ANCORA SU UCRAINA, ITALIA, STATI UNITI ( MA SCOMODIAMO CARL SCHMITT e LA GRANDE BELLEZZA. SCEGLIETE) di Antonio de Martini e Massimo Morigi

Sebbene l’offerta di un miliardo di dollari fatta dal segretario di Stato John Kerry appena giunto in Ucraina richiami alla mente analoghe transazioni messe in atto dai nascenti Stati uniti verso i nativi americani o quelli delle potenze coloniali europee nella prima penetrazione e successiva colonizzazione del continente africano e

Benché tornando ai giorni nostri, non balzi alla mente, per contrasto, che quando un paese in termini geopolitici conta meno del due di coppe (vedi Grecia) questo può bellamente morire di fame aiutato solo da prestiti concessi con umilianti procedure e con tassi di interesse che non fanno che peggiorare la situazione, non ci si deve fermare a queste valutazioni – pur giuste dal punto di vista etico e realistiche dal punto di vista fattuale – ma è possibile, invece, trarne indicazioni che possano informare le valutazioni geopolitiche dei prossimi anni.

Punto primo, che riguarda un giudizio sugli attori operanti sulla scena ucraina. Sulla strategia del caos statunitense abbiamo già detto ma, nonostante il giudizio estremamente negativo che ne abbiamo dato dal punto di vista della sua efficacia strategica, risulta veramente difficoltoso comprendere come l’amministrazione Obama possa essere così goffa nell’applicazione di questa pur discutibilissima strategia.

Volendo escludere l’insipienza come giustificazione di queste lunga serie di maleparate di cui la crisi ucraina è solo l’ultima della serie (intendiamo insipienza da parte di quegli agenti strategici che portano avanti questo approccio caotico alle relazioni internazionali, perché, se guardiamo i singoli portavoce di queste forze, insipienza ed hubris la fanno da padrone), quello che emerge è che la politica estera statunitense, oltre ad avere un approccio teorico “caotico” è pure caotica in merito a chi debba esercitare la leadership di questa politica.

Detto in altre parole: anche se, da un punto di vista di dottrina è necessario fare ammenda dell’ipostasi che quando si parla di uno stato questo lo si debba intendere come una sorta di persona che agisce animato da una volizioni paragonabili a quella umana ma, invece, sia più realistico considerarlo come il manifestarsi della risultante di forze strategiche  contrastanti che trovano di volta in volta dei punti di incontro all’interno come all’esterno di ogni singolo paese, oggi, come mai non era accaduto in passato, appare evidente lo scontro fra i vari agenti strategici statunitensi.

Di questo i vari governanti dei paesi alleati agli Stati uniti dovrebbero tenerne conto, e ne tengono conto, vedi l’ambiguità della Germania nel caso ucraino che partendo da un atteggiamento di supporto all’aggressività americana nello svolgimento della crisi ha cercato poi di sfilarsi.

Da questo punto di vista, l’atteggiamento italiano di estrema prudenza nella crisi ucraina non deve essere lodato,  perché è di tutta evidenza che non è certo prodromo ad un auspicabile processo di collocazione in campo neutrale del nostro paese.

Si tratta, più banalmente, di semplice buonsenso alla Sancho Panza di fronte alle follie del padrone d’oltreoceano.

Punto secondo, una analisi che cerca d’andar oltre i pur evidenti problemi dell’amministrazione Obama e dei configgenti agenti strategici americani che attualmente operano sotto la copertura nominale di questa amministrazione.

In fondo, quando parliamo di strategia del caos statunitense e imputiamo questa strategia alla volontà americana di reagire al suo fallito tentativo di egemonia unipolare post caduta del muro di Berlino compiamo, in un certo, un errore di prospettiva storica, un errore perché questa tendenza caotica nelle relazioni internazionali era già stata individuata agli inizi degli anni Cinquanta da Carl Schmitt nel suo ” IL NOMOS DELLA TERRA NEL DIRITTO INTERNAZIONALE DELLO JUS EUROPAEUM”.

In estrema sintesi, Carl Schmitt sosteneva che l’affermazione novecentesca su piano globale delle potenze marittime, prima l’Inghilterra oggi gli Stati uniti, aveva comportato il deterioramento del diritto pubblico europeo, con la conseguenza che nel nuovo diritto internazionale veniva gradualmente svanendo la personalità dei singoli stati, così come era concepita in seguito all’assetto westfaliano, per essere sostituito da una visione privatistico-commerciale e della guerra e dei rapporti internazionali.

Siamo quindi ritornati  a John Kerry che offre un miliardo di dollari agli indiani-ucraini, in spregio del fatto che il governo verso il quale dimostra tanta generosità è frutto di un illegale colpo di stato e che come legittimità, tuttalpiù, non è maggiore a quella di una privata assemblea di condominio (che fra l’altro decida di deliberare in spregio alle vigenti norme del codice civile).

Che poi le conseguenze di questo operare caotico, o meglio, in spregio di quello che un tempo diede forma allo “Jus Publicum Europaeum”,  sia il rischio dello smembramento dell’Ucraina, poco importa.  O almeno poco importa agli agenti strategici statunitensi.

Agli agenti strategici italiani, invece, dovrebbe importare e molto.

Costoro devono stare molto attenti perché  per l’Italia la posta geopolitica dei prossimi anni non è tanto quale agente strategico nazionale sarà più abile a presentarsi come cameriere degli Stati uniti – per questo ruolo ne servono altri più strutturati di noi, vedi la Germania – ma a quale agente, distrutta de facto l’Italia come entità statuale, sarà data l’opportunità di esibirsi – come un tempo agli indiani nel circo di Buffalo Bill e come oggi  nelle riserve – per il divertito passatempo degli agenti strategici americani.

Ed è inutile sottolineare che il repubblicanesimo geopolitico  per quanto non intenda  astoricamente sposare un ritorno sic et simpliciter allo “Jus Publicum Europaeum” (il problema delle libertà politiche e civili era del tutto ignorato se non avversato  dal giuspubblicista fascista di Plettemberg), intende battersi con tutte le sue forze sia dal punto dell’analisi che da quello delle alleanze politiche perché il caos strategico statunitense non significhi per l’Italia la riduzione ad una condizione simile a quella delle riserve indiane dove magari, al posto della danza della pioggia, vengano officiati riti e litanie in onore della sua “grande bellezza”.

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Commenti

  • robertobuffagni  On marzo 8, 2014 at 9:38 pm

    Chi diffonde la peste prima o poi se ne contagia. La strategia del caos americana disgrega gli altri, ma non solo gli altri.

  • gicecca  On marzo 9, 2014 at 7:54 am

    Ma non era proibito dalle leggi USA dare contributi agli autori di colpi di stato ?Ora prima in Egitto e poi in Ucraina la cosa sembra non valere più ovvero si stabilisce che il cambio di Governo attuato dalla piazza non é un colpo di stato. Inoltre, mi pare di essere all’asta dei popoli: prima la Russia offre 15 miliardi per l’Ucraina, poi si svilisce il prezzo con un po’ di morti e di confusione, allora l’altro concorrente offre un miliardo … e chi sa che alla fine si comperi lo schiavo con nulla.
    Benissimo, poi, aver ricordato la Grecia, di cui non parla più assolutamente nessuno. Tutti mali sono guariti, o il malato é definitivamente morto ? Mi piacerebbe saperlo; magari quest’estate vado in Grecia. GiC

    • antoniochedice  On marzo 9, 2014 at 9:16 am

      Si danno contributi a delle ONG che mostrino di avere un qualche scopo sociale. Poi se queste creano problemi di ordine pubblico e le forze armate intervengono ( o meno) a difesa dello status quo esistente è questione che non interessa più di tanto. L’importante è che chi vince sia grato allo zio Sam poiché le organizzazioni private che lo hanno finanziato erano americane . Quanto alla Grecia, è vero non se ne parla più. Per aver ceduto il Pireo ai cinesi ha avuto la sua punizione. Qualcuno gli deve aver detto la ormai famosa frase : ” we will make an exemple of you” con la quale Kissinger salutò Aldo Moro.

      • Luca  On marzo 9, 2014 at 10:57 am

        Si riferisce che si siano svolte trattative segrete tra amministrazione campana e inviati cinesi per discutere dell’acquisto di metà del porto di Napoli e dell’intera area delle Terme di Agnano.
        Intanto la Cina ha già stanziato 300 milioni di euro per abbassare il fondale marino del porto, utile al movimento di grandi mercantili e nel 2000 ha rilevato il 50% del terminal container del porto.
        Il porto di Napoli è già diventato il nostro Pireo?
        Da esempi come questi ci rendiamo conto dell’attrattività e dell’importanza strategica dell’Italia come terminal di merci per l’Europa (per non parlare della rete di metanodotti) e per la collocazione geografica nel centro del Mediterraneo? Probabilmente potremmo vivere di rendita.

    • SC  On marzo 9, 2014 at 10:06 am

      Hanno iniziato con aiutare la Russia nella seconda guerra mondiale, e poi all’iran. Il loro modus operandi e rimasto lo stesso.

  • giovanni  On marzo 9, 2014 at 8:40 am

    “Si tratta, più banalmente, di semplice buonsenso alla Sancho Panza di fronte alle follie del padrone d’oltreoceano.”
    o più probabilmente del terrore del servo cui il padrone ha dato un ordine a cui si è risposto “sissignore” e adesso si rende conto che l’ordine non è chiaro e se la fa sotto all’idea di tornare dal padrone a chiedere di spiegarsi meglio.
    Quanto alla strategia del caos americana, questa è voluta e scientemente perseguita, visto che solo nel caos assoluto il primato militare (che è l’unico rimasto a uno stato che non è fallito ufficialmente solo perchè il resto del mondo è terrorizzato dalla paura di essere incenerito se come Saddam passa dai dollari agli euro per scambiare petrolio) ha il suo massimo effetto.
    Spiace che gli strateghi cinesi non capiscano la volontà americana di ridurre l’intero pianeta a uno stato di guerra civile permanente, e quindi non si schierino apertamente e anche militarmente dalla parte delle vittime del totalitarismo terrorista USA. Quano gli USA armeranno fino ai denti i popoli ai confini con la Cina e le minoranza interne, sarà troppo tardi per reagire. Capisco che non è nella mentalità cinese impegnarsi attivamente all’estero, ma quando hai contro la principale potenza militare globale non puoi aspettare che raccolga tutte le sue forze contro di te, ti devi muovere prima.

    • antoniochedice  On marzo 9, 2014 at 9:25 am

      Strategia opinabile. I cinesi hanno una maledizione che suona così ” che tu possa vivere in un’epoca di cambiamenti”. Poi, a dirla tutta, gli USA stanno applicando un strategia di marketing tipica del mondo dei computer: ti cambio il software ogni tanto e lo impongo con la grancassa. Se non lo compri ti tagli fuori dal tuo stesso mondo. Niente più mail, niente più allegati, niente più chat. Il prezzo da pagare è uno sforzo immane per concepire un salto di civiltà .

      • SC  On marzo 9, 2014 at 10:14 am

        Basta volere un cambio di protocolli (il che e’ valido sia nel mondo dei software che in quello di relazione reale). Russia, Cina, India, Iran e gran parte del sud america ribollono, attendono solo una intelligenza che li guidi fuori dall’era del dollaro/amero e li emancipi da classi dirigenti corrotte

  • Luca  On marzo 9, 2014 at 11:00 am

    Carl Schmitt in due foto. Il clima delle relazioni internazionali quando si basano sul principio commerciale “una Lukoil contro una bottiglia di Vodka” e quando si torna invece a confrontare interessi pubblici di entità statuali.

  • Luca  On marzo 9, 2014 at 11:53 am

    La visione degli stati come risultante di forze strategiche contrastanti non viene quasi mai proposta, ma sembra invece un approccio molto maturo.
    Si potrebbe anzi sostenere che ogni forma di governo stabile ma dinamica comprende al proprio interno i principali conflitti di poteri che tengono viva la società e ne determinano la sua tensione evolutiva. Il governo è coeso e ha consenso non quando ha eliminato le cause di contrasto, ma fintantoché riesce a fare sentire i principali poteri rappresentati e composti in una visione nella quale si sentono compresi. Soddisfacendoli in parte e superandoli per ciò resta insoddisfatto con l’offerta di una visione comune.
    Tale visione comune negli stati moderni, fondati come stati di diritto con il superamento degli stati di polizia, è la supremazia della legge.

    Si parla sempre e soltanto di Putin, ma si dimentica che il presidente del consiglio dei ministri è Medvedev. Il quale prima era presidente della Federazione russa, mentre Putin era primo ministro. Entrambi rappresentano forze sociali importanti e confliggenti. Secondo alcuni Putin si fa interprete dei cd “sovranisti euroasiatici”, mentre Medvedev rappresenta gli “integrazionisti atlantisti”. Questi vettori, quando erano in contrasto senza una forza di composizione, hanno portato alla dissoluzione della Russia degli anni ’90. Gli anni della democrazia e del caos, come li ricordano alcuni russi.

    Allo stesso modo negli U.S. possiamo trovare in ogni sede istituzionale i democratici e dei repubblicani, in perenne lotta per la prevalenza degli interessi di cui si sentono portatori.

    La differenza principale che si osserva oggi dal 2000 in poi tra U.S. e Federazione russa potrebbe essere sintetizzata con un esempio. L’ufficio del Ministero degli esteri russo competente per i diritti civili e politici si intitola “per i diritti umani, la democrazia e la supremazia della legge”.

    La supremazia della legge, interna e internazionale, è probabilmente quel principio di composizione dei conflitti che manca oggi agli U.S. Senza il quale rischiano di restare una ex grande potenza allo sbando. Travolgendo nel crollo tutti coloro che saranno troppo deboli per opporsi, per proporre nuove prospettive internazionali, per stabilire legami innovativi di alleanza.

    • antoniochedice  On marzo 9, 2014 at 9:46 pm

      “La visione degli stati come risultante di forze strategiche contrastanti non viene quasi mai proposta, ma sembra invece un approccio molto maturo.” In realtà amico mio la maggior parte dei blog è a favore di uno dei contendenti con aprioristica sicumera, mentre la realtà non è mai compatta, le teste – anche nelle dittature più coese – tendono a pensare, analizzare, proporre. Solo noi italiani facciamo di ogni partigianeria un articolo di fede.

  • b1e2t3t4a1  On marzo 9, 2014 at 4:21 pm

    L’ha ribloggato su CI DISPIACE….MA VINCEREMO NOI!.

  • Roberto  On marzo 10, 2014 at 5:14 pm

    Per forza facciamo di ogni partigianeria una questione di fede. Siamo schiavi della fede e tendiamo ad uccidere coloro i quali tendono ad avere visioni “laiche”. Fino a ieri sui roghi o sui ceppi papalini, oggi sui veicoli mediatici

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