SIRIA: LE OTTO OPZIONI MILITARI DI BARAK OBAMA SUL FRONTE EST. E LE DUE DI BACHAR EL ASSAD. di Antonio de Martini

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Mentre, come abbiamo visto nel post che precede, nell’Occidente ( Maghreb) arabo la situazione è sotto controllo tranne che nella Libia egemonizzata dagli angloamericani ( ai francesi hanno fatto scoppiare una bomba contro l’Ambasciata) , nel Levante ( Mashrek) arabo la situazione è resa piu complicata dalla presenza dello Stato di Israele e dall’assenza di una potenza dalle più che bimillenarie radici mediterranee – come l’Italia – capace di capire la cultura ed il pensiero levantino, rappresentando al meglio gli interessi dell’occidente.
Questa presenza e quest’assenza si sentono anche negli USA sottoposti come sono alle continue pressioni della lobby filo israeliana ( che richiede una interlocuzione continua) e quasi mai a pressioni riequilibratrici, dato che una lobby filo italiana degna del nome non esiste.
Fatte le recriminazioni di rito, passiamo all’esame della situazione militare ed al confronto delle opzioni disponibili per il Presidente americano.

La Casa Bianca continua a ripetere come un mantra tibetano che ” all the options are open” ma in realtà, alcune sono già state usate senza esiti apprezzabili, altre sono inattuabili e quindi il ventaglio delle ” all options” si riduce a una. Di dubbio esito.

La prima opzione militare è l’invio di aiuti logistici non letali ed è abbondantemente praticata da un paio di anni.

La seconda è l’invio di volontari appartenenti a organizzazioni islamiche ( ed è iniziata due anni fa con l’invio di seicento volontari libici, inviati anche per facilitare il processo di normalizzazione libico, ampiamente fallito).

La terza é l’invio di mercenari e volontari europei di origine araba ( anche per alleggerire la minaccia terrorista in Inghilterra e Francia). L’attacco di Tolosa a una scuola ebraica e costati vite innocenti ha mostrato la differenza tra teoria e pratica.

La quarta opzione consiste nel convincere un alleato, possibilmente confinante con la Siria, a partecipare attivamente al conflitto, ma Turchia, Giordania e Israele hanno già detto di no. Israele teme l’uso dei gas, lo usa come casus belli, ma non vuole pagare per tutti.
Il diniego piu recente è quello inglese: dopo aver dichiarato che la Siria aveva fatto uso dei gas e che bisognava intervenire militarmente, il ministro della Difesa Philip Hammond non più tardi della scorsa settimana ha dichiarato ufficialmente che l’Inghilterra non sarebbe intervenuta. Della serie ” armiamoci e partite”.

La quinta e piu sofisticata opzione consiste nell’invio di armi in forma ufficiale assortita con la minaccia di fornire armi ultramoderne capaci di ristabilire l’equilibrio militare. Oggi, siamo a questo gradino della escalation e inizia da qui la serie dei gradini impraticabili.
Se anche un solo missile portatile antiaereo ” stinger” venisse usato contro un obiettivo in Israele o in USA, il Presidente non resterebbe in carica per un altro minuto e il piu fortunato del suo staff potrebbe al massimo guadagnarsi da vivere raccogliendo cicche in Messico e questo è un rischio che nessuno vuole correre.

La sesta opzione consiste nella creazione di una ” no flight zone” , mirante a ristabilire l’equilibrio strategico togliendo la superiorità aerea alle truppe lealiste. Anche questa opzione è di difficile praticabilità dato che per ottenere questo risultato
( come in Irak e in Libia) è indispensabile distruggere i sistemi radar siriani e questa scelta non sarebbe indolore visto che i sistemi antiaerei siriani sono in grado di infliggere gravi perdite. I tre tentativi fatti con aerei che hanno “provocato” per saggiare l’efficacia delle difese, hanno dissuaso a sufficienza.

La settima opzione consiste nel provocare un attacco siriano contro Israele ed a tal fine ieri è stato fatto un attacco aereo su un sobborgo di Damasco nel tentativo di provocare una rappresaglia siriana suscettibile di provocare una risposta aerea terribile congiunta israelo americana che rada al suolo le infrastrutture e l’aeronautica e l’esercito di Assad, ma sembra evidente che i siriani hanno mangiato la foglia e fanno finta di niente, incaricando la TV al Manar di Hezbollah di annunziare l’abbattimento del velivolo israeliano.

L’ottava ed ultima opzione è quella di un intervento militare diretto di truppe USA. Proprio ieri in Costarica, Barak Obama, dopo aver eluso la domanda di un giornalista una prima volta, ha dichiarato ufficialmente che ” non è una opzione” Ossia, non se ne parla proprio.

Le opzioni di Assad sono di una semplicità disarmante e speculari alle azioni
USA : mantenere, nel peggiore dei casi, lo stallo militare in attesa che le opzioni USA si esauriscano senza esiti significativi e assicurare la continuità del sistema a prezzo delle sue dimissioni e poco più ; in caso di ” attacco straniero” ( israeliano o USA-NATO) , lanciare tutto l’arsenale batteriologico e chimico su Israele con ogni mezzo non escluso l’invio di Kamikaze batteriologici dall’Egitto ( che difficilmente potrebbe restare neutrale) e in caso di regime change scambiarsi i ruoli con i ribelli, usando i volontari iraniani come truppe e l’Irak come ” safe heaven”.

I ribelli sunniti siriani e irakeni hanno dimostrato che ventimila uomini possono condurre una guerra di bande indefinitamente e nel migliore dei casi avremmo una zona continua di guerra da Abadan ( golfo persico) a Beirut. Nel peggiore, da Kabul a Gerusalemme.
Niente male per un Premio Nobel per la pace.

Il rifornimento ufficiale di armi senza far correre rischi agli USA e ai loro alleati è aleatorio. L’attacco diretto moralmente suicida, militarmente pericoloso: i siriani non sono gli irakeni.
Meglio ricorrere al mantra ” we can’t run the risk”.

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Commenti

  • Avatar di Anafesto Anafesto  Il Maggio 5, 2013 alle 10:47 PM

    Temo che qualcuno, non propriamente sano di mente, stia tentando di forzare i giochi.
    Qualcuno ha il coraggio di chiamarla l’unica “demodcazia” in medio oriente!

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    • Avatar di antoniochedice antoniochedice  Il Maggio 6, 2013 alle 4:04 am

      Esiste il partito della guerra che attraversa tutte le parti citate. È difficile distinguere tra quanti vogliono veramente la guerra e la ” brinkmanship” ossia la vecchia tecnica di Dulles ( Foster) il segretario di stato del presidente Eisenhower, che usava arrivare con decisione fino all’orlo del precipizio della guerra per indurre l’avversario a cedere senza combattere.

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    • Avatar di 66633322 66633322  Il Maggio 6, 2013 alle 1:15 PM

      QUOD DEUS VULT PERDERE AMENTAT. IL PERICOLO MAGGIORE PER ISRAELE NON E’ L’ATOMICA IRANIANA O LE ARMI CHIMICO-BATTERIOLOGICHE SIRIANE. VIENE BENSI’ DA UNO SVILUPPO TECNOLOGICO MADE IN ISRAEL….I DRONI. UNA VOLTA CHE HEZBOLLAH O I PALESTINESI AVRANNO COMPLETATO L’ARMAMENTO DI CONGEGNI TIPO I QUADRICOTTERI (ENON CI VUOLE GRANCHE’) NON CI SARA’ ANGOLO DI ISRAELE AL RIPARO DALL’OFFESA. INUTILI L’IRON DOME, GLI F16, F22, F35, MERKAVA. NE VEDREMO DELLE BELLE….

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      • Avatar di antoniochedice antoniochedice  Il Maggio 6, 2013 alle 1:23 PM

        Dementat, non Amentat. Lei si illude. Tutti gli aerei che ha nominato servirebbero a ridurre in polvere i villaggi da cui potrebbero provenire i quadricotteri. Complimenti allo stratega!

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  • Avatar di donato donato  Il Maggio 5, 2013 alle 10:52 PM

    L’Iran e l’Iraq staranno a guardare? IMHO a questo punto la chiusura di Hormuz è + vicina.

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    • Avatar di antoniochedice antoniochedice  Il Maggio 6, 2013 alle 4:08 am

      Come detto nel post del 3 maggio, l’Iran è in grado di chiudere Lo stretto di Hormuz, ma non di mantenerlo chiuso.

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  • Avatar di donato donato  Il Maggio 5, 2013 alle 11:20 PM

    Aggiungo una cosa si parla sempre della lobby ebraica (che indubbiamente è attiva) ma quale è il peso decisionale dei sauditi e dei loro alleati (satelliti) del Golfo nella politica e nell’economia USA?

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    • Avatar di antoniochedice antoniochedice  Il Maggio 6, 2013 alle 4:17 am

      Ho parlato di lobby israeliana, non ebraica. Il peso dell’Arabia saudita è stato fino a qualche tempo fa in favore di uno “strike” all’Iran, ma da parecchie settimane ormai tende a cambiare così come quello di alcuni emirati del golfo. Si sono resi conto di essere in prima linea. È il passaggio dell’Irak nel campo sciita senza essere compensato dal passaggio della Siria in campo sunnita, ha cambiato tutti gli equilibri della penisola araba.

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