LE CONSEGUENZE DEL RITIRO DALL’AFGANISTAN PER IL CONTROLLO DELL’AREA. di Antonio de Martini

Da giovanotto ho avuto modo di assistere a una colazione cui partecipava il figlio dell’ex premier iraniano Mossadeq defenestrato nel 1953.
Ficcanaso di natura, gli chiesi come mai avessero deciso di sfidare la allora importante potenza imperiale inglese, nazionalizzando il petrolio iraniano sperando di farla franca.
La sua risposta ha incatenato per sempre nella mia memoria gli accadimenti del Levante con quelli del Medio Oriente che avevo sempre immaginato separati: qui il regno di Lawrence, li quello di Kipling.

Nessuno aveva mai seriamente pensato che gli inglesi si sarebbero decisi ad abbandonare l’India ( per India intendeva l’intera penisola, compreso il Pakistan ndr)”.
“Quando mio padre vide che l’abbandono era effettivo, pensò che fosse giunto anche per noi farsi il momento di affrancarsi”.

Per la mentalità asiatica è infatti inconcepibile cedere il controllo di un territorio senza combattere.

La nazionalizzazione del petrolio persiano diede il via alla reazione angloamericana che , sistemato il giovane Reza Palhavi a via Veneto, diedero il via ad un colpo di Stato che allontanò Mossadeq dal potere, seppellì ogni nascente velleità democratica in Persia e fece ricevere alla polizia iraniana l’addestramento che la trasformò nella terribile SAVAK, ponendo le basi della impopolarità del trono e degli occidentali.

Questa conversazione formativa di gioventù mi è tornata alla mente pensando al ” ritiro” USA dall’Afganistan che tutti pensano indolore.
Le conseguenze strategiche già si intravvedono: le basi militari asiatiche che gli USA avevano acquistato-affittato con i più svariati pretesti logistici di sostegno nella “lotta al terrore afgano ” ma che parimenti consentivano l’accerchiamento strategico sia di Russia che di Cina e rappresentavano una sicurezza supplementare per l’India e Pakistan, stanno ricevendo lo sfratto.

L’Uzbechistan ha già provveduto chiudendo la base di Karshi-Khanabad.

Il Parlamento Kirghizo lo ha deliberato in questi giorni decidendo la chiusura della grande base di MANAS, senza la quale i rifornimenti in volo degli aerei operanti nel cielo afgano sono gravemente ridotti e complicati.

I Russi, che avevano aiutato gli americani nelle trattative, incassano dividendi su tre tavoli.
Gli USA devono ringraziare Putin per l’appoggio avuto e non possono incolparli di nulla, dato che sono riusciti a farsi detestare anche dai pochi abitanti e vi sono stati incidenti ( un autista ucciso da un militare che si era sentito minacciato a dicembre e processo conseguente) ; la ritirata USA non potrà fare a meno, ormai, di avvenire via terra attraverso la Russia ; i Russi riprendono influenza nei paesi limitrofi in piena armonia con l’US Army alla quale tagliano le unghie, così come sono riusciti a farlo in Ucraina.

Il Presidente Kirghiso Kurmanbak Bakiyev che era fuggito dalla Capitale Bishkek, pare su interessamento russo, spera di ottenere popolarità a buon mercato, gratitudine dai russi ( prima per aver accettato gli USA e poi per averli sfrattati) e un indennizzo per i sessanta milioni annui che percepiva dal governo Obama per l’affitto della base. Adesso li riceverà in cambio di nulla e magari in nero, ottenendo la cessazione delle ostilità nei suoi confronti.
Fossi al posto di Obama, costruirei una portaerei in meno e farei studiare ai miei un po’ di geografia in più.

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Commenti

  • Ettore  Il giugno 23, 2013 alle 5:55 pm

    Fantastica messa a punto come sempre!

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