LA GRANDE GUERRA VISTA A CENTO ANNI DALL’INIZIO di Carlo Cadorna ( seconda parte, la precedente è del 4 febbraio )

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Ecco la seconda parte della ricerca storica, svolta sine ira ac studio, dal generale Carlo Cadorna sulla grande guerra.
Noterete che non dà spazio alle polemiche evitando di fare nomi come quello del comandante della seconda armata. Anche questo è un modo per cementare il sentimento l’Unita Nazionale.

“Ma a cambiare la situazione strategica giunse l’uscita dalla guerra della Russia a seguito della presa del potere da parte dei bolscevichi.

Questo fatto liberò notevoli forze, soprattutto tedesche , che ebbero la possibilità, allo scopo di evitare il tracollo dell’Austria, di concentrarsi contro l’Italia dopo un periodo di addestramento (due mesi in Slovenia con il Cap. Rommel) alle nuove tecniche di infiltrazione che erano appena state sperimentate a Riga nel mese di settembre.

Questa situazione portò il Gen. Cadorna a riconsiderare gli accordi con gli alleati ed ad ordinare (19 settembre) il passaggio alla difesa ad oltranza: questa comportava lo scaglionamento in profondità delle artiglierie, a cominciare da quelle più pesanti, e delle truppe.
Ma questi ordini non vennero eseguiti dalla seconda armata, quella che sarebbe stata colpita dall’attacco tedesco.

Esso si annunciava con sempre maggiore precisione per il 24 ottobre tanto che il Gen. Cadorna ne informò il Presidente del Consiglio in ogni minimo dettaglio.

Il Gen. Cadorna (67 anni) omise il controllo dei suoi ordini e ne apprese la mancata esecuzione soltanto durante una drammatica riunione con i maggiori responsabili della seconda armata tenutasi il 19 ottobre.

Cadorna trascorse il mese precedente a verificare lo stato delle difese nel Trentino, perché un attacco da quella direzione avrebbe tagliato fuori tutto il nostro esercito; ed anche a verificare lo stato dei lavori di fortificazione sulla linea Monte Grappa- Piave perché, essendo breve, naturalmente forte ed abbastanza lontana dal fronte era stata scelta come linea di resistenza ad oltranza da occupare, nel quadro strategico, in caso di cedimento del fronte orientale.

Il controllo degli ordini nella Grande Guerra fu, unitamente a quello dell’addestramento, il più grave problema per il Comando Supremo per l’estensione del fronte(650 km.), per la qualità del fronte (trincee) e per i mezzi a disposizione (le gambe ed il mulo). Il Gen. Cadorna non organizzò il suo comando per corrispondere a questa esigenza (Brignoli).

Il Brignoli è uno dei più rigorosi tra gli storici che, in massima parte, hanno ignorato l’argomento: propone tuttavia una soluzione di non facile attuazione.

Cadorna infatti si fidava, per la valutazione del valore difensivo delle posizioni, soltanto del suo “occhio” personale che aveva avuto nel Padre un maestro d’eccezione.
Soprattutto da quando, nel 1916, aveva dovuto esonerare dal comando il Gen. Brusati che si era attestato, nel fronte Trentino, su delle posizioni che sarebbero cadute al primo attacco austriaco.

L’attacco tedesco sul saliente di Tolmino sorprese completamente i nostri reparti pur preavvisati nei minimi dettagli, perché schierati sulla linea più avanzata soggetta al lancio di gas innovativi, perché l’artiglieria, non essendo stata arretrata, fu soggetta al fuoco nemico e non sparò un colpo,
Fu così completamente vanificata la “manovra del fuoco” che nelle battaglie dell’era moderna costituisce il fattore decisivo.

perché, infine, l’azione di comando in quei reparti era carente: infatti quasi tutti i reparti combattenti della seconda armata erano comandati da giovani ufficiali di complemento privi di una formazione adeguata e la presenza di quelli più alti in grado era insufficiente sulla prima linea (Lettera del C.te 3° armata al Gen. Cadorna).

Venticinque anni più tardi Rommel , divenuto Feldmaresciallo, si troverà a criticare nuovamente, nel nostro esercito, la scarsa propensione degli ufficiali superiori a condividere le durezze della guerra con i soldati.
Ebbe quindi buon gioco il Cap. Rommel ad infiltrarsi ed a superare, con l’aiuto della nebbia, tutte e tre le linee di difesa che mai avrebbero immaginato di trovarsi i tedeschi alle spalle: in questo fu aiutato anche dalla morfologia del terreno che facilitava la discesa verso Udine mentre rendeva difficile la manovra con le riserve.
Nell’impossibilità di tenere il fronte, già il 26, il Gen. Cadorna ordinò la ritirata al Piave.

Sul piano esclusivamente militare, essendo già stata pianificata, non vi sarebbero stati grandi problemi: ma la fuga delle popolazioni e la presenza di un grande numero di sbandati mettevano a rischio la disciplina nei reparti, il passaggio dei ponti, soprattutto sul Tagliamento, e l’agibilità delle strade.

La sostanziale tenuta di tutti i reparti, il valore di un reparto costituito con il recupero di molti sbandati e, soprattutto, il sacrificio della Brigata di Cavalleria che, vero simbolo della riscossa, si recò incontro al nemico come se andasse ad una parata, consentirono alla terza armata di raggiungere la linea del Piave intatta e completa delle artiglierie e degli equipaggiamenti.

Per completare lo schieramento restava la quarta armata che doveva presidiare il M. Grappa e raccordarsi con la prima sul confine montano: l’ordine di ritirata fu eseguito con due giorni di ritardo causando così la perdita di diecimila uomini aggirati dai tedeschi e tenendo fino all’ultimo il Comando Supremo sui carboni ardenti (Ufficio Storico SME – vol.IV°).

Il giorno 9 novembre tutta la linea era presidiata ed una nuova coscienza si instaurò nell’animo dei soldati: non andavano più a morire per un qualcosa che non riuscivano a comprendere, ma per difendere le loro case da un nemico baldanzoso.

Il Gen. Armando Diaz fu chiamato a sostituire Cadorna inviso agli alleati perché aveva una grande competenza strategica ed una completa padronanza della lingua francese.
Di conseguenza non si faceva dare ordini da generali che riteneva, a ragione (Liddel-Hart), a lui inferiori.

Era altrettanto inviso al governo, ed in particolare al Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, perché aveva utilizzato l’enorme popolarità che si era conquistata nell’esercito e nel paese per imporre al governo i provvedimenti che riteneva necessari per la guerra.

La situazione strategica sul Piave era infinitamente migliore e se ne accorsero subito i gli attaccanti che si trovarono improvvisamente di fronte a una resistenza che non immaginavano.

Gli imperi centrali commisero il grave errore di non cambiare direzione di attacco e si logorarono per un anno contro la nostra linea sollevando il Gen. Diaz dalla responsabilità di concepire una nuova strategia.

Si determinò quindi lo sfaldamento dell’Impero Austro-Ungarico agevolato dalla nostra offensiva detta di Vittorio Veneto. Fu esso a determinare la fine della guerra perché la Germania non intendeva continuare da sola anche in considerazione dell’intervento statunitense.

Quello nella grande guerra fu un grande successo italiano, tanto più grande perché eravamo l’unico paese battuto ed umiliato in Africa.

Eppure, anziché gioirne e, soprattutto, trarre motivo di maggiore consapevolezza del nostro valore nazionale, ci siamo dimenticati la vittoria nascondendola sotto il rovescio di Caporetto: eppure non abbiamo perso in quella circostanza nemmeno un’armata, come dire il dieci per cento dell’esercito, e non certo la parte migliore.

Gli storici militari stranieri non riescono a comprendere questa nostra vera e propria sindrome: i loro eserciti hanno subito dei rovesci ben peggiori ma li hanno nascosti dietro la vittoria finale. Ai lettori l’ardua sentenza…

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Commenti

  • abrahammoriah  On febbraio 7, 2015 at 9:40 am

    7 febbraio 2015

    Seconda parte dell’articolo di Carlo Cadorna sulla partecipazione dell’Italia alla grande guerra addirittura illuminante. Imprescindibile base per ulteriori discussioni sugli odierni problemi geopolitici del nostro paese. Massimo Morigi

  • rinus  On febbraio 7, 2015 at 11:31 am

    Quindi tutte le targhe in ricordo della vittoria di A.Diaz sono solo patacche? Come quelle di Garibaldi. PS. Diaz ha un cognome straniero per caso veniva dal S.America?

    • antoniochedice  On febbraio 7, 2015 at 11:33 am

      Non sono patacche. Era napoletano.

  • armstav  On febbraio 7, 2015 at 5:20 pm

    Mi permetto di suggerire la lettura di questi due volumi che danno la misura del valore del soldato italiano, purtroppo non riconosciuto a casa nostra(faziosità oppure gretto autolesionismo?):
    1. ISONZO. Il massacro dimenticato della Grande Guerra di John Schindler edizioni Libreria Editrice Goriziana;
    2. ancora non tradotto in italiano, LA BRAVURE MECONNUE DES SOLDATS ITALIENS di Dominique Lormier edizioni ALTIPRESSE maggio 2014.

    • antoniochedice  On febbraio 7, 2015 at 6:08 pm

      Grazie della segnalazione. Il secondo libro da levi citata è stato recensito su questo blog da Mauro Marabini il data 28 dicembre 2014. Se vuole leggerlo clikka in archivio sul mese di dicembre o dove c’è la finestrella ” cerca” inserisca il titolo del libro o il nome di Marabini.

      • armstav  On febbraio 7, 2015 at 6:38 pm

        Grazie

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