GLI AIUTI USA IN ARMI LETALI AI “RIBELLI SIRIANI” NON ERANO DESTINATI ALLA SIRIA, MA AL GRUPPO ISLAMISTA NON RICONOSCIUTO DA AL KAIDA. DESTINAZIONE IRAK. PER SMEMBRARLO. di Antonio de Martini

https://corrieredellacollera.com

Sembra paradossale, ma la situazione si fa finalmente più chiara ed era nell’aria da qualche tempo, al punto che mi sono azzardato a prevedere azioni durante il Ramadan ( vedi post precedente).

A quanti sembrava incomprensibile che gli USA stessero trattando con Iran e Russia ( su tavoli separati) per trovare un nuovo equilibrio nel Levante e dall’altro rifornissero la ribellione con nuove moderne armi negate in precedenza,  adesso comincia a capire. Un gruppo armato equivalente a una divisione si è materializzato lanciandosi verso la città di Mossul ( la biblica Ninive) ed occupandola quasi senza incontrare resistenza.

Alcuni enigmi si rivelano non più tali:

a) la armi letali  di cui ai comunicati ufficiali destinate ai ” ribelli siriani” erano in realtà destinate a questi “ribelli siriani”.

b) L’area occupata è la vecchia area sunnita fedele a Saddam Hussein  ( Tikrit inclusa) ed è presumibile che vecchi partigiani pro Saddam abbiano aiutato – o almeno non ostacolato – l’attacco a Mossul ( mezzo milione di abitanti), nel cuore del distretto petrolifero arabo ( l’altra parte del nord Irak è curda).

In mancanza di Aleppo, Mossul potrebbe essere la  capitale di un nuovo stato.

c) la zona, ripeto,  è sunnita – come la zona curda a nord che però non è stata investita benché per gli attaccanti sarebbe stato logisticamente militarmente  più sicuro operare a ridosso della frontiera turca – segno evidente di una tacita intesa coi curdi e quindi di una non intesa coi turchi a meno di un intervento diretto americano in materia. Il vantaggio per i curdi sarebbe la nascita di uno stato cuscinetto che aumenterebbe la separazione dal governo centrale e renderebbe impossibile un intervento militare del governo centrale contro eventuali secessionisti.

D’ altra parte, nessuno sarebbe così matto, nemmeno un islamista furente a Ramadan ( che inizia martedì), da penetrare in territorio nemico facendosi accerchiare da solo: i “ribelli” si sono insinuati tra due fasce di territorio iracheno, lungo il corso dell’Eufrate e lo hanno fatto solo se certi che uno dei lati non li avrebbe attaccati. Quello curdo.

d) I” ribelli” sono certamente  dotati di armi antiaeree sofisticate e portatili, altrimenti il governo iracheno avrebbe usato la sua superiorità aerea per schiacciarli o almeno ritardarne l’avanzata.  Per quanto indebolito, il governo Al Maliki dispone di forze superiori ai 10.000 volontari dell’EIIL che si dice siano sul campo e con interventi aerei mirati – di cui non si ha notizia – avrebbe potuto facilmente averne ragione, come è accaduto in Siria.

e) Il Washington Post di oggi attribuisce l’ottimo armamento dei ribelli alla presa di Mossul dove gli islamisti, secondo il giornalista,  avrebbero saccheggiato l’arsenale. Evita di spiegare come  e con quali armi avrebbero conquistato la città.

Segno evidente che hanno qualche traccia di imbarazzo a spiegare che le armi sono state usate per fini diversi da quelli autorizzati dal Congresso  ( dove il senatore Mc Cain sarà lieto di chiudere un occhio).

f) Il numero di diecimila volontari fa pensare ai 10.000 volontari reclutati  nei campi profughi  in Giordania e addestrati dalla CIA come comunicato ufficialmente,  ma mai giunti al fronte siriano in appoggio a chi combatteva contro Assad. ( vedere mio post del 6 giugno 2013 con un capoverso sui diecimila guerriglieri) .

Coincide il numero, l’addestramento, l’armamento e l’interesse della casa reale Giordana, imparentata con i reali iracheni trucidati ( Faisal e la moglie assieme al primo ministro Nuri el Said) nel 1958 dal generale Kassem che inaugurò la grande stagione dei golpe militari in Irak. Inoltre, appena occupato l’Irak, nacque una ipotesi monarchica di piazzare lo Zio del Re di Giordania sul trono. L’ipotesi tramontò per via di una violenta manifestazione antimonarchica di cui anche la RAI diede conto.

L’operazione Mossul  è , come direbbero gli americani, ” double folded” ossia ha due obiettivi antitetici quanto basta per essere certi di raggiungerne almeno uno.

Da una parte fa pentire amaramente Il premier iracheno Nuri Al Maliki , sciita, d’essersi liberato dalle truppe USA che avrebbero assicurato la protezione dell’Irak e del suo regime. L’intesa naufragò per il rifiuto di Al Maliki di riconoscere lo status di non giudicabilità ai militari americani da parte dei tribunali iracheni. ( ….)

Il premier iracheno potrebbe adesso chiedere aiuto e consentire agli USA di tornare a presidiare in forze quel territorio per il quale hanno fatto ben  due guerre, ma solo a prezzo di una umiliazione cocente in un paese in cui l’onore vale più della vita. Ma sempre meglio che soccombere, dico io.

L’altro obiettivo è più ambizioso: mutilare l’Irak ed unire il territorio così ottenuto alla fascia di Siria che comprenderebbe il territorio a est di Deir El Zohr e fino ai bordi di Aleppo e metterlo sotto una qualche forma di  protettorato  della monarchia Giordana   ( o dei turchi) che verrebbe così compensata dai territori palestinesi persi  nel ’48( con Israele) e da perdere ora ( con Abbas).

Questa sistemazione potrebbe far comodo anche ad Assad dato che gli lascerebbroe intatti i territori alauiti la cui popolazione percentualmente aumenterebbe rispetto ai sunniti residui che rimarrebbero nelle zone sottoposte al Baath.

La perdita dei campi petroliferi, sarebbe ampiamente compensata dai giacimenti in mare di gas di Leviathan  e di Tamar ( vedasi la cartina del post precedente).

Ne nascerebbe uno stato nuovo sviluppato lungo il corso del fiume Eufrate, a conduzione sunnita, capace di interrompere la continuità territoriale sciita costituita da : Iran, Siriani, Hezbollah che toglie il sonno ai saudo-americani.

I territori siriani e Iracheni della Mezzaluna fertile sarebbero così suddivisi ciascuno in tre parti, dando vita a cinque nuovi staterelli,( più i preesistenti Libano, Giordania; Yemen, A. Saudita e i 6 emirati) tutti abbastanza ricchi di petrolio e gas, ma nessuno  abbastanza forte da impensierire militarmente Israele o commercialmente gli USA.

Il loro stesso numero ne garantirebbe la litigiosità permanente e quindi la necessità di un arbitro. Un mercato enorme per esportare di tutto e per sfruttare le estrazioni petrolifere senza più subire i ricatti mercantili o nazionalisti subiti finora.

Segnali distonici:  tensione alla frontiera turca: tra i cinque nuovi arrivati, c’è  lo stato curdo ( con l’ Irak impedito a intervenire direttamente data l’esistenza del nuovo stato cuscinetto). Includerà o non includerà il Kurdistan turco?  Come reagirà l’Iran? Assad accetterà , obtorto collo, l’accordo o chiederà compensazioni in Libano dove l’elezione del nuovo presidente aspetta di avere via libera.

Tensione in Arabia Saudita dove una eventuale crescita politica o territoriale della dinastia Hashemita giordana ( scacciata nel 1928 dalla Mecca dal fondatore della dinastia Abd el Aziz)non verrebbe vista di buon occhio, se non previo accordo con Israele, il convitato di pietra, dove la colomba Peres ha appena lasciato il posto all’ex ministro degli esteri Reuven Rivlin  un falco con un compito immane: recuperare la credibilità incrinata dalla presidenza Katsav e dalla premiership Netanyahu.

 

 

 

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Commenti

  • antoniochedice  On giugno 12, 2014 at 2:15 pm

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    AL SOLITO, QUANDO IL POST E’ INTERESSANTE, SCOMPARE…

  • antoniochedice  On giugno 12, 2014 at 2:18 pm

    DAL TITOLO E’ STATO TOLTO L’ACCENNO CHE SI STA VERIFICANDO QUEL CHE ASSAD AVEVA PREVISTO GIA’ TRE ANNI FA.

  • Roberto  On giugno 12, 2014 at 4:39 pm

    Premettendo doverosamente che sono totalmente ignorante in materia, al contrario di Antonio non considero gli americani tonti fino in fondo. L’impressione che ho, da distaccato lettore, è che gli USA abbiano volontariamente destabilizzato l’intero mondo islamico, fino a poco tempo fa tenuto calmo da dittatori violenti. Quella che continua a sfuggirmi è la ratio

  • antoniochedice  On giugno 12, 2014 at 4:59 pm

    La ratio l’ho spiegata: creare tanti piccoli stai invece di due grossi come Irak e Siria. L’intera area parcellizzata impieghera un secolo per giungere all’Unità etno-politica. Gli USA hanno fatto come il Papato in Italia:nell’800. Hanno sabotato il processo unitario e favorito tante piccole signorie tra le quali arbitrare. Mentre Francia e Inghilterra erano stati unitari già attorno al mille, noi abbiamo aspettato ottocentosettanta anni.

  • Roberto  On giugno 12, 2014 at 6:24 pm

    dividi et impera….mi convince
    rimane l’incognita dell’Islam
    vedremo

    • antoniochedice  On giugno 12, 2014 at 6:27 pm

      L’islam è Arabo solo per il 18% gli altri mussulmani sono cinesi (80 milioni) indonesiani (120 milioni ) malesi, indiani ( 170 milioni) e così via

  • antoniochedice  On giugno 12, 2014 at 9:16 pm

    ULTIMISSIME: IL PRESIDENTE OBAMA HA COMUNICATO UFFICIALMENTE CHE OFFRE AIUTO AL GOVERNO DI BAGDAD. HA AGGIUNTO IL SOLITO ” STIAMO ESAMINANDO TUTTE LE OPZIONI. A de M

  • raymond Issa  On giugno 13, 2014 at 8:55 am

    Sottoscrivo totalmente le tue conclusioni. Gia dalla guerra del Libano dal 1975 che si cerca di realizzare questa situazione

  • Francesco Maiolo  On giugno 13, 2014 at 2:51 pm

    Dunque nel ridisegnare i connotati di quell’area, pare di capire, Russia ed Unione Europea (o Europei) hanno poco o punto da dire. E’ così?

    • antoniochedice  On giugno 13, 2014 at 3:06 pm

      E in corso, una iniziativa angloamericana di cui ho dato cenno.
      Questo non significa che non ci sia spazio per noi ( o noi assieme alla Turchia o noi assieme a Turchi/francesi/spagnoli). Non mancano gli spazi, manca il protagonismo progettuale nostro.

      • Francesco Maiolo  On giugno 13, 2014 at 3:24 pm

        manca nel senso che non c’è o nel senso che c’è ma è gracile e fiacco? E se così, vuol dire che l’Italia ha rinunciato ad una politica estera per stare al traino?
        Si potrebbe dire che l’Italia può stare al traino.

      • antoniochedice  On giugno 13, 2014 at 4:18 pm

        Io non ne percepisco traccia. Il ministero degli Affari Esteri non agisce e probabilmente non pensa. Un tempo offrivano almeno Roma come luogo di ritrovo per convegni diplomatici internazionali. Ora nemmeno più quello. Le dirò un fatterello illuminante: andando al ministero degli esteri, notai una poderosa struttura anticarro davanti all’ingresso principale, ma nessun ostacolo passivo davanti alla porta laterale da cui entravano i comuni mortali per avere il passi. Segnalai l’incongruenza a chi di dovere che incredulo verificò e provvide a far mettere in sicurezza l’ingresso. I signori del ministero si giustificarono ridendo e comunicando che tanto un eventuale kamikaze con un camioncino avrebbe distrutto la sala contigua in cui c’era…..il sindacato.
        Da gente incapace di blindare entrambi gli accessi al ministero, cosa ci si può aspettare ?

      • Francesco Maiolo  On giugno 13, 2014 at 6:25 pm

        L’ episodio è grottesco. La dice lunga pure sul senso dell’umorismo che a quanto pare prevale in quelle stanze. Solo ai piani bassi? Ad ogni modo, la mia domanda non faceva riferimento alla necessità di una politica estera improntata al nazionalismo. A me pare che tutti o quasi i paesi europei abbiano un’ apparato che, fermi restando gli impegni correnti (UE; NATO erc.), non rinuncia a portare avanti strategie e attività che trovano nella propria storia di relazioni internazionali una base abbastanza ferma. L’ Italia avrebbe potuto, credo, giocare una partita molto più intelligente nel caso della crisi libica. E invece a mala pena ha fatto da comprimaria. Perchè tanta abulia?

      • antoniochedice  On giugno 13, 2014 at 7:10 pm

        Si c’è anche umorismo. Non parlo di organizzare una politica estera improntata al nazionalismo,non è tempo. Esiste però un attivismo economico ( nazionalismo economico?) che se usato dagli altri membri del G7 va usato anche da noi a pena di decadere.
        Il problema è quello da lei indicato ed è strutturale: siamo stati ragionevolmente bravi fino a che la politica mondiale è stata improntata alla multilateralità. Siamo stati in prima linea nella creazione dell’ONU, della NATO – organismi in cui la Germania, ad esempio, è stata ammessa in un secondo tempo- nella firma dei Trattati di Roma e anche nella creazione dei Tribunale Penale Internazionale.
        Col volgere del secolo, il gioco è cambiato e a causa della globalizzazione che postula la competizione a livello mondiale è tornata in voga la diplomazia bilaterale, ma pare che nessuno se ne sia accorto.
        Termini come concertazione e diplomazia multilaterale hanno perso il loro appeal.
        Inutile trattare con la UIL per un problema che fa capo anche a Pechino ed al sindacato locale. Inutile partecipare alla riunione NATO di Lisbona quando l’attacco alla Libia era già stto deciso dai franco Inglesi che si erano ben guardati dal trattare il tema in sede multilaterale ( c’era persino Putin invitato da Berlusconi).
        La globalizzazione presuppone il tutti contro tutti. La nostra dirigenza diplomatica ( e militare) deve ancora farci l’abitudine. Abbiamo rifiutato di fare le portaerei nel 1936 e ce ne siamo fatta una nel 2000. Lo stesso avverrà per la ripresa delle pratiche di diplomazia bilaterale. Le riprenderemo nel 2056 nel centenario dei Trattati di Roma.

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