I PERICOLI CHE CIRCONDANO L’EUROPA

DAL BALTICO AL CAUCASO ZONE DI CRISI. ECCO COME TIRARCENE FUORI

Tutti presi dalle paure sanitarie vere o false che siano – entrambe certamente esagerate- i media del nostro continente evitano di esaminare la situazione geopolitica dell’Europa che sta complicandosi al punto di rappresentare un vero e proprio assedio della fortezza Europa e di indagare sulle cause remote o immediate e i responsabili.

Nella illustrazione sovrastante ho evidenziato tutte le ragioni di crisi e di preoccupazione che possono ciascuna svilupparsi in focolai di guerra come la Siria,la Libia,l’Ucraina o il Kurdistan.( I quadratini color rosso)

Per evitare di credere che i pericoli che ci minacciano siano tutti esterni alla Confederazione, ho fatto illustrare in verde anche i due pericoli di secessione,( oltre al Donbass) pudicamente indicati come inclinazione separatista ( Scozia e Catalogna e ho evitato di mettere la macchia verde anche a Gibilterra che comunque ha votato a maggioranza schiacciante a favore del remain nella UE).

Per completezza di informazione includo il Regno Unito nella analisi considerando quindi l’Europa geografica e non la sola Unione Europea che comunque è il centro del nostro interesse.

Il quadratino blu della instabilità politica é stato posto – provvidenzialmente- a metà tra l’Algeria e la Tunisia dove il presidente Khais Saied ha ritenuto per l’altro di doversi produrre in una replica a metà tra Al Sissi e Erdogan alleandosi con l’Esercito e sospendendo – al solito si dice per un breve periodo – sia l’esecutivo che il legislativo.

Tutti questi paesi sono retti da regimi forti con forze armate in rafforzamento e mire egemoniche regionali, mentre l’Unione Europea sembra essere l’eccezione virtuosa che evita la trappola di Tucidide per cadere nella sindrome da assedio di Costantinopoli con teologi che sproloquiano di matrimoni monosesso e transizioni ermafrodite.

Difficile prevedere se ci sarà una guerra e dove; più facile prevederne l’esito e il vincitore. Di sicuro, l’opzione migliore sarà restarne fuori in una situazione di vigilanza neutrale ed armata.

Di fronte a queste crisi – alcune già sfociate in guerre- si nota una macchia bianca costituita da paesi della ex Jugoslavia ancora non integrati in nessuno dei blocchi ( anche se la Serbia ha simpatie e legami economici con la Russia). Poi a nord, la macchia bianca rappresentata dalla Svizzera.

Se una Italia neutrale riuscisse ad allargare le macchie bianche unendo la parte balcanica con quella svizzera, è intuitivo che si creerebbe una zona di rispetto neutrale a protezione dell’area adriatica e una serie di stati cuscinetto attorno al nostro paese che sarebbe al riparo da possibili sorprese. I tre paesi da convincere sono la piccola Slovenia, la Croazia e l’Austria, che all’atto della evacuazione sovietica si impegnò a restare neutrale.

Sento già le voci di quanti mi vorranno scrivere sottolineando l’impossibilità di realizzazione dovuta alla presenza di basi USA e NATO sull’intero nostro territorio.

A costoro obbietto con un esempio verificatosi due volte in un ventennio: L’Irak oggetto a due riprese di un’offensiva militare USA e NATO che l’ha invaso con una pervasività molto maggiore di quanto non sia accaduto a noi, per ben due volte ha ottenuto l’evacuazione delle truppe USA.

La prima, con un sotterfugio, ma l seconda grazie a un regolare voto parlamentare, un negoziato bilaterale e una decisione congiunta. L’annunzio lo ha dato lo stesso Presidente Biden ieri.

Eppure, l’Irak ha una duplice funzione strategica : a est verso l’Arabia Saudita e a ovest verso l’Iran.

Agli Stati Uniti risponderei con un ragionamento semplice: essi sono interessati al controllo del Mediterraneo e al rapporto con la Chiesa cattolica che controlla un miliardo e mezzo di anime (…).

Una Italia facente parte dell’occidente, ma non belligerante, é nell’interesse degli Stati Uniti che dovrebbero badare a un solo fronte europeo. Sappiamo che il patto di Varsavia aveva pianificato di violare la neutralità austriaca , sfondare in trentino e puntare verso la Francia impegnata sul fronte nord.

Con un blocco di otto paesi neutrali da violare per attaccare la Francia da sud, il compito sarebbe ben più oneroso e difficile e costoso non solo militarmente.

L’autorevolezza del Vaticano sarebbe accresciuta dalla situazione territoriale di neutralità e la sua utilità risulterebbe moltiplicata per l’Occidente.

Resta il controllo del Mediterraneo per il quale sarebbe sufficiente e indispensabile la sola Sicilia, regione autonoma e con una autonomia anche ampliabile fino a configurare una semi cessione.

. Per l’Unità italiana abbiamo sacrificato Nizza e Savoia. Per l’indipendenza e la sicurezza Mediterranea, possiamo fare una riflessione sulla Sicilia che risulterebbe militarmente anche protetta dalla fascia dei paesi neutrali che la proteggerebbero da sorprese.

I

CUBA SI RIVOLTA , IL REGIME CEDE

di Antonio de Martini

L’isola é sotto embargo commerciale e finanziario imposto dal governo americano dal 1962.

Scopo della operazione é – come in Libano in questi giorni- far rivoltare – affamandola- la popolazione contro il governo dell’isola giunto al potere nel 1959 dopo aver denefestrato Fulgencio Batista, un ex sergente proclamatosi generale.

Impossibilitata a commerciare col possente vicino, il regime cubano, privato del suo capo sbrigativo e carismatico, ha visto avvicendarsi il fratello e uno scialbo successore scelto in via provvisoria dai veri potenti, non ha saputo nemmeno dare una parvenza di riformette come fece Raoul Castro che si é arroccato a capo del partito.

Il rafforzamento dell’embargo deciso dal presidente Trump ha dato il colpo di grazia a un regime ormai putrescente che ha sacrificato la libertà di tutti, come in Cina e Vietnam, ma senza produrre i risultati economici degli altri paesi a economia obbligata.

Si calcola che il 25% della popolazione sia fuggito , prevalentemente negli USA, mutando l’aspetto demografico dello stato della Florida.

Col PIL sceso del 35% a seguito della implosione dell’Unione Sovietica che assicurava un livello di vita dignitoso e con l’agricoltura e l’agrindustria locale che negli anni migliori non é mai riuscita ad assicurare oltre il 30% del fabbisogno alimentare degli undici milioni di abitanti, l’isola é ormai alla fame. La gente che aveva accettato la dittatura in cerca di dignità e giustizia – si é riversata nelle strade e quel che non poté la sete di libertà, poté il digiuno.

E’ l’ennesima dimostrazione che lo stato – in particolare quello di cultura marxista- non é in grado di pianificare l’economia o di comunque produrre ricchezza e che le riforme graduali di passaggio dall’economia statale a quella liberale sono fumo negli occhi, siamo alla rivolta della fame e siamo alla ennesima riprova che i mutamenti sono per natura repentini.

Impossibilitati a importare le ottocentomila tonnellate di grano necessarie al sostentamento dagli USA e impediti all’acquisto dal divieto USA di crediti con paesi terzi, il paese si é rifornito in Europa e regge sulla base del tesseramento ( La “livreta”) messo in opera da Fidel Castro nel 1963 e mai più eliminato. Intere generazioni che vivono di stenti e di economia sommersa, piccoli traffici, non ultima la prostituzione con i turisti.

Su tutti, ha regnato una nomenclatura politica comunista che ha anche cercato di creare una nuova dirigenza rispetto ai guerriglieri dei primi tempi, ma senza riuscirci.

Si narra che il CHE GUEVARA divenne il primo ministro dell’economia. Ben presto ci si accorse che non ne capiva e non si appassionava al soggetto. Interpellato da Fidel che gli chiese come mai avesse alzato la mano quando il leader maximo aveva chiesto “ chi é economista”, il Che rispose candidamente di aver capito “ comunista”.

I successori non hanno saputo fare meglio e il popolo li sta cacciando al grido di “cojones”. Il premier ha ceduto: i pesanti dazi sulle derrate alimentari di importazione – altra caratteristica tipica di quella mentalità- sono caduti e il premier ha promesso di emanare a breve una legge che consenta la creazione di società private anche sul suolo cubano.

Va detto che queste penose performance di governo e queste privazioni della libertà cui han fatto seguito quelle fisiche, sono state per anni il miraggio e la Mecca di molti cretini nostrani che oggi pontificano dagli scranni del governo italiano.

LA FRANCIA COINVOLGE LA UNIONE EUROPEA PER CONSERVARE IL CONTROLLO IN AFRICA OCCIDENTALE.

Quando finisci tra le grinfie di Pino Germinario non te la cavi facilmente: domande, commenti, stimoli. Ti svuota gentilmente. L’esito é, anche stavolta,una intervista che dura un’ora e richiede interesse genuino e notevole pazienza, ma fornisce ampi spunti di meditazione, informazioni corrette e una valutazione indipendente degli avvenimenti.

l’Italia é stata gradatamente coinvolta in un’altra guerra coloniale da cui non trarrà che guai.

http://italiaeilmondo.com/2021/07/10/in-mali-ma-come-pedine-di-un-gioco-altrui_con-antonio-de-martini/

IL MAL FRANCESE SI CHIAMA MALI.

Detesto autocitarmi, ma nel deserto di servile idiozia che circonda la politica estera europea, e nostra in particolare, non vedo alternative. Nel 2013 scrissi su questo blog che la Francia in Africa, col suo interventismo, sarebbe andata incontro a un nuovo Vietnam. per chi voglia verificare, accludo – grazie a un amico caritatevole- i miei link dell’epoca necessari a capire cosa é successo mentre l’Europa dormiva, istupidita dalle chiacchiere sul terrorismo create ad arte per ottenere un casus belli.

In realtà adesso capiamo che di casus belli ne organizzarono due: uno verso L’Algeria e l’altro verso il Mali.

https://corrieredellacollera.com/2013/01/17/guerra-in-mali-lalgeria-e-contaggiata-dalla-crisi-o-la-crisi-mira-allalgeria-di-antonio-de-martini/

https://corrieredellacollera.com/2013/01/18/lordine-regna-nel-sahara-ma-attenti-non-e-un-nuovo-afganistan-e-un-nuovo-vietnam-di-antonio-de-martini/

https://corrieredellacollera.com/2013/01/19/mali-dalla-guerra-asimmetrica-alla-guerra-contagiosa-e-sorpesa-tutti-e-due-i-contendenti-si-preparavano-da-tempo-allo-scontro-di-antonio-de-martini/

http:\\www.openbriefing.org – https://apnews.com/

Nelle immagini sovrastanti, un esempio di come si fabbricano le fake news grazie alla compiacenza delle grandi agenzie di notizie: questa é della Associated Press ( le bugie francesi sono presentate dagli americani e viceversa quelle americane dalla Agence France Presse.) Nella foto racconta che a Timbuktu é stato trovato un “manifesto ” di Al Kaida scritto nientemeno che dall’emiro Abd el Malek Droukdel – sconosciuto al portalettere sia prima che dopo il 2013 a tutt’oggi – ma come dubitare della onnipresenza dei terroristi annunziata dalla Francia e confermata dalla Associated Press? Quindi parte la spedizione armata circondata dall’alone romantico della Legione straniera. Ora dopo un decennio cercano qualcuno cui mollare la vicenda ormai putrescente.

NASCE L’OPERAZIONE SERVAL

La motivazione fu la solita di origine anglosassone: “ evitare che i jihadisti si impadronissero della capitale del Mail, Bamako, e trasformassero il paese in un immenso campo d’addestramento di kamikaze pronti a lanciarsi negli Champs Elysées. ». Larealtà fu l’esatto contrario: gli attentati sofferti dai francesi furono la rappresaglia per l’intervento francese in Africa occidentale.

La prima avvisaglia fu l’operazione SERVAL, voluta dal Presidente Francois Hollande nel 2013 e mirante a stabilizzare il Mali che minacciava di implodere a seguito delle ambizioni indipendentiste dei TOUAREG cui fecero seguito con sospetta sincronia delle organizzazioni jihadiste “ legate ad Al Kaida” o all’ISIS che inquinarono il quadro politico reale e giustificarono l’intervento armato.

Qualche scettico già affiorò all’epoca, ma adesso sono legione.

Dopo l’iniziale successo a sorpresa di Serval, si eternizzò la permanenza delle truppe che lentamente si é trasformata in guarnigione con tutti gli inconvenienti del caso. Il nominativo cambia in “ Barkhane”, ma la mentalità e l’addestramento sono i soliti. Inadeguati alla guerra transfrontaliera e alla duttilità degli insorti.

La necessità tipica dell’esercito regolare di presidiare il territorio fu il primo errore. Mentre i francesi conquistavano il terreno, gli avversari le anime.

I mille morti del 2013 divennero seimila nel 19. Si crearono una serie di organismi internazionali dai nomi fantasiosi, cercando di coalizzare i propri e identificare i nemici. E qui il secondo grande errore: essendo importante avere UN UNICO nemico ( il “terrorismo”), i militari finirono per far coalizzare i vari filoni fino ad allora in competizione ( religioso, nazionale, sociale) che mano a mano si sono armonizzati raggiungendo la massa critica.

Ma l’errore più grande di tutti é stato il voler rovesciare Gheddafi con una intesa segreta anglo-francese da cui furono esclusi i capi di stato africani ( e l’Italia…ndr) che appresero gli eventi dalla radio.

La delegittimazione conseguente ha impedito agli amici della Francia di mantenere il controllo e il rispetto degli amministrati. Da lì, istanze indipendentiste nella base, corruzione frutto dell’incertezza politica nei dirigenti, prevalere dello spirito tribale in tutti.

La reazione politica francese ricalca stancamente i bei tempi della guerra di Indocina: ricerca-ripulsa dell’aiuto americano , tentativo di coinvolgimento degli alleati NATO ( tedeschi, italiani, lituani…), degli organismi internazionali ( Missione MINUSMA: missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite ), la UE e la Missione di formazione ( EUTM Mali) e il G 5 SAHEL. Una sorta di Forza multilaterale dei cinque paesi – Mali, Burkina Faso, Niger Mauritania, e Ciad ognuno partecipante con uno o due battaglioni privi di mobilità , logistica e comunicazioni adeguate.

Il Presidente senegalese SALL ha definito questi apparati “ uno stipendificio” al recente Forum della pace di Dakar. Solo MInusmo ha coinvolto quattordicimila dipendenti e collaboratori.

La Francia ha il completo dominio dell’aria e conduce una guerra di droni all’israeliana uccidendo singoli capi o ritenuti tali. E’ la rappresentazione plastica del distacco tra la popolazione e l’occupante che colpisce alla cieca mentre gli insorti gestiscono abigeati, accordi di spartizione di acqua, alleanze tribali, problemi migratori.

E’ in questo merdaio dall’esito già scritto che Romano Prodi ci vuole trascinare da quando con un articolo di fondo sul Messaggero di qualche mese fa, scrisse che di intervento nostro nel Sahel si poteva parlare a patto Dio essere coinvolti nella gestione delle risorse. Il tapino ignora che i francesi hanno delocalizzato i loro maggiori interessi petroliferi e minerari rispettivamente sull’Angola e la Nigeria e ci stanno passando il cerino acceso…

EMIGRAZIONE: I VIOLENTATORI DELLE PERSONE E DELLA NATURA SONO GLI STESSI.

di Antonio de Martini

Il fenomeno delle migrazioni di massa , nell’epoca moderna, é iniziato dopo le guerre caucasiche che provocarono un esodo di circa un milione di persone che si riversò nel resto del Vicino Oriente, allora impero ottomano. Il numero fu tale che diede origine ad una pseudo etnia chiamata ” I Circassi” che si specializzarono in quella che oggi si chiamerebbe ” Security”, al punto che , ad esempio, la guardia personale del re di Giordania é costituita da guardie circasse, ossia caucasici – non semiti – estranei alle beghe di potere interno.

Per molti, ” sans papier” intervenne il solito filantropo scandinavo della Società delle Nazioni con un passaporto ad hoc che prese il suo nome: Passaporto Nansen: era un documento di riconoscimento valido per raggiungere il paese di immediata destinazione come profugo.

Non capisco come questa utile soluzione sia caduta in desuetudine e nessuno tenti di resuscitarla. La seconda guerra mondiale provocò tante migrazioni forzate ( interne all’URSS e all’Europa e verso gli USA) e l’impressione dell’olocausto fu tale che nel 1951 oltre cento paesi si accordarono a Ginevra per santificare alcuni principi umanitari di base, primo dei quali l’obbligo di non respingimento del profugo.

Certo, scomparso il nazismo e il comunismo cause prime degli sconvolgimenti demografici del mondo e comparsi i migranti economici del sud del mondo, la Convenzione di Ginevra andrebbe rivista, ma é convinzione comune che il numero dei paesi firmatari diminuirebbe vistosamente, dato che molti stati aggirano come possono le regole esistenti.

Sui giornali di oggi 8 luglio, si cerca di trovare i cattivi di turno cui addebitare la responsabilità del disordine. La stampa italiana individua negli aiuti dati alla guardia costiera libica ed alla corruzione endemica del Nord Africa la ragione del colabrodo.

Lo schema riprodotto qui appresso mostra che le principali migrazioni ( calcolate in milioni M) avvenute negli ultimi settanta anni sono ventisette , quattro addebitabili alla follia comunista e ventitre al mercantilismo esasperato degli Stati Uniti ed i loro alleati.

Lo schema riporta luoghi di fuga, numero dei profughi e paesi di destinazione. L’entità del fenomeno da ragione al Presidente Mattarella che mette in rifdicolo chi crede di poter domare gli avvenimenti con decreti nazionali e regolamenti miopi.

In più va sottolineato che esistono addirittura partiti politici che hanno la protezione delle frontiere come unico punto di programma. Dementi.

Principale responsabile di queste migrazioni che stanno sconvolgendo il pianeta é la politica da sceriffo del governo degli Stati Uniti che ha sconvolto il mercato del lavoro trasferendo l’attività manifatturiera in Estremo Oriente, aggredito i paesi produttori di materie prime ( specie petrolio e terre rare) per impossessarsene al minimo costo e colpito militarmente senza riguardi chiunque abbia tentato di competere.

Incredibile l’atteggiamento italiano – e in genere europeo- di lamentela e finta solidarietà sia coi profughi che con il governo statunitense. Recente poi, il tentativo di imitazione franco tedesco cui l’Italia sembra voglia accordarsi tardivamente nel Sahel.

Come la classe dirigente europea pretenda governare il Continente più ricco di mezzi e di storia del pianeta senza affrontare le problematiche connesse all’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente in maniera armonica e si accanisca a privilegiare unitariamente i diritti, sacrosanti ma numericamente irrilevanti, di minoranze dall’orientamento sessuale incerto, resta per me un mistero.

Certamente, i problemi sono complessi ma non é una buona ragione per non affrontarli.

ecco un link propositivo da guardare:https://corrieredellacollera.com/2015/07/03/immigrazione-la-si-puo-regolarizzare-e-far-guadagnare-lo-stato-fuori-dalla-emergenza-video-di-adm-8min/

Quel che é certo, é che la nostra civiltà non può essere complice di questo nuovo schiavismo per procura che ha accentrato l’attività manifatturiera in Cina, India, Pakistan e Vietnam in nome della massimizzazione dei profitti e nella convinzione della ” superiorità della razza bianca”.

Questa politica economica internazionale <é l’erede degli antichi mercanti di schiavi, solo che adesso ha trovato il modo di far pagare il biglietto di viaggio agli sventurati e all’arrivo non si cura nemmeno del vitto e dell’alloggio.

I nomi degli italiani che lucrano su queste infamie li conosciamo tutti: Benetton , Gucci, ed altri marchi nostrani con lustrini oltre a tutta l’elettronica di consumo ( Apple, Lenovo ecc).

Possiamo boicottarli invece di frignare sulle plastiche e le deiezioni canine. I violentatori della natura e delle persone sono gli stessi. E’ ora di colpirli nei loro interessi. Farebbe bene anche all’anima.

L’ INTERVISTA IMPOSSIBILE DI MARCO NESE SULLA CRISI DELLA REPUBBLICA.

A TRENTA ANNI DALLA MORTE DI RANDOLFO PACCIARDI, MARCO NESE, PER ANNI GRANDE INVIATO DEL CORRIERE DELLA SERA, ATTINGENDO AGLI ATTI PARLAMENTARI DA LA PAROLA AL DEPUTATO CHE PER PRIMO – RINUNZIANDO ALLE LUSINGHE E DA SOLO- DENUNZIO’ LA DITTATURA DEI PARTITI CHE HANNO PORTATO ALLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA.

UNA ANALISI IMPIETOSA E COMPLETA. UNA COMPLETA LEZIONE DI STORIA PATRIA ORMAI INSOLITA IN TEMPI DI DECADENZA MORALE E POLITICA. IL CORRIERE DELLA COLLERA ANTICIPA IL TESTO CHE E’ IN STAMPA E VERRA’ PUBBLICATO IL PROSSIMO OTTOBRE.

Ecco l’Intervista

Ho fatto decine di interviste. Forse centinaia. Mai però mi era capitato di dialogare con un uomo che non è più fra noi.

Ma è possibile ottenere risposte da chi ha abbandonato questo mondo? Sì, è possibile se quest’uomo ci ha lasciato azioni coraggiose e comportamenti esemplari, se di lui sono rimaste parole chiare che rivelino senso morale, pensiero cristallino e una fede mai tradita. Tutte qualità che descrivono la figura e la personalità di Randolfo Pacciardi. A volte le sue parole cristallizzate negli atti suonano perfino profetiche. E allora ascoltiamolo.
Ecco, mi pare di vederlo, in piedi, statuario, a Montecitorio nel 1963 quando in aula si discute della formazione del governo di centrosinistra.

Sentiamo cosa dice.


“Il mio discorso è di netta opposizione a questo governo. Ho visto un battaglione di ministri e sottosegretari, ne avevamo dappertutto, davanti, di fianco, di dietro, invadevano tutta la Camera. Mentre domandate austerità al Paese, date scarsa prova di senso dello Stato presentandovi con una compagine così complessa e numerosa. Mi è venuta in mente la dea Artemide che era rappresentata non con due seni, ma con parecchi filari di seni, credo fossero venti, un terzo di questo governo. Ho pensato che quella fosse proprio l’immagine dello Stato come se lo prefigura il governo di centrosinistra. Cioè come un dispensiere di latte per tutti”.


Mi perdoni, onorevole, capisco che il centrosinistra non le piace, ma le chiedo di precisare meglio questo concetto del latte per tutti.


“Significa riempirsi di debiti. I figli e i figli dei nostri figli pagheranno per i debiti che fa questo governo. Un governo con programmi a lunga scadenza per cui chi governerà in seguito avrà solo il compito di amministrare i debiti. Anche le industrie si trovano di fronte a questo dilemma: o vendersi allo straniero, come in gran parte sta succedendo, oppure condannare l’Italia a essere la cenerentola del progresso economico europeo”.


Da questo deriva la sua opposizione?


“Ma certo. Ci opponiamo alle statizzazioni, nazionalizzazioni, programmazioni, tutte coercizioni. Chi vuole la sua redenzione, se la conquisti. La leva del progresso, della civiltà è affidata ai cittadini e non si deve aspettare dallo Stato”.


Lei mi perdonerà se a volte riassumo un po’ il suo discorso. Lo faccio solo per chiarezza e brevità. Dunque, questo governo di centrosinistra al quale lei si oppone è presieduto da Aldo Moro. Mi sembra di aver capito che lei avesse stima dell’uomo, una stima ora svanita.


“Persona colta, Moro. Tempo addietro usava un linguaggio diverso, parlava in modo semplice, usava parole chiare. Per mettere insieme un governo dove siedono cattolici e socialisti ha faticato un mese ed è riuscito nell’impresa inventando un linguaggio nuovo, fumoso, che dice e non dice. Gliel’ho rinfacciato, gli ho detto: questo vostro incedere con passo felpato onorevole Moro fra Cristo e Satana avrà ripercussioni che forse voi non immaginate. Avete creato un vostro stile del tutto diverso da quello di dieci o quindici anni fa. Avete imparato a dire cose che non dicono niente, o cose polivalenti che possono essere interpretate in cento modi. Per interpretare i vostri discorsi sarebbe necessaria una classe di sacerdoti o di tecnici, come si faceva nell’era pagana per interpretare gli oracoli o i responsi delle sibille”.


E le persone comuni cosa capiscono di questo linguaggio oracolare?


“Niente. Siamo in presenza di una classe politica che si sta sempre più insensibilmente allontanando dal Paese. Portano nello Stato i cavilli della curia. Siamo pressappoco ai regimi parlamentari del medioevo”.


Quei primi governi di centrosinistra non sono durati a lungo. Un paio d’anni.


“Sì, ed hanno aggravato la situazione economica. Hanno creato una tremenda incertezza negli operatori, hanno creato una crisi cosiddetta congiunturale. Un biennio di centrosinistra ci ha lasciato un disastro. E Moro lo ha ammesso. Il 4 agosto 1964, quando ha spiegato le ragioni della crisi del suo governo, è stato onesto. Ha detto la verità. Un discorso malinconico ma chiaro e serio. Ma come se ci presentasse l’inventario di altri governi, non il suo. Non si è mai visto che i giri di vite fiscali siano un incentivo alla produzione”.


In quell’occasione, lei fece notare con disappunto che l’arrivo dei socialisti al governo aveva penalizzato i liberali.


“Un vero e proprio ostracismo al partito liberale. Quell’antiliberalismo segna un rigurgito di vendetta storica contro il nostro Risorgimento. Il partito repubblicano non può rassegnarsi a fare da prezzemolo in questo minestrone clerico-socialista. Vorrei ricordare che De Gasperi allontanò dal governo comunisti e socialisti, il Paese gli credette e la Dc ebbe la maggioranza assoluta”.


Una Repubblica da riformare. Ci sono le condizioni?


“C’è qualche cosa che si muove in questa Italia che sembrava infrollita e rassegnata dinanzi alle bubbole buddiste di Aldo Moro e di una classe politica che si crede dirigente e che non è altro che rimorchiata”.


Dando vita a Nuova Repubblica, cosa si proponeva?


“Innanzitutto ricostruire lo Stato italiano ridotto a una condizione di poltiglia che giorno per giorno si decompone: pensiamo a uno Stato semplificato e ordinato, decente e onesto, pulito, controllato, che sia il supremo regolatore della convivenza di tutti gli italiani. Enti, uffici, posti di comando, stanze dei bottoni vengono distribuiti con nauseante imbarazzo alla luce del sole. Il centrosinistra ha elevato a regime il sottogoverno. Bisogna disfare le sette per rifare lo Stato”.


Come definirebbe il governo?


“Il governo rappresenta la Nazione e non i partiti. In Italia si è venuta formando una partitocrazia che non ha nulla a che fare con la democrazia, è una dittatura, un’oligarchia anonima peggiore di tutte le altre perché non assume le sue responsabilità. Il potere appartiene a questi organismi privati esterni che sono i partiti. Noi non possiamo farne parte. Sarebbe il colmo se dopo aver combattuto diventassimo sudditi e schiavi di queste baronie moderne. Questa è la Repubblica dei compari, sempre gli stessi, in tutti i governi”.


Lei però è stato ministro.


“Con De Gasperi sono stato ministro della Difesa. Erano i primi anni di questa Repubblica e non si avvertivano i difetti del sistema perché al governo c’era, appunto, un uomo come De Gasperi che non ha mai voluto trattare coi partiti. Avevo buoni rapporti con i democristiani. Nel 1959 Andreotti diventò ministro della Difesa e mi mandò un biglietto in cui mi annunciava, appunto, che andava alla Difesa. Diceva di essere “fiducioso nel tuo consiglio e nella tua collaborazione”. Erano altri tempi. Ma poi tutto è cambiato. E allora che Parlamento è, dove decidono tutto i capi dei partiti? Ricordo il senatore Merzagora dire che tanto varrebbe chiudere il Parlamento e fare un sinedrio ristretto per registrare la volontà dei partiti”.


La sorprende che i cattolici abbiano accettato di governare coi socialisti?


“Diciamo che ci sono cattolici che vogliono mescolare il sacro col profano e sollecitano l’autorità della Chiesa per puntellare il loro malfermo e poco commendevole dominio. Ma se io fossi Papa risponderei come fece Papa Leone quando il giovane imperatore luterano lo pregò di partecipare alle alleanze politiche. “Non tentare il Signore Dio tuo”, lo liquidò Papa Leone”.


Questo suo atteggiamento critico le procura attacchi feroci.


“Ah, certo. La partitocrazia si difende e attacca. Sento dire che ho fini personali, che voglio fare il de Gaulle, che sono qualunquista, che sono fascista. Lo dicono proprio quelli che durante il fascismo partecipavano alle più brutte manifestazioni del regime, compresi i comunisti. Sono proprio i profittatori del regime fascista che sono passati armi e bagagli nel regime partitocratico, sono essi che ci insultano”.


Torniamo indietro negli anni. Durante il fascismo lei riparò in Svizzera.


“Lugano. E’ passato tanto tempo. Trascorsi in terra elvetica sette dei miei anni di esilio. Ci sono tornato dopo la nascita della Repubblica. Avevo bisogno di poter parlare agli svizzeri e ai loro figli non come facevo allora, con la voce irata o lamentosa dell’esule, costretto dalla mia missione a portare discordie anche tra loro, ma come rappresentante di una libera Nazione venuto a festeggiare eventi di storia per molti aspetti comune. É stata l’occasione per chiedere indulgenza ai cittadini svizzeri verso i quali le passioni di allora mi portarono a essere unilaterale o addirittura ingiusto”.

La Svizzera ha significato molto per i dissidenti italiani.


“Tutti i proscritti del Risorgimento passarono per quelle terre, Ugo Foscolo, Pellegrino Rossi, Santorre di Santarosa, il Conte Porro, Gabriele Rossetti, i fratelli Ugoni, Giovanni Berchet, Pietro Giannone, Luigi Angeloni, Filippo Buonarroti, Biolchi, Tadini, Passerini, Prandi, la principessa Trivulzio-Belgioioso, il marchese Bossi, De Prati, Conte Pecchio e i Nathan, Rosales, Melegari, Picchioni, Bellerio, Cironi, Deboni, Mamiani, Gioberti, i fratelli Ciani, i fratelli Ruffini, Dall’Ongaro, De Mester, La Cecilia, Garibaldi, Grillenzoni, Vannucci, Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini”.


Patrioti di varie ideologie.


“Moderati, rivoluzionari, monarchici, repubblicani, cattolici, anticlericali, federalisti e unitari, pensatori e uomini d’azione, aristocratici di alto lignaggio e popolani oscuri, ebbero in Svizzera le loro passioni, le loro lacrime, i loro slanci, i loro contrasti. Le tipografie pubbliche e clandestine, i giornali, le ville e talvolta i sotterranei furono al servizio della grande cospirazione. Al mio ritorno in Roma dopo diciotto anni di esilio, il primo pensiero fu scrivere un articolo in elogio della Svizzera”.


Parliamo di un altro capitolo del suo esilio, il periodo passato in Spagna al comando della Brigata Garibaldi durante la guerra civile. Sulla strada per Valencia, nel febbraio del 1937, durante la battaglia del fiume Jarama per difendere un ponte dalle milizie di Francisco Franco, lei subì ferite molto serie alla testa. C’è un filmato in cui si vede lei sanguinante mentre viene sorretto dal futuro leader socialista Pietro Nenni. La voce narrante di quel filmato è nientemeno che Ernest Hemingway. Dice che gli Italiani, specialmente nella battaglia di Brihuega, persero più uomini che in Etiopia.


“Dopo essere rimasto ferito, raggiunsi Parigi per farmi medicare. Ero in convalescenza nella capitale francese, ma decisi di tornare in Spagna e nel marzo del ’37 guidai la battaglia di Guadalajara, una città a 58 chilometri a nordest di Madrid”.


Quella fu una battaglia strana, combattuta da Italiani che si battevano contro altri Italiani in terra spagnola.


“Ed è finita con la vittoria per le armi repubblicane. La grande battaglia di Guadalajara, iniziata da quattro divisioni di Mussolini, si risolse in una sconfitta per i fascisti. I resti del corpo di spedizione fascista furono inseguiti sulle strade e sui monti. Come comandante del battaglione Garibaldi potei parlare a Radio Madrid di questa grande battaglia di Guadalajara che seguiva di pochi giorni la grande battaglia del Jarama”.


I fascisti sembravano sicuri di poter vincere.


“Credevano che l’armata repubblicana fosse esausta e senza riserve. Quattro divisioni italiane con centinaia di carri d’assalto, cannoni, mitragliatrici e camion speravano di prendere alla gola Madrid. Pensavano che ci avrebbero sconfitti. Noi eravamo molti esuli dispersi dal fascismo, molti erano venuti direttamente dall’Italia. Avevamo costituito un battaglione che aveva preso il nome di Garibaldi. Abbiamo ripreso l’idea garibaldina di rendere libera l’Italia da tutti i servaggi, dare forza e coraggio al proletariato italiano per conquistare da solo la liberazione economica e la libertà civile. Mentre il fascismo consumava tutte le risorse italiane in una beota religione della forza e in avventure internazionali dove rischiava da pazzo la rovina del Paese. Volevamo liberarci del fascismo, dopo l’Italia dell’Impero, dopo l’Italia del Papato, volevamo l’Italia del Popolo, tendente anch’essa ad un prestigio universale. Prestigio delle istituzioni libere, della redenzione della plebe, il prestigio dell’arte, dell’intelligenza, dei traffici, del lavoro, della pace”.


Dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, l’Italia si trovò sotto il controllo degli Alleati.


“Già, gli Alleati. Non tutto è andato per il meglio. Io fui chiaro. Dissi: Voi, governo inglese e americano, avevate preso impegni solenni verso il popolo italiano; avevate promesso di sostenerlo, nel caso in cui si rivoltasse contro il fascismo. Si è rivoltato. E tutti sanno come lo avete sostenuto. Avete perduto quaranta giorni nelle trattative col Re e con Badoglio che, come primo atto del loro nuovo regime di stato d’assedio, avevano fatto dimettere il comandante del Corpo d’armata di Milano perché non aveva avuto cuore di sparare contro il popolo e i capi della rivolta popolare”.


Cosa si aspettava?


“Bisognava mettere in disparte la monarchia, ci voleva un Comitato nazionale o un governo provvisorio formato da uomini non compromessi. Invece di essere prigioniero in un campo di concentramento, Badoglio è stato nominato capo del governo. Il governo ha lasciato confondere l’Italia fascista con l’Italia antifascista. In quel periodo l’Italia aveva bisogno di alte coscienze morali per risollevarsi dal fango e dal dolore”.


Questo tragico aspetto non è stato compreso dagli Alleati.


“Non hanno compreso che il responsabile della guerra non era un solo uomo. Con Mussolini era responsabile il Re, era responsabile lo Stato maggiore, era responsabile il principe Umberto. Se abbiamo l’ingiusta fama di essere un popolo imbelle, lo dobbiamo in gran parte a una casta militare piemontese, ristretta, boriosa e cogliona, che ha perso sempre tutte le guerre. Il Risorgimento si è fatto a forza di sconfitte monarchiche e vittorie popolari e garibaldine”.


Tuttavia verso gli Alleati, gli americani in particolare, bisogna essere riconoscenti.


“Non c’è dubbio. Se non ci fosse stato Roosevelt noi saremmo stati ancora a lungo sotto il tallone tedesco. Gli Stati Uniti hanno il supremo interesse di aiutarci a guarire il nostro continente malato e il solo modo di guarirlo radicalmente dalla sua follia guerriera è quello di organizzare gli Stati Uniti d’Europa”.


L’idea mazziniana dell’Unione europea.


“Non c’è alternativa. E’ possibile immaginare mondo in cui il problema europeo non sia risolto nel suo complesso? Tutte le soluzioni prospettate, all’infuori della Unità federale dell’Europa, saranno soluzioni incerte e pericolose. Per noi Italiani esisterà sempre il grave problema della mancanza di materie prime, ma nell’unità federale europea la cosa si risolverebbe: le materie prime che ci mancano ce le ha la patria europea. Le frontiere nazionali sono diventate anacronistiche. L’altro secolo fu il secolo delle unità nazionali, adesso è il secolo delle unità continentali. Ma anche qui mi è sembrato che negli Stati Uniti non tutti abbiano le idee chiare”.


A cosa si riferisce?


“L’America in fondo è stata vittima dell’inguaribile pazzia del nostro Continente. Avrebbe dovuto comprendere. Ma il ministro del Tesoro Morgenthau ha parlato di deindustrializzare la Germania e farne un Paese agricolo. Un progetto folle da pace di Cartagine che equivale alla distruzione della Germania e all’affamamento dell’Europa. Pensare di assicurare la pace e la sicurezza in Europa dividendo i tedeschi, disperdendoli in mezza Europa, ma questo sarebbe il modo sicuro per creare un altro nazismo”.


Torniamo alla sua attività politica. Lei rifondò il partito repubblicano al rientro dall’esilio.


“Il sistema italiano non può che essere repubblicano. E la federazione europea non può che essere popolare e democratica, cioè repubblicana. L’assurdo hitleriano era quello di costituire un’unità europea cesarea o napoleonica. Ora, ci sono due mondi, quello occidentale che ha avuto le sue rivoluzioni liberali e la sua civiltà capitalistica. Poi c’è la Russia. Dall’incontro dei due mondi in senso sociale è possibile scorgere non il tramonto dell’Occidente, ma una salutare risultante storica che concili definitivamente il socialismo con la libertà”.


Secondo lei è possibile coniugare socialismo e libertà?


“Mazzini vide questa conciliazione nelle organizzazioni autonomistiche degli Stati, non imposta dall’alto, ma conquistata dal basso, attraverso la redenzione delle plebi, questa visione è ancora viva e moderna”.


Come valuta l’esperienza mazziniana della Repubblica romana del 1849?


“Dopo pochi mesi che la bandiera tricolore era salita sul Campidoglio, i repubblicani italiani ebbero una pugnalata alla schiena: i soldati delle repubblica francese, affiancati da altri tre eserciti invasori, imposero di ammainarla. In quei pochi mesi il governo repubblicano di Roma disegnò una Costituzione, sotto il tiro dei fucili e lo schianto delle bombarde, che resta un monumento di sapienza civile. Il governo repubblicano decretò l’autonomia più completa per i Comuni, riformò la giustizia, sopprimendo in particolare il Tribunale del Sant’Uffizio e istituendo i giurati per i giudizi penali; rese libero l’insegnamento, abolendo tutte le tasse scolastiche, comprese quelle per conseguire i più alti titoli accademici, creò una banca di Stato, che doveva promuovere l’agricoltura e il commercio, divise le terre demaniali in lotti enfiteutici redimibili da assegnare alle famiglie dei più poveri coltivatori. E stabilì il principio che tutti hanno diritto alla casa”.


Un insegnamento per i posteri.

“Sicuro. A Sant’Elena, un condottiero di eserciti, Napoleone, si vantava di aver dato alla Francia il gusto della gloria per un secolo. Ebbene, Garibaldi e Mazzini hanno dato all’Italia il gusto eterno della gloria. Ma non della gloria mendace, delle guerre, delle conquiste, della potenza, degli imperi. La gloria bensì delle libere istituzioni civili, delle competizioni nell’arte e nella scienza, nei commerci e nel lavoro, nelle missioni e nelle iniziative”.


Cosa intende quando parla di rivoluzione sociale?


“Il Cristianesimo ci aveva proclamati figli di un solo Dio, tutti fratelli, tutti uguali. Ma in cielo, non in terra. Una rivoluzione spirituale che rovesciando dai loro marmi gli dei pagani ci disse tutti figli di un solo dio, cioè tutti fratelli, tutti uguali, e così furono gettate le basi della società democratica. Il Rinascimento italiano aveva riportato sulla terra il senso della dignità umana. Le rivoluzioni politiche inglese, americana, francese avevano proclamato i diritti dell’uomo, diritti politici, diritti giuridici. Ma se noi pensiamo che non si può conciliare la libertà con la monarchia pensiamo anche che non si può conciliare la libertà con la fame. Questo è il senso della rivoluzione sociale”.


Una rivoluzione sociale che, in base alle sue parole, non mi sembra che possa coincidere con la rivoluzione sovietica.


“Lo dissi alla Camera in modo chiaro nel 1956 quando i carri armati sovietici invasero l’Ungheria. Avevamo l’impressione che il gruppo comunista fosse un po’ smarrito, che una certa crisi di coscienza toccasse gli uomini di quella parte. Invece no. Non abbiamo notato perplessità. E io debbo dire con estrema umiliazione di aver ascoltato il discorso più cinico che abbia mai udito nella mia vita”.


L’irascibile Giancarlo Pajetta si urtò molto per queste sue espressioni.


“Sì, mi insolentiva dandomi del tu. E al richiamo del Presidente dell’aula disse: allora lo chiamerò signore, mister Pacciardi. E io dissi: fa bene, ella infatti un signore non lo è”.


Be’, Pajetta fu sempre un po’ impertinente.


“Ma io ricordai a lui e a tutti i colleghi parlamentari che il 10 febbraio 1947 fu firmato a Parigi il trattato di pace con l’Ungheria. Firmatari di questo patto erano le potenze alleate e l’Unione Sovietica da una parte e l’Ungheria dall’altra. Nel primo paragrafo dell’articolo 2 di questo trattato si legge: “L’Ungheria prenderà tutte le misure necessarie per far sì che tutte le persone che si trovano sotto la giurisdizione ungherese, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua, di religione, godano dei diritti umani, delle fondamentali libertà, comprendenti le libertà di parola, di stampa, di pubblicazione, di culto religioso, di opinione politica e di pubbliche riunioni”. Il trattato fu firmato da Ungheria e Unione Sovietica. A rileggere oggi queste parole abbiamo il senso esatto della scandalosa ipocrisia che sta dietro a certe firme e certe accettazioni di trattati. In realtà per anni l’Unione Sovietica ha violato costantemente queste clausole del trattato di pace”.

Un regime spietato.


“Criminale. Su chi aspira alla libertà, l’Unione sovietica si abbatte col peso bruto e schiacciante della sua forza militare, come in Ungheria. Ogni volta che ai dirigenti sovietici è venuto anche il semplice sospetto che i comunisti di questi sventurati Paesi che, per ironia quasi insultante si chiamano democrazia popolare, il sospetto che non fossero abbastanza obbedienti alle direttive del Cremlino, sono stati incarcerati o ammazzati come cani. Almeno questo è pacifico perché lo ha detto anche Krusciov. Una spaventosa tirannide si è abbattuta su questi popoli ai quali gli alleati, Russia compresa, avevano promesso la libertà. Si è abbattuta spesso addirittura sui comunisti e a volte specialmente sui comunisti che non fossero giudicati dai dirigenti di Mosca abbastanza servili verso l’Unione sovietica. Una scandalosa parodia di processi che ben conosciamo. Una morte orribile li attendeva prima di essere fucilati o impiccati e dopo essere stati sottoposti a innominabili torture che li riducevano come stracci, sono stati indotti a dichiarare che erano spie, agenti dello straniero, traditori, dovevano perfino farsi rinnegare dai più sacri affetti, farsi rinnegare dai propri figli”.


In realtà i fatti d’Ungheria qualche crisi di coscienza l’hanno creata in alcuni comunisti.


“E meno male, perché i particolari della sanguinosa ed eroica lotta di liberazione del popolo magiaro esaltano ogni cuore umano: sono di quelle rare pagine della storia che, in questa atmosfera di opportunismo e di viltà che spesso ci circonda, fanno ancora credere nel genere umano e nei supremi valori dell’esistenza umana. Però vorrei dire che Giuseppe Mazzini aveva previsto tutto”.


Cosa aveva previsto?


“Solo giudicando la dottrina comunista, aveva immaginato e tristemente profetizzato quale sarebbe stata la fine. Nel 1849 scrisse: “Avrete la più tremenda tirannide che l’uomo possa ideare sulla terra. Tirannide. Essa vive nelle radici del comunismo e ne invade tutte le formule. Come nella fredda, arida, imperfetta teorica degli economisti, l’uomo non è nel comunismo che una macchina per la produzione. La sua libertà, la sua responsabilità, il suo merito individuale, l’incessante aspirazione che lo sprona a nuovi modi di progresso di vita svaniscono interamente. Una società pietrificata nelle forme, regolata in ogni particolare non ha luogo per l’io. L’uomo nell’ordinamento comunista diventa una cifra, un numero primo, secondo, terzo, decreta un’esistenza di convento monastico senza fede religiosa, il servaggio dell’evo medio senza speranza di riscatto”.


Dopo questa sua autentica requisitoria alla Camera, i comunisti non gliel’avranno perdonata.


“Per i comunisti ieri ero l’agente degli americani, oggi sono passato al servizio degli inglesi, ma io sono stato invece sempre al servizio della mia coscienza e ho sempre sposato tutte le cause che mi sono sembrate giuste”.

Passiamo ad un argomento che a lei sta molto a cuore, l’Unità d’Italia.


“Ne ho parlato nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità. Sono andato a celebrarlo a Reggio Emilia, una terra dove fermentarono le prime audacie rivoluzionarie quando l’Italia, dilaniata, spezzata, avvilita da secoli di dominazione straniera, cominciava, brancolando fra i sepolcri a ricercare sé stessa. Nella terra che ebbe la temerità di proclamare la sua prima Repubblica, a furor di popolo nel 1796. Dove per felice ventura si alzò prima che altrove il tricolore italico che fu simbolo del nazionale riscatto”.


Sì, però lei si è chiesto perché celebriamo l’Unità d’Italia come se fosse avvenuta nel 1861.


“In realtà, erano ancora distaccate Venezia e Roma e per poco Messina e Gaeta ancora presidiate dalle milizie borboniche. Allora perché facciamo cominciare l’Unità dal 1861? Si potrebbe pensare malignamente che il governo voglia dare solennità al 1861 per toglierla al 1870, quando l’Italia fu unita davvero con Roma capitale. Il 14 marzo 1861 la Camera dei deputati all’unanimità vota il disegno di legge preparato da Giorgini, nipote di Manzoni, secondo il quale il re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia. Il 27 marzo 1861 la Camera vota un ordine del giorno che auspica che sia resa all’Italia Roma, acclamata come capitale dall’opinione pubblica nazionale. Insomma l’Italia era fatta ed era ormai nell’ordine fatale delle cose l’unione di Venezia e Roma. Lo intesero a Roma stessa dove le opere di Verdi davano pretesto a imponenti manifestazioni patriottiche. Lo intesero a Venezia dove per incanto si chiusero i negozi come nelle giornate di festa. Allora, ecco la data del 1861, noi tutti sentiamo che l’evento ci appartiene”.


I patrioti che resero possibile l’Unità professavano ideologie a volte contrastanti.


“I cattolici pensano a Rosmini e a Gioberti, al Tommaseo e a Manzoni e agli oscuri sacerdoti che risolsero l’arduo conflitto della loro coscienza, votandosi alle cospirazioni e alle battaglie per la patria. I liberali ai Balbo, ai D’Azeglio, ai Ricasoli e al più grande di tutti, Cavour, che seppe come disse il Ferrari “diplomatizzare” la rivoluzione popolare e così trasformata e incanalata di porla all’Europa retriva della Santa Alleanza. I socialisti pensano a Carlo Pisacane e alle tendenze sociali che, come nella rivoluzione francese, sono in grembo di ogni rivoluzione politica. I monarchici pensano a Vittorio Emanuele II che malgrado tutto lo stesso eroe della rivoluzione popolare giudicò sempre migliore dei suoi consiglieri e senza transigere con la sua fede invento il binomio “Italia e Vittorio Emanuele”. I repubblicani pensano a Mazzini, a Garibaldi e alla lunga schiera di patrioti, di eroi, di martiri che risvegliarono l’Italia”.


Divisioni ideologiche che permangono ancora oggi.


“I risentimenti di oltre un secolo fa si sono placati. Possiamo tuffarci nelle grandi memorie della storia, onorarle come tappe di un progresso comune e senza rinunziare alle rispettive credenze per l’avvenire. Vorrei si potesse dire al momento del trapasso quel che Camillo Prampolini disse di Angelo Manini: E’ morto come visse, repubblicano, lontano dal rumore della vita pubblica, sdegnoso di onorificenze e di favori, quasi ignorato, senza altro compenso per i sacrifici e le lotte sostenute, fuorché l’acre piacere di aver compiuto un difficile dovere, e le intime ebbrezze inenarrabili che una fede intensa prodiga ai privilegiati che la posseggono. Così furono gli uomini che fecero l’Italia, i grandi e i piccoli, i maestri, gli eroi, i condottieri e gli umili combattenti. Ricordarli in un’epoca di crisi, di meno puro disinteresse, di meno ferreo stile e carattere, di meno salde credenze, significa respirare un’atmosfera di alta purezza e spiritualità”.


Per secoli non si è parlato di Unità d’Italia. Come mai?


“L’idea dell’Unità d’Italia, come forza politica e storica, come filosofia e come azione, è recente. Prendiamo Dante che pure s’innalza gigante dal Medioevo e annunzia il Rinascimento e in certe auree visioni, specialmente nel metro del giudizio, è moderno (pensate a Catone che era pagano, repubblicano e suicida, cioè aveva tanti titoli per andare all’inferno e Dante lo pone a guardia del Purgatorio, dove l’umano spirito si purga e diventa degno di salire al cielo). Dante segna i confini d’Italia “sì come a Pola presso del Carnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna”. Tuttavia Dante politicamente è tutto del Medioevo, ha la passione e gli odi della città e l’idea dell’Impero, non l’idea dell’Unità nazionale. Sulla casa dove Machiavelli scrisse Il Principe, a San Cassiano, una lapide ricorda che egli meditò e difese la libertà dell’Italia. In realtà egli ebbe l’idea municipale, l’idea dello Stato certamente, ma non della Nazione”.


Quando si prende coscienza della necessità di una Patria unita?


“Tutto l’Illuminismo italiano, quasi contemporaneo di quello francese, il Verri, il Beccaria, il Gioia, il Romagnosi, il Pagano, il Filangeri, diffuse idee unitarie e fermenti di rinascita, ma non ebbe precisa l’idea nazionale. I poeti sì, il Foscolo, l’Alfieri, il Leopardi sentirono nell’anima gli sdegni, i furori, il supremo e sconsolato lamento della Patria in catene, ma si sa che i poeti sono anche profeti”.


Allora quando fiorisce il sentimento unitario?


“L’idea, la passione, la fede, la filosofia dell’unità nazionale, la sistematica concezione del Risorgimento nazionale, nel quadro di un Risorgimento europeo e universale, fu incontestabilmente di Giuseppe Mazzini. Quando altri patrioti come Cesare Balbo la definivano “un sogno da scolaruzzi di retorica” e Gioberti pensava ad una confederazione di Stati sotto la presidenza del sommo Pontefice e lo stesso Cavour, tutto concreto e realizzatore e incapace di abbandonarsi a sogni idealistici, fino a dopo il 1848, la considerava almeno prematura e inattuale e perciò, ripeto la sua drastica definizione, “una corbelleria”. Bisogna leggere lo Statuto della Giovine Italia e il giuramento degli affiliati. Là sono le linee direttive del nostro Risorgimento. Là sono le linee profetiche dell’Italia presente e del suo avvenire. La rivoluzione sarà nazionale, sarà politica, sarà sociale. E poco dopo, con la costituzione della Giovine Europa, fu detto: La rivoluzione sarà europea e, la spirale sempre più si svolge, con la costituzione dell’alleanza repubblicana universale, sarà umana perché una è l’umana famiglia”.


Quindi, dopo l’Unità d’Italia, il sogno è l’Unità d’Europa.


“E’ indispensabile. Basta considerare che non era trascorso un secolo dall’Unità d’Italia e già il Continente di cui facciamo parte, scosso nel giro di una sola generazione da due guerre mondiali, distrutto e vicino al tramonto, ritrovava la via della rinascita nella superba indicazione degli apostoli del nostro Risorgimento: gli Stati Uniti d’Europa. Come tutte le vie rivoluzionarie, non è facile. Abbiamo tentato l’Unità europea facendo leva sulla necessità di una comune difesa, e abbiamo fallito. Percorriamo allora la via più lunga dell’integrazione economica che fra ostacoli e resistenze inevitabili ci condurrà a creare fatalmente un primo grande nucleo europeo politicamente e economicamente organizzato in un’unità federale che non vuole sopprimere le patrie, ma vuole esaltarle e potenziarle in un comune destino”.


Sul piano nazionale, le divisioni ideologiche sono ancora evidenti. Lei stesso diceva che molti sono disinvoltamente passati dal fascismo all’antifascismo
.


“La Repubblica sarà davvero il regime di riconciliazione nazionale se i nostri avversari saranno capaci di anteporre la lealtà democratica e il superiore bene della Nazione alle passioni faziose. La stessa distinzione tra fascisti e antifascisti potrebbe fra poco non avere più ragion d’essere, esclusi naturalmente i criminali e i profittatori. Noi che siamo repubblicani antichi e, ci sia permesso di dirlo, senza macchia, ci faremo propugnatori di una più vasta e radicale amnistia di quella che è stata annunciata”.


In visita sulla collina desertica di El Alamein, lei ha dato un grande esempio di conciliazione.


“Ho manifestato i sentimenti che dovremmo nutrire tutti. Il cimitero di El Alamein, che accoglie i caduti di quella zona, ha l’assistenza di un gruppo di ex combattenti sotto la guida impareggiabile di Caccia Dominioni, che viveva nel cimitero stesso con i suoi collaboratori. Caccia Dominioni fu valoroso combattente in Africa e poi partigiano nel Nord, fu arrestato e ferito gravemente durante la guerra di liberazione. La sua tragedia personale sulla quale si è innalzato per compiere una missione di alta spiritualità e carità, è un poco la tragedia della Nazione italiana. Anch’essa l’ha superata per formare nuovamente, dalle rovine e dai cimiteri, una famiglia nazionale unita, che riprende anche su quelle terre, ma in forme pacifiche e civili, la sua missione nel mondo. L’Italia può stendere l’oblio sulle proprie sventure e onorare i suoi morti”.


C’è chi non smette di far notare che quei morti combattevano dalla parte sbagliata.


“Lunga e complessa è la vita di un popolo e anche questi morti sono un capitolo della sua storia. In quel cimitero sventola il tricolore, sotto quella sabbia c’è sangue italiano. Forti della riconquistata libertà, fermamente decisi a non ripetere gli errori del passato, noi non ci sentiamo qui di giudicare. Dobbiamo inchinarci, onorare e piangere con devota umiltà. Un ufficiale inglese ha deposto anch’egli una corona al cimitero italiano, a nome del suo governo. Il capo della Nazione egiziana ha aggiunto i suoi fiori e il suo cordoglio, noi stessi ci siamo recati a rendere omaggio anche ai morti della Germania, dell’Inghilterra e dei suoi alleati. Su quelle sponde fatali è tornata la pace e la concordia. Non ci si avvicina a quelle croci, perennemente scosse dal vento del deserto, senza fare ai morti, a tutti i morti, il giuramento di costruire un mondo migliore”.


Veniamo alle questioni economiche. Quali iniziative considera prioritarie?


“Affrontiamo i problemi del Mezzogiorno. I problemi del latifondo e delle industrie agrarie e marinare. I problemi della scuola. I problemi delle autonomie locali. I problemi delle comunicazioni. Non trattiamo il Mezzogiorno come una zona coloniale per prelevare questurini come ha fatto la monarchia e ogni apparenza di contrasti sparirà. Il Mezzogiorno, dagli eroi della Repubblica Partenopea fino ai picciotti di Garibaldi, fino ai santi scugnizzi della liberazione di Napoli, è stato sempre una riserva di patrioti. Soltanto i farneticamenti passionali di una monarchia moritura, circondatasi di squadre di lazzaroni, potevano mettere in dubbio un bene ormai assoluto e irreversibile: l’Unità d’Italia”.


Come vorrebbe cambiare l’organizzazione statale?


“Napoleone ci regalò le prefetture. Andavano bene forse per la Francia. Non sono state utili per l’Italia. Abbiamo bisogno di un’amministrazione semplice, economica, intelligente, che restituisca l’iniziativa e la responsabilità agli Enti locali. Il popolo deve abituarsi a sentire lo Stato vicino, a sentire che lo Stato è lui, non una specie di ente soprannaturale e inaccessibile, un nume irato complicato e nemico”.


Però si va proprio contro la semplificazione.


“Ed è un errore. Faccio l’esempio dell’agricoltura. Ci sono schiere di mediatori, compreso lo Stato, di professori, di ispettori; controllori si sono inseriti fra l’agricoltura e il Paese istituendo il più grosso flagello parassitario che abbia mai colpito un settore produttivo. Enti di sviluppo. La partitocrazia ha figliato l’entocrazia e sono insieme un’altra gramigna della terra e dello Stato. Tutto è mediato, controllato, accentrato. Ma l’accentramento statale delle ricchezze non crea né il socialismo né il comunismo, ma la loro forma spuria e corrotta, il capitalismo di Stato. Dobbiamo arrivare alla partecipazione agli utili dell’impresa per i lavoratori, al loro accesso al capitale azionario ed anche alla corresponsabilità nella direzione dell’azienda”.


Mi perdoni, ma la vostra rappresentanza politica non è tale da poter influire sulle scelte governative.


“Però, il più grande aiuto ci viene ogni giorno dai nostri avversari coi loro intrighi, con la loro mediocrità, con le loro debolezze, coi loro scandali, le loro ruberie, col loro disordine, con la loro incoerenza, il trasformismo, le loro esperienze economiche avventate. Hanno creato una situazione economica drammatica. Debiti iperbolici. Come faranno i Comuni a pagare le aree concesse per l’esproprio. E che inflazione provocherà una massa di miliardi che i Comuni non hanno?”.


Vorrebbe cambiare anche qualche aspetto della Costituzione?


“Ci sono delle incongruenze nella Costituzione. Ad esempio, il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio supremo delle Forze armate e il Consiglio superiore della magistratura. Li presiede come capo o come membro, sia pure primus inter pares? Se li presiede come capo, che cosa avverrebbe il giorno in cui con una votazione fosse messo in minoranza? Poi ci sono alcuni aspetti della Costituzione che sarebbe stato meglio trascurare”.


A cosa si riferisce?


“Per esempio le Regioni. Il governo era partito dicendo che le Regioni non si fanno. Non si fanno senza la garanzia che socialisti e comunisti si mettano d’accordo negli importanti poteri regionali. Facile comprendete quali conflitti si verificherebbero con il governo centrale. Si è finito per concludere che le Regioni bisogna farle lo stesso. I comunisti si sono impegnati moltissimo per le Regioni. Li capisco. Potrebbero prendere il governo in cinque Regioni. Con cinque Regioni in mano, i comunisti avrebbero le leve per disorganizzare questo Stato che una volta chiamavano borghese, capitalistico. Qualsiasi Stato che ammette e ha l’ordinamento regionale ha un potere speciale, cioè un potere forte e stabile al centro, benché democratico”.


Un potere centrale forte rappresentato dal capo dello Stato che voi vorreste far eleggere dal popolo.


“Sì, vogliamo che il Presidente della Repubblica sia eletto dal popolo e non dai partiti. Il regime, per sé stesso, non può fare miracoli. Ma il Presidente della Repubblica deve installarsi al Quirinale non per ripetervi i fasti del re, ma per dare l’esempio di un’amministrazione onesta, parsimoniosa ed austera. Insegnare che il diritto si aspetta da qualcuno, da qualcosa, da Dio, dalla società, dallo Stato. Il dovere no, il dovere è l’uomo”.


E i partiti che ruolo avrebbero?


“Anche nella Repubblica presidenziale esistono i partiti, cioè associazioni libere di cittadini che si raggruppano secondo determinate concezioni filosofiche, politiche e sociali per proporre al popolo soluzioni e candidati alle cariche pubbliche. Il capo dello Stato nomina il governo scelto fuori del Parlamento, e se composto da parlamentari, essi si devono dimettere dalla loro carica. La Camera è eletta a suffragio universale, ma il numero dei rappresentanti del popolo dev’essere ridotto. Il Senato dovrà essere composto da rappresentanti della cultura, della tecnica, delle forze di produzione e sindacali. Così perderebbero importanza le clientele politiche che sono penetrate all’interno dell’apparato democratico”.

E gli elettori avrebbero una rilevanza maggiore.


“Esatto. La critica che noi muoviamo a questo regime, a questa Costituzione è che in definitiva il grande assente è il popolo. Democrazia viene da demos che vuol dire popolo. Ma qui siamo sostanzialmente a una oligarchia partitocratica. Il presidente del Consiglio non sceglie i suoi collaboratori, accetta quelli che gli offrono i partiti che li designano in base alle loro correnti senza alcun riguardo alla competenza. Il presidente del Consiglio deve perdere i tre quarti del suo tempo non a governare il Paese ma a governare i suoi ministri. E non dimentichiamo che la composizione di un governo di centrosinistra, già di per sé difficile da governare, comporta una grave incertezza in politica estera. Nel giro di pochi anni la Cina come potenza atomica sarà una realtà. Il suo immenso territorio, il numero quasi incommensurabile dei suoi abitanti le fanno ritenere che forse è la sola Nazione che potrebbe sopravvivere a un cataclisma universale. L’avvenire ci imporrà una scelta in politica estera. E con il centrosinistra questa scelta sarebbe al di fuori delle nostre alleanze e dell’interesse nazionale. Non si può restare legati a patti di difesa del mondo libero e poi comportarci come un Paese disimpegnato”.

L’EUROPA TRA BIDEN E PUTIN. ANALISI E PROSPETTIVE

LIBANO AL CENTRO DI UN INTRIGO MORTALE PER LA SECONDA VOLTA IN MEZZO SECOLO

Il mio amico Nachik Navot, del cui patriottismo non è lecito dubitare, ha lasciato il servizio come vice capo del Mossad e che ormai temo non sia più tra noi perché non risponde più alle mie  mail,( ora dovrebbe sfiorare il secolo..)mi regalò due articoli che pubblicai sul mio blog. www.corrieredellacollera.com  il 6 luglio 2012 egli scrisse parole lucide sulla situazione mediorientale che conosceva bene essendo stato in servizio anche in Iran e in India.

Ecco il link al suo articolo che consiglio di leggere 

https://corrieredellacollera.com/2012/07/06/fortress-israel-la-sindrome-dell-olocausto-e-il-senso-della-vera-sicurezza-senza-cui-non-ce-pace-di-nachik-navot/

Una delle considerazioni, a mio avviso più più importanti che ci ha lasciato, è che se Israele vorrà ottenere una pace duratura, dovrà liberarsi della “ sindrome della Fortezza Israele” e crearsi nuove motivazioni e azioni per vivere in armonia coi suoi vicini.

Questa sindrome è frutto di una imposizione altrui dato il trattamento inumano europeo inflitto agli ebrei con l’Olocausto. Gli Israeliani si sentono assediati, da tutti e per sempre, e si comportano di conseguenza. Peccando spesso di “overeaction” aggiungo io.

E’ comprensibile, che  questa situazione abbia avuto implicazioni culturali negative sullo sviluppo iniziale  dello Stato di Israele ma,  il numero di israeliani e membri delle Diaspore consapevoli che vada superata, cresce ogni giorno di più. 

Ho deciso di fare riferimento a Nachik ( diminutivo di Menachem) per introdurre la pedina “ Israele” nel tragico gioco della crisi libanese, dove a tutta prima – e in questa fase- sembrerebbe assente perché il proscenio  è occupato dall’ambasciatrice statunitense Dorothy Shea cui piace molto il ruolo di Proconsole e ha l’empatia di un celenterato.

I libanesi hanno dovuto più volte ricordarle l’esistenza della Convenzione di Vienna del 1969 con cui si conveniva il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi ospitanti.

Oggi il Libano, unico paese del vicino e medio oriente a guida cristiana ed economia liberista, vive una profonda crisi morale, politica ed economica causata in parte dalla diluizione della identità culturale di cui tutti si dicono fieri a parole, e in parte dalle pressioni di una violenza inusitata esercitata dalla amministrazione americana che ha il duplice scopo di promuovere la firma  di 

un trattato di pace con Israele ( dai tempi di Sadat nessuno vuole firmare senza che sia prima conclusa la pace coi palestinesi, a pena la morte) e di rassicurare l’alleato circa il  concreto pericolo incombente rappresentato dal partito Hezbollah che conta su un elettorato del 50% della popolazione, dispone di  un esercito ben addestrato di ventimila uomini e trentamila riservisti  e di un arsenale missilistico inizialmente composto da missili obsoleti ( Zelzal 2 e 3) che grazie ad un ammodernamento artigianale, alla possibilità di lancio da mezzi mobili e al loro numero,  si ritiene possano distruggere il grosso delle infrastrutture israeliane concentrate su un territorio circoscritto e mescolate con la popolazione.

Si tratta di un dilemma che nessun governo può accettare. Israele, nato per difendere gli ebrei, sarebbe il solo paese in cui la loro vita sarebbe a continuo repentaglio.

L’ANTEFATTO

Rubricare come “organizzazione terroristica” un partito politico che prende il 50% dei voti alle elezioni politiche, non è stata la scelta più intelligente dell’amministrazione USA in un’area in cui scelte intelligenti non ne fa da almeno un trentennio. 

Ma andiamo per ordine lasciando da parte il contenzioso palestinese che ci porterebbe ad allargare troppo questa esposizione e che è il convitato di pietra di ogni situazione in quest’area.

1Nel 1975 scoppiò a Beirut , per ragioni che non interessano in questa sede, una guerra tra i palestinesi rifugiati in Libano e una fazione politica locale che si allargò a tutte le componenti politiche  e tribali dell’area. 

La guerra , durò fino al 1990 circa, fece centomila vittime e scosse dalla fondamenta quella che era la società più progredita e cosmopolita del mondo arabo. Ogni fazione si trovò degli sponsor politici e militari, ottenne sovvenzioni al punto che- in piena guerra- la lira libanese si apprezzò sul dollaro. L’esercito mantenne la neutralità ( che risultò preziosa per la ricostruzione della concordia nazionale)  e si assisté al paradosso che combatterono tutti tranne i soldati.

2 Presi dalla sindrome “ Fortress Israel” i militari di Tsahal immaginarono una operazione suscettibile di allargare i confini nord del paese spingendo via le popolazioni di confine  che non ostacolavano i guerriglieri palestinesi e le loro incursioni.

Obbiettivi strategici:  bonificare l’area, impadronirsi delle sorgenti del fiume Litani, liberare il fianco del Giabal Druso ( una setta eterodossa dell’Islam che collabora da sempre con gli israeliani al punto di fornire una brigata all’Esercito), mostrare di voler annettere il territorio del sud Libano ed eventualmente rilasciarlo in cambio di un formale trattato di pace.

L’operazione  lanciata nel 1982 chiamata “ Pace in Galilea” mirava anche  a dare sicurezza ai kibbutz della alta Galilea esposti ai blitz palestinesi, ebbe successo militare ma si risolse in un fallimento politico completo. Nessuno degli obbiettivi fu raggiunto, nemmeno parzialmente, anche per gli eccessi di violenza commessi come la strage di Sabra e Châtila. 

https://corrieredellacollera.com/2012/09/18/obama-punisce-israele-sharon-ha-ordinato-e-voluto-la-strage-di-sabra-e-chatila-ingannando-gli-u-s-a-se-netanyau-non-lascia-obama-potrebbe-rincarare-la-dose-con-unaltra-accusa-terribile-l/

Israele si trattenne però una fascia frontaliera di dieci km facendo così nascere un movimento di resistenza non significativo da parte di una organizzazione caritativa già esistente chiamata Hezbollah e creata per scopi assistenziali da due religiosi, l’Imam Moussa Sadr e Monsignor Grégoire Haddad, cristiano di rito greco ortodosso.

Israele evacuò la zona a seguito di pressioni USA, ma Hezbollah si vantò – con mentalità tipicamente orientale- di essere all’origine della ritirata con le sue imprese.

Fu l’inizio della gestazione dell’Hezbollah che oggi conosciamo. 

Negli anni, la  placida assistenza ai partigiani palestinesi, divenne azione  sistematica  fino al punto da indurre l’Esercito israeliano a progettare un’altra, più circoscritta, sortita  fuori della 

 “ Fortress Israel” per dare una lezione ai “contadini”. E questo fu il secondo errore di cui tratteremo più tardi.

La principale conseguenza della fine della guerra in Libano fu la cessazione degli aiuti finanziari da parte di tutti i partecipanti indiretti che avevano – con gli stipendi ai combattenti – sostenuto il corso della lira libanese. 

Deflazione lampo e disoccupazione generale.

IL DOPOGUERRA 

Unici a mantenere attivi, riconvertendoli,  i finanziamenti furono gli iraniani ( avevano piegato i francesi con un ennesimo attentato e questi si decisero a restituire 700 milioni del miliardo di dollari anticipato dallo scià per dotarsi di tecnologia nucleare che L’Ayatollah Khomeini aveva bollato come empia in una fatwa, e chiesto la restituzione dell’anticipo).

Isolati dagli USA a seguito dei noti eventi rivoluzionari, gli iraniani ruppero l’accerchiamento cercando di far leva sul proletariato sciita ed allargando il giro anche visivamente: cento euro al mese se Ali si fa crescere la barba ( segno di pietas), altri cento se tua moglie si mette il velo; duecento se obblighi  anche tua figlia a fare altrettanto….

Un padre di famiglia sbarcava il lunario e il partito di Allah ( Hezbollah) fungeva da ufficiale pagatore e beneficiario di una palpabile crescita di immagine che contrastava la narrativa dell’isolamento.

L’intesa politica, il controllo del partito da parte degli elementi sciiti, e la fornitura di armi furono le logiche conseguenze della intesa anti crisi.

Gli occidentali curavano l’élite e l’Iran il sottoproletariato. 

L’élite viaggiava per il mondo e il sottoproletariato scavava bunker.

Quando gli israeliani, a seguito di un ennesimo sconfinamento con sparatoria, attaccarono credendo di fare una passeggiata militare di rappresaglia, dovettero ritirarsi con perdite e il generale di brigata israeliano comandante della spedizione, fu rimosso. Rimediarono con un bombardamento.

Fu cosi che Hezbollah passò dalla millanteria levantina al rango di unica potenza militare che aveva battuto gli israeliani in campo aperto.  Divenne, con un estorto consenso governativo, una sorta di Stato nello stato con l’incarico di gestire eventuali proxy war contro Israele senza coinvolgere il governo legale.

L’inizio della guerra in Siria – un altra guerra di aggressione esterna presa per guerra civile-  ha offerto a Hezbollah l’opportunità di rodare i suoi soldati e di agire di concerto ad altri volontari cristiani che sono intervenuti a sostegno dei cristiani di Siria minacciati fin nella decapoli dove risiedono dai tempi di Cristo di cui parlano ancora la lingua aramaica. 

Furono i diecimila volontari di Hezbollah a liberare le colline del Kalamoun che riaprirono le comunicazioni tra Damasco e il Libano e determinarono l’esito delle battaglie in corso.

LA SITUAZIONE POLITICA ATTUALE

Sono in corso pressioni politiche, giornalistiche e finanziarie sul presidente della Repubblica, il generale Michel  AOUN  e su suo genero Gebran BASSIL ( fino a poco fa ministro degli Esteri) .

Le pressioni USA sul Libano mirano a costringere l’Esercito Libanese a confrontarsi con l’Hezbollah, che è più numeroso, più esperto, collaudato in combattimento e meglio armato ad onta delle dichiarazioni del generale Frank Mckenzie che da Washington incoraggia moderatamente allo scontro,  in supporto all’ambasciatrice che attribuisce la crisi monetaria sul cambio del dollaro  all’Hezbollah, dicendo però che gli USA sono pronti ad aiutare qualora Hezbollah venga “ allontanato dal governo”, il che è già stato fatto, istallando un governo tecnico giudicato però insoddisfacente.

La diplomatica da la colpa della crisi  “ alla corruzione praticata da decenni”. Questa dichiarazione è contraddittoria con la consapevolezza che il Libano, appunto per decenni,  è stato prospero al punto di essere definito “ la Svizzera del Medio Oriente” e con il fatto – noto a chiunque abbia letto un libro – che la corruzione impera nell’area – e non solo- da almeno due millenni, al punto di essere contemplata dal codice di Hammurabi.

LA SITUAZIONE MILITARE OGGI

LA MINACCIA A ISRAELE

Sembra che le modifiche artigianali ai vecchi missili iraniani ZELZAL 2 del costo di poche migliaia di dollari, consistano nell’inserimento di un sistema di guida cinese, l’adozione del navigatore  GLONASS , il GPS russo, in aggiunta a quello occidentale e un arsenale già pronto di circa 200 missili ribattezzati Fateh 100 siano all’origine dell’allarme rosso Israeliano.

Circa un anno e mezzo fa, una pioggia di missiletti lanciata in Galilea su località disabitate di Israele, ha permesso di capire che il sistema originale antiaereo “ Iron Dome” possa al massimo acquisire ed abbattere da 150  a 200 intrusi volanti su 250 lanciati contemporaneamente. 

Valutazioni di Stato Maggiore attribuiscono a Hezbollah una capacità massima di lancio di poco più di mille missili in un giorno.

Inviarne 400 assieme metterebbe in crisi lo Stato maggiore  israeliano che sarebbe costretto a scegliere se difendere prioritariamente le infrastrutture strategiche ( la raffineria di Haïfa, gli aeroporti, l’impianto nucleare di Dimona, Il quartiere generale dell’Esercito, o le basi principali di Tsahal a Kyria o Tel Nof ,  Nevatim e Hatzor.) oppure la popolazione finora rimasta sostanzialmente indenne da urti militari importanti.

Gli israeliani valutano che la portata di 250 km , il carico esplosivo oscillante tra i 500 e i 900 kg, produrrebbero danni non riparabili anche quanto a sicurezza della popolazione esposta in gran parte alla tentazione di far uso della seconda nazionalità che molti hanno conservato. Israele mancherebbe alla sua missione di protezione degli ebrei sul suo territorio e la bilancia demografica, già sospettata di essere, deficitaria diverrebbe palesemente fallimentare.

Hezbollah ha insomma messo a punto un “ Game Changer” del quadro geopolitico.

 Di qui l’esigenza di eliminare il pericolo per Israele e ristabilire l’equilibrio per gli USA.

LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

ISRAELE

La partita di scacchi in corso é così configurabile: Israele può scegliere di ricorrere alla sindrome “ Fortress Israel” – anche per distrarre dalla crisi economica interna, facendo passare in seconda fila l’annessione della valle del Giordano e  potenziando così la sua leadership- e organizzare una sortita nucleare contro l’Iran e/o contro Hezbollah, approfittando della fase pre elettorale americana (tutti i blitz iniziati dagli israeliani sono stati fatti in questa fase pre elettorale), ma pagherebbe un prezzo valutabile in 300/400 missili sui suoi obbiettivi vitali concentrati in un fazzoletto di territorio, col pericolo che i piloti al ritorno dalla loro missione rischierebbero di non ritrovare né la base di partenza e forse neppure la famiglia.

L’Iran si troverebbe, dopo uno scontro mortale, ad aver cavato le castagne dal fuoco all’Arabia Saudita, il suo rivale storico.

Lo scontro, non conviene a nessuno. Si ripeterebbe la certezza della MAD (Mutual Assured Destruction ) che animò la guerra fredda.

La soluzione del dilemma sembra essere stata stata individuata con la stessa logica del 1982 che ha portato al fallimento della operazione “ pace in Galilea”: costringere Il governo libanese a scontrarsi con Hezbollah chiedendo al governo di disarmarlo e cacciarlo dalla maggioranza di coalizione che governa il paese. ( Nasrallah,  il loro capo, non è un chierichetto e sa che la cacciata dalla maggioranza sarebbe solo l’inizio, quindi resisterebbe fin dal primo cenno).

IL LIBANO

Gli esiti grotteschi delle primavere arabe, l’indefinito protrarsi della guerra in Yemen,la “sirizzazione” della Libia, la penetrazione incruenta della Russia nel fianco destro della NATO, il ripudio delle organizzazioni internazionali promosse dall’America che tutti amavamo,  la perdita della leadership mondiale per gli innumeri errori in Medio Oriente  – e negli States col COVID e la questione razziale – hanno ridotto la credibilità e il prestigio di mediatori dei diplomatici e politici USA a livelli impensabili solo dieci anni fa.

Non potendo accettare tutte le “ istruzioni” ricevute, il Libano  ha trovato una soluzione di compromesso: fuori tutti dal governo che viene affidato a un tecnico assistito da tecnici.  Piiché i tecnici sono neutrali a favore o contro qualcuno, il problema si è riproposto e lo zio Sam ha applicato ala cura russa ( – 50% del rublo in due settimane)  e quella turca ( – 50 % del valore della lira turca in due settimane). Oggi  con la lira libanese si ottengono dollari a 10.000 contro uno; le banche concedono accesso limitato ai conti per 30 dollari al giorno e la popolazione ha il 50% di disoccupati, erogazione limitata di acqua e elettricità e scontri di piazza.

Le pressioni sul Presidente sono diventate attacchi personali e metà della popolazione attribuisce ogni colpa a Hezbollah, l’altra metà all’America.

L’ARABIA SAUDITA

Il regno sta affrontando – e perdendo- una guerra calda in Yemen e una fredda col Katar e l’Oman. Ha già perso la guerra di Siria ed è in preda a convulsioni interne a livello della élite e di famiglia reale, mentre l’”unrest” di Al Kaida e della provincia est sciita a influenza iraniana.

Far tornare al potere Saïd Hariri  – il premier libanes che ha scatenato lo show-down con le sue dimissioni che avrebbero dovuto essere brevi e vittoriose – è per il Crownprince un affare di vita o di morte. Nella sua ottica malata, Mohammed ben Salman ha bisogno che il LIbano firmi la pace con Israele per poi poterla firmare anche lui è dare il via al piano Marshall per la penisola araba che dovrebbe portare alla pace generale  per tutti e lui al trono di Riad.

Ha un sistema di sicurezza impeccabile, ma la perfezione non è di questo mondo.

GLI USA

Anche Trump e Pompeo devono affrontare un difficile dilemma : 

1: continuare a bulleggiare  selvaggiamente con sistemi di macelleria sociale – il Libano, forti dell’ottenuto, complice, inspiegabile, silenzio Vaticano- un piccolo paese che ha creato l’alfabeto e il commercio internazionale, da sempre amico dell’Occidente che ospita pacificamente un numero di profughi pari alla propria popolazione e sul quale si scaricano tutte le tensioni del Levante.

2: aiutare Israele a capire che è il momento di uscire dalla “Fortress Israel” con tutte le garanzie di una mediazione internazionale decisa e con le idee chiare di cui gli USA siano primi tra pari.

3: Affrontare l’aléa di una ennesima guerra in cui potranno annientare l’Iran e il Libano, ma il loro alleato israeliano subirà tutti i colpi e regnerà su un cimitero.

LA SIRIA

Esausta e vittoriosa  deve fare i conti con l determinazione USA che insiste nelle sanzioni e nell’aiuto a curdi e turchi per tenerla occupata e ha rincarato la dose inserendo la moglie di Assad- ASMA- nella lista dei criminali d punire con le sanzioni. Lei che pochi mesi fa è uscita da una feroce lotta contro il cancro ed è sempre stata lontana dalla politica e vicina al marito.

La viltà di questo atteggiamento mostra quanto gli USA siano disperati e a corto di idee: peggio di una battaglia perduta contro una fragile donna che aveva rifiutato le migliori cure russe pur di non lasciare il suo popolo e suo marito. La Siria distrutta nelle infrastrutture e nel commercio, ha ancora carte da giocare: dai rifornimenti a Hezbollah, ai tunnel segreti per entrare in Israele e al finanziamento di una intifada ben più cruenta in caso di annessione della valle del Giordano.

HEZBOLLAH

E forte nel suo territorio; rispettato da tutti perché “ fa quel che dice e dice quel che fa”, 

In caso di attacco potrà contare sull’appoggio diretto di Iran e Siria e quello indiretto di Cina, Indonesia e Russia, ma anche dei palestinesi della striscia di Gaza e in una Intifada palestinese .

Ma sopratutto nei missile FATEH 100 e nel coltello che ogni arabo sa manovrare con maestria specie nelle notti senz luna.

Intanto il Libano, preda di stupidi privi di scrupoli, Domanica 5 luglio si farà sentire : tutti i libanesi alle sette ora Italia e nove ora di Beirut, in contemporanea su Facebook, you tube e in tutte le TV locali faranno sentire a tutto volume la loro voce di resistenza. Sintonizzatevi su

https://www.facebook.com/BaalbeckInternationalFestival/live/

Oppure

https://www.youtube.com/watctch?v=KQ0K8UE651E&feature=YouTube.be 

NOVITA’ NEL LEVANTE: E’ TORNATA LA QUESTIONE D’ORIENTE CHE DURA DA OLTRE DUE SECOLI. di Antonio de Martini ( seconda parte dal 1980 ai giorni nostri)

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IL CORRIERE DELLA COLLERA

LA TURCHIA CAMBIA MARCIA E ARRIVA TURGUT OZAL    ( segue dal post di identico titolo pubblicato ieri)

 

Ho avuto una fortunata coincidenza tra i miei affari e la Turchia in un momento di particolare ricettività da ambo le parti.                                        Nel 1980 ebbi l’incarico di organizzare una catena charter di oltre mille persone a Istanbul per conto del GRUPPO EDITORIALE FABBRI.

Il Golpe militare appena compiuto rischiava di rendere vana l’operazione di incentivazione dato che era stato proclamato lo stato d’assedio e alle venti  di ogni giorno scattava il coprifuoco e i controlli antiterrorismo. Io ero impegnato con i fornitori, ma nessun cliente avrebbe pagato per passare quattro giorni chiuso in albergo.

Col mio indimenticato amico, Sarim Kibar, andammo dal comandante militare della piazza di Istanbul – un colonnello abbastanza…

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