L’ ANALISI MARXISTA GIUNGE A MAZZINI CON 165 ANNI DI RITARDO. ECCO UN ARTICOLO DELL’ UNITÀ SCRITTO DA ALFREDO REICHLIN DI AUTOCRITICA. MEGLIO TARDI CHE MAI?

http://corrieredellacollera.com

RIPRENDO DAL SITO http://leorugens.wordpress.com/ UN ARTICOLO APPARSO SU L’UNITA’ DEL 12 MARZO SCORSO SCRITTO DA ALFREDO REICHLIN CHE È SEMPRE STATO VICINO A GIORGIO NAPOLITANO. NON CI CREDERETE, MA PARLA DI MAZZINI GIUSEPPE , DA GENOVA. RICORDIAMOCI DI RINGRAZIARE GRILLO GIUSEPPE, DA GENOVA. REICHLIN, CORAGGIO, UN ALTRO PASSETTO: AMMETTERE CHE AVETE ELIMINATO PACCIARDI PROPRIO PER QUESTO E AVRAI PACE CON LA TUA COSCIENZA.
I ” neretti ” nel testo non sono dell’autore. A de M

Le spiegazioni che cerchiamo di dare del terremoto elettorale sono tante, e vanno approfondite. Io, almeno come metodo, cercherei di partire, prima ancora che dalle nuove soggettività (la Rete, Casaleggio, e simili) da un abbozzo di analisi della realtà italiana, cioè da quella che a me sembra la questione veramente nuova, storicamente inedita che interroga la politica. La crisi della nazione italiana.

È vero, di crisi si parla molto. Ma fino a che punto si ha coscienza e si dà coscienza alla gente che essa non riguarda questo o quel settore, né soltanto l’economia, ma le basi stesse su cui finora si è retta l’unità del Paese e la sua cultura identitaria?

Va benissimo prendersela col populismo ma il populismo, dopotutto, è l’epifenomeno, il fenomeno è la crisi della politica la quale è venuta meno al suo compito il quale consiste nel permettere alle persone di uscire dal proprio «particolare» per pervenire a una qualche idea dell’interesse generale.

Qual è oggi l’interesse generale? Questo è il punto. Io credo che sia la nostra partecipazione al processo di unificazione dell’Europa. Essendo questa la sola alternativa possibile a un drastico impoverimento, che altrimenti – parliamoci chiaro – sarebbe inevitabile dato l’avvento di nuovi mondi e nuove potenze che pretendono una redistribuzione del potere e della ricchezza mondiale. L’illusione «mercatista» e il potere finanziario hanno aggravato le cose. Ma la ex ricca Italia sarebbe nei guai comunque se non si misura con le sfide di un mondo che è cambiato. La nostra crisi sta esattamente in ciò, ed è veramente triste la stupidità e l’autolesionismo di certi intellettuali che votano Grillo e si pretendono guide intellettuali e morali.

Quale meravigliosa prova di moralità è impoverire quelli che verranno dopo di noi? La mia moralità mi impone invece di guardare in faccia la realtà e di capire che il Paese così com’è non regge. Non si va in Europa con i costi non solo materiali ma morali di questa divisione tra Nord e Mezzogiorno e con questa somma di ingiustizie, inefficienze, illegalità che dividono il popolo italiano in caste e consorterie. Si sono rotti troppi legami sociali e si sono appannate le ragioni e il sentimento dello stare insieme. È venuto in discussione quel rapporto tra dirigenti e diretti che è la base del consenso e della legittimità di uno Stato.

Non serve a nulla piangersi addosso. Ciò che conta è capire. Capire perché abbiamo perso e capire quale orizzonte si apre per un riformismo italiano che voglia conquistare l’egemonia in questo radicale cambiamento della storia d’Italia. Tutto sarà molto difficile e non mi nascondo affatto la botta che abbiamo preso. Però ho la convinzione che le ragioni della sconfitta sono, a ben vedere, le stesse che ripropongono la grande questione del ruolo e della funzione nazionale che almeno in teoria cadano sulle nostre spalle dato che le classi dirigenti italiane non sembrano in grado di pensare il Paese. Mi ha veramente impressionato l’esultanza del Corriere della Sera per la vittoria di Maroni (il peggio di Formigoni) in Lombardia. Qui sta lo spazio oggettivo per un partito serio come il nostro. Però la condizione, sia molto chiaro è che noi non ci sfasciamo.

Non mi nascondo affatto la realtà. Interi territori e vecchi blocchi sociali sono allo sbando. Ma sola la stupidità di un certo giornalismo pensa che questa è solo una crisi dei vecchi partiti. È una crisi più complessiva di rappresentanza. Riguarda i partiti come i sindacati, come l’associazionismo, come i mestieri e le professioni. Condivido il giudizio di chi osserva che la disgregazione sociale sta creando milioni di individui soli e separati tra loro: senza più i vecchi legami e il vecchio immaginario collettivo, senza un loro «campo» dove stare.

Perciò la democrazia italiana è veramente a rischio. Il Pd perde tre milioni di voti, ma la destra sei ed è tenuta insieme solo da un personaggio come Berlusconi, il quale può uscire di scena da un momento all’altro per ragioni di incompatibilità morale prima che politica. Il centro di Monti è ridotto al 10 per cento; la Lombardia è diretta, insieme con il Veneto e il Piemonte da un partitino del 4 per cento, che gioca irresponsabilmente a fare del Nord uno Stato indipendente. Il voto del Mezzogiorno è ormai quasi tutto clientelare. E a tutto questo si aggiunge il fatto che il 25 per cento degli italiani vota per un ex attore comico, manovrato da un pazzoide che ha una visione apocalittica delle cose.

Ecco perché non mi nascondo il fatto che la democrazia repubblicana è appesa a un filo. Mi sembra giusta la tattica che stiamo seguendo ma vorrei essere sicuro che ci è chiara la grandezza del problema, e quindi la necessità di imporre un salto di qualità al nostro discorso politico di fondo. Non disprezzo affatto la tattica. Penso invece che qualche compromesso lo dovremo fare. Ma questi sono tanto più gestibili quanto più è chiaro dove andiamo e cosa vogliamo.

Sono più che mai convinto che una linea di responsabilità «nazionale» e di larga apertura verso tutti i mondi vitali del Paese è giusta. Ma è proprio questa linea nazionale, non Grillo, che richiede grandi riforme essendo ineludibile lo sforzo di portare in una Europa rinnovata la nazione italiana la quale senza questo passaggio decade. Perché non parliamo così alla gente? Noi non siamo apparsi come il partito del rinnovamento perché rinnovare non significa solo piccole cose, ma guidare il popolo italiano in una nuova storia.
Siamo distanti dal popolo perché il popolo non è solo una massa di individui, è la nuova idea di sé che bisogna offrire agli italiani investiti da sfide così grandi e difficili. Occorre ricostruire le basi del consenso.
Berlinguer non aveva paura di proporre una cosa enorme come un «compromesso storico» perché esso corrispondeva alle necessità per l’Italia di compiere una nuova rivoluzione democratica. È di questo che parlava con Moro.
Noi oggi di una cosa come questa dobbiamo parlare. Noi non siamo «tecnici», siamo capi politici. Io, sedicente marxista, avevo un certo disprezzo per Mazzini. Sbagliavo. Oggi mi colpisce molto il suo discorso quasi religioso sulla rivoluzione italiana come «rivoluzione civile» e il fatto che concepiva il patriottismo repubblicano italiano come un pezzo fondamentale dell’Europa. Parlava di un mito. Ma i miti sono necessari. Che cos’è il Pd se non è percepito come un partito necessario perché «partito della nazione»?

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Commenti

  • blancfaces  Il marzo 12, 2013 alle 11:02 pm

    “manovrato da un pazzoide che ha una visione apocalittica delle cose”
    della visione apocalittica non ne so niente (?), della pazzia non vedo traccia e sul manovrare ho dei seri dubbi
    per il resto concordo in parte

    • antoniochedice  Il marzo 13, 2013 alle 2:00 am

      Ho pubblicato il pezzo, non per dimostrare che l’autore ha ragione su questo o quel punto, ma per indicare che:
      A) la sconfitta psicologica ha prodotto un “effetto riflessione”
      B) questa riflessione porta alla rivalutazione di Mazzini e alla legittimità di governo di un partito che abbia un fine nazionale e civile E che un alto esponente politico di quel partito ( anche se messo un po’ da parte) riconosce che il PD non ha questa legittimazione.
      Infine ho detto che questa riflessione è dovuta a Beppe Grillo. Che c’entra una singola frase con un apprezzamento personale?

  • Mario Maldini  Il marzo 13, 2013 alle 8:06 am

    Il Culto civile di Giuseppe Mazzini è sopravvissuto a tutto, sopravviverà anche
    alle pensose riflessioni di Reichlin e compagni, che si tengano Berlinguer e Moro, e lascino in pace l’Apostolo!

    • antoniochedice  Il marzo 13, 2013 alle 8:08 am

      Dovresti essere contento che si rimangiano anni di spocchia.

  • gicecca  Il marzo 13, 2013 alle 8:33 am

    Caro Antonio, Reichlin ha 88 anni (è del 1925), una età in cui si comincia a pensare al “dopo”.
    La sinistra Italiana riflette sulle sue sconfitte almeno dal 1921/’22 e ogni volta sta ancora riflettendo sulla precedente quando gliene arriva un’altra sulla quale comincia di nuovo a riflettere. “…lo sforzo di portare in una Europa rinnovata la nazione italiana” è una frase molto tipica: parla di “Nazione”, sia pure con la “n” minuscola, e non di paese, come da decenni la sinistra ha imposto; e parla di “Europa” che il Reichlin giovane e anche meno giovane ha fieramente avversato per lungo tempo. “Siamo distanti dal popolo perché il popolo non è solo una massa di individui …” è un’altra frase interessante perché per decenni a sinistra si è parlato di “masse” in cui gli “individui” erano come i puntini nei quadri di Seurat, di per se senza alcun significato se non per l’insieme che formano.
    “io sedicente marxista” é un’altra frase che forse Reichlin di meno di 88 anni non avrebbe mai scritto; certo, la via di Damasco non colpisce solo Saulo, ma Saulo quando diventa Paolo non aveva 88 anni e dopo qualche altra cosa non solo la dice ma la fa; a 88 anni è un po’ troppo comodo.
    “Parlava di un mito. Ma i miti sono necessari”, e prima, parlando del tuo e vostro Mazzini aggiunge di essere colpito “molto il suo discorso quasi religioso”; se arriva a novanta anni parlerà di Bultmann e magari a novantacinque anche di Cristo e della religiosità messianica; non si sa mai, e vai a sapere.
    Infine, non devo ricordarti che la posizione di Reichlin nel PCI/PDS etc. non è mai stata dominante e che per molto tempo da giovane, quando avrebbe potuto magari cambiare il mondo, era uno dei fedelissimi di Ingrao, che certo tanto europeista non era. GiC

    • antoniochedice  Il marzo 13, 2013 alle 8:52 am

      Tutto vero. Infatti ho titolato meglio tardi che mai col punto interrogativo. Resta il fatto che quando la pressione dell’interesse personale si allenta, salta fuori il solito Mazzini. Giano Accame diceva infatti che eravamo un movimento di nonni e nipotini. Non basta per vincere, ma queste conversioni in articulo mortis, ci fanno capire che non abbiamo buttato la vita al vento.
      Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!

  • Roberto  Il marzo 13, 2013 alle 10:10 am

    Comprendere (quindi capire) Mazzini è cosa complessa.Troppo complessa per l’attuale politica italiana fatta di urla e vaffanculo.Eppure in Mazzini c’è tutto il passato,il presente ma,soprattutto,il futuro.Non è questione di tecnici,giovani o società civile.E’un problema culturale.Esattamente come scriveva Mazzini,attuale più che mai.

  • antoniochedice  Il maggio 22, 2013 alle 5:30 pm

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    PARTITI IN CERCA DI AUTORE.

  • Marco Reis  Il maggio 22, 2013 alle 11:33 pm

    CALMATI, ANTONIO: E’ UN OMONIMO !
    Antonio, posso capire il tuo entusiasmo mazziniano, ma questo dev’essere un omonimo del Reichlin originale: non so se uno che definisce il Pd “un partito serio” che ha “una tattica giusta” sia l’Alfredo che conoscevo io. 🙂
    No, no: è proprio un omonimo.
    Uno che scrive che serve l’Europa per evitare “un drastico impoverimento” inevitabile viste le “nuove potenze” che PRETENDONO una redistribuzione della ricchezza… santiddio è un altro Reichlin. L’originale la voleva, la redistribuzione, eccome. 🙂
    O forse voleva a redistribuzione delle ricchezze solo nel mercato interno? Non ricordo bene…

    • antoniochedice  Il maggio 23, 2013 alle 3:07 am

      Deh, mi rendete la diletta figlia e il tonante figlio di Giove rispettate…..
      Non è il primo e non sarà l’ultimo genitore a sacrificarsi per la prole.
      Penso che abbia fatto bene.

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