Perché anche Gheddafi è nella tormenta

 Lo scorso 2 febbraio in questo blog  pubblicavo un articolo spiegando come mai le rivolte  di gennaio non riguardavano Gheddafi, indicando nella relativa maggior ricchezza della Libia una delle ragioni a cui si aggiungevano l’aver creato una casta di privilegiati dalla nazionalizzazione dei beni italiani confiscati, senza contare l’efficienza della “occhiuta polizia”.

Ora  tocca spiegare brevemente come mai la rivolta  Libica, Algerina e quella di Bahrein non siano dello stesso ceppo  di quelle Egiziane e Tunisine.   Il Guardian di oggi, titola che l’Egitto ” turns to bread” e a Tunisi la folla democratica ha assalito un prete  cristiano e dato fuoco alla zona dei bordelli.

Avrete tutti notato che la rivolta  Libica non si è realizzata nella capitale  Tripoli, ma a Bengazi,  periferica e  turbolenta capitale della Cirenaica, zona di periodiche rivolte nei confronti di “Tripoli ladrona” e non nuova a sollevazioni di questo genere. L’ultima, coinvolse il consolato italiano  che fu occupato per un periodo. Il vescovo di Benghazi, italiano, fu anche espulso in altra occasione.

 Non si  parla di fame, poiché la Libia ha il reddito pro capite più alto di tutta l’Africa . Il comportamento dei “”dimostranti” non è stato politicamente corretto  come nelle rivolte di ispirazione USA , perché hanno impiccato due poliziotti caduti in loro mani ed hanno impugnato le armi per impossessarsi dell’aeroporto ed impedire l’afflusso di truppe di rinforzo. Si tratta di alcuni cospiratori in servizio permanente,  che furono aizzati prima dal Senusso, poi dagli USA e adesso probabilmente dai residui di passate avventure che approfittano dell’eco suscitata dalle rivolte di area sperando di non finire , come altre volte, soffocati nel sangue e nel silenzio.

Questa rivolta, mira a porre all’ordine del giorno  il problema della durata ( e della permanenza)) di Gheddafi  al governo del paese.  Il processo di successione  vero e proprio inizierà non appena taceranno le armi e la speranza del figlio di succedergli, è spenta.

In Algeria, la rivolta interessa un numero relativamente basso di persone ed ha caratteristiche più “politiche” dato che una certa opposizione  era tollerata in funzione di sfogo per non far catalizzare   dai fondamentalisti  tutto lo scontento.   I Berberi , tradizionali  antagonisti del regime  non si sono messi in moto. Ritengono che il tributo di sangue già pagato negli scorsi anni sia stato sufficiente e le promesse giunte dall’estero  inaffidabili.

A Bahrain, la situazione è ben più delicata, perché   é la principale base della flotta americana del golfo persico,  si trova a un tiro di sasso dall’Iran ed ha rotto un lungo e amicale negoziato di acquisto  dall’Iran di gas per un miliardo di dollari l’anno su pressione USA.

L’Emiro al Khalifa  regna dal 1071, ha perso i pruriti democratici che hanno caratterizzato il primi anni di regno ed è noto nel mondo solo per l’avvenenza della consorte ( principale) che  lo spinge a riforme e a iniziative assistenziali internazionali.

Bahrain  si compone di 6 isole maggiori ed un maggior numero di isolette. La capitale Manama  ha meno di 150.000 abitanti  e il principale aeroporto è a Muharrak. Per la configurazione fisica, rivolte e colpi di Stato hanno scarsa possibilità di riuscita ed il gran numero di membri della famiglia reale rende inutile il tirannicidio.

E’ probabile che l’Iran abbia tentato di approfittare della situazione  e di distrarre l’opinione pubblica interna ed estera con una crisi nel golfo persico. In questa ottica vanno visti gli spostamenti verso il mediterraneo  – un test di libertà di navigazione del canale di Suez –  di tre navi da guerra iraniane avvenuto la scorsa settimana. 

Interessante  anche vedere se l’accordo di mutuo soccorso tra i sette emirati  del golfo  funzionerà e quale sarà l’atteggiamento americano.

 Quale che sia l’esito di questi esperimenti, di certo, i Khalifa  ridurranno i loro investimenti in Libano e in Europa, riprenderanno il rapporto con l’Iran e se giungessero a  sfrattare le navi USA, queste dovrebbero far capo  ad altre basi  – Tombeau Bay a Mauritius o Diego Garcia- entrambe già protette da basi aeree, ma meno adatte alla franchigia dei marinai e lontane dalla possibile  zona  di intervento.

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