ITALIA: NON È UN PAESE PER VECCHI E NEMMENO PER GIOVANI. È UN PAESE PER SMEMORATI E PER PARACULI. di Antonio de Martini

Il giornalista Mario tedeschi su ” IL BORGHESE” pubblicò – anni sessanta – nell’inserto fotografico delle pagine centrali della rivista, la fotocopia della richiesta inoltrata dal Monte dei Paschi di Siena negli anni 30 (35 o 36) in cui il Monte chiedeva alla Banca d’Italia l’autorizzazione a celebrare il cinquantenario dell’istituto.
Questa della Banca “operante da cinque secoli”, è comunque la panzana più veniale raccontata su questa vicenda dai contorni maleodoranti, ma è indicativa delle fiabe su cui si basa l’Italia di oggi.
L’aspetto più grave, casomai, è che nessuno si chieda quale impiego abbiano avuto i fondi scomparsi. Il metodo investigativo del ” follow the money” evidentemente non viene applicato ai fondi distratti dalle banche, eppure seguire le tracce di quattro miliardi ( se sono solo quattro) non dovrebbe essere difficile.

Non entro ulteriormente nel merito, perché oggi vorrei trattare brevemente il tema delle balle , grandi e piccole, italiane che nessuno contesta, perché non abbiamo più memoria o forse perché non ci importa più niente. Lasciamo che tutto si disfi.
Ricorderete la ” lista Lagarde” : elenco dei possessori di conti svizzeri che l’allora ministro francese e oggi capo del FMI Christine Lagarde diede alle pubbliche amministrazioni italiana e Greca coi nomi di presunti evasori fiscali.
Ebbene il tribunale di Torino l’ha dichiarata non utilizzabile a fini processuali perché frutto di un furto ( del servizio segreto francese) e ammonì che chiunque ne facesse uso sarebbe imputabile del reato di ricettazione.
Naturalmente si è ben guardato di mandare un avviso di garanzia alla Lagarde o al ministro italiano dell’economia che inoltrò il documento alla procura.
Inauguriamo quindi il principio giuridico che se deteniamo un oggetto rubato, ma non ne facciamo uso, non siamo imputabili. Siamo in attesa della pronunzia della Cassazione su come considerare il caso di “uso sporadico”.

Restando a Torino, altra balla storica diventata verità per smemorati, è che a Gianni Agnelli è stato certificato il titolo di “avvocato” che in realtà non ha mai avuto.
Dopo un rapido processo di beatificazione organizzato in occasione del decennale della morte, si è inaugurato uno stabilimento a Grugliasco intitolandolo ” avvocato Giovanni Agnelli” .
Lo hanno fatto probabilmente per distinguerlo dal nonno, ma anche qui mostrano di aver la memoria corta: nello scontro Agnelli-Cefis – siamo nel 1970/72 – lessi su ” Il Messaggero” un trafiletto velenoso in risposta alla minaccia di mandare Eugenio Cefis sotto processo ( aveva mire sul quotidiano) perché nell’oggetto sociale dell’ Eni ( o di Montedison, non ricordo) non era previsto l’acquisto di giornali.
Cefis fece pubblicare la notizia che ” l’avvocato” era un semplice laureato in giurisprudenza e citare l’articolo di legge che puniva l’uso abusivo del titolo.

Arriviamo d’un balzo al 2005 e l’implacabile macchina dei ricordi mi ha riportato alla mente l’immagine di una riunione cui partecipai al ministero delle politiche agricole – ero capo ufficio relazioni internazionali – assieme al ministro ( Alemanno), il capo segreteria ( Biava), il capo di gabinetto ( Castiglione) e un altro paio di burocrati locali.
Mario Catania, attuale ministro, riferì flebilmente circa l’andamento dei negoziati che conduceva nella sua veste di delegato a Bruxelles per il negoziato della PAC ( politica agricola comune).
Gli feci notare che non c’era stata nessuna reazione italiana in difesa dei nostri interessi.
Arrossí dicendo che ” aveva scritto una lettera” . Gli feci notare che esistevano metodi più efficaci.
Due giorni fa ho scoperto che era d’accordo con me , anche se all’epoca mi scoccò uno sguardo pieno di odio.
Infatti, mi dicono che in TV abbia rimproverato a Berlusconi la mancata difesa dei nostri interessi nel negoziato del 2005.
Adesso è candidato al Parlamento.
Ancora una sconfitta dell’Italia e ce lo ritroveremo Presidente del Consiglio.

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Commenti

  • abrahammoriah  Il febbraio 2, 2013 alle 9:22 am

    2 febbraio 2103

    La presente campagna elettorale è segnata dalla totale assenza dei temi vitali per la vita del Paese e, per converso, da ossessivi appelli alle (presupposte) tifoserie politiche perché non vinca l’avversario. E il sistema informativo dà la sua brava mano a peggiorare la situazione favorendo la propolazione delle balle della nomenklatura politico-finanziaria e cercando di troncare e sopire per quanto può (in realtà con scarsi risultati, vista la sua declinante credibilità) i vari scandali della vita pubblica. È allora di tutta evidenza che l’attuale problema politico che si deve porre l’elettore – a meno che non persegua più o meno scientemente la disgregazione del Paese – non è tanto per chi votare ma la pubblica e democratica manifestazione della consapevolezza che l’attuale costituzione materiale dell’Italia ha terminato il suo percorso storico. Solo in questo senso, le prossime elezioni non possono essere considerate inutili.

    Massimo Morigi

    • antoniochedice  Il febbraio 2, 2013 alle 2:13 PM

      Fino a che parleremo di campagne elettorali, non risolveremo un bel nulla.
      Il centro del sistema democratico è il cittadino ( soggetto) che può riunirai in partiti ( complemento) per concorrere alla politica nazionale. Punto.

  • abrahammoriah  Il febbraio 2, 2013 alle 5:12 PM

    Non potrei essere più d’accordo.

    Massimo Morigi

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