GERUSALEMME: I PALESTINESI E NETANYAHU SI PREPARANO ALLA VISITA DI BARAK OBAMA. di Antonio de Martini

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Benjamin Netanyahu sta per ricevere la paga per la fronda elettorale fatta a Obama e a quella a Chuck Hagel il nuovo segretario alla Difesa che oggi sbarca in Afganistan per non accompagnare il Presidente ? Fino a che punto questo precedente aggressivo di Netanyahu influirà nel tradizionale rapporto di alleanza?
Certo, Obama non poteva avere una situazione a lui più favorevole e Bibi avrebbe voluto ricevere la visita dell’uomo più potente del mondo dei prossimi quattro anni, in migliori condizioni.

A quasi due mesi dalle elezioni da cui è uscito indebolito e col ministro degli esteri ( Libermann) condannato dalla magistratura, non è ancora riuscito a presentare il governo al Presidente Shimon Perez ed alla Knesset, benché abbia rinunziato ai partiti religiosi – suoi tradizionali alleati – ed abbia dovuto imbarcare la sua avversaria Tzipi Livni ( alla giustizia, ma con anche la delega per le trattative di pace) ; il suo critico militare più autorevole Shaul Mohfaz, ex capo di SM contrario all’attacco all’Iran; il nuovo partito centrista.

Per colmare la misura, Barak Obama andrà anche in visita ad Abu Mazen a Ramallah ed ha rifiutato di presentarsi alla Knesset,

segno che vuole evitare ogni endorsement e le trappole quasi certe del discorso tradizionalmente amichevole o la solita contestazione dei partiti religiosi che “la butterebbero in caciara” distraendo l’opinione pubblica.
Anche la data del viaggio è stata scelta in maniera da non dover affrontare .durante il soggiorno sia il venerdi di preghiera islamico che lo ” Shabat” ebraico.

In più , il Presidente USA ha anche chiarito che non intende presentare alcun nuovo piano di pace. Ce ne sono stati fin troppi e inutili, in assenza di una volontà reale.
Vuole un incontro concreto con risultati concreti ed è preceduto dal documentario ( The Gatekeepers) , candidato all’Oscar, in cui i sei capi dell’intelligence ancora vivi chiedono un accordo politico coi palestinesi ed unanimemente escludono la possibilità di una vittoria esclusivamente militare. “Il miglior modo di dare sicurezza agli israeliani è un accordo di pace coi palestinesi” sarà il suo leitmotiv.

In un recente sondaggio, l’esistenza dell’accordo di Oslo del 1993, che costò la vita al coraggioso Premier Isaac Rabin, è risultato ignoto all’80% dei giovani israeliani.
Se a questo sondaggio si aggiunge il fatto che un esiguo 2% degli studenti opta a scuola per lo studio del l’arabo, il quadro è chiaro.
Obama vuole cambiarlo, ma non vuole esporsi come nel 2011 con iniziative caduche.

Il dossier di Obama contiene certamente – oltre alla collaborazione bilaterale, mai messa in questione ( proprio ieri l’altro il Pentagono ha varato un appalto – preannunziato dal Washington post con un articolo di Walter Pincus lo scorso 29 Novembre – per una misteriosa costruzione a piani interrati per cinquecento milioni di dollari in una base israeliana dell’aeronautica a Nevatim), la questione siriana, la questione del nucleare iraniano e quella della compliance israeliana alle risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Palestina, disattese da sempre.

La credibilità del Presidente USA nel mondo è ormai legata alla sua capacità di non fare due pesi e due misure tra arabi e israeliani nella questione palestinese.
Questo incontro verte quindi in particolare sui due temi più sensibili per il governo Netanyahu: gli insediamenti abusivi nei territori occupati di Cisgiordania e sullo status di Gerusalemme.

Gli israeliani si sono certamente preparati una serie di concessioni – da bazar – minori e periferiche sul tema degli insediamenti, la restituzione di alcuni territori della Cisgiordania all’autorità palestinese e il rifornimento di armi e munizioni alla loro polizia.
Hanno varato un assurdo provvedimento tipo apartheid separando gli autobus tra palestinesi e israeliani ( sospetto io) in maniera da fare marcia indietro in onore dell’ospite, ma cercheranno di resistere sul nocciolo della questione.

Delicatissima la questione di Gerusalemme – dove Israele ha l’appoggio degli USA- ma la visita avverrà con un nuovo Papa appena eletto ( il Vaticano è molto interessato alla risoluzione ONU del 1948 sta stabiliva uno status internazionale per la città santa ) e questa è una ulteriore incognita fino a pochi giorni prima dell’incontro.

I Palestinesi, incoraggiati del voto assembleare di ammissione all’ONU, dello scorso novembre come osservatori, forti dell’assenza di attentati terroristici e della ripresa degli scontri con la polizia israeliana di manifestanti attorno alla Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, ieri ( era venerdì di preghiera), hanno solo il punto debole di non essere ancora riusciti nel processo di integrazione con Hamas e la striscia di Gaza.

Prima di partire, Barak Obama ha ricevuto alla Casa Bianca le organizzazioni ebraiche americane come ulteriore atto preparatorio e messaggio a Bibi Netanyahu: gli ebrei americani sostengono Israele, ma sono leali alla bandiera a stelle e strisce.
Per dirla all’americana ” compliance is not an option. It’s a requirement”.

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Commenti

  • antoniochedice  Il ottobre 13, 2015 alle 10:27 pm

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Dal 9 marzo del 2013 a oggi, i cambiamenti si contano sulle dita della mano monca di Frank “tre dita”Coppola.
    Ormai il tempo stringe.

  • pier giorgio leone  Il ottobre 13, 2015 alle 10:53 pm

    Spero si tratti di paragone improprio ma il diffondersi dell’instabilità a macchia d’olio nell’africa del nord ed in M.O. non ricorda la situazione dei balcani anteriormente al 1° conflitto mondiale?
    Dal 2011 abbiamo avuto Libia,Egitto,Siria,Yemen,Palestina,Libano,Iraq ed in nessuno di questi paesi la situazione si è stabilizzata e le strutture nazionali tendono a frammentarsi sempre più.

    • antoniochedice  Il ottobre 14, 2015 alle 4:28 am

      Nei Balcani accadde esattamente il contrario. Strutture nazionali prima inesistenti che si affermavano contro un potere imperiale in sgretolamento.

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