CRISI SIRO-IRACHENA: OBAMA TORNA IN CAMPO E CAMBIA LA STRATEGIA DI PARTECIPAZIONE ALLE OPERAZIONI MILITARI. L’ITALIA HA UNA NUOVA OPPORTUNITÀ . di Antonio de Martini

A partire dalla guerra di Libia del 2011, Il governo USA inaugurò una strategia di partecipazione alle operazioni belliche inconsueta.

Si assegnò una parte di secondo piano nelle operazioni militari ( solo appoggio logistico e di comunicazione, ricognizione, qualche intervento aereo) che ho probabilmente commesso l’errore di valutare solo dal punto di vista del risparmio economico, mentre poteva essere analizzata anche dal punto di vista politico. Una fonte ben informata e provata mi ha indotto a riflettere.

La campagna irachena era stata proposta e supportata dall’Inghilterra di Tony Blair. Se ne è più volte pubblicamente vantato, fece un viaggio di promozione della guerra per ottenere il placet dell’India e altri paesi del Commonwealth nonché di altri partner europei.

Un ruolo analogo ebbe il presidente francese Nicolas Sarkosy nella vicenda libica. Esistono anche dichiarazioni pubbliche francesi di ” ripresa del ruolo della Francia nel Levante” .
Il recente dissidio spionistico Germano-americano ha svelato il ruolo di tutoraggio tedesco nei rapporti con la Turchia e del problema Kurdo affidato dalla NATO.

Da qui a immaginare una sorta di riedizione del patto Sykes-Picot con una appendice germanica e la regia USA non c’è che un passo e lo faccio volentieri.

ANTEFATTO
La politica del partito democratico americano richiedeva una riduzione del protagonismo strategico degli USA nel mondo per dedicare risorse all’interno negli strati meno abbienti da tempo in ebollizione ( al punto di indicare un presidente di colore) e concentrarsi sull’Asia ( Cina).

Nel Threat Assessment dell’FBI rilasciato il 13 agosto scorso sull’anno precedente, tra i pericoli di terrorismo interno indicati come probabili c’è una riedizione del terrorismo delle “nuove Pantere nere” ( e di sette evangeliste) mentre quello islamista estremo non è nemmeno nemmeno citato en passant.

In questo contesto, si è attuata – completamente assente l’Italia – una spartizione delle sfere di influenza che ha ricalcato più o meno gli ex imperi coloniali. Logico che questa ripartizione si sia realizzata a spese dell’Italia.

Gli USA, secondo questa mia ipotesi, hanno subappaltato agli alleati più affidabili e dotati di apparato militare idoneo, sfere di influenza da cui negli anni cinquanta e sessanta li aveva scalzati.

Questa interpretazione spiega la riesumazione di vecchi ” pallini” e contatti inglesi come i fratelli mussulmani in Egitto e il partito dei Mullah in Iran, la ricomparsa della Francia in Siria e Libano ( ma anche in Kurdistan).

FATTI

È un fatto che la politica di subappalto realizzata con le ex potenze coloniali che hanno mantenuto una mentalità e dei contatti datati rappresentasse un rischio.

È un fatto che alle considerazioni politiche – mai gestite coi paesi coinvolti in termini paritari – si sono sovrapposti interessi commerciali e anche personali ( le esose consulenze di Blair, la mazzetta di Gheddafi a Sarkosy su cui la magistratura francese ha fatto una rogatoria ai colleghi del Mali avendo individuato la filiera ) .

È un fatto che – con la temporanea eccezione dell’Iran – questa politica europea anni trenta si sia risolta in un disastro.
Un aiuto non secondario al raggiungimento di questi risultati è venuto dalla Lobby militar industriale anglo-americana che non digerisce il decrescere delle commesse USA e internazionali ed ha assunto un atteggiamento aggressivo perfino verso le briciole di Finmeccanica in India e altrove e preme sulla crisi ucraina per distogliere l’industria bellica russa dal ricco mercato indiano che ha conquistato e dove mantiene il primato delle forniture.

LA SCELTA DI OBAMA

Avendo stabilito che non ci saranno più corpi spedizione americani in stile Afgano o Irak, gli Stati Maggiori Riuniti devono elaborare una strategia atta a raggiungere gli obiettivi posti dal governo mediante l’uso della supremazia aerea,( teoria del nostro gen Dohuet, 1928) brevi incursioni di forze speciali ( che sono state rafforzate) e integrazione con gli alleati che forniranno le ” boots on the ground“.
In questa ottica nasce l’esigenza di una cooperazione stretta con il dipartimento di Stato incaricato di costruire di volta in volta delle coalizioni . Con questo sistema il presidente americano ritiene di salvare la capra del bilancio sociale in USA e il cavolo dalla politica estera.
La nuova ripartizione dei compiti è : gli USA hanno ripreso la guida e di volta in volta si creerà una ” coalition of the willing” . Francia e in parte Inghilterra tornano in panchina.
Questa ” nuova” prospettiva pone alla NATO un serio problema di rinnovamento dato che la sua struttura è predefinita.

LA PROSPETTIVA ITALIANA

Con la caduta delle ” esclusive territoriali” , peraltro da nessuno rispettate, l’Italia torna ad avere una possibilità di inserimento e potrebbe valorizzare il proprio ruolo in Libano dato che ha un corpo di spedizione in loco dal 2006 e la carenza Francese è palese.
Ad onta del fatto che nel 2012 ha ottenuto dall’Arabia Saudita un finanziamento di 2,5 miliardi di forniture militari all’esercito libanese a tutt’oggi non ha fornito un solo centesimo, presa com’è dal calcolo delle commissioni ( 500 milioni sui 2,5 miliardi) mentre il paese è già alle prese con un attacco di frontiera ( Arsal) degli islamisti di Al Baghdadi.
In questo nuovo scenario non sarebbe impensabile una iniziativa congiunta in Libano ed una operazione italo egiziana e tunisina per riportare la calma in Libia.

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Commenti

  • raymond issa  On agosto 30, 2014 at 8:25 am

    ” LA COLPA E SEMPRE DEGLI ITALIANI” si dice nel Libano.I libanesi sanno che la presenza dei soldati Italiani non dipende dall’Italia ma dall’America e di Israele. Non vedo nel governo Renzi una persona capace di dialogare come potrebbero fare i francesi

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