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RAISSI VA A MOSCA DA PUTIN PER FIRMARE UN TRATTATO VENTENNALE DI COOPERAZIONE.

Les enjeux de la visite de Raïssi en Russie

Ebrahim Raissi, presidente dell’Iran, si reca in settimana a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin. Molti analisti temono – con ragione- che stia scadendo il termine per la firma di un nuovo trattato di cooperazione ventennale.

Era dal 2017 che un capo di stato iraniano non si recava a Mosca in visita. Lo scorso trattato di cooperazione aveva una durata decennale ed era stato rinnovato due volte per un quinquennio.

In pratica , l’Iran accusato da più parti di politica troppo filo russa e di voler colonizzare la Siria, sta dimostrando invece di volerne seguire le orme e annacqua l’accordo con Mosca aggiungendovi Pechino.

La Siria infatti – filo occidentale per cultura e strutture sociali – fece durare oltre un ventennio le trattative con Mosca, inviando molteplici segnali sia a Washington che a Israele di voler stare dalla nostra parte, ma esigenze di politica internazionale lo impedirono.

Poiché non é mai stato igienico per nessuno restare in splendido isolamento, il regime siriano, senza più illusioni, si piegò a diventare partner politico e militare di Mosca. Si scavò così il fossato della separazione che ha poi portato alla guerra di sette paesi filo occidentali a guida USA, contro il regime di Damasco, dipinto come amico durante la guida di Hafez el Assad ( e del fratello Rifai autentico tiranno sanguinario) e come nemico e antidemocratico ora che è diretto da Bashar el Assad figlio, un civile oculista, cresciuto e educato a Londra, trascinato in politica dalla morte del fratello maggiore.

Se la Siria se l’é cavata in oltre dieci anni di combattimenti accaniti contro i paesi accerchianti, lo deve a questa alleanza e alla decisione di Putin di rompere l’accerchiamento anche mediatico mondiale e far intervenire il potere aereo a favore della fanteria siriana colpendo gli USA nel solito punto debole: la non volontà di impegnare le proprie forze direttamente in un confronto militare se non con potenze minori e non nucleari.

Pressato e minacciato dagli USA e da Israele, l’Iran ha deciso di trovare un modus vivendi col grande e minaccioso vicino e dopo venti anni di negoziati e ondivaghe prese di distanze, sembra proprio che Il nuovo presidente iraniano abbia deciso di giocare in contemporanea tutte le carte in suo possesso: ha mandato avanti in parallelo il negoziato con Washington a Vienna e quello con Putin a Mosca, ricattando entrambi.

La partita si fa rischiosa per tutti dato che Mosca sembra ormai decisa anch’essa a dare a Biden un segnale serio di nervosismo e tutti e tre i partecipanti agli incontri si trovano a lottare per un obbiettivo per ciascuno prioritario.

L’Iran vuole scuotersi di dosso le sanzioni e recuperare un centinaio di miliardi di dollari congelati negli USA dal 1979.

La Russia vuole far capire che é pronta alla guerra – anche diretta e nucleare- pur di scuotersi di dosso la minaccia della pulce ucraina aderente alla NATO, troppo vicina al cuore dell’impero e mira a ottenere lo status di numero 2 al mondo.

Il governo USA a guida Biden, non può permettersi – specie dopo l’Afganistan- di perdere la fiducia dei suoi due alleati più fedeli ( Israele e la Gran Bretagna) entrambi coinvolti sui due fronti caldi dell’Ucraina e dell’Iran.

L’Iran é quello che ha, almeno statisticamente la maggior probabilità di riuscita dato che gioca in due partite di cui una presuppone la sconfitta dell’altra. La Russia, oltre alla posta in palio ha la possibilità – in caso di accordo con l’Iran- di ottenere come Fringe benefit la certezza di un ulteriore riavvicinamento con la Turchia che non potrebbe permettersi di avere il nemico storico anche sul fianco ( oltre che dal mare di Crimea e dalla Siria).

Inoltre un condizionamento ulteriore nei suoi commerci con l’Iran costringerebbe Erdogan a piegarsi completamente ai voleri USA per far sopravvivere la Turchia, ma non lui. Mentre uno sviluppo delle intese commerciali con la Russia darebbe il turbo alle sue industrie dato che non ci sarebbero ostacoli a una intesa ravvicinata turca con il ricchissimo Kazakistan al quale può fornire tecniche costruttive , armi e tessili.

Gli Stati Uniti devono, in un anno elettorale, decidere se accettare il rischio di una guerra diretta per l’ Ucraina come minacciato da Putin, o quello di piegarsi all’esigenza di indipendenza iraniana accettando che si doti del sistema antiaereo S400 e al desiderio di partnership russa scontentando i falchi NATO ( le tre repubbliche baltiche , l’Ucraina, la Polonia e la Germania oltre che i paesi slavi rivali della Serbia).

Una scelta impossibile per una amministrazione in difficoltà.

TRADITORI e TRADITI: UN RAPPORTO SALVIFICO IN VIA DI ESTINZIONE ?

sono pochi i miti e le storie in cui non sono presenti. ma le storie si fermano a un secolo fa. E oggi?

Di tutti i miti antichi citerò il più famoso: Teseo che tradisce le aspettative di Arianna che aveva giurato di sposare e portar via con se.

Gli innocentisti, dicono che la dea Atena gli apparve per avvertirlo che Arianna era promessa al dio Dioniso e il povero Teseo era distrutto all’idea di dover abbandonare la sua bella. Le solite scuse insomma.

Ecco, ci siamo: si tradisce una persona vicina per ottenere un vantaggio sfruttando il rapporto di fiducia e c’é sempre un corteo di innocentisti che tradisce la verità dei fatti offrendo spiegazioni piene di ipotesi inverificabili.

Il tradimento é sempre un fatto circostanziato addebitabile a un singolo individuo , mentre la giustificazione non é mai verificabile.

L’arrivo del Cristianesimo sulla scena culturale del mondo, codifica il tradimento degli angeli ribelli al loro creatore e della personificazione in Lucifero ( nome apparso nel IV secolo).

E’ appena il caso di soffermarsi su Giulio Cesare, tradito dai suoi, ma ricordiamo tra tutti il solo Bruto e su Gesù Cristo, anch’egli denunziato da un intimo, indicato come Giuda Iscariota che le ricerche più recenti indicano come mai esistito.

Tutti i tentativi di codifica e regolamentazione del tradimento, insomma, attribuiscono il male a personaggi singoli la cui esistenza non é mai stata storicamente provata, contrariamente ai tradimenti di gruppo tutti documentati, ma di cui é difficile rintracciare i nominativi che la memoria collettiva non trattiene. Chi ricorda almeno due altri nomi oltre Bruto tra i ventitré che uccisero Cesare?

Del Sinedrio, oltre a Caifa e il suo oppositore Giuseppe d’Arimatea, chi mi fa un altro nome?

Insomma, ho la sensazione che i nomi di coloro che furono indicati come traditori servano a nascondere spesso tradimenti di gruppi più o meno consistenti di persone che compiono atti ritenuti riprovevoli e forniscono capri espiatori alla storia. Si sceglie uno perché paghi per tutti.

Il sistema é dilagato anche in positivo e abbiamo creato le onorificenze per indicare gli esempi da seguire o almeno da ammirare.

Ognuno di questi sistemi- sia il negativo che il positivo – é stato adulterato nel corso dei secoli: dai “cavalieri del Lavoro,” imprenditori che dovrebbero aver creato lavoro e ricchezza, siamo giunti, nell’ultimo trentennio, all’attribuzione dell’onorificenza a impiegati statali e parastatali e da traditori autentici che incolpano un singolo innocente per far assolvere una casta dai suoi peccati.

Dreyfus é l’esempio classico di un intero Stato Maggiore che – dopo una clamorosa sconfitta – indica nell’ebreo di turno il colpevole della batosta.

L’operazione ha tanto successo che dopo l’ultima guerra viene ripetuta con Petain.

Scivoliamo per amor di Patria ai giorni nostri senza far notare che, anche a casa nostra, i traditori abbondano nei periodi di sconfitte e mai di vittorie.

Vediamo che la democrazia é, oggi, l’istituzione più tradita – a destra come a sinistra – ma a me pare che si cominci a esagerare e – dopo il rito espiatorio compiuto su Aldo Moro– ormai siamo giunti al tradimento di tutti contro tutti singoli o gruppi che siano: Presidenti della Repubblica che tradiscono la lettera e lo spirito della Costituzione e inaugurano l’epoca il cui il tradimento semplice viene banalizzato e si considera solo l’Alto tradimento come censurabile, a patto che non si proceda.

Con gli ultimi presidenti, il tradimento dell’articolo 11 della Costituzione é addirittura diventato un titolo per accedere ai più alti fastigi, ma io personalmente non vedo l’ora di poter mettere le mani addosso, almeno a un capro espiatorio.

Si tradisce l’altrui fiducia in forme tanto generalizzate, che persino la cambiale é diventata un risibile obsoleto strumento di pagamento e ci si beffa la giustizia offrendo lettere di scuse ai parenti delle vittime. Il cattolicesimo declinante accusa nientemeno che il Pontefice e in USA si accusa il Presidente di essere al soldo di potenze straniere. Tutto pur di non ammettere colpe collettive.

Il richiamo alla realtà costituito dalla Pandemia di Covid 19 , col suo brusco richiamo alla realtà, sta sconvolgendoci tutti, abituati come siamo alle favole belle.

La Pandemia sostituisce il “felici per sempre” al concetto di morte. La sola certezza che ci tradisce senza preoccuparsi di Indicare capri espiatori. E’ il collettivo che é chiamato a pagare. Una bella novità da quando Adamo diede la colpa a Eva.

L’ITALIA E LE MONARCHIE SONO I SOLI PAESI AL MONDO IN CUI I CITTADINI NON ELEGGONO CHI DIRIGE LO STATO.

CON LA BEFANA ARRIVA LA MADRE DI TUTTE LE ELEZIONI PRESIDENZIALI

Il 16 gennaio inizierà la madre di tutte le sceneggiate che in Italia si chiama “l’elezione del presidente della Repubblica” affidata a un migliaio di persone ( in parte delegittimate dalla Corte Costituzionale) a fronte di sessanta milioni di aventi diritto, in quanto cittadini della Repubblica.

Durante la trascorsa stagione abbiamo avuto il privilegio di assistere a una serie di anteprime, con funzionari del Quirinale all’opera per rafforzare l’immagine del presidente uscente con iniziative che i buonisti definirebbero “dal sapore risorgimentale” ( il San Carlo di Napoli e la Scala di Milano che hanno mobilitato le claque delle grandi prime per applaudire) e i cattivisti definirebbero invece ” di sapore monarchico,” come se degli applausi di un paio di teatri borghesi fossero sufficienti a superare le remore democratiche repubblicane che negano l’opportunità di un raddoppio a un mandato di sette anni.

Va apprezzato lo stratagemma di Napolitano che, dopo aver inventato il colpo di Stato a rate, ha introdotto le rate anche nel raddoppio del mandato presidenziale con l’interruzione dopo un biennio, ma anche nove anni non sono un mandato repubblicano: sono un regno.

Svelata la strategia dei funzionari della presidenza per allungarsi il periodo di pacchia personale, passiamo ad analizzare la situazione politica reale.

GLI ANTEFATTI

I trampolini da cui si accede più facilmente alla eleggibilità presidenziale ,si sono – nella storia repubblicana- rivelati la presidenza di una delle camere ( De Nicola, Gronchi, Leone, Pertini) e l’aver occupato la posizione di ministro dell’interno ( Cossiga, Scalfaro, Napolitano), anche se la candidabilità dell’alto scranno non ha funzionato per i presidenti del Senato ( Merzagora, Fanfani).

Di capi partito eletti, ne ricordo due: Segni e Saragat.

Il settennato di Segni – garanzia moderata per affrontare il periodo della apertura a sinistra- fu interrotto dagli insulti veementi lanciati da un Saragat, probabilmente alticcio, contro Segni che sentendosi oltraggiato nella sua dignità presidenziale, fu colto da ictus e ” dimissionato” due mesi dopo con una perizia medica e una lettera di dimissioni entrambe di dubbio valore legale.

A questi, vanno aggiunti due outsider: Luigi Einaudi ( ormai mitico) e Carlo Azeglio Ciampi, provenienti dalla nidiata della Banca d’Italia come Dini e qualche altro immessi quando si credette che un commissariamento della Banca Centrale fosse sufficiente a farci accettare dal sistema internazionale.

Con Einaudi ( e Menichella) funzionò, mentre con Ciampi ne ricavammo una svalutazione al 27% e una sonora sconfitta che ci fece capire la necessità di evitare il provincialismo tipico del ” Guerrino sol contro Toscana tutta” che ci fece spendere 57.000 miliardi di valuta pregiata in cinque giorni per contrastare, da soli e invano, la finanza internazionale.

I FATTI REALI

Mettiamoci per un momento il passato alle spalle e guardiamo al futuro senza tener conto delle candidature lanciate basandosi sulle preferenze sessuali o di partito che sono state lanciate da giornalisti e minipolitici in cerca di protezione.

In Parlamento esistono due blocchi politici grosso modo rappresentanti gli schieramenti che per comodità chiameremo di destra e di sinistra, più un – per la prima volta alla tornata presidenziale- un gruppo misto di centoundici parlamentari in buona parte eletti tra i 5 stelle, ma dissenzienti e politicamente in balia degli eventi salvo, beninteso eccezioni che segnalerei con piacere se le conoscessi.

A parte il duo Mattarella Franceschini – coordinati da un Castagnetti molto attivo e ascoltato- che stanno cercando di raccordarsi con Matteo Renzi per evitare il frazionamento dei voti della sinistra, non esistono altri Stati Maggiori capaci di progetto.

A Destra, esiste solo una folcloristica armata Brancaleone che punta ad usare Berlusconi come candidato di bandiera spacciato per candidato eleggibile e Mario Draghi come tentativo di togliergli dalle mani i fondi del PNRR e ibernarlo alla presidenza. Nell’ombra Letta il vecchio – ormai detto “il conte zio” che spera in un colpo di fortuna in una vita che gliene ha dati fin troppi.

Tralascio le entità trascurabili che si attivano agitando qualche avanzo nel tentativo di influire alla elezione finale o almeno di farlo credere all’elettore sprovveduto che segue giornali e giornalisti minori di regime.

Tentativi di far eleggere personaggi di preferenze sessuali particolari o una donna si infrangeranno sulla scogliera del ministero dell’interno saldamente presidiato dalla ministra in carica, Luciana Lamorgese che sta gestendo i due più importanti dossier governativi: la migrazione e la tematica No-vax-salute- ordine pubblico. Se vogliono, essa ha il sesso, le competenze e gli antenati giusti, oltre ai voti di quanti devono il seggio al suo ministero.

La sinistra si troverà a designare uno del duo Dario Franceschini Sergio Mattarella ( escludendo ogni post comunista e l’avatar femminile Marta Cartabia), mentre la destra sarà ipnotizzata dalla candidatura di Silvio Berlusconi che non otterrà mai i voti della sinistra anche se riuscisse a “conquistare” tutti i centoundici del gruppo misto.

Se invece la destra moderata riuscisse a fare un salto di qualità e riprendere il cammino interrotto nel 1964 e candidasse Mario Segni – un sardo, un gentiluomo , un estraneo al regime , una vera riserva della Repubblica – le cose cambierebbero anche per la sinistra, dato che é inattaccabile.

Berlusconi quando creò Forza Italia, gli offrì la leadership e lui declinò. Questo dovrebbe dargli il placet della destra. Il professor Segni, rifiutò l’offerta e questo dovrebbe dargli il placet della sinistra. Ogni altro candidato di compromesso, non offrirebbe l’auspicata novità, sarebbe frutto di ambiguità e foriero di scontro civile troppo a lungo evitato senza badare ai costi.

TUNISIA: ARRIVA LA NUOVA COSTITUZIONE ?

IL PRESIDENTE SAIED ELETTO NEL 2019 E COI PIENI POTERI DA LUGLIO, ANNUNZIA UNA NUOVA COSTITUZIONE. «LE COSTITUZIONI NON SONO ETERNE ». QUESTA ERA STATA VARATA NEL 2014.

Dopo sei mesi di stato di emergenza durante il quale il presidente ha esautorato il Primo ministro, il Parlamento e il partito di maggioranza Ennahda – accusato di estremismo islamico- nel consiglio dei ministri della scorsa settimana ha annunziato che la nuova costituzione , meno parlamentare, é quasi pronta e che sarà sottoposta a referendum popolare.

Le vicissitudini tunisine possono così essere riassunte: nel 2011 una rivolta popolare a seguito del drammatico suicidio di un ambulante angariato dalla polizia, sfocia in un cambio di regime a causa della fuga del Presidente Zine el abidin ben Ali che si rifugia in Arabia Saudita ospite del ministro dell’interno.

Nel 2014 viene varata una nuova Costituzione che trasforma la Repubblica in un regime parlamentare che fa prevalere il partito confessionale Ennahda, guidato da Rachid Ghannouchi.

Ovviamente, gli investimenti esteri languono, i capitali locali emigrano e l’assassinio di un paio di sindacalisti e il tentativo di ”moralizzare” le donne secondo la tradizione mussulmana, provocano una reazione filo occidentale evidente.

L’intervento di mediazione delle Nazioni Unite affida il potere a un quartetto di associazioni ( sindacati, patronato e i principali partiti).

il nuovo sistema regge fino alla morte del Presidente Caid Essebsi, già ministro di Bourghuiba. Le nuove elezioni parlamentari danno la maggioranza a Ennahda, ma l’elezione presidenziale premia uno sconosciuto outsider – Khais Saied appunto- che dopo un anno di convivenza con Ennahda ed il suo abile leader Ghannouchi che presiede il Parlamento, perde la pazienza , si arroga tutti i poteri e – godendo della comprensione degli occidentali- proclama lo stato di emergenza.

Ieri l’annunzio che presto verrà sottoposta a referendum la NUOVA COSTITUZIONE che dovrebbe avere carttere presidenzialista ( o comunque meno assembleare).

In tanto il 15 dicembre verrà presentato il nuovo bilancio. Il combinato disposto di queste due innovaioni, dovrebbe, secondo le parole del presidente “consentire al popolo di passare dalla disperazione alla speranza”.

La crisi economica e quella sanitaria infatti incrudeliscono e sembrano senza via d’uscita senza un poderoso aiuto internazionale che si materializza a mano a mano che la democrazia ben guidata farà i suoi passi in avanti.

Al sud, nella zona del passo di Mareth al confine algerino, focolai di guerriglia islamista alimentati dalla estrema povertà dell’area baluginano sinistramente ma non riescono a dilagare nelle città.

DONNE E MEDITERRANEO

QUANTO E’ REALE LA LOTTA PER IL PROGRESSO/EGUAGLIANZA DELLA DONNA? PIACE AGLI ANGLOSASSONI CHE LA PRATICAVANO GIA AI TEMPI DI CESARE, MA A NOI MEDITERRANEI?

E I DANNI SOCIALI PROVOCATI DAL CONSUMISMO DIPENDONO DA QUESTI “PROGRESSI”’?

Questi undici anni di vicissitudini sulla sponda sud del Mediterraneo hanno provocato un aumento di curiosità nei confronti dei nostri vicini ed il confronto di usanze diventa inevitabile.

Come accadde  prima e durante il Rinascimento, invano contrastate da Dante, Boccaccio e Pico della mirandola,   intervengono timorose forze politico-culturali estranee, per seminare zizzania per precisi fini di propaganda.

Oggi noi italiani siamo tentati nuovamente da una supina adesione alle mode estranee  e caricaturiamo le usanze mediterranee, inconsapevoli del fatto che riescono a sopravvivere anche storpiate  da noi perché sono frutto di esperienze di secoli che è vano dimenticare.  

Anche questa è una forma di disinformazione con obbiettivi politici precisi.

Servirebbe ricordare che alcune usanze “made in USA” adottate nell’immediato dopoguerra,  come il pane bianco, le lucky strike, il chewing gum, il burro di arachidi,  si sono rivelate letali e la dieta mediterranea  e l’olio di oliva  sono stati adottati anche in America, persino dalla autorità sanitarie.      

 Della serie non sempre chi vince militarmente si impone anche in termini di civiltà e non sempre chi vince militarmente cancella il vinto se trova una identità culturale solida.

Negli scambi di persone e di usanze che le due sponde del mare nostrum  hanno avuto nei secoli, molte  – magari le più ragionevoli – non si sono consolidate o sono andate perdute per varie  cause , in particolare religiose, e alcune andrebbero ripescate.

Un “progresso” che gli arabi non hanno mai voluto accettare, nemmeno  gli arabi cristiani o gli ebrei, è dare fiducia alle donne o rinunziare al dogma della   consacrata supremazia maschile.

La recente uscita del Presidente turco Tajip Erdogan su questo tema ha alimentato la benzina che la propaganda mette sul fuoco. Tanto il turco non lo sa nessuno.

Giulio Cesare nel suo De Bello Gallico descrive come stravaganze le usanze dei Britanni e dei Germani in tema di rapporti con le donne con una punta di divertita curiosità circa la loro libertà sessuale, il loro ruolo nella società e l’attribuzione della paternità.  Non siamo cambiati. Né noi, né loro.

DUE ESEMPI:

Nel mediterraneo turchi e greci, arabi o spagnoli, israeliani e siciliani, francesi del sud e slavi,  hanno in comune il credo di una qualche forma di supremazia maschile.

 Ogni altra idea in proposito è di importazione.            

Quando quattrocento milioni di persone mantengono una usanza per quaranta secoli e si rifiutano di cambiarla ad onta di periodiche campagne di propaganda, troppo facile liquidarla con una definizione manichea di primitività.

Un detto veneto  fa pensare  che noi italiani siamo d’accordo anche al nord, perché  così declamiamo le qualità della sposa perfetta:” che la piasa, la tasa e la staga in casa”. Quanto alla supremazia del maschio,  quando l’uomo calabrese  vuole troncare una discussione proclama: ” capo vascio” !( testa bassa) e ho scoperto che anche a  Brescia dicono ” co bass” che ha  esattamente lo stesso significato e finalità. Lascio la responsabilità di questa ultima locuzione all’on Castagnetti ( ex PRI) che me l’ha raccontata.

In questo campo, ammettiamolo, c’è un po di silente invidia da parte nostra per la conservata egemonia  virile della sponda sud e una certa nostalgia per l’ossessione delle corna – di origine biblica –  che noi abbiamo imparato a portare con una certa disinvoltura, anche se ogni tanto qualche coltellata ancora ci scappa.

Gli arabi, hanno gli stessi nostri problemi di supremazia con le proprie donne , con la differenza che non avendo avuto  una economia  essenzialmente agricola  come da noi  ( piuttosto pastorizia) ed avendo una separazione netta tra casa e lavoro ,  hanno riconosciuto alla donna la supremazia tra le mura domestiche, mantenendo  così  – almeno per gli “estranei” – il controllo degli affari esteri della famiglia.

Le case del nord Africa  hanno ingressi molto bassi perché, leggenda vuole che l’uomo sia costretto a inchinarsi entrando,  come omaggio alla padrona di casa. Se non è vera , è ben trovata.  Un uomo non si azzarderebbe mai ad arredare o a scegliere  la stoffa di un divano o un tappeto. Molti invece vanno a fare la spesa al suk posto in cui le donne hanno ” troppe occasioni di contatto con estranei”.

Nello stesso campo,  il divorzio,  crudele istituzione con cui si è costretti a troncare un rapporto che si è evoluto invece di mantenerlo adattandolo,  viene visto in Europa  come estremo rimedio contro l’accettazione della poliginia.

In teoria, ma la giurisprudenza di tutti i paesi mediterranei non lo consente, i mussulmani  che possono permetterselo  – fisicamente, per censo e saldezza di nervi  – potrebbero avere  più di un legame in contemporanea.  In pratica, non ne ho mai incontrato uno. A noi europei, in teoria è vietato, anche se praticato con mille sotterfugi.

La conseguenza, in Europa, è che tutti hanno l’amante ( non conosco nessuno che non l’abbia, l’abbia avuta o speri di avercela), con la conseguenza che una delle due ( o più)  donne rischia di restare senza diritti  – o con diritti reali  limitati –  per se e/o per la prole.  Si pensa con ossessiva sospetta insistenza ai diritti delle coppie omosessuali, ma nessuno che protegga lo status delle amanti o compagne che dir si voglia. Ci si è limitati a riconoscere l’eguaglianza tra figli naturali e legittimi, ma la donna viene ignorata.

Credo sarebbe più semplice e meno ipocrita riconoscere la naturalezza dell’impulso  di chi ( maschio o femmina ) ne senta il bisogno  ed abbia poliforme capacità di amare .

Unica zona del pianeta in cui anche l’amante ha uno status e uno statuto che tuteli lei e la prole e le garantisca una residenza e un reddito separato- in genere é la segretaria o una collega di lavoro- é lo Zaire , ossia Repubblica Democratica del Congo specie nella capitale.

Personalmente penso che gli uomini italiani siano dei monogami seriali e che alla base di questo comportamento acquisito (e non innato) vi siano molti accadimenti boccacceschi e di cronaca nera, provocati dalla cocciutaggine di mantenere rigida una istituzione  che fa a pugni con la natura e che fu codificata quando la speranza di vita di una persona non superava i 40 anni.

In  campo matrimoniale, gli arabi mussulmani hanno  da secoli un’ istituzione cui potremmo interessarci,  magari studiando qualche adattamento dettato dalla esperienza: il matrimonio a tempo (  in arabo, mutaa: è una  costumanza, erroneamente attribuita agli sciiti, ufficialmente meno usata dai sunniti e che  si traduce letteralmente in  “il piacere”).

Si trattava di un matrimonio  di durata predeterminata,  celebrato davanti all’autorità, con corresponsione di dote, impegno al mantenimento,  determinazione della dote di divorzio e piena legittimità dei figli eventualmente nati dall’unione.

Questa usanza, caduta in desuetudine con l’avvento del trasporto aereo e resuscitata di recente dagli sceicchi petroliferi, pare essere nata quando i  mercanti  si incamminatisi sulla via della seta  – attraversando zone sciite come l’attuale Iran  –   potevano restare lontani da casa per anni e spesso essere bloccati a lungo da una guerra  in uno stesso luogo.

Di recente,  è stata riesumata e  sono nate  distorsioni grottesche  fino a rendere “legittime” forme di prostituzione interpretandole  come “matrimonio a tempo” per la durata di una settimana, molto praticata dagli sceicchi sauditi e del golfo in gita in Egitto in cerca di bambine ( 13/15 anni) povere.                In collusione con parenti nel  complice silenzio delle autorità.

L’istituzione del mutaa  serviva – ai tempi andati – ad assicurare la tranquillità sociale del villaggio ospitante e la  serenità sessuale dell’ospite forzato nell’attesa della ripartenza.

Si salvava anche il sacro principio del dovere di ospitalità  anche se protratta.

La donna  a fine esperienza, rientrava a testa alta nella sua comunità assieme ad eventuali figli e , grazie alla ” buonuscita” ,  poteva aspirare – se lo voleva –  anche a un marito stabile.

Una deputata austriaca a capo di un partito  ( di cui disgraziatamente non ricordo il nome)  ha proposto pochi anni fa che il matrimonio “occidentale” – come tutti i  contratti – abbia una durata  massima di sette anni , rinnovabile ,  invece di essere a durata indefinita come sancito dal concilio di Trento ( quando la speranza di vita era attorno ai 35 anni)  e recepito nelle legislazioni del mondo occidentale.

Con la durata media  attuale di tre anni per i matrimoni della nuova generazione italiana, sarebbe un bel passo avanti, come lo sarebbe il poter  rinnovare la promessa periodicamente piuttosto di lasciar morire fatalisticamente  il rapporto in una stanca ripetizione di ritualità imposte dall’abitudine.

Nei fatti il matrimonio a tempo già esiste in Italia, con la convivenza. La differenza è nei diritti che non vengono riconosciuti se non a fatica, nel caso in cui il rapporto non sfocia nel matrimonio classico. Hanno codificato solo la restituzione dell’anello di fidanzamento….

Un altro campo in cui ci starebbe bene una riforma per noi Europei, è il mercato, inteso come luogo degli acquisti.  Nei paesi arabi l’istituzione del Suk ( o nell’altopiano  turco-iranico Bazar) è ancora ben salda come da noi cinque secoli fa:  a Roma esiste ancora nella toponomastica : via dei sediari, dei giubbonari,  ecc.

In Oriente, in  una stessa strada si trovano ancora tutte le produzioni di una stessa mercanzia  ( sedie , cinture, scarpe, frutta, dolciumi ) in maniera che il consumatore possa in un batter d’occhio verificare tutte le tipologie merceologiche  di un prodotto ed i relativi prezzi.

I negozianti – costretti dalla vicinanza – sorvegliano prezzi e qualità .   Da noi accade l’esatto contrario ed è un inno alla stupidità del consumatore/trice: i supermercati offrono una falsa scelta ( speso solo un paio di marche di un prodotto di cui una è autoprodotta) .

Sui prezzi  si confondono le idee con “offerte speciali”  i consumatori vengono attratti da prezzi civetta su prodotti poco richiesti o allettati con promesse di regalie.

La  grande varietà delle offerte  ( ma se guardate meglio non ci sono mai tutte le marche di un prodotto)  spinge all’acquisto di prodotti non indispensabili, con azioni dettate più dall’impulso e dall’emulazione  che dalla necessità.

In una frase, il supermercato è il regno di chi vende, mentre il Suk/Bazar è il regno di chi compra. 

Non sarebbe meglio  ristudiare costumi e situazioni  invece di baloccarsi con slogan cretini e critiche legate a dichiarazioni mal tradotte che mirano a mettere in cattiva luce il machista di turno, il suo paese e le sue politiche ?

Il vero schiavista delle donne non è forse rappresentato dalle esigenze del commercio che vuole acquirenti-prede, che è  capace di sfruttare il sesso  ed i suoi impulsi naturali per spingere ad acritici acquisti? Per cianciare di indipendenza ? Per contrapporre e sfruttare la frustrazione conseguente? Per pubblicizzare deodoranti e creme e pannolini con cui si sono costruiti imperi fondati sul senso di inadeguatezza femminile promosso dalla pubblicità?

Vive la difference e abbasso il marketing.

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STIAMO BACIANDO LA MANO SBAGLIATA?

BIDEN IN DIFFICOLTA’ AL CONGRESSO. LE ELEZIONI DI MID TERM SARANNO UN BAGNO DI SANGUE DEM?

Joe Manchin, senatore democratico della Virginia occidentale- dove proprio ieri è stato eletto un governatore repubblicano, a dimostrazione che l’assalto al Campidoglio non importa a nessuno- è considerato assieme alla più moderata ma ugualmente frondista senatrice Kystern Sinema (dem, Arizona che ha affossato la tassa ai supericchi) un ribelle che mette in continuo pericolo la stabilità del governo di Joe Biden.

Con un senato in cui gode della maggioranza di due voti ( il voto di Kamala Harris, che presiede il Senato, vale doppio in base al regolamento) e con due piantagrane nel gruppo parlamentare, il grande progetto di Biden di spendere 3500 miliardi per creare un welfare americano in risposta alle politiche di Trump – già dimezzato in sede negoziale- rischia di non essere varato o di subire modifiche troppo significative che ne metterebbero in dubbio la paternità.

Oltre alla iattura del risultato elettorale che ha attribuito 50 seggi ciascuno ai contendenti, ci sono due regole parlamentari su cui Biden si gioca tutto: anche se la maggioranza é 51 voti, nella maggior parte dei casi la maggioranza dei voti richiesta é di 60 e questo obbliga a negoziare coi repubblicani per trovarne nove favorevoli ( semprecchÉ non ci siano defezioni in campo democratico).

Vecchia volpe del Senato dove opera da quaranta anni, Biden ha fatto ricorso alla “riconciliazione bugettaria” che impone l’eccezione della maggioranza a 51 voti, ma – sempre per regolamento- non può che usarla tre volte nell’anno e può essere usata in campo fiscale, per determinare spese o intervenire sul debito federale. Una l’ha già bruciata con

l’American Rescrue plan usato per la pandemia e un aiuto ai cittadini, che però non sembra avergli attirato simpatie.

Proprio oggi é giunta la notizia che lo stato della Virginia ha scelto un governatore repubblicano, Glenn Youngkin, un novizio che ha sconfitto una colonna democratica del calibro di Terry McAuliffe che era già stato eletto nel periodo 2014-18. Un brutto presagio per le elezioni di mid term del prossimo novembre che in genere penalizzano il partito al governo.

Paralizzato di fatto in Parlamento per la politica interna , Biden deve ottenere una solidarietà bipartisan e può ottenerla – come nel 1917 e nel 1941 entrando in guerra oppure con un successo estero equivalente.

Forse é per questo che William Burns – il primo diplomatico posto a capo della CIA- martedì scorso è andato a Mosca per un incontro con il capo del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrouchev. Nessuno ne ha parlato sia a Mosca che a Washington e tutti hanno rifiutato di commentare.

Di certo c’é solo che se gli USA riescono a separare Cina e Russia hanno vinto la partita e Biden rimonta in sella, ma rinnegando anche la contrapposizione con Trump sulla politica russa.

In entrambi i casi le elezioni di novembre 22 saranno un rebus. Poi sapremo a chi inchinarci.

CRISI ENERGETICA PER SPAGNA, PORTOGALLO E MAROCCO

L’ultraventennale contenzioso tra Marocco e Algeria sul controllo del Sahara Occidentale ( ricco di fosfati che vengono usti sia come fertilizzanti in agricoltura che come componenti per fabbricare munizioni) ha spinto l’Algeria a decidere che a partire dalla scorsa domenica 31 ottobre il gasodotto Maghreb- Europa ( GME) – 11 miliardi di metri cubi annui- non sarà più in esercizio.

La decisione fa seguito alle recenti provocazioni marocchine rese forse più audaci dall’appoggio USA a seguito della “ pace di Abramo” , ossia l’ufficializzazione degli antichi ottimi e consolidati rapporti segreti con Israele.

Il GMA parte dall’Algeria per giungere al comune di Zahara de los Azetunes ( in provincia di Cadice) e da li essere distribuito in Spagna e Portogallo, anch’esso vittima collaterale dello scontro che mira al Marocco, obbiettivo principale della decisione algerina.

Esiste un Gasodotto minore ma diretto ( evita il Marocco) che sbocca ad Almeria ( in Andalusia) che portava 4 miliardi annui e verrà portato al massimo di otto, ma resta un deficit spagnolo di quattro miliardi di metri cubi globali che saranno trasportati via mare, sempre che si riesca a noleggiare navi metaniere – coi noli in aumento come é già accaduto per il gas- sempre che si riesca in tempi brevi a governare il processo liquefazione- rigasificazione dato che il gas le navi ( tutte da trovare) lo trasportano in forma liquida, ma poi per essere distribuito via terra deve tornare allo stato gassoso.

L’Algeria, che da quando c’é stata la secessione del Sud Sudan é diventato lo stato più grande del continente africano, é il nostro fornitore più antico e privilegiato grazie a una rete di gasdotti ( il principale dei quali si chiama Enrico Mattei) che attraversano Algeria e Tunisia per giungere alle nostre industrie e caloriferi che proprio oggi vengono accesi inaugurando la stagione fredda.

Il più colpito é il governo Spagnolo che non può litigare con nessuno dei due paesi, in quanto uno condiziona l’ esportazione del gas e l’altro detiene il rubinetto dei migranti. Uno deve stare il più aperto possibile e l’altro chiuso…

CONCLUSO IL CASO MORI. SI RIAPRE IL CASO MORI

COME MAI IL QUOTIDIANO ” IL RIFORMISTA” CHE STA PUBBLICANDO IL “DOCUMENTO MORI” E’ RARO TROVARLO A ROMA E DA ROMA A ROVERETO NON SI RIESCE A SCARICARE DAL PC?

CHI SONO I COMPLICI DELLA MAFIA TRA I POLITICI ? OPERANO ANCORA? CHI LI HA PROTETTI?

PERCHE’ NON SI SONO INQUISITI E NEMMENO INTERROGATI I MAGISTRATI COINVOLTI?

PER UNA RIFORMA DOVREMO ATTENDERE UN’ALTRA ASSOLUZIONE DI CC DOPO 20 ANNI DI ISOLAMENTO ?

Questi sono i quesiti che ogni italiano che riesca a leggere le “Considerazioni,” scritte dal generale Mori dopo l’assoluzione, si pone.

Già, ma si pone le domande a patto che riesca a leggere questo documento che “IL RIFORMISTA“sta stampando – in quattro puntate- ( tra il 26 e il 29 ottobre 2021) e che risulta essere una attenta analisi sociologica della realtà siciliana in cui i carabinieri sono vissuti come estranei da tutti, compresi i giudici che – ovvio- sono siciliani e compagni di merende degli inquisiti. Per questa ragione pubblico il testo integrale delle “Considerazioni” e mi auguro che venga condiviso nel web da ogni cittadino desideroso di tornare alla certezza della legge e sfuggire all’arbitrio capriccioso di una corporazione che agisce in spregio ad ogni norma del vivere civile in una guerra per bande che ha lo scopo di accumulare potere, denaro e privilegi.  

Antonio de Martini e gli amici de il “corrieredellacollera.com”

“CONSIDERAZIONI”

di Mario Mori

Nelle interminabili discussioni con critiche, originate dall’attività operativa del ROS dei Carabinieri nel contrasto alla mafia, il punto di partenza è sempre costituito dalla mancata perquisizione del “covo” di Salvatore Riina.

Quale protagonista di quei fatti espongo in merito la mia versione.

Iniziamo una serie di post sulle problematiche nate col “caso Mori” Tutti gli ufficiali coinvolti nella cattura di Totò Riina sono stati imputati dei più strampalati reati e- in spregio a ogni regola giuridica- addirittura più volte.

I magistrati inquirenti la passeranno liscia ancora una volta? fino a quando?

?

Subito dopo la cattura del capo di “cosa nostra”, nella riunione tra magistrati e investigatori che ne seguì, fu naturalmente considerata l’ipotesi dell’immediata perquisizione della sua abitazione, ubicata a Palermo in quella via Bernini 54, ma al momento non individuata precisamente, perché inserita in un comprensorio – delimitato da un alto muro di recinzione – costituito da una serie di villette indipendenti.

Prospettata dal capitano Sergio De Caprio (“capitano Ultimo” Ndr), e da me sostenuta, prevalse la decisione di non effettuare la perquisizione. La proposta derivava della considerazione che il Riina era stato appositamente arrestato lontano dal luogo di residenza della famiglia – un suo “covo” non è mai stato trovato – e teneva conto della prassi mafiosa di non custodire, nella proprie abitazioni, elementi che potessero compromettere i parenti stretti. Questa soluzione avrebbe dovuto permetterci lo sviluppo di indagini coperte sui soggetti che gli assicuravano protezione, senza che fosse nota la nostra conoscenza della sua abitazione.

L’improvvida indicazione dell’indirizzo ad opera di un ufficiale dell’Arma territoriale di Palermo, che consentì alla stampa, dopo circa ventiquattro ore dalla cattura, di presentarsi con le telecamere davanti all’ingresso di via Bernini, “bruciò” l’obiettivo, e i conseguenti servizi di osservazione del cancello di accesso al comprensorio furono sospesi per il serio pericolo di lasciare dei militari dentro un furgone isolato, esposto a qualsiasi tipo di offesa.

A questo punto anche le indagini che ci eravamo prefissi di svolgere in copertura divennero molto più difficili, stante l’eco addirittura internazionale della vicenda. Malgrado queste difficoltà, la cattura del Riina non rimase un fatto episodico, perché attraverso alcuni “pizzini” trovatigli addosso, fu possibile risalire alla cerchia stretta dei suoi favoreggiatori, procedendo in successione di tempo al loro arresto.

La perquisizione della villetta abitata dai Riina venne eseguita solo dopo alcuni giorni su iniziativa della Procura della Repubblica di Palermo, in un quadro di scollamento tra le attività della magistratura e della polizia giudiziaria. Noi eravamo convinti di potere sempre agire nell’ambito delle iniziative preliminarmente concordate, mentre la Procura era sicura del mantenimento del controllo sull’obiettivo.

L’equivoco diede luogo all’apertura di un procedimento giudiziario che i sostituti procuratori incaricati, Antonio Ingroia e Michele Prestipino, proposero per due volte di archiviare, ma il Gip, attraverso un’ordinanza di imputazione coatta, decise per l’apertura del processo, con l’ipotesi, a carico mio e del cap. Sergio De Caprio, di favoreggiamento di elementi di “cosa nostra”. La vicenda penale si concluse con la nostra piena assoluzione, perché “il fatto non costituisce reato”.

Nella motivazione, la 3° Sezione penale del Tribunale di Palermo, sulla decisione volta a dilazionare la perquisizione, sosteneva testualmente: “ … Questa opzione investigativa comportava evidentemente un rischio che l’Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di Polizia Giudiziaria direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti logicamente, insita l’accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell’abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell’ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “Ninetta” Bagarella ( moglie del Riina, ndr) che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere o occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina – cosa che avrebbero potuto fare nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell’arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo – od anche terzi che, se sconosciuti alle forze dell’ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti. L’osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al cancello di ingresso dell’intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l’allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata e le frequentazioni del sito.”

Sull’ipotesi, emersa già anche in quel processo, di una trattativa condotta dal Ros con uomini di “cosa nostra”, il Tribunale la escludeva con queste considerazioni: “ ... La consegna del boss corleonese nella quale avrebbe dovuto consistere la prestazione della mafia è circostanza rimasta smentita dagli elementi fattuali acquisiti nel presente giudizio”.

A conferma dell’approccio sempre manifestato, fondato cioè sulla convinzione della nostra non colpevolezza, la Procura di Palermo non interpose appello.

Malgrado l’esito processuale, che non avrebbe dovuto concedere ulteriori margini di discussione, “la mancata perquisizione del covo di Riina” rimane tuttora un postulato per coloro che sostengono il teorema delle mie responsabilità penali nell’azione di contrasto a “cosa nostra”. In particolare viene sempre citata l’esistenza di una cassaforte – contenente chissà quali segreti – che sarebbe stata smurata ed asportata dall’abitazione del boos e a nulla vale presentare la fotografia, scattata anni dopo e agli atti dei procedimenti giudiziari, che ritrae il mio avvocato, il senatore Pietro Milio, a fianco della cassaforte ancora ben infissa nel muro.

Nell’ipotesi peggiore, l’attività investigativa mia e dei militari che comandavo è considerata sostanzialmente criminale. Bene che vada, la tecnica operativa attuata dal Ros, mutuata dal Nucleo Speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è definita come autoreferenziale, quindi non perfettamente in linea con i canoni stabiliti dalle norme procedurali.

Di fronte a queste accuse che considero ingiuste, ritengo di dovere fare alcune considerazioni.

Le critiche che mi vengono rivolte, relative alle indagini svolte dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, sono sostenute per lo più da persone che, all’epoca, in quella primavera/estate del 1992, se non erano minorenni, certamente non hanno avuto nessuna partecipazione e conoscenza vissuta degli eventi, per cui esprimono giudizi senza avere presente la realtà di quei drammatici mesi.

La società nazionale ed in particolare i siciliani, già profondamente colpiti dal tragico attentato di Capaci, accolsero attoniti la nuova strage di via D’Amelio. Chi si trovava allora a Palermo poteva constatare l’angoscia e la paura diffuse, non solo tra i cittadini comuni, ma anche in coloro che per gli incarichi ricoperti avevano il dovere di contrastare con ogni mezzo “cosa nostra”.

Ricordo in particolare come alcuni magistrati sostenessero che era finita la lotta alla mafia e parlassero di resa; ho ancora ben presenti tutti quei politici, giornalisti ed esperti che esprimevano il loro sconfortato pessimismo, valutando senza possibilità di successo il futuro del contrasto al fenomeno. Anche molti colleghi, tra le forze di polizia, avevano iniziato a privilegiare il più prudente e coperto lavoro d’ufficio rispetto alle attività su strada.

Nessuno, comunque, a livello di magistratura ma anche da parte degli organi politici competenti, ovvero delle scale gerarchiche delle forze di polizia, ritenne, in quei giorni, d’impartire direttive o delineare linee d’azione investigative aggiornate per contrastare più efficacemente l’azione criminale di “cosa nostra”. Le istituzioni sembravano dichiararsi impotenti contro l’attacco mafioso. In particolare erano scomparsi dalla scena i protagonisti dell’antimafia militante.

In questa sfacelo generale alcuni, e tra questi i Carabinieri del Ros, ritennero invece un dovere, prima morale e poi professionale, incrementare l’attività investigativa, nel rispetto della propria funzione e per onorare la memoria dei morti nelle due stragi.

Decisi così d’iniziativa, ma nella mia competenza di responsabile di un reparto operativo dell’Arma, di attualizzare e rendere più incisiva l’attività d’indagine, costituendo un nucleo, comandato dal cap. Sergio De Caprio, destinato esclusivamente alla cattura di Riina ed autorizzai il cap. Giuseppe De Donno a perseguire la sua idea di contattare Vito Ciancimino, personalità politica notoriamente prossima alla “famiglia” corleonese, nel tentativo di ottenere una collaborazione che consentisse di acquisire notizie concrete sugli ambienti mafiosi, così da giungere alla cattura di latitanti di spicco.

Si tenga conto che il cap. De Donno, negli anni precedenti, aveva arrestato Vito Ciancimino per vicende connesse ad appalti indetti dal Comune di Palermo, ma se si voleva ottenere qualche risultato concreto, non si poteva ricercare notizie valide tra i soliti informatori più o meno attendibili, ma avvicinare chi con la mafia aveva sicure relazioni.

A proposito del contatto con Vito Ciancimino non posso essere criticato per un’attività riservata nella ricerca di notizie e di latitanti; infatti le norme procedurali consentono all’ufficiale di polizia di ricercare e tenere rapporti con quelli che ritiene in grado di fornirgli informazioni. Ciancimino quindi, libero cittadino in attesa di giudizio, era una potenziale fonte informativa e per questo avvicinabile in tutta riservatezza dalla polizia giudiziaria, così come previsto dall’art. 203 del nostro codice di procedura penale.

Molti, però, mi imputano il fatto di non avere avvertito l’autorità giudiziaria competente del tentativo di convincere l’ex sindaco di Palermo alla collaborazione.

Del tentativo ritenni di dovere rendere edotte alcune cariche istituzionali. La dott. Liliana Ferraro, stretta collaboratrice di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia, ne fu informata nel corso del mese di giugno 1992, sino dai primi approcci tentati dal cap. De Donno col figlio del Ciancimino; il magistrato ne parlò a sua volta col ministro Claudio Martelli e con il dott. Borsellino. Nel luglio 1992 avvisai personalmente il segretario generale di palazzo Chigi, l’avv. Fernanda Contri, che comunicò la notizia al presidente del Consiglio dei Ministri, Giuliano Amato. Nell’ottobre successivo ne parlai ripetutamente all’on. Luciano Violante, nella sua qualità di presidente della Commissione Parlamentare Antimafia.

Tutti questi contatti hanno avuto conferme da parte degli interessati nei dibattimenti processuali che mi hanno riguardato.

Le personalità qui citate rivestivano cariche istituzionali e avevano funzioni che mi consentivano di riferire loro notizie riservate sulle indagini che stavo svolgendo. Se qualcuno di costoro, peraltro, avesse ravvisato qualche comportamento illecito nel mio comportamento, avrebbe avuto l’autorità, anzi l’obbligo, di denunciarlo immediatamente ai miei superiori, ovvero alle autorità politiche da cui dipendeva la mia scala gerarchica, ma questo non avvenne.

La mia scala gerarchica, per suo conto, sulle indagini svolte, così come previsto, eseguì successivamente un’indagine amministrativa che si concluse senza rilevare elementi censurabili nella mia condotta.

Rimane però il fatto di non avere informato la Procura della Repubblica di Palermo per un tentativo certamente non di routine che prevedeva, per me e De Donno, e questo deve essere chiaro, anche significativi rischi personali, visto che ci eravamo presentati con i nostri nomi e le nostre funzioni ad una persona legata strettamente ai “corleonesi”, avendogli precisato, dopo i primi approcci, che il nostro intento finale era quello di ottenere la cattura dei latitanti mafiosi di spicco.

Sarò esplicito sul punto: decisi di non avvisare la Procura di Palermo, in attesa della sostituzione prevista di lì a qualche mese del suo responsabile, dott. Pietro Giammanco, perché non mi fidavo della sua linearità di comportamento e ne spiego qui di seguito i motivi.

Quando fui nominato, nel settembre 1986, comandante del Gruppo CC. di Palermo, provenivo dall’esperienza della lotta al terrorismo condotta dal Nucleo Speciale di PG del gen. Dalla Chiesa, dove si era capito che nelle indagini contro le maggiori espressioni di criminalità – terrorismo ma anche delinquenza organizzata di tipo mafioso – si doveva agire considerando il fenomeno nel suo complesso e non per singole aspetti. Mi resi conto che a Palermo le Forze di Polizia operavano di norma per eventi specifici – solo con Giovanni Falcone ed il pool antimafia si era cominciato ad affrontare analiticamente il fenomeno mafioso – ottenendo risultati complessivamente inadeguati. Mancava la cultura dell’indagine di lungo respiro, preferendo il più facile risultato immediato ma senza prospettive, ad un’azione che, portata in profondità, consentisse alla fine di raggiungere risultati realmente consistenti.

Questo concetto d’azione, cioè il differimento della perquisizione dell’abitazione, sarà alla base dell’indirizzo d’indagine prospettato ai magistrati subito dopo la cattura di Salvatore Riina.

Per tornare al mio arrivo a Palermo, mi parve presto chiaro che “cosa nostra” non si preoccupava tanto della cattura di qualche suo elemento, perchè sempre sostituibile, ma temeva gli attacchi alle sue attività in campo economico, quelle cioè che le consentivano di sostenersi ed ampliare il proprio potere. Individuai non nelle estorsioni, il così detto pizzo, ma nella gestione e nel condizionamento degli appalti pubblici, il canale di finanziamento più importante dell’organizzazione.

Dalle prime indagini, da me assegnate al cap. Giuseppe De Donno, si evidenziò la figura di Angelo Siino quale uomo di “cosa nostra” incaricato di gestire i rapporti con gli altri protagonisti dell’affare appalti.

Per la prima volta, con il sostegno convinto e fattivo di Giovanni Falcone, si sviluppò un’indagine specifica relativa alle turbative realizzate nelle gare degli appalti pubblici, partendo dagli interessi mafiosi. Emerse allora il fatto che dei tre protagonisti cointeressati (mafia, imprenditoria e politica) imprenditoria e politica, come sino ad allora ritenuto, non erano affatto vittime, ma partecipi dell’attività criminosa, concorrendo alla spartizione dei proventi illeciti.

Si arrivò così a risultati concreti addirittura prima, come sostenuto dallo stesso dott. Antonio di Pietro in dichiarazioni processuali, che l’inchiesta milanese “mani pulite” prendesse corpo e producesse i suoi effetti pratici. Infatti, all’inizio di febbraio 1991, il dottor Falcone, nel lasciare il Tribunale di Palermo per il ministero della Giustizia, chiese di depositare l’informativa riassuntiva sull’indagine che era già stata preceduta da una serie di notazioni preliminari, redatte dal cap. De Donno su aspetti particolari dell’inchiesta, tra cui quelli relativi alle attività di politici apparsi nel corso degli accertamenti. Giovanni Falcone spiegò che la consegna formale fatta nelle sue mani ci avrebbe in parte protetti dalle polemiche che l’indagine avrebbe sicuramente creato. Appena ricevuta l’informativa, il dottor Falcone la portò al procuratore capo Pietro Giammanco.

Da quel 17 febbraio 1991, per mesi, malgrado le insistenze del cap. De Donno e mie, non si seppe più nulla dell’inchiesta, e questo anche se, il 15 marzo 1991, in un convegno tenutosi al castello Utveggio di Palermo, a proposito della nostra indagine, Giovanni Falcone avesse affermato:

“ … Si potrebbe dire che abbiamo fatto dei tipi di indagine a campione, da cui si può dedurre con attendibilità un certo tipo di condizionamento, ma l’indagine di cui mi sono occupato a Palermo, mi induce a ritenere che la situazione sia molto più grave di quello che appare all’esterno …”;

e proseguendo:

“Io credo che la materia dei pubblici appalti è la più importante perché è quella che consente di fare emergere come una vera e propria cartina di tornasole quel connubio, quell’ibrido intreccio tra mafia, imprenditoria e politica … ”

Il 2 luglio 1991, infine, furono emesse cinque ordinanze di custodia cautelare per quattro imprenditori siciliani più Angelo Siino.

Dopo pochi giorni tutti, a cominciare da “cosa nostra”, seppero i risultati raggiunti dall’inchiesta e sopratutto dove questa poteva portare, perchè alla scontata richiesta degli avvocati difensori di conoscere gli elementi di accusa relativi ai propri patrocinati, invece di stralciare e consegnare esclusivamente gli aspetti documentali relativi ai singoli inquisiti, così come previsto dalla norma, venne consegnata l’intera informativa: 878 pagine più gli allegati.

Il procuratore Giammanco, addirittura, ritenne d’inviare l’informativa al ministro della Giustizia Claudio Martelli, iniziativa presa nell’agosto del 1991, provocando la reazione del ministro che, consigliato da Giovanni Falcone, la rispedì al mittente, rilevando e sottolineando l’irritualità della trasmissione di un atto di indagine che, in quanto tale, non poteva essere di competenza dell’autorità politica.

Iniziò in quel periodo la crisi nei rapporti tra la Procura Palermo e il ROS.

La procura in guerra contro i CC del ROS

Nel marzo 1992 rientrò a Palermo, proveniente dalla Procura della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino, assumendo le funzioni di procuratore aggiunto. Tra lo stupore generale, il procuratore Giammanco, non gli delegò la competenza delle indagini antimafia su Palermo e provincia. A riguardo appare oltremodo significativa l’affermazione, riportata nella recente sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta (Borsellino quater),attribuita a Giuseppe “Pino” Lipari che, alla notizia del rientro del magistrato a Palermo, aveva sostenuto come il fatto avrebbe portato problemi a “ quel santo cristiano di Giammanco ”. Il Lipari era un geometra palermitano che curava gli affari della “famiglia” corleonese.

In quei primi mesi Paolo Borsellino divenne rapidamente il punto di riferimento di magistrati ed investigatori impiegati nel contrasto alla mafia e continuò a mantenere costanti rapporti personali e professionali con Giovanni Falcone che il 23 maggio 1992, a Capaci, venne ucciso da una bomba che provocò anche la morte della moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e di tre addetti alla sua scorta.

Da quel momento l’attività di Paolo Borsellino assunse un ritmo quasi frenetico e continuò sino alla sua fine, avvenuta il successivo 19 luglio 1992.

Nel periodo compreso tra le due stragi si sviluppò una significativa serie di vicende riguardanti le indagini del Ros, e precisamente:

. 19 giugno 1992, due ufficiali del Ros, i capitani Umberto Sinico e Giovanni Baudo, informano Umberto Sinico, Giovanni Baudo, direttamente il dott. Borsellino di avere ricevuto notizie confidenziali circa la preparazione di un attentato nei suoi confronti, precisando e che in merito erano stati formalmente allertati gli organi istituzionali competenti per la sua sicurezza;

. 25 giugno 1992, Paolo Borsellino mi chiede un incontro riservato che si svolge a Palermo nella caserma Carini, presente anche il cap. De Donno. Il magistrato, che già aveva ottenuto dal ROS il rapporto “mafia e appalti” quando era a Marsala – in merito ci sono le dichiarazioni processuali a conferma da parte dei magistrati Alessandra Camassa, Massimo Russo e Antonio Ingroia, oltre a quelle dell’allora maresciallo Canale – sostiene di volere proseguire le indagini già coordinate da Giovanni Falcone che gliene aveva parlato ripetutamente e sollecita, ottenendola, la disponibilità operativa del Cap De Donno e degli altri militari che avevano condotto l’inchiesta;

. 12 luglio 1992, la Procura di Palermo, con lettera di trasmissione a firma Giammanco, invia quasi per intero l’informativa Ros sugli appalti ad altri uffici giudiziari siciliani “per conoscenza e per le opportune determinazioni di competenza”. Per un’indagine basata sull’ipotesi di associazione per delinquere di tipo mafioso (416 bis c.p.) la procedura adottata implica, da parte della Procura mandante, il sostanziale cessato interesse per gran parte dell’indagine, infliggendole un colpo praticamente mortale;

. 13 luglio 1992, i sostituti procuratori Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato chiedono l’archiviazione dell’inchiesta mafia e appalti;

. 14 luglio 1992, in una riunione dei magistrati della Procura di Palermo, Paolo Borsellino chiede notizie sull’inchiesta e afferma che i Carabinieri sono delusi della sua gestione. Dalle successive dichiarazioni al CSM da parte dei presenti a quella riunione, emerge che nessuno gli dice che ne è già stata proposta l’archiviazione (Guido Lo Forte era tra i presenti);

16 luglio 1992, si tiene a Roma una cena tra Paolo Borsellino, l’on. Carlo Vizzini, e i magistrati palermitani Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli, . Nel corso dell’incontro, a riguardo c’è la testimonianza processuale di Carlo Vizzini, il dott. Borsellino parla diffusamente dell’indagine mafia e appalti individuandola come una delle possibili cause della morte di Giovanni Falcone. Il dott. Lo Forte non informa il collega che due giorni prima, insieme al dott. Roberto Scarpinato, ne aveva chiesto l’archiviazione.

Anche il giornalista Luca Rossi testimonierà in dibattimento di avere avuto, in quei giorni, un incontro con Palo Borsellino che gli parlò dell’inchiesta mafia e appalti. Vale la pena altresì ricordare, come risulta dalle plurime testimonianze dei suoi colleghi, tra cui Vittorio Aliquò, Leonardo Guarnotta, e Alberto Di Pisa, che il dott. Borsellino ritenesse come l’interesse mostrato dall’amico Giovanni Falcone per l’indagine fosse una delle possibili cause della morte di quest’ultimo;

19 luglio 1992, al primo mattino, il dott. Borsellino riceve la telefonata del procuratore Giammanco che gli conferisce la delega ad occuparsi delle indagini relative alla città di Palermo e alla sua provincia. Nel pomeriggio il magistrato viene ucciso da un’autobomba unitamente ai cinque agenti della sua scorta;

. 22 luglio 1992, tre giorni dopo la morte di Paolo Borsellino, il procuratore Giammanco inoltra al Gip del Tribunale di Palermo la richiesta di archiviazione per mafie e appalti;

. 14 agosto 1992, il Gip del Tribunale di Palermo, dott. Sergio La Commare, firma l’archiviazione dell’inchiesta. La decisione passa inosservata nella completa distrazione propria del periodo ferragostano.

Sulla base di questa sequenza di fatti ed alla luce dei successivi sviluppi investigativi, si dovrebbe chiedere ai magistrati della Direzione Distrettuale di Palermo perché, il 14 luglio 1992, nella loro riunione, non fu detto a Paolo Borsellino che c’era già una richiesta di archiviazione per mafia e appalti e per quali motivi si voleva chiudere l’indagine, e inoltre perché il procuratore Giammanco non sia stato mai formalmente sentito su queste vicende.

In particolare, poi, al dott. Giammanco, vissuto sino al 2 dicembre 2018, viste le polemiche nel frattempo insorte e protratte nel tempo, si sarebbe dovuto chiedere di:

.. spiegare il motivo per cui solo il 19 luglio (Giorno dell’attentato di via D’Amelio), previa una telefonata di primo mattino, concesse a Paolo Borsellino la delega ad investigare anche sui fatti palermitani;

.. commentare l’affermazione fatta da Giovanni Falcone alla giornalista Liana Milella, quando, riferendosi alle determinazioni assunte dalla Procura della Repubblica di Palermo sull’inchiesta mafie e appalti le definì: “Una decisione riduttiva per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”;

.. chiarire i termini dell’appunto rinvenuto nell’agenda elettronica di Giovanni Falcone nella quale si evidenziavano le pressioni del dott. Giammanco sul cap. De Donno al fine di chiudere l’inchiesta mafia e appalti, giustificate dal procuratore come richieste pervenute dal mondo politico siciliano che altrimenti non avrebbe più ottenuto i fondi statali per gli appalti;

.. smentire eventualmente le dichiarazioni di Angelo Siino che, nel corso della sua collaborazione, sempre ritenuta fondamentale dalla Procura della Repubblica di Palermo, affermò di avere avuto l’informativa mafia e appalti pochi giorni dopo il suo deposito e che il documento gli era pervenuto, attraverso l’on. Salvo Lima, dal dott. Giammanco.

Infine mi piacerebbe conoscere perchè le dichiarazioni di alcuni magistrati della Direzione Distrettuale di Palermo che il 29 luglio 1992 e nei giorni a seguire, sentiti dal Consiglio Superiore della Magistratura, avevano riferito della riunione della DDA di Palermo, tenutasi il 14 luglio 1992, e nella quale Paolo Borsellino aveva chiesto notizie sull’indagine mafia e appalti, non sono state oggetto di nessun accertamento.

Si tenga poi conto che queste dichiarazioni, si sono conosciute solo a distanza di molti anni ed esclusivamente per l’iniziativa dell’avv. Basilio Milio, mio difensore, che, dopo avere collezionato negli anni vari dinieghi dalla Procura di Palermo, qualche mese orsono ha finalmente avuto accesso ad un fascicolo processuale che ha trovato presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta e qui le ha rintracciate. Così le ha potute presentare nel corso del recente dibattimento davanti alla Corte di Assise di Appello di Palermo relativo alla presunta trattativa Stato/mafia, rendendole finalmente pubbliche.

Per concludere questo argomento sottolineo che le perplessità nei confronti di alcuni indirizzi assunti dal dott. Giammanco nella gestione della Procura di Palermo, non costituivano solo una convinzione mia e di qualche altro ufficiale del Ros, ma erano radicate anche in una parte dei magistrati appartenenti al suo ufficio, che diedero anche vita a significative e pubbliche azioni di contestazione, senza che però in prospettiva, anche dopo l’arrivo del nuovo procuratore capo, il dott. Giancarlo Caselli, qualcuno ritenesse di svolgere accertamenti su quanto in quell’estate del 1992 era successo.

Dopo pochi mesi, uno dei cinque arrestati nell’inchiesta mafia e appalti, il geometra Giuseppe Li Pera, dal carcere e tramite i suoi avvocati, manifestò la volontà di collaborare, ma visti respinti i suoi tentativi di essere ascoltato dalla Procura della Repubblica di Palermo, riferì i fatti da lui conosciuti al cap. Giuseppe De Donno e al sostituto procuratore Felice Lima della Procura della Repubblica di Catania. Quest‘ultimo, al termine degli accertamenti conseguenti alle dichiarazioni del collaborante, inoltrò al Gip del Tribunale di Catania la richiesta di ventitré ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione per delinquere di tipo mafioso ed altro, ma venne fermato dal proprio procuratore capo, il dott. Gabriele Alicata, che si rifiutò di firmare il provvedimento e decise, anche qui, di frazionare l’inchiesta in tre distinti segmenti:

. a Catania, rimase la parte riguardante un ospedale cittadino che portò all’arresto di Carmelo Costanzo, il cavaliere del lavoro che, insieme ai colleghi Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci e Mario Rendo, costituiva il gruppo dei così detti ” quattro cavalieri dell’apocalisse” e delle cui attività si era a suo tempo interessato anche il generale Dalla Chiesa. Oltre al Costanzo furono arrestati un ex presidente della Provincia e alcuni membri di una Usl locale;

. a Caltanissetta, venne avviata la parte che riguardava le accuse del Li Pera a quattro magistrati della Procura della Repubblica di Palermo, i sostituti procuratori Giuseppe Pignatone, Guido Lo Forte e il procuratore capo Pietro Giammanco. L’inchiesta si concluse con l’esclusione di ogni responsabilità a carico degli indagati. Anche l’addebito, rivolto al Giammanco, di avere ricevuto denaro per ammorbidire gli esiti di mafia e appalti fu archiviato;

. a Palermo, toccò specificatamente la parte relativa a “cosa nostra”, che portò alla successiva emissione di un’ordinanza di custodia cautelare intestata a Salvatore Riina più ventiquattro, in pratica il gotha mafioso palermitano, escludendo quindi ogni responsabilità della componente politica.

In nessuno di questi tre filoni operativi fu richiesta la partecipazione dei militari del Ros che pure avevano svolto, in esclusiva, tutte le precedenti indagini.

Il conflitto interno alla Procura di Catania si concluse con la richiesta da parte del dott. Lima del trasferimento al Tribunale Civile. Il comportamento del cap. De Donno, ritenuto scorretto dalla Procura della Repubblica di Palermo, fu segnalato alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione che definì la pratica senza riscontrare alcun comportamento irregolare da parte dell’ufficiale.

Sulla propaggine catanese di mafia e appalti, meglio su tutta la vicenda, mi sembra appropriato concludere citando le parole dette dal dott. Felice Lima, il 4 maggio 2021, davanti alla Commissione d’inchiesta dell’Assemblea Regionale Siciliana:

. “ … Io avevo le stesse carte dei colleghi palermitani, ma mentre sul mio tavolo queste carte portarono i frutti contenuti in quelle duecentotrenta, non mi ricordo, pagine di richiesta, a Palermo non era praticamente successo niente, anzi c’era stata una dolorosa, dal mio punto di vista, richiesta di archiviazione”.

MENTRE A PALERMO NICCHIANO, A NAPOLI SI PROCEDE

Per completare la narrazione sulle indagini da me coordinate nel settore degli appalti pubblici, c’è da aggiungere che, vista l’impossibilità di proseguire questa tipologia di inchieste in Sicilia, sempre nel corso del 1992, spostai il reparto del cap. De Donno a Napoli, dove fu riproposta la stessa ipotesi investigativa, questa volta applicata alla camorra. Lo spunto ci proveniva dalla segnalazione di minacce e intimidazioni con danneggiamenti, di chiara origine camorristica, rivolte a tecnici e cantieri della Impregilo, società impegnata nella costruzione della linea ad alta velocità Roma-Napoli (TAV). Da una serie di riscontri ottenuti, si constatò che, anche qui, l’interesse verso gli appalti pubblici da parte di appartenenti alla camorra era prioritario.

Concordammo con due magistrati illuminati, il procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova e il responsabile di quella Direzione Distrettuale Antimafia, Paolo Mancuso, una linea di lavoro che prevedeva l’inserimento fittizio di un nostro uomo nel contesto operativo dei lavori della TAV, con la funzione di eventuale catalizzatore degli interessi illeciti, presentandolo come rappresentante dell’Associazione Temporanea d’Imprese (ATI) aggiudicataria del complesso dei lavori.

In breve, il nostro uomo, il sedicente ing. Varricchio, in realtà il t. col. Vincenzo Paticchio del Ros, fu contattato da elementi del clan camorristico degli Zagaria, egemone nella zona di Casal di Principe, e si dichiarò disposto ad accettare un confronto che consentisse un “sereno” svolgimento delle attività. La richiesta dei criminali prevedeva la dazione del tre percento dell’importo dei lavori. Vi erano inoltre altre percentuali da prevedere per la componente politica e per il mondo imprenditoriale. Varricchio accettò, ma pretese che tutte le richieste fossero in qualche modo formalizzate. Alcune di queste vennero ufficializzate nel corso di riunioni, tenutesi presso l’hotel Vesuvio di Napoli e coordinate dal geometra Del Vecchio, che prese fedelmente nota dei nominativi delle imprese segnalate, delle loro richieste e da chi venivano sponsorizzate. Il geom. Del Vecchio era in effetti un abilissimo maresciallo del ROS.

Tutte le operazioni furono registrate in audio e video e l’indagine si concluse con il rinvio a giudizio di camorristi , imprenditori e politici, tra cui anche il vice presidente della Regione Campania. Nel processo vennero condannati gli imprenditori e i camorristi, mentre i politici risultarono assolti in quanto “vittime di un’attività di provocazione”. Ancora mi domando che differenza effettiva ci fosse tra politici, camorristi ed imprenditori, visto che analogo era stato il loro comportamento.

Lo svolgimento dell’indagine condotta d’intesa con la Procura della Repubblica di Napoli dimostrò comunque che un’inchiesta nel settore degli appalti, anche con la normativa degli anni novanta, poteva essere portata avanti se c’era coordinamento e unità d’intenti tra magistrati requirenti e investigatori.

All’Università Federico II di Napoli, nella facoltà di Economia e Commercio, si tennero per anni lezioni su quella nostra indagine.

*****

Nel lungo tempo trascorso da quell’anno 1992, ho avuto più volte la possibilità di parlare con gli ufficiali che svilupparono con me quelle indagini sugli appalti. Il confronto ci ha portati ad una serie di conclusioni:

. il business nazionale della criminalità organizzata mafiosa era costituito dal condizionamento degli appalti che si affiancava, a livello internazionale, con quello costituito dal traffico delle sostanze stupefacenti;

. il condizionamento degli appalti pubblici non costituiva solo l’obiettivo principale dei gruppi mafiosi, ma era fonte di guadagno illecito anche per molti imprenditori e politici, da considerare quindi non vittime ma partecipi dell’attività criminale;

. stroncare l’inchiesta mafia e appalti, sorta ancora prima di “mani pulite”, evitava di collegare i due procedimenti giudiziari che in effetti sono stati condotti in maniera separata. Solo anni dopo, Antonio Di Pietro ha riferito dell’intenzione di Paolo Borsellino di unificare gli sforzi per gestire le rispettive inchieste, ravvisandovi una strategia unica. Lo stesso dott. Di Pietro ha ricordato di avere ricevuto dal cap. De Donno la sollecitazione ad interessarsi dell’inchiesta siciliana a fronte dell’inerzia di quella magistratura;

. l’inchiesta sviluppata dal Ros a partire dal 1990, coordinata e sostenuta da Giovanni Falcone, si è integrata senza soluzione di continuità con quella di Catania diretta dal dott. Felice Lima, e seppure stroncata con la stessa tecnica usata a Palermo, ha consentito di evidenziare anche nella parte orientale dell’isola la presenza al tavolo degli appalti pubblici degli stessi attori: mafiosi, imprenditori e politici;

. le inchieste sugli appalti, demolite in Sicilia, hanno invece avuto più ampi sviluppi in altre zone del paese;

. alcuni esponenti della magistratura siciliana hanno consentito, con le loro decisioni, che le inchieste sul condizionamento degli appalti pubblici abortissero nella loro fase iniziale. Prima che tutti i protagonisti di queste vicende siano scomparsi, saremmo ancora in tempo per analizzare e valutare le ragioni delle loro decisioni;

. io e Giuseppe De Donno siamo vivi perché la morte di Paolo Borsellino ha praticamente reso inutile la nostra soppressione. Eliminato il magistrato, è stato facile neutralizzare tecnicamente l’indagine che stavamo sviluppando, senza provocare altri omicidi che avrebbero potuto indirizzare in maniera più precisa le indagini sui fatti di sangue di quell’anno: omicidio di Salvo Lima, strage di Capaci, strage di via D’Amelio e omicidio di Ignazio Salvo.

Tutto ciò premesso, appare assolutamente necessario che su quanto esposto vi sia un chiarimento, insistentemente richiesto anche da altre parti coinvolte. Il lungo tempo trascorso potrà contribuire a più distaccate e serene valutazioni che, però, appaiono tuttora necessarie, perché troppe morti le hanno segnate indelebilmente.

*****

A conclusione di queste brevi note voglio esprimere una considerazione di carattere personale. Il Ros, costituito il 3 dicembre 1990, è un reparto investigativo a competenza nazionale che si interessa dei fenomeni di grande criminalità. Negli anni in cui era da me diretto, come peraltro avviene tuttora, conduceva indagini rapportandosi con le Procure della Repubblica più importanti del paese, tutte coordinate da magistrati di grande qualificazione professionale. Ebbene nelle numerose attività sviluppate, solo in Sicilia, si sono verificati fatti che hanno dato origine a polemiche e inchieste di rilevanza penale, protrattesi addirittura per oltre un ventennio.

Ora se è nella forza delle cose che, per attività così delicate, si possano verificare singoli episodi di contrasto, frutto di incomprensioni e anche di errori umani tra i responsabili delle operazioni, l’ampiezza temporale delle tre inchieste, svolte in successione nei confronti miei e di alcuni ufficiali da me dipendenti, appare oltremodo indicativa, e tale da presentarsi non come il riflesso di convincimenti supportati da documenti e riscontri maturati nel tempo, ma piuttosto come l’attuazione, da parte di alcuni magistrati, di un predeterminato disegno di politica giudiziaria.

I tre procedimenti, sempre derivati dallo stesso contesto investigativo, per cui più di un giurista di fama ha parlato di ” bis in idem”, volendo così indicare la riproposizione, esclusa dal nostro codice, degli stessi fatti in procedimenti diversi, sono sfociati in processi che si sono sin qui conclusi con l’identico risultato: assoluzione perché il fatto non costituisce reato.

All’esito di questi ripetuti e conformi esiti processuali o siamo di fronte a un caso di clamorosa insufficienza professionale da parte di chi li ha aperti e sviluppati, ovvero le inchieste sono state condotte interpretando illogicamente o sovradimensionando gli esiti investigativi acquisiti che, infatti, non sono stati condivisi dalla magistratura giudicante.

Ritengo che non si possa assolutamente parlare di mancanza di professionalità, ma invece la spiegazione vada ricercata in un approccio dei magistrati requirenti basato sulla volontà di intervenire processualmente in un campo, quello politico, che non compete al loro ordine, ma è esclusivo ambito del potere legislativo ed esecutivo.

Il magistrato, nel nostro ordinamento, deve valutare e giudicare i fatti accertati, così come afferma specificatamente l’art. 1 del nostro Codice Penale. A lui non compete in alcun modo tentare ricostruzioni più o meno avventurose in base a proprie convinzioni ideologiche che, in definitiva, portano solo a sovvertire l’equilibrata ripartizione dei poteri su cui si regge ogni democrazia compiuta.

ARRIVA IL NUOVO AMBASCIATORE AMERICANO A ATENE. NERVOSISMO IN USA.

L’anno scorso fu proposto per la Norvegia e ritirato quando disse che costì avrebbe incontrato il presidente…

Nella foto: George Tsunis, officiato dal presidente Biden come nuovo ambasciatore USA in Grecia e già bocciato dal Congresso nel 2014 per l’incarico in Norvegia. Ora lo chiamano Bidenpopulos

Reduce dalla brillante performance in Afganistan, il presidente Biden avrebbe potuto almeno recuperare nel Mediterraneo, se non avesse proposto, l’8 ottobre, il sig. George Tsunis a ambasciatore in Grecia, il che gli ha procurato una rivolta della community di politica estera di Washington che é insorta come un sol uomo al grido di “fuori i procacciatori di fondi”!

Il colpo é andato a segno anche se Tsunis non ha ancora rinunziato alla candidatura che, comunque, per essere valida, deve essere approvata dal Senato.

I detrattori hanno attaccato frontalmente: non si trattava forse dello stesso personaggio presentato da Barak Obama nel 2013 come possibile ambasciatore in Norvegia e che – in audizione al Senato- aveva parlato del Re chiamandolo “Presidente” e aveva definito il governo di coalizione un ” fringe group” ossia gruppo marginale?

Si era proprio lui, bocciato a furor di popolo la scorsa volta a richiesta della numerosa e battagliera comunità norvegese del Minnesota, preoccupata di inviare questo pittoresco personaggio a Oslo. Diffuse le notizie delle sue gaffes, si ritirò per evitare una figuraccia a Obama.

Oggi é riemerso sperando nell’oblio dopo otto anni e fidando nella protezione politica del senatore Robert Menendez del New Jersey, presidente della Commissione Affari Esteri e fervente sostenitore di Israele al Congresso e Chuck Schumer, di New York, capo gruppo senatoriale democratico. Entrambi risultati destinatari di consistenti aiuti finanziari a loro e al partito.

Ma la fronda dei diplomatici non ha l’intenzione di fermarsi a questo infortunio presidenziale e desidera regolare i conti – una volta per tutte- con questi procacciatori di fondi per le campagne elettorali che brigano per occupare posti in ambasciate delicate – come nel caso odierno di Atene- nomine che spesso rivestono una carica di rivincita sociale per figli di miseri emigranti, arricchitisi nell’arco di una generazione, che vengono vissuti male dai politici del paese di destinazione, col distacco che si deve a un parvenu ignaro delle finezze politiche, mentre dovrebbero avere il prestigio di poter consigliare, come spesso accade, capi di stato e di governo.

L’attacco é quindi proseguito su due direttrici: un ex diplomatico che ha trascorso sette anni in Grecia ricoprendo più mansioni sia a Atene che a SaloniccoAlec Mally sul New Europe Magazine ( attualmente direttore dell’IPEDIS, Institute for Regional Dialogue and Strategy)- ha fatto notare che il predetto Tsunis é digiuno anche di esperienza di rapporti con i militari e le loro procedure, mentre il recente accordo bilaterale di mutua assistenza richiederà familiarità con gli intricati sistemi e procedure del mondo militare ( rivelando così l’intensa attività del Pentagono ” dall’Ebro a Creta” come detto dal premier greco in un recente discorso pubblico) impegnato in una sorveglianza proattiva sia nell’Egeo che alla frontiera Serba.

Aperti gli archivi del Dipartimento di Stato, i fautori della cacciata dei dilettanti hanno ricordato il precedente di un altro ambasciatore di origine greca nominato da H.W. George Bush jr, – Michel Sotirhos– in carica tra l’89 e il 93 , periodo delicato per via dello smembramento della Jugoslavia e quindi dei rapporti con la Serbia, proprio come oggi.

Un tecnico delle comunicazioni fu “pizzicato” a passare documenti classificati all’intelligence greca e la sua ambasceria é ancora ricordata come un disastro dai diplomatici di carriera che ritengono da sempre l’invio di un oriundo nell’ex patria, una sorta di declassamento del paese coinvolto.

Dobbiamo ricordarcene la prossima volta che gli americani ci manderanno un ambasciatore.

REGENI, TONI-DE PALO E ABU OMAR IL MAGISTRATO RECITA A SOGGETTO

In un paese in cui le persone temono di essere schedate dal vaccino che “non protegge al 100%” e si lancia in fulminee convivenze e matrimoni che al 50% finiscono male, non mi meraviglio se nessuno si ricorda più di una vicenda capitata nel 1980 in Libano, la TONI-DE PALO.

Una foto con Armando Sportelli durante uno dei nostri incontri-intervista durante i quali ha rivangato le fasi delle trattative con OLP , il caso Toni De Palo e altri.

Due “giornalisti” di cui nessuno ha mai letto una riga, che scomparvero ad un tratto – non si sa come ne quando- forse durante un giro in Libano nella pianura della Bekaa.

I loro cadaveri – se esistono- non furono mai ritrovati, ma furono l’occasione per far trionfare la magistratura sulla bieca corporazione degli agenti segreti: il capo centro in Libano, il maggiore dei carabinieri Stefano Giovannone , invano invocato come salvatore da Aldo Moro durante la sua prigionia, venne giubilato e inquisito assieme al suo capo, il colonnello Armando Sportelli, all’epoca a capo degli 007 italiani nel mondo e responsabile dell’accordo OLP-Italia che ha risparmiato, per trenta e passa anni, il nostro territorio da coinvolgimenti armati.

Il teorema del magistrato inquirente fu che se non si trovavano questi due personaggi, ( mai saputo chi ne denunziò la scomparsa…) erano certamente stati rapiti dall’OLP (Adesso però i cattivi in Libano sono gli Hezbollah) e l’intelligence doveva essere al corrente di tutto.

L’inchiesta, condotta da un sostituto procuratore di Venezia a nome Mastelloni, fratello di un attore di teatro, durò la bellezza di sette anni provocando la stroncatura della Carriera di Sportelli che ebbe l’ingenuità di dimettersi al primo giorno dell’inchiesta fidando nella istituzione. Stefano Giovannone , ammalato, non si riprese più, mentre il nome del generale V. dei CC che ne voleva la testa, fu trovato nella lista della P2.

Risultò, a chiunque fosse in buona fede, che i due non si erano mai presentati in ambasciata, non avevano chiesto interviste a nessuno, non avevano comunicato a nessuno intenzioni o itinerario e – posto che abbiano circolato in Libano, nessuno li incrociò o vide mai. Tanto bastò perché il magistrato indagasse per sette anni e la vita di due integerrimi servitori dello stato fosse stroncata. Il magistrato confidò in un momento di debolezza a Sportelli che era ” affascinato da questo mondo dei servizi segreti” e continuava a fare domande anche non pertinenti.

In tutto questo bailamme non una riga fu scritta dal solerte New York Times o dall’intrepido Guardian, nemmeno quando due anni prima fu trovato il cadavere di un cittadino francese alla periferia del Cairo. E non scrissero nemmeno quando un cittadino italiano- anche se il nome di battaglia é Abu Omar- fu rapito, il 17 febbraio 2003 in quel di Milano da un commando di 22 americani e due italiani, guidato dal capo centro CIA di Milano, tale Robert Seldon LADY, condannato dalla magistratura ( Spataro e Pomarici) e poi graziato, assieme ai compari, dal presidente Mattarella che quel giorno era, evidentemente, in buona con tutti, ma non con la donna ( Sabrina De Sousa) nel frattempo licenziata dalla CIA per aver allietato la vigilia del capo. Su tutto, nessuno scoop. Si sono interessati a una sola vicenda che ora riferisco.

Ritrovamento all’alba

Per il caso Regeni, Giulio Regeni, invece, fin dal primo giorno e prima ancora che ne fosse informata la nostra ambasciata, i predetti quotidiani si dimostrarono attentissimi alle vicende del cadavere di un italiano trovato, al Cairo, all’alba, sullo stradone, non lontano dalla trafficatissima via che conduce alle Piramidi e prosegue verso Alessandria d’Egitto. In USA ci sono sei ore di fuso di differenza ma il NYT riuscì a non” bucare” la notizia.

Il cadavere, così platealmente depositato, risultò appartenere a un cittadino italiano, il ventottenne Giulio Regeni, ” ricercatore” ventottenne residente da anni all’estero. Entrambi i quotidiani anglosassoni dimostrarono di essere informati delle indagini della polizia e delle omissioni della stessa, anche se non hanno mai rivelato le fonti ( o la fonte) che li tenne un passo avanti a tutti.

Il Ministro Andrea Orlando – che non si é mai scomodato per andare ai funerali degli operai che muoiono quotidianamente sotto la sua gestione ministero del Lavoro- si presentò a Fiumicino per ricevere le spoglie del compatriota. Anche questo va segnalato come il frutto di un singolare intuito circa gli sviluppi futuri del caso.

Tutte le mamme sono da rispettarsi quando piangono un figlio e, magari, chiedono giustizia se questo risulta deceduto in situazioni drammatiche. Questa madre non ha fatto eccezione ed é un suo diritto rivolgersi alla magistratura. Invece si rivolge al Parlamento e nemmeno al deputato del suo collegio. E d’ora in poi, nulla – in questa vicenda- seguirà più la normale procedura che tutela i diritti dei cittadini italiani.

Non la ricerca dei testimoni inglesi ( la dottoressa Maia Abd el Rahman– che aveva spedito il Regeni in Egitto per fare una ricerca sui “sindacati non riconosciuti” dandogli l’indirizzo di un professore dell’Università americana rivelatosi un confidente di polizia- non i finanziatori committenti americani della ricerca della ricerca – Oxford Analytica di John Negroponte ( ex capo della intelligence community USA)- non un accertamento su elaborati precedenti del Regeni di cui non v’é traccia.

E’ anche diritto dell’on Luigi Manconi, genero di Berlinguer, occuparsi – sia pure a singhiozzo- di diritti umani. Ricordo due episodi in cui si interessò con particolare accanimento, dovuto alla facilità di accesso al mezzo televisivo grazie alla parentela.

La prima volta che ricordo, fu per deplorare l’utilizzo di una prostituta somala (immortalata in foto con una bottiglietta di Coca Cola da L’Europeo o dall’Espresso, non ricordo) da alcuni bersaglieri del nostro contingente che si trovava a svolgere operazioni di peace enforcing per l’ONU.

Non é colpa dell’insistenza dell’onorevole Luigi Manconi se con questa polemica provocò il congelamento della nostra ben avviata candidatura al Consiglio di sicurezza dell’ONU grazie ai buoni uffici dell’ambasciatore Francesco Paolo Fulci che si era conquistato i necessari voti di moltissimi paesi afroasiatici, consentendoci di surclassare la Germania in sede di votazione in assemblea. Una battuta d’arresto dalla quale non ci siamo più ripresi.

Recentemente, resosi disponibile nuovamente il seggio ONU, abbiamo dovuto dividerlo con L’Olanda ( appoggiata da USA e Germania) benché questa sia stata dichiarata ufficialmente responsabile del Massacro di Srebrenica dalla camera Penale Internazionale ( CPI). Ottomila morti cancellati da un Manconi e una mignotta.

La seconda volta che ricordo, é il caso Regeni, dove, in concorrenza col presidente della Camera dei Deputati – Roberto Fico– il Manconi fece a gara per chiedere ” verità per Regeni“, giusto. Ma chiesero anche – interferendo con la nostra politica estera esorbitando dalle rispettive funzioni – il richiamo del nostro ambasciatore al Cairo e poi addirittura la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto, nascondendosi dietro una povera madre disperata.

In Egitto – guarda caso- era appena stato trovato dall’ENI ” nelle acque profonde egiziane antistanti il Delta del Nilo” un giacimento di petrolio e di gas che fa impallidire i giacimenti antistanti le acque cipriote ( Tamar e Leviatan) trovate dal servizio geologico degli Stati Uniti. E qui comincia il vero caso Regeni che mischia interessi privati, intelligence, ricatti tra petrolieri, rivalità geopolitiche tra alleati. Su tutto questo mucchio inquinato troneggia il servilismo dei magistrati addetti alla capitale che inscenano un processo farsa senza imputati, senza testimoni e senza movente, grazie a un procuratore la cui nomina é stata annullata dal Tribunale Amministrativo Regionale ( TAR).

L’ENI TROVA IL PETROLIO E GLI USA SFRUTTANO IL MORTO

Pur emarginato dalle acque libiche e ingabbiato con la Total in quelle di Cipro, L’ENI inquinato solo a livello dirigenza ma con ingegneri ancora memori dell’eredita di Mattei, hanno elaborato una tecnologi che ha permesso loro di trovare il petrolio, come dice il comunicato ENI ” nelle acque profonde egiziane” dove gli altri non hanno trovato nulla. L’Egitto, fedele alle sue scelte tradizionali, ha avuto sempre ottimi rapporti commerciali con l’Italia, dai tempi dei Tolomei al periodo coloniale inglese con Faruk, a Nasser durante la fase della influenza russa, un posto per noi c’é sempre stato.

All’epoca Regeni, i Francesi avevano monetizzato la misteriosa morte di uno studente con la vendita di 24 aerei ” Rafale”, mentre noi avevamo piazzato due fregate classe FREMM considerate l’opera di progettazione navale migliore nella sua classe. L’ambasciata di Israele era stata invitata a chiudere ” per ragioni di sicurezza” accentrando i rapporti con l’Egitto all’ambasciata egiziana a Tel Aviv.

Gli americani si lamentavano delle incomprensioni avute durante la “primavera” e delle ” avance” sessuali subite da alcune giornaliste USA mescolatesi ai manifestanti. I tedeschi aumentavano l’organico d’ambasciata degli addetti alla cooperazione a settanta unità, mentre l’Egitto di Abd el fattah Al Sissi affidava ad altri il raddoppio del canale di Suez e alla Russatom di Mosca la ripresa del suo programma nucleare accantonato anni fa.

Una bomba fasulla esplodeva nei pressi della nostra ambasciata e i magistrati di Roma invadevano gli spai dei magistrati egiziani e la polizia pasticciava le indagini nel tentativo di dare una risposta soddisfacente. Ordinaria amministrazione.

Il disordine, condito di “rumors” alimentati dal New York Times e dal Guardian cui ha fatto eco il TG1 e Il Messaggero ha spinto il Presidente della Camera a rilasciare incaute dichiarazioni di cui l’elettorato farà giustizia e il deputato che si é fatto dare le funzioni tanto dignitosamente tenute dall’on Stefano Rodotà.

Chi ha ceduto senza vergogna alle richieste cui aveva già dato benevolo ascolto il Quirinale nel caso “LADY più 22” ( Abu Omar) é stato il sedicente procuratore della Repubblica di Roma – tale Prestipino, siciliano, – contestato nella nomina dai più meritevoli colleghi cui ha soffiato il posto, destituito dal TAR e difeso della coschetta annidata nel CSM.

In questa posizione di debolezza ha preso per buona la vicenda e accettato di lanciare un processo in cui ai quattro nomi di imputati dirigenti dell’intelligence egiziano non ha nemmeno mandato la notifica; ha sorvolato sull’assenza della “tutor” di Regeni che non ha accettato di venire a testimoniare ( fatto notato persino dal cautissimo ” Corriere della sera“) e col processo di beatificazione in corso del Regeni – un ricercatore che a ventotto anni non aveva pubblicato nulla e non era “di Cambridge”: stava in un collegio secondario dell’area – difficile capire quale fosse la motivazione dell’omicidio e delle torture pregresse. Io al solito, in una intervista su You tube che potete vedere qui ( https://youtu.be/0PACeET31Ig ) avevo detto, prima che succedesse il caso Regeni e chiaramente, che avremmo subito pressioni per farci mollare l’osso. Il povero giovane é stato il pretesto per l’attacco. Impuniti finora i fiancheggiatori di questa pugnalata all’economia italiana.

Nel caso di Abu Omar, il tribunale di Milano ha condannato i 22 agenti CIA al pagamento di un milione e mezzo di danni alla famiglia del rapito. Scommettiamo che in questo caso condanneranno il governo egiziano?

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