COSA SUCCEDERA’ COL NUOVO ASSETTO SAUDITA? DIPENDERA’ DALLA SOLUZIONE DEL PROBLEMA PALESTINESE. di Antonio de Martini

Tre teocrazie classiche  si interessano degli avvenimenti del Levante e tra queste, la più debole è la casa reale saudita che dispone di immense ricchezze , è la custode dei luoghi santi della religione mussulmana che esercita influenza  su un miliardo e trecento milioni di mussulmani.

Evidentemente non gode di divino afflato perché da un certo numero di anni a questa parte non ne sta azzeccando una e credo  che le fortune della giovane  ( dal 1927) dinastia siano ormai agli sgoccioli.

L’altra teocrazia è quella concorrente rappresentata dall’Iran Sciita e Persiano che è in sorprendente rimonta da quando pochi mesi fa ha mostrato solidità istituzionale cambiando, senza scosse, regime , dotandosi di un nuovo Presidente Hassan Rouhani appoggiato dall’Ayatollah Ali Khamenei che rappresenta la continuità religiosa e statuale con grande  compostezza ed è il leader morale  di 200 milioni di sciiti nel mondo: il nuovo governo ha aperto all’Occidente e ha intavolato trattative che possono allentare le tensioni internazionali in quasi tutte le aree a rischio del pianeta e sta dimostrando di non essere interessato alle armi nucleari.

Non così l’Arabia Saudita.

Re Salman ben Abdulaziz, sfiora i novanta anni, lo si dice affetto da demenza senile  e suo figlio Mohammed ben Salman ha appena rotto con il resto della famiglia, sostituendo il Crownprince  Mohammed Ben Nayef, ben Abdulaziz, suo cugino e mettendolo in pratica agli arresti domiciliari nel suo palazzo di Gedda. Con questo gesto, ha rotto con la tradizione adelfica della Monarchia, col cugino che ha diretto per anni – come suo padre- il ministero dell’interno. Ignoro la posizione reale degli USA poiché entrambi i cugini avevano buoni rapporti  con gli americani.

Sul piano religioso i sauditi con le aggressioni successive all’Algeria e poi a tutte le altre nazioni islamiche hanno esasperato le divisioni di tipo teologico tra sunniti e sciiti facendone motivo di guerre e lotte interne all’islam. La Fitna  che il profeta Maometto ha sempre considerato l’abominio principale e il peccato da non perdonare. Il rischio è quello di trasformare il mondo islamico in due tronconi e dare corpo ad un emirato sciita guidato dall’Iran e , per forza di cose, alleato con tutte le minoranze religiose asiatiche inclusi i cristiani.

Sul piano politico, stanno andando peggio.

Quella del “Crownprince” è una carica che non consente in realtà un automatico accesso al trono – questo viene assegnato da un Consiglio di famiglia finora egemonizzato dai “saudari seven” i sette figli di Hassa la moglie preferita del fondatore della dinastia Abd el Aziz –  ma fa funzione di primo ministro finché vive chi lo ha nominato.

Quindi le due principali cariche del regno – re e primo ministro – sono in mano a padre e figlio, uno demente e l’altro inesperto e la governance futura non è comunque assicurata da un meccanismo dinastico automatico.

Per un recente conflitto istituzionale tra appartenenti alla nuova generazione reale, si è anche  creato un vulnus alla effettiva autorità del “Consiglio di famiglia” che ha visto il ministro dell’interno – figlio d’arte –  ( Mohammed Bin Nayef bin Abd el Aziz) nominarsi da solo il viceministro dell’interno ( unico – altra novità pericolosa-  non appartenente alla famiglia in tutto il governo) senza passare né dal Consiglio di famiglia ( che non avrebbe gradito un estraneo) e nemmeno dal Consiglio dei  ministri. Non sappiamo se anche il vice ministro dell’interno sia stato sostituito assieme al ministro.

Dunque anche il governo regolarmente insediato non gode ormai del prestigio necessario ad assicurare un’attività di governance fluida, figuriamoci in periodo di passaggio dei poteri e durante cinque crisi internazionali che dovrebbe saper  tenere a bada.

La cessazione contemporanea, non appena avverrà, della influenza dei saudari seven che egemonizzavano il Consiglio, la messa fuori gioco del Crownprince, creeranno un  vuoto di potere che sarà colmato dall’alleanza di due delle tre  forze armate interne al regno, coalizzate contro la terza: la Guardia nazionale, il ministero della Difesa e quello dell’interno. Il vincitore si farà formalmente incoronare dal Consiglio di famiglia in cerca di un altro gruppo forte che lo domini e garantisca agli oltre cinquemila parenti la prosecuzione dell’era di prosperità senza precedenti che stanno vivendo dal 1974 e che dal 1979 vedono insidiato dall’Iran Sciita e Persiano, sia sotto il profilo petrolifero che religioso.

Tra i membri della nuova generazione, i figli di alcuni tra i saudari seven sono in pole position e tra tanti il figlio di re  Salman , che comanda la guardia nazionale e il già nominato Mohammed bin Nayaf, ( Crownprince estromesso), ma la fluidità della situazione consente le più pazze ambizioni anche a  Bandar Bin Sultan – ex  capo dell’intelligence e molto amato negli USA –  benché sia figlio di una inserviente analfabeta  e quindi non abbia i quarti di nobiltà richiesti, anche se tiene a ricordare che era il nipotino preferito di Hassa la moglie -madre dei sette fratelli egemoni  nel Consiglio durante gli ultimi trenta anni.

Un ruolo chiave potrebbe essere svolto da MITAAB, uno dei cugini che inizialmente aveva svolto un ruolo di mediazione tra i due Mohammed ed era stato messo da parte.

Ogni principe che aspiri al trono o alle sue vicinanze , si adopera per acquisire meriti di fronte alla famiglia e usa  la parte di potere a sua disposizione snobbando ove possibile  gli uffici del Crownprince, e le norme scritte e no del codice di buon governo. Un disordine pericoloso per la pace nel mondo e nel mondo arabo in specie. Il nuovo Crownprince, ha al suo passivo l’aver iniziato la guerra in Yemen che sta diventando il Vietnam della dinastia.

Siamo in presenza di una sequela di crisi internazionali ognuna delle quali ha il potenziale per far saltare il sistema. Vediamole iniziando da quelle interne:

a) Situazione sociale  ai limiti della intollerabilità per la politica razzizsta  ( privilegiano cinesi e coreani e filippini per controllare eventuali nascite spurie dal colore), mentre i maschi tollerano con piacere i loro accoppiamenti con donne provenienti dal corno d’Africa nella convinzione che accoppiarsi con una nera fortifichi la virilità.  Incidenti durante il pellegrinaggio alla Mecca con centinaia di morti. Arresti a catena tra i simpatizzanti di Ben Laden in costante crescita.

b)  Gli sciiti della zona est del regno – la più ricca di petrolio. Gli abitanti sono suscettibili di dare ascolto  a sirene persiane e il ministro dell’interno MBN ha insediato un cugino  occupando  la porzione di territorio meno abitata ma più ricca e presidiata. Vedremo se anche il cugino di Mohammed ben Nayef ben Abdulaziz  – d’ora in poi solo MBN- ( Crownprince spodestato) sarà rimosso dall’incarico.

c) Ai limiti del folclore le iniziative “democratiche” inscenate per far credere che prima o poi le donne avranno qualche forma di parità ( diritto alla guida, di voto  alle comunali, una  cicciona alle Olimpiadi in tuta ecc.)

Ben più gravi sono le situazioni alle frontiere:

YEMEN   A seguito del tentativo di primavera araba  per defenestrare il Presidente Salah  – al potere da oltre un trentennio –  la situazione si è così evoluta : Salah ha accettato di andare negli USA  a curare i postumi di un attentato ai suoi danni a condizione che  rimanesse in carica il suo vice e che un suo parente mantenesse il comando di un reparto decisivo ai fini del controllo della capitale. nel frattempo, Al kaida si è inserita nell’area in cui nacque Ben Laden ed ha impegnato l’esercito in vere e proprie battaglie campali. Al Nord – al confine  con L’Arabia saudita – le tribù Houti , tradizionalmente riottose hanno trovato conveniente accordarsi con l’Iran , farsi armare e infiltrarsi nel regno. La confusione è generale ed è incrementata da attentati e rapimenti di “diplomatici” che i vari servizi segreti mettono in scena per pompare fondi ai rispettivi centri. Lo Yemen controlla la porta sud del mar rosso nota come Bab el mandeb ( porta del lamento). Il paese è spaccato in tre tronconi e per l’esaurimento delle falde acquifere il colera ha fatto la sua apparizione.

BAHREIN  dalla parte opposta della penisola, l’isoletta di Bahrein non viene nominata volentieri dai media, perché è l’altro mini Vietnam dei sauditi che portarono un “aiuto fraterno ” di settanta  carri Armati al re  ( l’unico che nel golfo ha questo titolo, gli altri sono Sceicchi o Emiri) e mantengono un ordine precario. La causa del contendere è il fatto che il re è sunnita mentre tutta la popolazione è sciita e – presumo sobillata dall’Iran – cerca di affrancarsi.  Mission impossible  poiché è anche la base della VI flotta USA  e, dopo un breve entusiasmo per la richiesta di democrazia  mostrato dal Dipartimento di stato, vige la regola del silenzio su tutto quanto avviene.

KATAR anche col katar nascono problemi di compatibilità dopo un triennio di cordiali canagliate  a danno di terzi. Il Katar ha cambiato governo in maniera radicale e però ha mantenuto l’appoggio ai fratelli mussulmani – specie egiziani – che adesso i sauditi contrastano.  Il governo saudita ha promosso una coalizione antikatar accusandolo di finanziare il terrorismo, ma in realtà perchè vuole che rompa le relazioni con l’Iran.

Il katar ha risposto picche e la crisi ha fatto saltare il CGG ( Consiglio Generale del Golfo) che è l’alleanza che sta conducendo la guerra in Yemen…..

GIORDANIA  è il paese che assieme al Marocco ( entrambe le famiglie regnanti discendono , annacquatissime, dal profeta, ha scelto di ottenere il maggior numero di fondi e aiuti possibili . La Giordania  scatola di sabbia donata dagli inglesi alla famiglia Hashemita ( la più antica dinastia regnante al mondo) cacciata dalla Mecca a cura dei sauditi, ospita una serie di profughi: palestinesi, Irakeni, Siriani, ciascuno col suo carico di drammi e necessità peculiari.  Gli USA nel 2013 hanno pompato in Giordania un miliardo di dollari e il resto lo mette l’Arabia saudita., che però non può dimenticare  che  il legittimo erede della custodia della Mecca e Medina ( e Gerusalemme) è proprio il re di Giordania. Vicino al portafoglio, ma non al cuore.

IRAK  L’A. Saudita  ha finanziato con 30 miliardi di dollari la prima guerra del Golfo del 1991  ed anche la successiva spedizione del 2003. Adesso la conseguenza è che anche l’Irak si avvicina all’Iran per via della scelta del governatore americano – l’indimenticato Paul  Bremer–  che scelse di mettere al governo gli sciiti estromettendo i sunniti che governavano da sempre il paese, come vedremo appresso.

Gli USA si sono insediati  in quell’occasione ( 1991) in una serie di basi  militari saudite che – come aveva previsto l’attuale re all’epoca contrario alla concessione , ma non regnante allora  –  non hanno più lasciato.                                                                                                                                                                                                                                                       Per dare  credibilità democratica all’attacco all’Irak ” in cerca di armi di distruzioni di massa ”  gli USA pensarono bene di spodestare i sunniti che da sempre  dominavano la Mesopotamia e affidarono il governo alla   la maggioranza scita ( 70%).  Questa scelta  ha dato fiato alla guerriglia preorganizzata del partito Baath   che non accenna a diminuire e che adesso – essendo sunnita – viene finanziata dai sauditi in funzione anti Iran. Un caso inedito di autofinanziamento della guerriglia interna. La distruzione dell’ISIS ( che Obama prevedeva in un decennio…) dimostrerà che la guerriglia irachena è nazionalista e non religiosa e quindi destinata a continuare.

La maggior influenza acquisita dagli sciiti ha rafforzato enormemente l’influenza iraniana tra il Tigri e l’Eufrate benché gli occidentali avessero covato con cura in Inghilterra  l’Ayatollah  Al Sistani  che nei loro calcoli avrebbe dovuto sradicare il partito Baath ( laico  e  socialista) e contrastare l’influenza  del Moussa Sadr  jr. legato alla Persia.

Anche qui l’Iran è  ormai a ridosso della  frontiera saudita mentre prima ( 2003) non c’era, perché l’Irak sunnita faceva da cuscinetto.

SIRIA: è l’ultima iniziativa congiunta americano-saudita in ordine di tempo. E’ costata sei anni e un numero imprecisato di morti ( non gli oltre  centomila sbandierati da un “osservatorio”   basato a Londra)  ed è l’avventura che  ha costretto gli USA a rivedere la loro strategia interventista in tutta l’area. La guerra presumibilmente non cesserà, ma diminuirà di intensità e si troveranno altre occasioni per una tregua d’armi. scambi di prigionieri o evacuazioni di civili dalle aree non sicure dell’uno o dell’altro. Fallisce con questo, il tentativo di far cadere un altro regime Baathista  ( laico e socialista) e la situazione avrà  conseguenze anche sulla situazione libanese dove abbiamo un corpo armato  italiano a disposizione dell’ONU per presidiare il confine israeliano che è il solo silenzioso in tutta l’area.

IL LIBANO Per contrastare la deriva verso la Siria, l’Arabia saudita è stata costretta a stanziare 3 miliardi di dollari affidando alla Francia il compito di riarmare e riorganizzare l’esercito libanese ( 30.000 uomini  già armati dagli americani).  Constatato il fallimento della iniziativa, l’Arabia ha disdetto il credito con grave nocumento della Francia che si era aggiudicata molte forniture. La nomina del Presidente Aoun ha rappresentato un altro passo avanti per l’Iran-Siria che lo sosteneva.

EGITTO  assentatosi dalla scena politica internazionale per inseguire chimere occidentalistiche, l’Egitto si è visto sottrarre la leadership  politica e morale del mondo arabo con la sostituzione nella posizione egemonica tradizionale in seno alla Lega Araba e la rappresentanza del mondo arabo al G20 a vantaggio dell’Arabia Saudita. Tornato alla stabilità secolare e laica assicurata dalla classe militare, L’Egitto  adesso ottiene aiuti illimitati o quasi da coloro che lo hanno prima messo in difficoltà: Americani e Sauditi,  ora interessati a ridurre l’influenza dei Fratelli Mussulmani. La recente crisi tra sauditi e Katar è frutto anche di questa ripresa di influenza egiziana sul mondo arabo.

L’Egitto non dimentica che  un secolo e mezzo fa , sotto la guida del grande Mohammed Ali ha risolto il dilemma wahabita con una spedizione militare e l’impiccagione del re  Saudita dell’epoca. Ora l’Università di Al Ahram tornerà ad assumere la leadership morale dell’Islam che non ha mai perso ma che era attutita dalla crisi politica e istituzionale del paese.

Da nessuna di queste aree di crisi l’Arabia saudita può ragionevolmente pensare  di uscire vincente o almeno con un pareggio, anche se avesse due cose che ha ormai  perduto: la stabilità istituzionale,  e l’appoggio incondizionato americano.

Il flirt con Israele completa il quadro di isolamento in seno al mondo arabo di quelli che Bin Laden definì i principati ereditari. a meno che Israele non si decida a concludere la pace con i Palestinesi il quadro di isolamento politico e  militare di quella che fu la dinastia  per anotnomasia non potrebbe essere più completo.

TURCHIA

Non è un paese arabo, ma la sua influenza è crescente da Gaza a Mossul.   La Turchia, ha appena detto  a muso duro  alla conferenza di Crans Montana in Svizzera per bocca del suo ministro degli Esteri   Mevlut Cavusoglu  al suo omologo greco Nikos Kotsias,   che non sguarnirà le truppe di stanza a Cipro e che potrebbe addirittura ” farne uso”, mentre il rappresentante dell’ONU sulla questione , dopo un ottimismo iniziale a capodanno sta lamentando il trascinarsi dei negoziati di riunificazione. La Turchia, che come membro della NATO aspira anch’essa a un ruolo egemonico nel Levante e a riprenderesi l’impero perso nel primo dopoguerra mondiale, è il nuovo pericolo all’orizzonte per il giovane avventato nuovo Crownprince che piace agli USA, ma non piace nemmeno ai parenti.

PALESTINA

L’avvenire della dinastia – e certamente quello di MBS ( Mohammed ben Salman)  è legato alla soluzione del problema palestinese che tutti fingono di ignorare. L’Arabia Saudita – che ha ufficializzato i buoni rapporti con Israele – non può stipulare un trattato di pace se prima non regola il problema israelo-palestinese.  La soluzione di questo nodo è affidata al genero del Presidente Trump, un immobiliarista trentenne che evidentemente suscita la sua fiducia. Immensi capitali  ( arabi e USA) sono stati approntati per lanciare un piano Marshall per il medio Oriente,  ( pronto da mezzo secolo ormai)  ma tutto è legato alla soluzione  problema che per primo sorse nell’area. E da questo dipende anche la sorte di tutti i paesi citati e della Monarchia che rischia un nuovo regicidio se i due popoli più rissosi della terra non troveranno una intesa che non trovano da troppo tempo.

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Commenti

  • gicecca  On luglio 5, 2017 at 6:06 am

    Solo una “curiosità” in questo bailamme che mi ricorda il Duca Valentino e le alleanze molto scambiabili del ‘1400 in Italia: cosa è l’ultimatum al Qatar; come c’entra in tutto questo ? GiC

  • antoniochedice  On luglio 5, 2017 at 9:05 am

    Il Katar conduce una politica di amicizia e buon vicinato con tutti, inclusi i fratelli mussulmani. L’Arabia Saudita e i suoi vassalli non vogliono che questo criterio S estenda all’Iran.
    L’accusa è di finanziamento ai FM , ma verrebbe ritirata se il K . Rompesse le relazioni diplomatiche con l’Iran ( testuale) . I sauditi temono che ” l’infezione” si trasmetta agli altri staterelli del golfo, come sta già avvenendo con l’Oman che ha assunto una posizione mediana.
    Il Katar ha rifiutato ed ha incassato un ponte aereo iraniano per i rifornimenti negati via terra dai sauditi.
    Questo non ha impedito all’ardito Trump di stipulare nei giorni scorsi un contratto di armamenti per 20 miliardi di dollari con i katarioti.
    Ennesimo scacco diplomatico saudita su entrambi i fronti.

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