La guerra di Libia si fa psicologica.

Oggi il giornale “Libero” comunica ai suoi  lettori che ci sono dei commandos inglesi all’opera in Libia.  Credevo fosse un quotidiano e non un trimestrale.  Ora che è diventato un segreto di Pulcinella, gli inglesi se lo vendono per accattivarsi i giornalisti, sia pur falsando un pò le date .

 Ormai è più importante la conquista delle simpatie di un giornalista che  quella di un accampamento beduino. La guerra si sta trasferendo  sul piano psicologico che è il terreno nel quale gli alleati hanno più mezzi e, paradossalmente, sono più deboli, anche perché combattono su più fronti, uno dei quali incognito: quello degli arabi.

E” cominciato anche  il bombardamento psicologico  sugli italiani a cui evidentemente viene riconosciuta una posizione   contraria  sia alla irresolutezza del governo (che sta perdendo consensi a valanga) che avversa a quella che appare ai più  come una   evidente prevaricazione “americana”. In pratica i vantaggi andrebbero ai franco inglesi e la nomea dei cattivi agli americani. Ne riparleremo.

La politica americana con gli arabi è stata sempre caratterizzata dalla incomprensione.   Le categorie di pensiero degli arabi, sembrano loro troppo complesse e trovano  l’uso che gli arabi fanno  della metafora nelle conversazioni   incomprensibile.

Anche risalendo ad anni lontani, troviamo questa incapacità di comprendere  l’altro che è alla base  di ogni scontro e di molti dei rovesci politici americani in quell’area dal 1979 ( Iran) in poi.

La cosidetta “primavera del Maghreb” è stata accolta con entusiamo dai più, per la fame di novità che contagia sempre le società immobili di fronte alla prospettiva di cambiamenti   trendy.

Poi è subentrato lo stupore di fronte alla riuscita della  prima  e della seconda  spallata. La caduta di due longevi prepotenti ha sollevato le speranze dei tanti diseredati che  si sono inurbati in questi anni a causa del dumping americano sui prodotti agricoli, di coloro che aspirano a una democrazia di standard europeo e anche  di quanti aspirano a svolgere il ruolo di “bravi” di fiducia delle potenze egemoni. Uno studioso americano le ha addirittura  chiamate “urban elites”

Ogni rivolta si è presentata come endogena, non violenta  ed ha evitato di apparire come  ispirata dall’esterno.

Poi, i dubbi hanno cominciato a farsi strada. Nei paesi arabi, i dittatori vengono avvicendati dalla morte. Ben Alì  se l’è cavata e di Mubarak non si sa più nulla. I famosi settanta miliardi di dollari che avrebbe rubato non ci sono più. Le elezioni egiziane  avvenute ier l’altro non hanno avuto gli onori delle cronache che per una botta in testa a El Baradei, l’uomo degli USA. 

 Insomma  il boschetto narrativo nel quale sono stati condotti per mano, comincia a svanire e la realtà è quella di sempre: vogliono il petrolio. Specie da qundo gli incidenti alle centrali nucleari giapponesi, ne ha allargato le prospettive di sfruttamento.  In una situazione di smarrimento, gli italiani si rivolsero verso la religione e ne nacque la DC: un partito basato sulla cultura religiosa dei cittadini.  Nei paesi arabi e orientali, succederà lo stesso fenomeno: i pertiti si agglomereranno intorno all’islam e ci sarà la rincorsa “a chi è di più”.

Sulla Libia,  sfortuna volle che “il pazzo” non si è rivelato ne molle ne vile. Ha deciso di combattere  forte del suo apparato  di sicurezza  e questa risposta non prevista  ha messo in crisi il modello di golpe democratico, che prevede armonia senza spargimenti di sangue. 

Gheddafi che realizzò un colpo di Stato senza sparare un solo colpo, rischia di andarsene con un bagno di sangue. Ma rischia nche di rimanere: il coraggio piace. Piace la lotta del piccolo contro il grande. Piace la solidarietà familiare. Piace la morte per fini patriottici. Piace il proscritto che combatte. Piace il contagio del coraggio.

Gli americani non è la prima volta che sbattono il naso contro la mentalità orientale , ma non vogliono imparare. Hanno commesso errori di valutazione in Libano, con la Siria, con il Maghreb, con Al kaeda,  col Sudan , con Gheddafi versione uno e due e si apprestano a fare altri errori con lo Yemen ,  il Bahrain e – Dio non voglia – con l’Arabia Saudita.

La base dell’incomprensione è data dal fatto che i nord americani credono che tutti abbiano la loro mentalità e cultura e siano sensibili alla tecnica del bastone  e della carota che sperimentarono per la prima volta con gli indiani d’America  e anche  con l’Italia fascista: bombardamento della capitale il 20 luglio, sfiducia al duce dall’interno il 25 luglio ( ” la guerra continua”) e resa  con comunicato bellicoso 38 giorni dopo (” reagire a qualsiasi attacco da qualunque parte provenga”).

Le periodiche reazioni arabe e orientali in genere, vengono liquidate come nel medio evo si liquidavano le sconfitte:  l’opera del demonio. Dai 250 marines saltati in aria in Libano ( contro un morto nostro, accoppato al policlinico di Bari per la verità) ai tremila e passa dell’attacco alle due torri, agli scontri in  Irak e Afganistan creduti in un primo tempo vittoriosi, non ne azzeccano ne ne prevedono  una. 

L’esempio di Gheddafi è stato contagioso: il presidente dello Yemen, il re del Bahrain e quello dell’Arabia saudita hanno fatto capire  che sono anch’essi intenzionati a resistere e che i comunicati stampa del presidente  USA sono scritti con la stessa carta degli altri.  

Ecco perché questo scontro gli americani  non possono perderlo: si combatte per conquistare il cuore e il rispetto degli arabi e degli orientali e non solo per il petrolio.

Ma  le foto che speculavano sulla ignoranza della religione, le balle sui diecimila morti, il sequestro dei beni personali, tutto contribuisce ad allontanare gli arabi dall’ammirazione dei primi giorni.

 Gli arabi ammirano il valore personale in battaglia  ( gli altri stanno dietro una consolle), hanno il senso dell’ospitalità come primo valore  ( loro chiedono in Afganistan  la consegna dell’ospite Ben Laden) amano la tradizione ( loro demoliscono  gli edicifi quando “invecchiano”) la famiglia è sacra ( in Libano si sospese la guerra per la morte della moglie di Gemayel e tutti i capi nemici parteciparono indisturbati al funerale) gli arabi mentono in privato e sono sinceri in pubblico, gli yankees il contrario: guai dire bugie alla moglie, ma sui comunicati stampa le sparano grosse.

Lo stesso accadde  con Saddam Hussein in  Irak : Bush giurava che gli irakeni  avevano mezzi di distruzione di massa e Saddam diceva non  essere vera l’accusa e   che se avessero attaccato  “li avrebbero rimandati indietro a uno a uno rinchiusi in sacchi di plastica nera”.  Gheddafi  nega  di aver mai  fatto massacri di massa e  assicura che lascerà le sue ossa in Patria  come baluardo  sul Mediterraneo dove peraltro non oseranno venire a stanarlo.

  Questo è il paradosso democratico: i cattivi dicono la verità e i buoni raccontano balle.

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Commenti

  • FRANCESCO SILVANI  Il marzo 22, 2011 alle 7:27 pm

    complimenti per una voce fuori dal coro!!

    • antoniochedice  Il marzo 22, 2011 alle 7:34 pm

      Grazie, perche’ non vieni a cantare?

  • Roberto  Il marzo 23, 2011 alle 9:44 am

    La guerra alla Libia sarà anche psicologica, ma l’invasione dell’Europa è reale….e senza sparare un colpo!

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