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ARRIVA IL NUOVO AMBASCIATORE AMERICANO A ATENE. NERVOSISMO IN USA.

L’anno scorso fu proposto per la Norvegia e ritirato quando disse che costì avrebbe incontrato il presidente…

Nella foto: George Tsunis, officiato dal presidente Biden come nuovo ambasciatore USA in Grecia e già bocciato dal Congresso nel 2014 per l’incarico in Norvegia. Ora lo chiamano Bidenpopulos

Reduce dalla brillante performance in Afganistan, il presidente Biden avrebbe potuto almeno recuperare nel Mediterraneo, se non avesse proposto, l’8 ottobre, il sig. George Tsunis a ambasciatore in Grecia, il che gli ha procurato una rivolta della community di politica estera di Washington che é insorta come un sol uomo al grido di “fuori i procacciatori di fondi”!

Il colpo é andato a segno anche se Tsunis non ha ancora rinunziato alla candidatura che, comunque, per essere valida, deve essere approvata dal Senato.

I detrattori hanno attaccato frontalmente: non si trattava forse dello stesso personaggio presentato da Barak Obama nel 2013 come possibile ambasciatore in Norvegia e che – in audizione al Senato- aveva parlato del Re chiamandolo “Presidente” e aveva definito il governo di coalizione un ” fringe group” ossia gruppo marginale?

Si era proprio lui, bocciato a furor di popolo la scorsa volta a richiesta della numerosa e battagliera comunità norvegese del Minnesota, preoccupata di inviare questo pittoresco personaggio a Oslo. Diffuse le notizie delle sue gaffes, si ritirò per evitare una figuraccia a Obama.

Oggi é riemerso sperando nell’oblio dopo otto anni e fidando nella protezione politica del senatore Robert Menendez del New Jersey, presidente della Commissione Affari Esteri e fervente sostenitore di Israele al Congresso e Chuck Schumer, di New York, capo gruppo senatoriale democratico. Entrambi risultati destinatari di consistenti aiuti finanziari a loro e al partito.

Ma la fronda dei diplomatici non ha l’intenzione di fermarsi a questo infortunio presidenziale e desidera regolare i conti – una volta per tutte- con questi procacciatori di fondi per le campagne elettorali che brigano per occupare posti in ambasciate delicate – come nel caso odierno di Atene- nomine che spesso rivestono una carica di rivincita sociale per figli di miseri emigranti, arricchitisi nell’arco di una generazione, che vengono vissuti male dai politici del paese di destinazione, col distacco che si deve a un parvenu ignaro delle finezze politiche, mentre dovrebbero avere il prestigio di poter consigliare, come spesso accade, capi di stato e di governo.

L’attacco é quindi proseguito su due direttrici: un ex diplomatico che ha trascorso sette anni in Grecia ricoprendo più mansioni sia a Atene che a SaloniccoAlec Mally sul New Europe Magazine ( attualmente direttore dell’IPEDIS, Institute for Regional Dialogue and Strategy)- ha fatto notare che il predetto Tsunis é digiuno anche di esperienza di rapporti con i militari e le loro procedure, mentre il recente accordo bilaterale di mutua assistenza richiederà familiarità con gli intricati sistemi e procedure del mondo militare ( rivelando così l’intensa attività del Pentagono ” dall’Ebro a Creta” come detto dal premier greco in un recente discorso pubblico) impegnato in una sorveglianza proattiva sia nell’Egeo che alla frontiera Serba.

Aperti gli archivi del Dipartimento di Stato, i fautori della cacciata dei dilettanti hanno ricordato il precedente di un altro ambasciatore di origine greca nominato da H.W. George Bush jr, – Michel Sotirhos– in carica tra l’89 e il 93 , periodo delicato per via dello smembramento della Jugoslavia e quindi dei rapporti con la Serbia, proprio come oggi.

Un tecnico delle comunicazioni fu “pizzicato” a passare documenti classificati all’intelligence greca e la sua ambasceria é ancora ricordata come un disastro dai diplomatici di carriera che ritengono da sempre l’invio di un oriundo nell’ex patria, una sorta di declassamento del paese coinvolto.

Dobbiamo ricordarcene la prossima volta che gli americani ci manderanno un ambasciatore.

REGENI, TONI-DE PALO E ABU OMAR IL MAGISTRATO RECITA A SOGGETTO

In un paese in cui le persone temono di essere schedate dal vaccino che “non protegge al 100%” e si lancia in fulminee convivenze e matrimoni che al 50% finiscono male, non mi meraviglio se nessuno si ricorda più di una vicenda capitata nel 1980 in Libano, la TONI-DE PALO.

Una foto con Armando Sportelli durante uno dei nostri incontri-intervista durante i quali ha rivangato le fasi delle trattative con OLP , il caso Toni De Palo e altri.

Due “giornalisti” di cui nessuno ha mai letto una riga, che scomparvero ad un tratto – non si sa come ne quando- forse durante un giro in Libano nella pianura della Bekaa.

I loro cadaveri – se esistono- non furono mai ritrovati, ma furono l’occasione per far trionfare la magistratura sulla bieca corporazione degli agenti segreti: il capo centro in Libano, il maggiore dei carabinieri Stefano Giovannone , invano invocato come salvatore da Aldo Moro durante la sua prigionia, venne giubilato e inquisito assieme al suo capo, il colonnello Armando Sportelli, all’epoca a capo degli 007 italiani nel mondo e responsabile dell’accordo OLP-Italia che ha risparmiato, per trenta e passa anni, il nostro territorio da coinvolgimenti armati.

Il teorema del magistrato inquirente fu che se non si trovavano questi due personaggi, ( mai saputo chi ne denunziò la scomparsa…) erano certamente stati rapiti dall’OLP (Adesso però i cattivi in Libano sono gli Hezbollah) e l’intelligence doveva essere al corrente di tutto.

L’inchiesta, condotta da un sostituto procuratore di Venezia a nome Mastelloni, fratello di un attore di teatro, durò la bellezza di sette anni provocando la stroncatura della Carriera di Sportelli che ebbe l’ingenuità di dimettersi al primo giorno dell’inchiesta fidando nella istituzione. Stefano Giovannone , ammalato, non si riprese più, mentre il nome del generale V. dei CC che ne voleva la testa, fu trovato nella lista della P2.

Risultò, a chiunque fosse in buona fede, che i due non si erano mai presentati in ambasciata, non avevano chiesto interviste a nessuno, non avevano comunicato a nessuno intenzioni o itinerario e – posto che abbiano circolato in Libano, nessuno li incrociò o vide mai. Tanto bastò perché il magistrato indagasse per sette anni e la vita di due integerrimi servitori dello stato fosse stroncata. Il magistrato confidò in un momento di debolezza a Sportelli che era ” affascinato da questo mondo dei servizi segreti” e continuava a fare domande anche non pertinenti.

In tutto questo bailamme non una riga fu scritta dal solerte New York Times o dall’intrepido Guardian, nemmeno quando due anni prima fu trovato il cadavere di un cittadino francese alla periferia del Cairo. E non scrissero nemmeno quando un cittadino italiano- anche se il nome di battaglia é Abu Omar- fu rapito, il 17 febbraio 2003 in quel di Milano da un commando di 22 americani e due italiani, guidato dal capo centro CIA di Milano, tale Robert Seldon LADY, condannato dalla magistratura ( Spataro e Pomarici) e poi graziato, assieme ai compari, dal presidente Mattarella che quel giorno era, evidentemente, in buona con tutti, ma non con la donna ( Sabrina De Sousa) nel frattempo licenziata dalla CIA per aver allietato la vigilia del capo. Su tutto, nessuno scoop. Si sono interessati a una sola vicenda che ora riferisco.

Ritrovamento all’alba

Per il caso Regeni, Giulio Regeni, invece, fin dal primo giorno e prima ancora che ne fosse informata la nostra ambasciata, i predetti quotidiani si dimostrarono attentissimi alle vicende del cadavere di un italiano trovato, al Cairo, all’alba, sullo stradone, non lontano dalla trafficatissima via che conduce alle Piramidi e prosegue verso Alessandria d’Egitto. In USA ci sono sei ore di fuso di differenza ma il NYT riuscì a non” bucare” la notizia.

Il cadavere, così platealmente depositato, risultò appartenere a un cittadino italiano, il ventottenne Giulio Regeni, ” ricercatore” ventottenne residente da anni all’estero. Entrambi i quotidiani anglosassoni dimostrarono di essere informati delle indagini della polizia e delle omissioni della stessa, anche se non hanno mai rivelato le fonti ( o la fonte) che li tenne un passo avanti a tutti.

Il Ministro Andrea Orlando – che non si é mai scomodato per andare ai funerali degli operai che muoiono quotidianamente sotto la sua gestione ministero del Lavoro- si presentò a Fiumicino per ricevere le spoglie del compatriota. Anche questo va segnalato come il frutto di un singolare intuito circa gli sviluppi futuri del caso.

Tutte le mamme sono da rispettarsi quando piangono un figlio e, magari, chiedono giustizia se questo risulta deceduto in situazioni drammatiche. Questa madre non ha fatto eccezione ed é un suo diritto rivolgersi alla magistratura. Invece si rivolge al Parlamento e nemmeno al deputato del suo collegio. E d’ora in poi, nulla – in questa vicenda- seguirà più la normale procedura che tutela i diritti dei cittadini italiani.

Non la ricerca dei testimoni inglesi ( la dottoressa Maia Abd el Rahman– che aveva spedito il Regeni in Egitto per fare una ricerca sui “sindacati non riconosciuti” dandogli l’indirizzo di un professore dell’Università americana rivelatosi un confidente di polizia- non i finanziatori committenti americani della ricerca della ricerca – Oxford Analytica di John Negroponte ( ex capo della intelligence community USA)- non un accertamento su elaborati precedenti del Regeni di cui non v’é traccia.

E’ anche diritto dell’on Luigi Manconi, genero di Berlinguer, occuparsi – sia pure a singhiozzo- di diritti umani. Ricordo due episodi in cui si interessò con particolare accanimento, dovuto alla facilità di accesso al mezzo televisivo grazie alla parentela.

La prima volta che ricordo, fu per deplorare l’utilizzo di una prostituta somala (immortalata in foto con una bottiglietta di Coca Cola da L’Europeo o dall’Espresso, non ricordo) da alcuni bersaglieri del nostro contingente che si trovava a svolgere operazioni di peace enforcing per l’ONU.

Non é colpa dell’insistenza dell’onorevole Luigi Manconi se con questa polemica provocò il congelamento della nostra ben avviata candidatura al Consiglio di sicurezza dell’ONU grazie ai buoni uffici dell’ambasciatore Francesco Paolo Fulci che si era conquistato i necessari voti di moltissimi paesi afroasiatici, consentendoci di surclassare la Germania in sede di votazione in assemblea. Una battuta d’arresto dalla quale non ci siamo più ripresi.

Recentemente, resosi disponibile nuovamente il seggio ONU, abbiamo dovuto dividerlo con L’Olanda ( appoggiata da USA e Germania) benché questa sia stata dichiarata ufficialmente responsabile del Massacro di Srebrenica dalla camera Penale Internazionale ( CPI). Ottomila morti cancellati da un Manconi e una mignotta.

La seconda volta che ricordo, é il caso Regeni, dove, in concorrenza col presidente della Camera dei Deputati – Roberto Fico– il Manconi fece a gara per chiedere ” verità per Regeni“, giusto. Ma chiesero anche – interferendo con la nostra politica estera esorbitando dalle rispettive funzioni – il richiamo del nostro ambasciatore al Cairo e poi addirittura la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto, nascondendosi dietro una povera madre disperata.

In Egitto – guarda caso- era appena stato trovato dall’ENI ” nelle acque profonde egiziane antistanti il Delta del Nilo” un giacimento di petrolio e di gas che fa impallidire i giacimenti antistanti le acque cipriote ( Tamar e Leviatan) trovate dal servizio geologico degli Stati Uniti. E qui comincia il vero caso Regeni che mischia interessi privati, intelligence, ricatti tra petrolieri, rivalità geopolitiche tra alleati. Su tutto questo mucchio inquinato troneggia il servilismo dei magistrati addetti alla capitale che inscenano un processo farsa senza imputati, senza testimoni e senza movente, grazie a un procuratore la cui nomina é stata annullata dal Tribunale Amministrativo Regionale ( TAR).

L’ENI TROVA IL PETROLIO E GLI USA SFRUTTANO IL MORTO

Pur emarginato dalle acque libiche e ingabbiato con la Total in quelle di Cipro, L’ENI inquinato solo a livello dirigenza ma con ingegneri ancora memori dell’eredita di Mattei, hanno elaborato una tecnologi che ha permesso loro di trovare il petrolio, come dice il comunicato ENI ” nelle acque profonde egiziane” dove gli altri non hanno trovato nulla. L’Egitto, fedele alle sue scelte tradizionali, ha avuto sempre ottimi rapporti commerciali con l’Italia, dai tempi dei Tolomei al periodo coloniale inglese con Faruk, a Nasser durante la fase della influenza russa, un posto per noi c’é sempre stato.

All’epoca Regeni, i Francesi avevano monetizzato la misteriosa morte di uno studente con la vendita di 24 aerei ” Rafale”, mentre noi avevamo piazzato due fregate classe FREMM considerate l’opera di progettazione navale migliore nella sua classe. L’ambasciata di Israele era stata invitata a chiudere ” per ragioni di sicurezza” accentrando i rapporti con l’Egitto all’ambasciata egiziana a Tel Aviv.

Gli americani si lamentavano delle incomprensioni avute durante la “primavera” e delle ” avance” sessuali subite da alcune giornaliste USA mescolatesi ai manifestanti. I tedeschi aumentavano l’organico d’ambasciata degli addetti alla cooperazione a settanta unità, mentre l’Egitto di Abd el fattah Al Sissi affidava ad altri il raddoppio del canale di Suez e alla Russatom di Mosca la ripresa del suo programma nucleare accantonato anni fa.

Una bomba fasulla esplodeva nei pressi della nostra ambasciata e i magistrati di Roma invadevano gli spai dei magistrati egiziani e la polizia pasticciava le indagini nel tentativo di dare una risposta soddisfacente. Ordinaria amministrazione.

Il disordine, condito di “rumors” alimentati dal New York Times e dal Guardian cui ha fatto eco il TG1 e Il Messaggero ha spinto il Presidente della Camera a rilasciare incaute dichiarazioni di cui l’elettorato farà giustizia e il deputato che si é fatto dare le funzioni tanto dignitosamente tenute dall’on Stefano Rodotà.

Chi ha ceduto senza vergogna alle richieste cui aveva già dato benevolo ascolto il Quirinale nel caso “LADY più 22” ( Abu Omar) é stato il sedicente procuratore della Repubblica di Roma – tale Prestipino, siciliano, – contestato nella nomina dai più meritevoli colleghi cui ha soffiato il posto, destituito dal TAR e difeso della coschetta annidata nel CSM.

In questa posizione di debolezza ha preso per buona la vicenda e accettato di lanciare un processo in cui ai quattro nomi di imputati dirigenti dell’intelligence egiziano non ha nemmeno mandato la notifica; ha sorvolato sull’assenza della “tutor” di Regeni che non ha accettato di venire a testimoniare ( fatto notato persino dal cautissimo ” Corriere della sera“) e col processo di beatificazione in corso del Regeni – un ricercatore che a ventotto anni non aveva pubblicato nulla e non era “di Cambridge”: stava in un collegio secondario dell’area – difficile capire quale fosse la motivazione dell’omicidio e delle torture pregresse. Io al solito, in una intervista su You tube che potete vedere qui ( https://youtu.be/0PACeET31Ig ) avevo detto, prima che succedesse il caso Regeni e chiaramente, che avremmo subito pressioni per farci mollare l’osso. Il povero giovane é stato il pretesto per l’attacco. Impuniti finora i fiancheggiatori di questa pugnalata all’economia italiana.

Nel caso di Abu Omar, il tribunale di Milano ha condannato i 22 agenti CIA al pagamento di un milione e mezzo di danni alla famiglia del rapito. Scommettiamo che in questo caso condanneranno il governo egiziano?

INFLUENZA BALCANICA. LA SERBIA RIARMA MA NON PER RIVINCITE. OFFRE IL TRANSITO ALL’OLEODOTTO CHE TAGLIA FUORI L’UCRAINA…

I SERBI NEGLI ULTIMI TRE ANNI HANNO RADDOPPIATO LE SPESE PER LA DIFESA SUPERANDO ( NEL 2019) LA CROAZIA PARTNER N.A.T.O. QUEST’ANNO SPENDE IL 2,6% DEL BILANCIO. PIU’ CHE PER IL COVID.

Nel 2018 la spesa per la Difesa della Repubblica di Serbia é stata di 700 milioni di dollari, nel 2019 di 1,14 miliardi e nel 2020 – secondo il Jane’s – ha raggiunto 1,5 miliardi con un aumento anno su anno, del 43%.

Radovan Karadzic prima e dopo la cura. I successori non vogliono il bis.

I suoi vicini, Montenegro, Kosovo, Croazia e Bosnia, sono in allarme, specie quelli che hanno minoranze serbe sul loro territorio e che magari le hanno bulleggiate, forti della presenza protettrice NATO e USA (la KFOR di cui fa parte anche l’Italia).

Ora che la presenza americana viene a mancare e la Serbia riarma – nemmeno silenziosamente- la fibrillazione non manca, stimolata da dichiarazioni tipo “Adesso abbiamo 14 MIG 29” come ha affermato orgogliosamente il presidente Aleksander Vucic. Come a dire che questa volta bombardare la Serbia non sarà facile come nel 96 .

E’ risaputo che le fanterie NATO e USA possono affrontare , male evidentemente, guerriglieri afgani, ma non i guerrieri che non hanno temuto di affrontare i turchi,gli Austroungarici o i tedeschi quando se ne é presentata la necessità.

Proprio questo mese é stato creato il “giorno dell’unità, della libertà serba e della bandiera nazionale”. Ottima occasione per revival patriottici.

Alla domanda retorica del presidente croato Zoran Milanovic ” se i serbi non avessero nulla di più importante o intelligente da fare” ha risposto il Ministro dell’interno serbo Aleksander Vulin, spiegando che ” non c’è nulla di più importante dell’identità serba” e con questo ha chiuso la questione, mentre la Serbia ha lanciato la nuova parola d’ordine ” il mondo serbo” del quale potrebbero far parte “volontariamente e informalmente ” i paesi della ex Jugoslavia “per poi aderire in futuro anche giuridicamente. “

Ovvio che dichiarazioni del genere provochino timori o ipotesi interessate di revanscismo che potrebbero potenziare eventuali vecchi rivali, ma la realtà potrebbe essere ben diversa e le dichiarazioni essere semplicemente destinate a rafforzare lo spirito patriottico serbo in vista di futuri cimenti che tengono conto di quanto é effettivamente accaduto in Siria, Irak, Yemen e Afganistan, non appena quei paesi siano stati attraversati dalle linee di rifornimento o rotte commerciali petrolifere americane.

Non credo sia vero.

Pubblico pertanto una carta geoeconomica dell’Europa e delle sue vie di accesso, che illustra in blu il sistema vascolare che alimenta l’Europa ( e l’Italia) in gas e greggio proveniente dalle zone di produzione: Algeria, Russia e Levante. Ci sono gasodotti in progetto e in costruzione ( tratteggiati in rosso). Le linee blu continue sono operative. Quelle irachene le ho viste coi miei occhi,erano tre, ma non ne ricordo più il tracciato esatto, solo i punti terminali alle raffinerie di Haifa e Tripoli di Siria.

Il tratteggiato rosso che attraversa la Serbia, ha creato le premesse di un periodo di instabilità, che non é dovuto all’ipotesi di una ” seconda lezione” ai serbi che si cautelerebbero con un piano di riarmo che ha allarmato i vicini. E’ dovuto alla previsione di rappresaglie contro l’aver offerto ai russi l’opportunità di ” punire” l’Ucraina privandola delle royalties di transito sul suo territorio dei gasodotti russi rivolti a occidente. A fine lavori, la Russia disporrà di due itinerari di rifornimento della Germania e dei paesi centroeuropei “amici”, senza dover subire controlli, ricatti e prezzi degli ucraini protetti dagli USA.

Al contrario , ora l’Ucraina deve temere per la perdita di miliardi di royalties russe di transito, nella indifferenza europea che si vedrebbe comunque rifornita.

La Russia ha raddoppiato il northstream ( anche se il secondo condotto é finito ma non é ancora operativo) e sta moltiplicando gli oleodotti anche da sud ( con l’oleodotto ” Brotherhood e Turkish detti southstream) con l’obbiettivo di impedire che un sabotaggio metta in crisi il sistema di approvvigionamento dell’Europa.

Per evitare di passare sotto le forche caudine dell’Ucraina, ha organizzato un passaggio ungherese attraverso l Serbia e l’Austria ed ora la Serbia si cautela riarmando ed ecco perché l’Austria si vede improvvisamente il premier passato sotto processo per corruzione.

Il ballo é cominciato e Belgrado ha intenzione di vendere cara la pelle.

Per cominciare intimorisce i vicini – specie il Kosovo – che potrebbero ospitare basi ufficiali come la base Usa costruita durante e dopo la scorsa guerra balcanica, sia clandestine in caso la si voglia destabilizzare col solito collaudato sistema di “rivendicazioni popolari democratiche.”

I russi guardano ai Balcani dalla metà del XIX secolo fino al trattato che va sotto il nome di Sykes-Picot, ma che fu ideazione e proposta di SERGEI SAZONOV , ministro degli esteri dello Zar, nel 1915.

La Russia entrò nel primo conflitto mondiale per difendere la Serbia contro l’impero Austro-Ungarico brandendo la bandiera dell’idea panslava e molti analisti sono pronti a giurare che potrebbe nuovamente scendere in campo in difesa dell’alleato, visto anche il successo del suo intervento in Siria e l’evidente riluttanza americana ad essere coinvolta da sola in azioni dirette.

L’Europa, che già pensa ad armare un corpo di spedizione di 50.000 uomini, dimentica che questo numero era, negli anni novanta, il quorum minimo necessario per una azione di peace keeping. Una guerra guerreggiata contro un esercito di popolo motivato, ansioso di rivincita e modernamente equipaggiato, richiederebbe ben altri mezzi e tutt’altra leadership.

I Balcani sono i nostri vicini di casa e non possiamo non notare che la ragnatela dei metanodotti punta all’Europa – il grande consumatore del globo assieme alla Cina anche’essa rifornita dai russi con un accordo decennale- e sia la rete russa che quella algerina e la costituenda rete levantina puntano verso l’Italia ( quella libica é ipotecata e resterà così a lungo) che é il ponte attraverso il quale tutti vogliono passare per giungere al cuore industriale dell’Europa che é la Germania. Un gasdotto su terra costa molto meno di uno sottomarino e potrebbe usufruire della rete creata dall’ENI in mezzo secolo. Italia e Germania, assieme formano il più ricco mercato del mondo per gli idrocarburi.

COSA VUOLE PUTIN

Con il recente aumento dei prezzi nell’imminenza della stagione autunnale, La Russia intende recuperare la ricchezza perduta con il varo delle sanzioni a suo carico, varate dall’Europa sulla scia degli USA.

La sanzioni economiche alla Russia costano cos^ doppiamente agli europei: in termini di lucro cessante ( mancate vendite ) e di danno emergente ( aumento dei costi del petrolio e del gas).

Putin e Lavrov ( e non va dimenticato Schroeder che , diventato il consulente di Gasprom si é certo vendicato di essere stato sostituito alla guida della Germania da una incolore Hausfrau) hanno usato strategicamente i rifornimenti di idrocarburi abbinati alla politica di armamento.

Hanno fidelizzato la Cina – che era grande amica industriale degli USA – con l’impegno a forniture decennali per tutte le sue industrie e promettono di acquistare armamento terrestre dai cinesi, coi quali hanno recentemente fatto manovre combinate con utilizzo di soli mezzi cinesi di terra – stanno fidelizzando la Serbia offrendole – oltre che la franchigia doganale assoluta per le merci già in atto da anni – royalties di transito degli oleodotti che si apprestano a negare all’infedele Ucraina e allettano la Turchia con offerte analoghe e collaborazione alla progettazione ( notizia della scorsa settimana) di carri armati turchi.

A entrambe viene offerta anche la certezza di difendersi dalla eventuale schiacciante superiorità aerea USA e le affranca dalla dipendenza in fatto di armamenti e manutenzione in maniera che ulteriori sanzioni USA a loro carico e minacce di intervento risulterebbero inefficaci. Vendono i formidabili sistemi contraerei S 400 e gli aerei MIG 29 che sono superiori ai concorrenti americani e rendono impossibile operazioni come quelle che hanno atterrato Saddam Hussein, Gheddafi e hanno messo in difficoltà Siria e Yemen. Chi compra da Putin diventa intoccabile senza che la Russia possa essere considerata direttamente responsabile…

COSA VORREMMO NOI EUROPEI

Questo é il mistero. Per il momento, ognuno segue una politica basata sulla percezione degli interessi nazionali: La Germania difende il proprio canale di rifornimento di gas ( Northstream 1 e 2 )con la Russia. La Francia segue, ma non sappiamo per quanto ancora, vuole esercitare l’opzione dell’energia nucleare, L’Europa dell’est riapre le proprie centrali a carbone, L’Italia ha , d’accordo col passato governo tunisino, puntato sull’energia solare da produrre in Nord Africa e portare in Germania.

Il problema si é manifestato a causa dell’impennata dei prezzi del Gas dovuta alle restrizioni combinate ” quarantena + sanzioni. La brusca ripresa dell’attività industriale ha provocato una altrettanto brusca ripresa delle forniture e dei prezzi. Unico rimedio finora notato, é stata la riduzione dell’IVA praticata dagli spagnoli, mentre la Francia ha – con tre aumenti successivi- aumentato il prezzo del 57% e gli italiani, hanno nominato una commissione di studio….

Più sempliciotta la soluzione escogitata dal duo Ursula Van Der Leyen e Frans Timmermans che hanno varato un ” piano verde” assortito a uno slogan ” Fit for55″ ( riduzione del 55% delle emissioni di gas serra) con cui si vantano di essere stati i primi al mondo a fissare il traguardo ” clima” delle riduzioni di consumi entro il 2030.

Non indicano come riuscirvi e questo ne riduce la credibilità. Si affidano alla buona volontà delle imprese e danno l’impressione di non rendersi conto degli ostacoli cui andranno incontro a partire dai due anni che mediamente una delibera impiega per giungere in Parlamento con l’approvazione dei singoli paesi. Non a caso i verdi votarono contro la elezione di Ursula alla presidenza della commissione e si astennero alla votazione della fiducia della intera compagine.

D’altronde, la Ursula si é già scusata ufficialmente per una serie di topiche: dal mancato sostegno all’Italia all’atto dello scoppio della pandemia, alla sottovalutazione del trentesimo anniversario dell’indipendenza ucraina (fece comunicare dal capo di gabinetto che non avrebbe partecipato, come per una fiera di paese), al “divanogate” di Ankara ( che ha mostrato un uso approssimativo del suo staff al netto della misoginia del protocollo turco); i ritardi nella consegna dei vaccini ASTRA ZENECA, mentre l’Inghilterra li otteneva puntualmente. Tutto fa pensare che non domina la macchina ma ne é dominata. Non mi meraviglierei se venisse sostituita in corsa ( o anche informalmente) , ad esempio , da Angela Merkel.

Di certo, di fronte a una politica energetica chiara degli USA, della Russia e dei cinesi, L’Unione Europea procede tra indecisioni del centro e miopi egoismi delle periferie.

Il finale della partita strategica ed energetica europea si giocherà nei Balcani dove la Croazia e la Bulgaria si riarmano per ” compliance” coi nuovi requisiti NATO, La Grecia per “difendersi” dai turchi, la Serbia per cautelarsi dalle possibili conseguenze dell’ospitare un gasdotto essenziale per l’economia ucraina in un momento strategico particolare per i rapporti tra est e ovest.

QUANTO VIVE UN POST SU FACEBOOK? POCO E MALE ED E’SGRADITO? CIAO !

la recente polemica – accompagnata da un blackout mondiale – accesa dalla testimonianza della ex product manager di Facebook FRANCES AUGEN mi ha messo una pulce nell’orecchio e mi sono messo in testa di valutare se fosse più utile postare un articolo su quella piattaforma – che viene sottoposta al controllo censorio di un computer e di alcune congreghe di finocchi-segnalatori, oppure di WordPress dove scrivo liberamente, su questo blog da anni.

Per aver fatto una inoffensiva battuta con un amico di Facebook, sono stato sospeso per tre giorni per via di una denunzia presentata da una associazione omosessuale presa sul serio da un algoritmo.

Ho fatto ” ricorso”, ma non ho avuto alcuna risposta, né riscontro. Dettagli.

Constato però, che sono cinque anni che questa piattaforma non mi comunica dati sui miei lettori ( cinque anni fa mi scrisse che avevo ottenuto quarantamila “like” poi più nulla); che a sicurezza dei dati stiamo come dimostrato dal blackout planetario durato quasi un giorno e se c’é un luogo divisivo e non inclusivo, questo é Facebook che ha , oltretutto la spocchia di un gallo cedrone e le petulanti pretese di eticità di un sacerdote di Minerva.

Per amore di comparazione, ho preso un articolo del http://www.corrieredellacollera.com a caso tra quelli scritti da me su WordPress.

La mia scelta é caduta sull’articolo ” LA PAGA DEL SOLDATO E I PROGRESSI DELLA TECNOLOGIA UCCIDONO I TOP GUN E RIVOLUZIONERANNO IL PENSIERO STRATEGICO” un titolo non particolarmente popolare pubblicato l’11 luglio 2013.

L’anno record é stato il 19 con oltre 4.000 lettori

Dal grafico WordPress ( statistiche) che quotidianamente aggiorna i numeri, vedo che l’articolo ha raggiunto i cinquantamila lettori, nessuno ha cercato di censurarmi e deciso al mio posto se mostrare o meno il post tra i ricordi per un giorno.ibertà di espressione,

Accanto alla testata – che é di mia proprietà- c’é segnato che i miei scritti sono stati visti da oltre un milione di persone , il 10% dei quali residenti negli USA e ho raccolto lettori , numerosi “Think Tank” di oltre novanta paesi sparsi tra l’Irlanda e la Cina, Arabia Saudita inclusa. Posso se voglio incassare una royalty sulle eventuali inserzioni pubblicitarie o chiedere di rimuoverle.

Per far conoscere notizie e i commenti che giudico utili ai lettori fb continuerò a ribloggare i miei “pezzi”, ma senza più scriverci appositamente.

Gli italiani un pò acculturati potrò trovarli più facilmente su Linkedin, dove le persone sono obbligate a pubblicare un curriculum e dove non trovo profili fasulli che insultano e inveiscono, gestiti dall’omogiovanotto pagato dal venditore di profilattici Matteo Salvini oppure mòniti pseudo etici di un algoritmo valido anche per il dialetto tibetano e che mi definisce ” hater”.

Da oggi i miei post li trovi su corrieredellacollera.com, LinkedIn e Twitter.

SOLO COMBATTERE PAGA E LA GUERRA ASIMMETRICA HA FALLITO IL COLPO

LA SIRIA ROMPE DEFINITIVAMENTE L’ASSEDIO E LIBERA LA FRONTIERA OCCIDENTALE.

Dopo undici anni di ostilità verso la Siria  e appoggio logistico e politico  ai “ ribelli siriani” rivelatisi una banda di mercenari stranieri pagati dagli USA, re Abdallah II  di Giordania ha avuto ieri ( domenica 3 ottobre) una lunga conversazione telefonica col presidente siriano Bashar El Assad

Nella lunga conversazione il re – alleato degli USA e figlio di una inglese – ha confermato l’apertura delle frontiere, dichiarato il pieno sostegno della Giordania alla « stabilità , sovranità e unità territoriale » della Siria. 


L’accenno alla «  unità territoriale » vale sia per Idlib al nord  (Turchia) che per il Golan a sud (Israele).

La posizione giordana va letta anche come vendetta contro l’intesa israelo-saudita che, l’estate scorsa, ha tentato una congiura di palazzo per  detronizzare il re e aprire la via al saudita Mohammed Ben Salman che aspira a soppiantare la dinastia Hashemita nel ruolo ( riconosciuto ufficialmente anche da Israele) di protettore di Gerusalemme terza città santa dell’Islam, anche per confermare il ruolo usurpato di protettore delle altre due città sante: Mecca e Medina.

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l’Arabia Saudita va verso l’isolamento nel mondo arabo?

L’ accanita, intelligente, difesa dell’esercito siriano e dei volontari libanesi, Falangisti cristiani e Hezbollah,  ha portato i suoi frutti: dopo l’Egitto e gli Emirati che stanno riaprendo le sedi diplomatiche a Damasco, un altro importante paese arabo leva l’assedio e apre alla riammissione della Siria in seno alla Lega Araba.

L’isolamento dell’Arabia Saudita e del suo reggente assassino si accentua, cosi come continua a svuotarsi  la politica USA  nel Levante. 

Da undici anni di sforzi, finanziamenti e «  primavere », gli USA raccolgono solo la grave crisi dei rapporti con la Turchia e raggiungono un plebiscitario picco di impopolarità da Tunisi a Kabul.
E ci saranno altre conseguenze. In Yemen dove i ribelli Houti sono ormai alle porte di Marib ( principale città alla frontiera nord con l’Arabia Saudita), il che vuol dire la crisi dei rifornimenti tra i sauditi e il fronte.

Fermenti prevedibili anche in Sudan, dove il tentato golpe del mese scorso da parte di un reparto corazzato, fa temere l’inizio di un ripensamento rispetto alla recente scelta filoamericana e democratica, grazie anche a un crescente interessamento egiziano per una intesa contro il ricatto etiopico sulle acque del Nilo su cui poggia – tramite agricoltura di controstagione con l’Europa- tutta la raccolta di valuta pregiata dell’Egitto, canale a parte.

Un’altra arma di ricatto made in USA destinata a cadere o provocare una guerra. Intanto ha già provocato una guerriglia nella zona mussulmana del Tigrai, mentre per lo sfruttamento delle acque della Renaissance Dam manca completamente la palificazione elettrica tra ladina e la capitale…

Un’altra prova che la geopolitica é un’arma a doppio taglio per chi é sprovvisto di adeguata cultura storica, geografica e politica e vuole partecipare al grande gioco solo perché si sente forte. Come ha scritto Friederich Nietsche oltre un secolo fa, vincerà chi ha più memoria. Non chi immagazzina più dati ( NdR).

AFGANISTAN: CHI HA COMINCIATO ?

A NATALE 1979 l’URSS HA INVASO L’AFGANISTAN. MA E’ STATA DAVVERO LEI IL PRIMO ATTACCANTE DELLA GUERRA DI 40 ANNI ?

La storia ufficiale dell’Afganistan odierno, dice che il 24 dicembre del 1979 l’Unione Sovietica ha invaso l’Afganistan, provocando nel 1980 l’intervento statunitense, dapprima obliquo e segreto ed infine diretto e solare nel 2001.

Se si approfondisce in cerca della verità, si scopre che la prima direttiva del presidente Carter per dare aiuti al regime comunista di Kabul porta la data del 3 luglio 1979, ossia sei mesi prima dell’occupazione militare russa.

E’ in questa data , infatti, che scrissi al presidente che il nostro aiuto avrebbe provocato un intervento sovietico. Non era certo, ma abbiamo scientemente aumentato le probabilità che avvenisse.”

Così si esprime Zbiniew Brzezinski, all’epoca Consigliere per la sicurezza del presidente James Carter ( 1977-1981) In una intervista al “ Nouvel Observateur” nel numero uscito nella settimana 15-21 gennaio 1998.

Ecco la parte più significativa dell’intervista: ” N.O. L’Unione Sovietica giustificò il suo intervento citando, non creduta, ” L’ingerenza segreta degli Stati Uniti”. Alla luce degli avvenimenti successivi, rimpiange quella scelta?”

Z.B. “ Rimpiangere cosa? Questa operazione segreta fu un’ottima idea. Ebbe l’effetto di attirare i sovietici nella trappola afgana e lei vuole che io mi penta?” ” Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente la frontiera afgana, ho scritto, grosso modo, al Presidente Carter ” adesso abbiamo l’opportunità di dare all’URSS il suo Vietnam”.

in effetti, Mosca ha dovuto subire- per circa dieci anni- una guerra insopportabile per il regime, un conflitto che ha comportato la demoralizzazione ed infine l’implosione dell’impero sovietico.”.

N.O. Non rimpiange nemmeno d’aver favorito l’integralismo islamico e d’aver dato armi e consigli ai futuri terroristi?

Z.B. Cosa é più importante per la storia del mondo? I Talebani, o la caduta dell’impero sovietico? Un pugno di fanatici islamisti o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?

Fermandoci a questo settore, é buona e cinica geopolitica. Allargando la visuale – ad esempio al Sudan– il 1997 é l’anno in cui i sudanesi informarono il governo USA che erano pronti ad arrestare Osama Ben Laden e consegnarlo loro anche ” brevi manu” , oppure a ucciderlo, a condizione che gli USA se ne prendessero il merito e la responsabilità( l’uccisione di un ospite é atto riprovevole e riprovato dall’etica araba). Quando gli USA risposero picche a entrambe le proposte, i sudanesi risposero proponendo di cacciarlo e spedirlo in Afganistan , paese dove non avrebbe potuto nuocere granché. Gli USA risposero che trovavano la proposta ” un’eccellente idea”.

E’ certamente possibile che l’aver deciso di concentrare armi e terroristi nello stesso paese e in contemporanea sia frutto di uno sciocco e tragico vuoto di coordinamento e che l’idea di attirare i sovietici in una trappola tipo Vietnam sia effettivamente balzata all’epoca alla mente degli strateghi della Casa Bianca.

Ma allora non é comprensibile né giustificabile il fatto che nel 2001 gli USA si siano gettati a capofitto nella trappola scavata da loro stessi e destinata ai russi.

Tutto diventa comprensibile invece se si immagina che la lobby del bilancio della Difesa abbia più voce in capitolo rispetto ai cittadini americani e che la spesa di un trilione di dollari in armi e logistica militare valga la pena di duemilacinquecento morti USA ed altrettanti di militari NATO. Senza contare i centocinquantamila afgani sacrificati al Moloch bifronte che ha il volto di Dick Cheney e Donald Rumfeld e il neurone solitario di George Bush il piccolo.

Gli altri, Obama, Trump, Biden, Clinton lei, pesci piccoli in balia della risacca.

VISTA LUNGA ASIATICA E EIACULAZIONI PRECOCI USA.

IL GRUPPO DI SHANGAI COOPTA L’IRAN E PUNTA A COINVOLGERE ANCHE ISRAELE NELLA SFERA DI RICCHEZZA CONDIVISA

Cina India e Russia assieme ai cinque paesi “stan” ( Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tajikistan) sembrano ormai decisi a contestare ufficialmente l’unilateralismo americano e la sua monomania proibizionistica, nullificando le sanzioni decise contro l’Iran, ammettendolo nel Gruppo di Shangai. altrimenti detto Shangai Cooperation Organisation ( SCO)nel quale era stato ammesso come osservatore quindici anni fa.

Si tratta di una organizzazione intergovernativa nata su un precedente trattato di amicizia e buon vicinato tra paesi asiatici, formalizzata e ampliata nell’aprile 2001.

Una successiva domanda di ammissione come paese osservatore fatta dagli Stati Uniti, fu rifiutata sulla base dell’inappuntabile considerazione che non si trattava di un paese dell’area. Meno fiscali con la Bielorussia che invece é stata ammessa.

inizialmente comprendente Cina,Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tajikistan, si allargò subito all’Uzbekistan ( a giugno) per poi includere nel 2017 ( quando fu chiaro l’esito dell’avventura afgana) a India e Pakistan.

Noterete che il modus operandi di questi paesi, ritmato sui decenni, é tipicamente asiatico e antitetico ai modi spicci degli americani. Ogni scelta viene pesata mille volte. Con questa adesione , dopo quindici anni in attesa di una composizione del contenzioso pretestuoso con l’occidente, l’Iran ha fatto la sua scelta; simile in questo alla Siria che prima di concludere l’alleanza con la Russia prolungò i negoziati per venti anni per dar tempo agli USA di fare un cenno – se non di amicizia- di non ostilità.

Le sanzioni antiraniane erano già una barzelletta dato che oltre metà dell’umanità non le aveva accettate, ma alcuni paesi ( India, Indonesia, Pakistan, Malesia) – per tenere i piedi in due scarpe- avevano chiesto una “esenzione petrolifera” agli USA che l’avevano concessa accontentandosi dell’omaggio formale.

Ora questa stessa metà dell’umanità ( i membri della SCO totalizzano circa 3 miliardi di persone) esce allo scoperto, accoglie l’Iran come un paese amico , gli offre mercati legittimi, non più a prezzi stracciati e una copertura politica che rende possibile ma non necessaria l’intesa con l’occidente.

In quest’ottica l’invio da parte del Pak-Afgan cooperation Forum di trecento tonnellate di generi alimentari alla frontiera afgana a titolo di solidarietà asiatica. I giapponesi negli anni 30/40 la chiamarono “sfera di co prosperità asiatica” , i cinesi la chiamano ” ricchezza condivisa”e questa volta sembra proprio che la parte del cattivo sia riservata agli USA. La Cina non attaccherà e nemmeno la Russia e se la Corea del Nord dovesse cadere nel tranello delle provocazioni, sarà un problema suo.

Ma non é tutto:

La Shangai International Port Group ( SIPG) ha concluso un accordo venticinquennale per la gestione del porto israeliano di Haifa ed il rinnovo delle sue infrastrutture. Partito nel 2001 con un miliardo di interscambio, il commercio tra Israele e la Cina é cresciuto fino a raggiungere gli undici miliardi nel 2018 per poi subire un assestamento attorno ai dieci nel 2020.

Con una serie di porti misteriosamente disastrati – come Beirut- o resi insicuri come Tunisi e Alessandria, Haifa offre la flessibilità necessaria alla espansione cinese attraverso il mediterraneo, ha mano d’opera a buon mercato che non si trova a Trieste o Atene e ha invaso di borsisti il paese noto per l’alta qualità del suo polo elettronico e dei suoi rapporti con gli USA.

La via della seta cerca di coinvolgere Gerusalemme nel suo progetto di ricchezza condivisa e ha trovato orecchie attente. Prima che il primo sommergibile australiano dell’ UKAUS tocchi il mare nel 2036 lo destineranno a Museo galleggiante.

IL PRECEDENTE DI UKAUS ( CONTRO LA CINA) SI CHIAMO’ ABDA (CONTRO IL GIAPPONE)

La Francia definisce Londra ” quinta ruota del carro”, accusa Washington di Menzogne e parla di crisi grave che avrà ripercussioni sulla riunione NATO di Madrid a ottobre.

Manifesto USA del 1943, quando l’area e il comando ABDA erano ormai disciolti, per stimolare l’arruolamento nella specialità sommergibilisti. L’immagine allude all’affondamento di una portaerei da parte di un sommergibile, ma la gran mattanza di Midway fu dovuta agli aerosiluranti.

” Parecchie decine di migliaia di parole nei codici più segreti erano state scambiate telegraficamente tra i governi di Gran Bretagna, Stati Uniti, Paesi Bassi, Australia, Nuova Zelanda, India e Cina per creare il comando ABDA col generale Archibald Wavel come comandante supremo.” Con queste parole Winston Churchill inizia il capitolo delle sue memorie riguardante l’attività del comando ABDA. ( W.Churchill: La seconda guerra mondiale, parte IV, vol II, pag 162)

La creazione di questo comando fu dovuta all’entrata nel conflitto degli Stati Uniti e del Giappone che diedero così un carattere mondiale alla guerra che divampava da più di un anno nell’emisfero settentrionale. L’entrata degli USA nel conflitto pose agli alleati problemi che l’Inghilterra e l’URSS – dati i teatri di operazione nettamente separati- non avevano dovuto affrontare, primo tra tutti il coordinamento operativo. In realtà, una contiguità si era verificata nella occupazione congiunta dell’Iran che fu invaso dagli anglo-sovietici con una operazione simile alla occupazione della Polonia , ma benché Churchill avesse promesso più volte a Stalin il rinforzo di due divisioni indiane, si guardò bene dall’ottemperare.

All’indomani dell’attacco a Pearl Harbour del 7 dicembre, Churchill decise di recarsi negli USA per affrontare e risolvere i problemidi coordinamento e cooperazione che si ponevano ( e che la triplice anticomintern non affrontò mai) e per assumere un ruolo guida nell’alleanza. Partito il 12 dicembre sull’incrociatore “Duke of York” con i capi di SM, si accorse che gli americani avevano idee chiare e un dettagliato piano di azione già pronto:

Gli Stati Uniti ritenevano ( e ritengono tutt’ora ndr) di essere strategicamente inattaccabili sul versante atlantico, non esistendo su quelle sponde, alcun nemico, attuale o potenziale, in grado di infastidirli, mentre sul Pacifico si affacciavano i due principali nemici della sicurezza e prosperità americana: Il Giappone e la Cina.

Più che piano d’azione strategica, gli USA approntarono un “metodo di lavoro”chiaramente ispirato al modello del Comando Unificato del Maresciallo Ferdinand Foch. Tale metodo di lavoro viene dagli Usa considerato tutt’ora valido. L’ultima sua applicazione é riscontrabile nel recente progetto NATO di Forza Multilaterale.

Queste pagine le ho tratte, pari pari, dalla mia tesi di laurea – anno 1966- ( La politica di guerra nell’area ABDA) relatore il prof Mariano Gabriele, che ho saputo da Virgilio Ilari con piacere essere ancora vivo, e che dipinge sinteticamente la situazione attuale: Gli anglosassoni sono stanchi ripetitori delle formule giudicate valide, ma temo che questo sia un loro giudizio temerario.

La conferenza, denominata in codice “Arcadia” fu tra le più fruttuose del conflitto: si definirono le linee strategiche della guerra, la priorità degli interessi inglesi nel mediterraneo e di quelli americani nel Pacifico, i rifornimenti alla Unione Sovietica, il grado di pericolosità degli avversari ( si decise di sconfiggere la Germania per prima, poi il Giappone e , buona ultima, l’Italia).

L’OBBIEZIONE DI CHURCHILL

Harry Hopkins , consigliere del Presidente Roosevelt, avvertì Churchill durante un ricevimento, che l’indomani gli sarebbe stata fatta ” una proposta interessante”. Nella riunione del giorno 26 la proposta venne presentata dal capo di Stato Maggiore Generale, Marshall e consisteva nella creazione di un comando misto, sul tipo di quello del Maresciallo Foch nel 1917/18 che sovrintendesse a tutta la parte di territorio ancora non occupata dai giapponesi, fino all’India esclusa.

Churchill ribatté immediatamente che la soluzione prospettata non gli sembrava ” né pratica né desiderabile”. aggiunse inoltre che l’unità di comando essere un’ottima cosa quando si ha una linea di fuoco continua – come nel caso francese dai Vosgi al mare- ma, nell’estremo oriente, alcune delle forze che potevano venire trovarsi sotto lo stesso comando, sarebbero state lontane tra loro mille e più miglia. Dopo febbrili consultazioni e un colloquio privato tra Churchill e Marshall il premier inglese accettò ila proposta il 28 dicembre. La lettera di Churchill al lord del sigillo privato é un capolavoro diplomatico di ego-nazionalismo. Vi consiglio di leggerla nelle sue memorie, anche per chi fosse interessato agli aspetti tecnico-militari della vicenda.

Appena costituito il comando ABDA– Wavel prese il comando il 7 gennaio– fu manifesta , oltre alla mancanza di mezzi, la mancanza dei presupposti di collaborazione date le divergenze di interessi, i sospetti reciproci, gli egoismi strategici già citati a proposito di Churchill, e la disarticolazione tattica che fu fatale all’ammiraglio Doormann ( olandese) nominato comandante della squadra navale incaricata di fermare l’invasione di Giava e del Borneo. Gli americani contribuirono con il maggior numero di mezzi ( una quasi portaerei male in arnese ( Langley) tre incrociatori pesanti, tredici cacciatorpediniere, ventotto sommergibili e naviglio minore, ma con un ammiraglio in capo olandese, come il comandante della flotta, ufficiali di quattro nazionalità differenti, senza affiatamento e poca copertura aerea il disastro era prevedibile.

Il 1 marzo il comando ABDA aveva cessato ogni attività e inglesi e americani, interpellato ciascuno il proprio governo e senza informare gli alleati minori ( Olandesi e australiani), fecero ripiegare le forze restanti verso l’India e Ceylon, mentre i caccia USA avevano già abbandonato il campo verso l’Australia.

MUTATIS MUTANDIS

Riportandoci ai giorni nostri, l’accordo, sotto le mentite spoglie di un comando militare, nasconde l’eliminazione di un concorrente industriale scomodo che si era aggiudicato una commessa da 56 miliardi di euro e che desiderava avere un ruolo importante nella zona definita di interesse prioritario degli Stati Uniti già dal presidente Obama..

Il segnale forte é stato recepito male dai francesi perché mira a dare una sorta di avviso di sfratto ai suoi possedimenti ( Nuova Caledonia e Polinesia) con oltre un milione e mezzo di cittadini francesi; perché l’Australia ha dimostrato di non aver accantonato il contenzioso con la Francia a proposito degli esperimenti nucleari e perché l’Inghilterra ha trovato il modo di vendicarsi per la guerra dei merluzzi tra i pescatori francesi e gli inglesi.

Gli Stati Uniti non intendono preparare la guerra ; il fatto nuovo piuttosto consiste nella cooptazione dell’Australia nel BRINKMANSHIP americano verso la Cina ( una serie di azioni quasi violente come per muovere guerra, destinate a intimorire l’avversario e indurlo a fare proposte di compromesso più vantaggiose) e non é chiaro se l’Inghilterra abbia avuto in questo un ruolo o se si sia inserita per non dimostrare al mondo di aver perso il controllo di un paese del Commonwealth a favore del grande fratello yankee. L’Australia ci guadagna una tecnologia di propulsione nucleare finora inibita ai paesi più piccoli ( e all’Italia) e andrebbero approfondite le motivazioni neozelandesi che finora, in materia di Difesa aveva marciato in sintonia con l’Australia.

Di certo, l’accesso alla tecnologia nucleare, sia pure di propulsione e non strettamente militare era stata un tabù per i paesi dell’area e i timori giapponesi di fronte alle iniziative nucleari nord coreane erano stati fugati dagli Usa con assicurazioni, ma adesso – specie dopo che l’ambasciatore francese a Seul ha lasciato intendere che la Francia starebbe trattando con la Corea del Sud in materia, il Giappone sarà difficile da rassicurare con le parole.

i duecentodieci esperimenti nucleari svolti dalla Francia tra Oceania e Sahara fanno di lei un partner capace di cedere questa tecnologia strategica a più di un governo.

Il prezzo da pagare per aver fatto una eccezione alla non proliferazione nucleare , per Joe Biden potrebbe essere ben più caro che quello della espansione commerciale della Huawei.

Di certo, Macron ha bisogno di un successo diplomatico – o industriale- immediato prima delle elezioni e la cessione di tecnologie nucleari, militari o logistiche hanno tempi lunghi. Secondo me, la Francia ridimensionerà – per questa volta- la propria insoddisfazione che resta intatta, ma chiederà un risarcimento di peso.

Ma deve considerare che gli USA nel Pacifico stanno promuovendo proprio quel che lei propone in Europa: una forza di intervento rapido a livello di scacchiere. ma entrambi non hanno la capacità di assiemare forze dotate di una unica volontà politica che é la conditio sine qua non del successo e della vittoria.

QUALI CONSEGUENZE AVRA’ IL BIDONE “UKAUS” DI BIDEN ALL’EUROPA E A MACRON ?

L’ultimo “tradimento” della settimana a Macron l’ha fatto Yves Le Drian, il ministro degli Esteri, che , nel richiamare gli ambasciatori a Washington e a Canberra , ha precisato – a scanso di equivoci- di averlo fatto “ su richiesta del Presidente della Repubblica”. Richiamato all’ordine ha ecceduto drammatizzando forse più del necessario.

La Francia ha mal digerito l’essere stata esclusa – lei membro permanente del Consiglio di sicurezza e alleata degli USA fin dalla guerra di indipendenza americana- dall’area indopacifico dove ha possedimenti ( la Nuova Caledonia e la Polinesia) e truppe ( ottomila uomini) e un milione e seicentomila elettori.

Il gesto non é inconsueto – la Francia lo fece, ma per un paio di giorni, nel 2019 anche verso l’Italia di Luigi Di Maio che flirtava con i maillot jaunes– Ma è la prima volta che la reazione francese assume questa intensità multipla, anche se non é la prima crisi franco americana.

Charles De Gaulle mise in difficoltà gli USA chiedendo il rimborso in oro di due importanti partite di dollari che misero la parola fine al sistema di Bretton Woods, ma fu una guerra segreta.

Ecco un articolo inglese anni sessanta che parla di ” guerra segreta ” di De Gaulle con gli USA. Ora la guerra diventa pubblica e apre spazi all’Italia.

Il Ministro degli Esteri Michel Rocard criticò Russia e USA accoppiati per essere contemporaneamente i più grandi produttori di petrolio al mondo e pretendevano di essere anche i rappresentanti dei paesi che ne volevano l’abbassamento del prezzo.

Dominique de Villepin – ministro degli Esteri- nel 2003 in piena assemblea dell’ONU si dichiarò contrario alla guerra irachena di Bush jr e compari, scoprendo gli altarini della cricca di Dick Cheney.

Questa volta la crisi é più importante perché investe il Presidente della Repubblica, perché lo scontro non é rimasto nel chiuso delle cancellerie e perché la partecipazione alla “ congiura” ha coinvolto anche l’Inghilterra – da poco uscita dalla UE , il che dà un tocco antieuropeo alla mossa americana – poco dopo la solenne promessa di Joe Biden di non fare più come Donald Trump e consultarsi sempre con gli alleati europei, prima di fare scelte importanti.

Ma il Donald non avrebbe saputo far meglio: uno schiaffo politico, diplomatico e industriale ad un tempo a un alleato di sempre cui ha mandato un avviso di sfratto dal Pacifico…

Questa crisi giunge alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, in un momento di vuoto di potere in Germania, proprio in contemporanea alla proposta di creazione di una forza armata europea autonoma e alla fine di una settimana in cui il Presidente Mattarella ha giurato fedeltà alla NATO e all’Europa a due giorni di intervallo. La nostra intelligence non é tale se permette un contropiede di questa portata al Presidente della Repubblica.

Peggiore, se possibile, la situazione con l’Inghilterra. La Francia l’ha snobbata non richiamando l’ambasciatore come ha fatto coi protagonisti dell’Indopacifico dove gli inglesi non contan più, ma il gesto di Boris Johnson ha reso irrevocabile e geopolitica la secessione commerciale già consumata e questa scelta – se non sconfessata dal Parlamento britannico – potrebbe avere influenza su tradizionali ” amici” dell’Inghilterra, Italia inclusa, anche se sto pensando all’Ungheria e ai paesi del patto di Visegrad.

TRA JOHNSON E MACRON, BIDEN SCEGLIE L’ANGLOSFERA E LA CHIAMA UKAUS

Proprio nel post di ieri rievocavo la creazione dell’area ABDA ( American, British, Dutch, Australian) durante la seconda guerra mondiale: una coalizione antigiapponese che nei pochi mesi di vita collezionò solo sconfitte . Ora la chiama Uk- A- US., ma negli scontri marittimi funzionò solo a Lepanto.

Nasce una triplice alleanza marittima anticinese. La Francia scartata a priori, se vuole l’alleanza europea , deve pagare un prezzo.

l’Australia accede alla propulsione nucleare.

Allora anche l’Italia può adottare il progetto della nave a propulsione nucleare che gli USA ci bloccarono a metà anni sessanta, oppure ammettere che esiste l’anglosfera dei signori anglosassoni della guerra e la carne da cannone italiana.

Mentre la Francia brigava con Prodi e i compagnucci della parrocchietta per creare una forza armata europea di pronto intervento, gli Stati Uniti hanno varato improvvisamente e senza informare nessuno degli alleati, una triplice alleanza delle ” democrazie marittime” con una dotazione di sottomarini nucleari ( adesso si capisce perché gli inglesi hanno pochi giorni fa spostato la flotta quasi per intero verso l’area indio-pacifico).

La Francia ha avuto una reazione isterica , un’altra l’avranno i nostri dirigenti nazionali costretti a scegliere tra Europa e USA-UK ma per l’Italia si aprono opportunità insperate a condizione che riusciamo fare uso di dignità e cervello.

Intanto una lezione: Per prima cosa gli USA hanno definito la loro priorità ( che non é la Russia, ma la Cina che ha riempito il vuoto lasciato dal Giappone nel 1945 con l’offerta di ” ricchezza condivisa”) e in conseguenza di questa hanno definito una strategia in tre punti: a) rafforzare il potere marittimo nel sud ovest pacifico e nella Insulindia in maniera da creare un cordone marittimo attorno alla Cina e rassicurare Taiwan , Corea , Giappone, Indonesia. b) proseguire nel rafforzamento dei legami con l’Australia per produrre un progressivo distacco dall’Inghilterra che segue di malavoglia la nuova coppia: Nuova Zelanda e Canada, che ha già sparato le sue cartucce contro la Huawei, non partecipano.

c) Dare un segnale chiaro agli europei – e tra questi i turchi, gli israeliani e i sauditi – che gli USA considerano finita l’epoca delle concessioni speciali. E’ il privilegio presidenziale se non si spera in un secondo mandato.

Il vantaggio concesso , a caro prezzo, all’Australia é l’accesso alla tecnologia nucleare: sommergibili nucleari made in USA al posto dei 12 sommergibili a propulsione convenzionale del contratto francese che ammontava a 50 miliardi di dollari di cui otto di elettronica esclusiva francese. Numero e prezzi sono ignoti, ma ingenti al punto da aver provocato vivaci reazioni dell’opposizione.

Il Premier australiano SCOTT MORRISON ha aderito alla proposta anche se accusato dalla capa dell’ opposizione di aver sprecato un miliardo ottenendo zero sottomarini dato che il lavoro fatto dal 2016 ad oggi coi francesi viene azzerato.

Questa scelta americana mette Emanuel Macron in seria difficoltà poiché é alla vigilia delle elezioni presidenziali e aveva cercato successi esteri per controbilanciare l’impopolarità di casa. Fallito il contenzioso coi turchi, non riuscita la mediazione col Libano , ora si trova ad avere al suo attivo unicamente l’assassinio di un capobanda del Mali e la speranza che gli italiani gli approvino l’idea della Comunità Europea di Difesa….. Il generale Boulanger si suicidò per meno.

L’Italia si trova in una posizione ambigua ma privilegiata, a metà strada tra Europa e USA e lo si vede dal corteggiamento di cui é oggetto negli ultimi tempi, da alcuni impropriamente attribuito al carisma del pur ottimo Mario Draghi. Gli USA hanno bisogno di noi per mantenere il controllo del Mediterraneo, del Maghreb, e frenare la deriva filo slava della Germania.

La Francia senza l’apporto italiano vedrebbe naufragare anche il sogno della forza europea di intervento rapido che la aiuterebbe a mantenere il controllo dell’Africa sub sahariana. La Germania perderebbe il suo migliore e più vicino mercato e un membro fondatore della Comunità Economica Europea. Ci han riempito di soldi e di elogi, ma possiamo ottenere di più.

I Cantieri navali francesi defraudati della commessa australiana per la quale si era speso personalmente Macron, saranno costretti a onorare il contratto con FINCANTIERI che aveva già pagato profumatamente per il controllo, ma anche questo non basta più e dobbiamo vedere cosa possono offrire gli americani.

Con questa mossa audace, mercantile e geopolitica a un tempo, gli USA hanno preso atto non solo che la leadership impone scelte e patti chiari, ma anche che in una coalizione non ci devono essere figli e figliastri a pena di malumori che minano le alleanze.

Nel 1966, progettammo per la Marina Militare un sottomarino a propulsione nucleare che avrebbe preso il nome di “Guglielmo Marconi”. Gli Stati Uniti posero il veto.

In sostituzione della ” Vulcano,”ripiegammo su un progetto di nave appoggio da 18.000 tonnellate a propulsione nucleare progettata da Fincantieri, che all’epoca si chiamava Italcantieri. La nave si sarebbe chiamata “ Enrico Fermi”.

Anche qui ci fu il veto americano. E’ giunto il momento di presentare, amichevolmente, le nostre richieste e di chiarire che il veto allo sviluppo di tecnologie nucleari italiane non é contemplato, visto che per gli australiani si é fatta eccezione al Trattato di non proliferazione nucleare ( TNP).

Commercialmente, gli USA si sono presi mezzo secolo di vantaggio e può bastare. Altrimenti il Mediterraneo e i turchi se li controllino con gli australiani che se ne sono già fatti un’idea a Gallipoli.
Se anche questa volta starete zitti e ossequiosi senza trattare francamente per sviluppare tecnologie nucleari non di guerra, é la volta che anche le casalinghe di Vigevano vorranno mettervi al muro.

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