giudizio, è moderno (pensate a Catone che era pagano, repubblicano e suicida, cioè aveva tanti titoli per andare all’inferno e Dante lo pone a guardia del Purgatorio, dove l’umano spirito si purga e diventa degno di salire al cielo). Dante segna i confini d’Italia “sì come a Pola presso del Carnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna”. Tuttavia Dante politicamente è tutto del Medioevo, ha la passione e gli odi della città e l’idea dell’Impero, non l’idea dell’Unità nazionale. Sulla casa dove Machiavelli scrisse Il Principe, a San Cassiano, una lapide ricorda che egli meditò e difese la libertà dell’Italia. In realtà egli ebbe l’idea municipale, l’idea dello Stato certamente, ma non della Nazione”.


Quando si prende coscienza della necessità di una Patria unita?


“Tutto l’Illuminismo italiano, quasi contemporaneo di quello francese, il Verri, il Beccaria, il Gioia, il Romagnosi, il Pagano, il Filangeri, diffuse idee unitarie e fermenti di rinascita, ma non ebbe precisa l’idea nazionale. I poeti sì, il Foscolo, l’Alfieri, il Leopardi sentirono nell’anima gli sdegni, i furori, il supremo e sconsolato lamento della Patria in catene, ma si sa che i poeti sono anche profeti”.


Allora quando fiorisce il sentimento unitario?


“L’idea, la passione, la fede, la filosofia dell’unità nazionale, la sistematica concezione del Risorgimento nazionale, nel quadro di un Risorgimento europeo e universale, fu incontestabilmente di Giuseppe Mazzini. Quando altri patrioti come Cesare Balbo la definivano “un sogno da scolaruzzi di retorica” e Gioberti pensava ad una confederazione di Stati sotto la presidenza del sommo Pontefice e lo stesso Cavour, tutto concreto e realizzatore e incapace di abbandonarsi a sogni idealistici, fino a dopo il 1848, la considerava almeno prematura e inattuale e perciò, ripeto la sua drastica definizione, “una corbelleria”. Bisogna leggere lo Statuto della Giovine Italia e il giuramento degli affiliati. Là sono le linee direttive del nostro Risorgimento. Là sono le linee profetiche dell’Italia presente e del suo avvenire. La rivoluzione sarà nazionale, sarà politica, sarà sociale. E poco dopo, con la costituzione della Giovine Europa, fu detto: La rivoluzione sarà europea e, la spirale sempre più si svolge, con la costituzione dell’alleanza repubblicana universale, sarà umana perché una è l’umana famiglia”.


Quindi, dopo l’Unità d’Italia, il sogno è l’Unità d’Europa.


“E’ indispensabile. Basta considerare che non era trascorso un secolo dall’Unità d’Italia e già il Continente di cui facciamo parte, scosso nel giro di una sola generazione da due guerre mondiali, distrutto e vicino al tramonto, ritrovava la via della rinascita nella superba indicazione degli apostoli del nostro Risorgimento: gli Stati Uniti d’Europa. Come tutte le vie rivoluzionarie, non è facile. Abbiamo tentato l’Unità europea facendo leva sulla necessità di una comune difesa, e abbiamo fallito. Percorriamo allora la via più lunga dell’integrazione economica che fra ostacoli e resistenze inevitabili ci condurrà a creare fatalmente un primo grande nucleo europeo politicamente e economicamente organizzato in un’unità federale che non vuole sopprimere le patrie, ma vuole esaltarle e potenziarle in un comune destino”.


Sul piano nazionale, le divisioni ideologiche sono ancora evidenti. Lei stesso diceva che molti sono disinvoltamente passati dal fascismo all’antifascismo
.


“La Repubblica sarà davvero il regime di riconciliazione nazionale se i nostri avversari saranno capaci di anteporre la lealtà democratica e il superiore bene della Nazione alle passioni faziose. La stessa distinzione tra fascisti e antifascisti potrebbe fra poco non avere più ragion d’essere, esclusi naturalmente i criminali e i profittatori. Noi che siamo repubblicani antichi e, ci sia permesso di dirlo, senza macchia, ci faremo propugnatori di una più vasta e radicale amnistia di quella che è stata annunciata”.


In visita sulla collina desertica di El Alamein, lei ha dato un grande esempio di conciliazione.


“Ho manifestato i sentimenti che dovremmo nutrire tutti. Il cimitero di El Alamein, che accoglie i caduti di quella zona, ha l’assistenza di un gruppo di ex combattenti sotto la guida impareggiabile di Caccia Dominioni, che viveva nel cimitero stesso con i suoi collaboratori. Caccia Dominioni fu valoroso combattente in Africa e poi partigiano nel Nord, fu arrestato e ferito gravemente durante la guerra di liberazione. La sua tragedia personale sulla quale si è innalzato per compiere una missione di alta spiritualità e carità, è un poco la tragedia della Nazione italiana. Anch’essa l’ha superata per formare nuovamente, dalle rovine e dai cimiteri, una famiglia nazionale unita, che riprende anche su quelle terre, ma in forme pacifiche e civili, la sua missione nel mondo. L’Italia può stendere l’oblio sulle proprie sventure e onorare i suoi morti”.


C’è chi non smette di far notare che quei morti combattevano dalla parte sbagliata.


“Lunga e complessa è la vita di un popolo e anche questi morti sono un capitolo della sua storia. In quel cimitero sventola il tricolore, sotto quella sabbia c’è sangue italiano. Forti della riconquistata libertà, fermamente decisi a non ripetere gli errori del passato, noi non ci sentiamo qui di giudicare. Dobbiamo inchinarci, onorare e piangere con devota umiltà. Un ufficiale inglese ha deposto anch’egli una corona al cimitero italiano, a nome del suo governo. Il capo della Nazione egiziana ha aggiunto i suoi fiori e il suo cordoglio, noi stessi ci siamo recati a rendere omaggio anche ai morti della Germania, dell’Inghilterra e dei suoi alleati. Su quelle sponde fatali è tornata la pace e la concordia. Non ci si avvicina a quelle croci, perennemente scosse dal vento del deserto, senza fare ai morti, a tutti i morti, il giuramento di costruire un mondo migliore”.


Veniamo alle questioni economiche. Quali iniziative considera prioritarie?


“Affrontiamo i problemi del Mezzogiorno. I problemi del latifondo e delle industrie agrarie e marinare. I problemi della scuola. I problemi delle autonomie locali. I problemi delle comunicazioni. Non trattiamo il Mezzogiorno come una zona coloniale per prelevare questurini come ha fatto la monarchia e ogni apparenza di contrasti sparirà. Il Mezzogiorno, dagli eroi della Repubblica Partenopea fino ai picciotti di Garibaldi, fino ai santi scugnizzi della liberazione di Napoli, è stato sempre una riserva di patrioti. Soltanto i farneticamenti passionali di una monarchia moritura, circondatasi di squadre di lazzaroni, potevano mettere in dubbio un bene ormai assoluto e irreversibile: l’Unità d’Italia”.


Come vorrebbe cambiare l’organizzazione statale?


“Napoleone ci regalò le prefetture. Andavano bene forse per la Francia. Non sono state utili per l’Italia. Abbiamo bisogno di un’amministrazione semplice, economica, intelligente, che restituisca l’iniziativa e la responsabilità agli Enti locali. Il popolo deve abituarsi a sentire lo Stato vicino, a sentire che lo Stato è lui, non una specie di ente soprannaturale e inaccessibile, un nume irato complicato e nemico”.


Però si va proprio contro la semplificazione.


“Ed è un errore. Faccio l’esempio dell’agricoltura. Ci sono schiere di mediatori, compreso lo Stato, di professori, di ispettori; controllori si sono inseriti fra l’agricoltura e il Paese istituendo il più grosso flagello parassitario che abbia mai colpito un settore produttivo. Enti di sviluppo. La partitocrazia ha figliato l’entocrazia e sono insieme un’altra gramigna della terra e dello Stato. Tutto è mediato, controllato, accentrato. Ma l’accentramento statale delle ricchezze non crea né il socialismo né il comunismo, ma la loro forma spuria e corrotta, il capitalismo di Stato. Dobbiamo arrivare alla partecipazione agli utili dell’impresa per i lavoratori, al loro accesso al capitale azionario ed anche alla corresponsabilità nella direzione dell’azienda”.


Mi perdoni, ma la vostra rappresentanza politica non è tale da poter influire sulle scelte governative.


“Però, il più grande aiuto ci viene ogni giorno dai nostri avversari coi loro intrighi, con la loro mediocrità, con le loro debolezze, coi loro scandali, le loro ruberie, col loro disordine, con la loro incoerenza, il trasformismo, le loro esperienze economiche avventate. Hanno creato una situazione economica drammatica. Debiti iperbolici. Come faranno i Comuni a pagare le aree concesse per l’esproprio. E che inflazione provocherà una massa di miliardi che i Comuni non hanno?”.


Vorrebbe cambiare anche qualche aspetto della Costituzione?


“Ci sono delle incongruenze nella Costituzione. Ad esempio, il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio supremo delle Forze armate e il Consiglio superiore della magistratura. Li presiede come capo o come membro, sia pure primus inter pares? Se li presiede come capo, che cosa avverrebbe il giorno in cui con una votazione fosse messo in minoranza? Poi ci sono alcuni aspetti della Costituzione che sarebbe stato meglio trascurare”.


A cosa si riferisce?


“Per esempio le Regioni. Il governo era partito dicendo che le Regioni non si fanno. Non si fanno senza la garanzia che socialisti e comunisti si mettano d’accordo negli importanti poteri regionali. Facile comprendete quali conflitti si verificherebbero con il governo centrale. Si è finito per concludere che le Regioni bisogna farle lo stesso. I comunisti si sono impegnati moltissimo per le Regioni. Li capisco. Potrebbero prendere il governo in cinque Regioni. Con cinque Regioni in mano, i comunisti avrebbero le leve per disorganizzare questo Stato che una volta chiamavano borghese, capitalistico. Qualsiasi Stato che ammette e ha l’ordinamento regionale ha un potere speciale, cioè un potere forte e stabile al centro, benché democratico”.


Un potere centrale forte rappresentato dal capo dello Stato che voi vorreste far eleggere dal popolo.


“Sì, vogliamo che il Presidente della Repubblica sia eletto dal popolo e non dai partiti. Il regime, per sé stesso, non può fare miracoli. Ma il Presidente della Repubblica deve installarsi al Quirinale non per ripetervi i fasti del re, ma per dare l’esempio di un’amministrazione onesta, parsimoniosa ed austera. Insegnare che il diritto si aspetta da qualcuno, da qualcosa, da Dio, dalla società, dallo Stato. Il dovere no, il dovere è l’uomo”.


E i partiti che ruolo avrebbero?


“Anche nella Repubblica presidenziale esistono i partiti, cioè associazioni libere di cittadini che si raggruppano secondo determinate concezioni filosofiche, politiche e sociali per proporre al popolo soluzioni e candidati alle cariche pubbliche. Il capo dello Stato nomina il governo scelto fuori del Parlamento, e se composto da parlamentari, essi si devono dimettere dalla loro carica. La Camera è eletta a suffragio universale, ma il numero dei rappresentanti del popolo dev’essere ridotto. Il Senato dovrà essere composto da rappresentanti della cultura, della tecnica, delle forze di produzione e sindacali. Così perderebbero importanza le clientele politiche che sono penetrate all’interno dell’apparato democratico”.

E gli elettori avrebbero una rilevanza maggiore.


“Esatto. La critica che noi muoviamo a questo regime, a questa Costituzione è che in definitiva il grande assente è il popolo. Democrazia viene da demos che vuol dire popolo. Ma qui siamo sostanzialmente a una oligarchia partitocratica. Il presidente del Consiglio non sceglie i suoi collaboratori, accetta quelli che gli offrono i partiti che li designano in base alle loro correnti senza alcun riguardo alla competenza. Il presidente del Consiglio deve perdere i tre quarti del suo tempo non a governare il Paese ma a governare i suoi ministri. E non dimentichiamo che la composizione di un governo di centrosinistra, già di per sé difficile da governare, comporta una grave incertezza in politica estera. Nel giro di pochi anni la Cina come potenza atomica sarà una realtà. Il suo immenso territorio, il numero quasi incommensurabile dei suoi abitanti le fanno ritenere che forse è la sola Nazione che potrebbe sopravvivere a un cataclisma universale. L’avvenire ci imporrà una scelta in politica estera. E con il centrosinistra questa scelta sarebbe al di fuori delle nostre alleanze e dell’interesse nazionale. Non si può restare legati a patti di difesa del mondo libero e poi comportarci come un Paese disimpegnato”.