UNA RISPOSTA MEDITATA ALLA RELAZIONE DI LUIGI ZINGALES DA GIORGIO VITANGELI

Http://corrieredellacollera.com
Pubblico con grande piacere e un pizzico di pigrizia il commento di Giorgio Vitangeli alla relazione che Luigi Zingales ha fatto, che Il Foglio ha pubblicato avant’ieri, alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati. Condivido personalmente ogni punto e spero che ciascuno dei lettori lo commenti e lo faccia circolare.
“Caro Tonino, grazie della citazione, ma non scherziamo:  Zingales è un noto economista, alfiere di un liberismo che da sempre avverso, e, che si diletta a volte di fare il giornalista; io sono semplicemente un giornalista economico, anche se quasi tutti ormai, dopo cinquant’anni che scrivo, mi chiamano “professore”, e mi presentano come economista. Ma io ci tengo sempre a chiarire. Son mica un Oscar Giannino….

Gli economisti, peralro, spesso  sono solo dei ragionieri in grande (attento Zingales…), con tutto il rispetto per i ragionieri, specie quelli di un tempo

. Io  invece oltreché dei numeri, mi appassiono dei problemi sociali e del quadro politico o addirittura geopolitico in cui quei numeri si collocano, trovandovi spesso giustificazione.

Ed è pur vero che mi è  capitato più volte nella vita di far la parte di Cassandra.

Come ricorderai, caro Tonino, perché già da allora eravamo amici, nella seconda metà degli anni sessanta predicavo il crollo del sistema monetario di Bretton Woods e la conseguente irrefrenabile ascesa del prezzo dell’oro (35 dollari l’oncia allora, quasi 1.300 oggi) quando nessuno, o quasi, ne parlava.

A metà degli anni settanta dicevo che la crisi petrolifera del 1973, che quadruplicò il prezzo del greggio, era frutto di manipolazione del mercato e che la fine entro trent’anni delle risorse di petrolio del pianeta, come scrivevano acriticamente tutti i giornali, era una “balla” sesquipedale, e mi prendevano quasi per matto.
Allora le riserve mondiali accertate di petrolio erano di circa 630 miliardi di barili. Oggi ammontano ad oltre 1650 miliardi di barili, e secondo stime più recenti a 2000 miliardi di barili, cioè più del triplo di quelle degli anni ’70.

E  infine nel mio libro “Dove va la finanza?”, scritto a pezzi e bocconi tra il 2005 ed il 2006, e pubblicato nei primi mesi del 2007, sostenevo che questa finanza-casinò, incapace di correggersi, andava irrimediabilmente verso l’autodistruzione.  Pochi mesi dopo scoppiò la crisi dei mutui subprime ed ebbe inizio la crisi globale finanziaria ed economica più grave della storia del capitalismo.

Tutto ciò premesso, ribadisco che non sono un’economista, e quindi non avrei titolo per “illuminare” la Commissione finanze, come invece ha fatto Zingales.

Il quale però, e arrivo al punto, a mio modesto giudizio ha detto nella sua relazione che tu hai pubblicato sul Corriere della collera, alcune cose condivisibili, altre monche od opinabili, altre infine  assai discutibili.

Cominciamo dall’inizio e dall’essenziale: dalla nascita dell’euro ad oggi il “pil” pro capite dei tedeschi è cresciuto del 21%; quello degli americani e degli inglesi del 17% ; quello degli italiani è diminuito del 3%.

Per completezza d’analisi bisognava forse aggiungere che l’Inghilterra, fuori dall’eurozona, ha potuto nel frattempo svalutare la sterlina del 30-40%, e che gli Stati Uniti beneficiano del “signoraggio” del dollaro sul mondo, ed hanno stampato dollari a carrettate per  tamponare la crisi scoppiata nel 2007-2008.

Il paragone va quindi fatto tra l’Italia e la Germania.

Come si spiega l’enorme divaricazione: 21% di crescita del pil pro capite in Germania, riduzione del 3% in Italia?
Sarà  anche vero che l’Italia non ha saputo profittare del “dividendo” dell’euro, cioè dei tassi d’interesse bassi  che la moneta forte comporta, e del conseguente alleggerimento   dell’onere sul debito pubblico, ma a me sembra che la situazione, e quindi la spiegazione, sia in realtà ben più complessa.

Anzitutto l’euro ha impedito all’Italia di svalutare, ed ha evitato alla Germania di rivalutare. Estremizzando: la forte economia tedesca ha potuto giovarsi nei suoi scambi coll’estero di una moneta  più debole di quanto sarebbe stato il marco, mentre la debole economia Italiana è stata gravata da una moneta più forte della vecchia lira.
Questa distorsione dei cambi  ha consentito alla Germania di  sviluppare una forsennata politica mercantilistica, proporzionalmente superiore, addirittura, a quella cinese.
Con un prodotto interno lordo di 8,2 trilioni di dollari infatti la Cina ha conseguito un surplus commerciale di 210 miliardi; la Germania  con un prodotto interno lordo di 3,4 trilioni ha toccato un avanzo commerciale di 240 miliardi.
E frenando come la Cina l’espansione del suo mercato interno a vantaggio di quello esterno, ha frenato anche le importazioni dai Paesi partners europei, facendo per giunta concorrenza alle loro esportazioni.

C’è, è vero, anche un diverso andamento della produttività: quella tedesca ha avuto un costante aumento; quella italiana si è praticamente fermata a metà degli anni novanta, come sottolinea lo stesso Zingales, il che permette agli industriali tedeschi di pagare ai loro operai salari assai più alti di quelli italiani.

Ma anche per questo aspetto, sarebbe davvero  riduttivo ed ingiusto addossare la responsabilità ai lavoratori italiani, che sarebbero cioè meno bravi e meno laboriosi di quelli tedeschi.

La produttività infatti non è solo risultato del comportamento dei lavoratori, ma è la somma di tutta una serie di fattori, che include tra i più importanti il grado di sviluppo tecnologico, cioè gli investimenti in nuovi macchinari ed in tecnologia avanzata; le economie esterne, cioè una adeguata disponibilità di infrastrutture moderne, e persino una macchina burocratica efficace ed un “sistema paese” forte, capace di difendere e promuovere gli interessi nazionali.

E qui vengono le nostre dolenti note.

Per quanto riguarda gli investimenti, per fermarci al periodo più recente, nei sei anni a partire dal 2006 quelli italiani sono crollati, con una flessione del 20,5%.

Quanto ad infrastrutture (e connesse economie esterne),  sono più di trent’anni che in Italia non si fa quasi più nulla.
Prima una minoranza di  ecologisti integralisti e la frammentazione decisionale attribuita a qualunque minuscolo potere locale hanno bloccato ogni nuova opera, con le motivazioni più grottesche o pretestuose. Ma il problema delle infrastrutture ora è risolto: non ci sono più soldi,  ed è inutile parlare di nuove opere.

Zingales   accusa l’incapacità dell’Italia  ad adattarsi al mondo dell’Information and Communication Technology. Ma la realtà è enormemente più grave: l’Italia  si presenta oggi nella competizione europea e globale con un ritardo quarantennale nella sua dotazione infrastrutturale di base: strade, autostrade, infrastrutture  marittime, edilizia pubblica, salvaguardia del territorio ecc. E quanto  a telecomunicazioni ed informatica, il nostro “progresso” di questi ultimi trent’anni è esemplificato dalla vicenda di Telecom Italia: quando era  pubblica era la seconda  impresa di telecomunicazioni d’Europa, e la prima nella telefonia mobile.

La società, privatizzata nel peggiore dei modi, è stata spogliata, depredata, ridotta all’ombra di quello che era, a rischio incombente d’essere scalata da capitali stranieri. Il cablaggio con fibra ottica del territorio italiano, già programmato dalla Telecom pubblica negli anni ottanta, dopo  circa trent’anni, deve ancora essere completato.

Zingales afferma anche che la competizione cinese nei prodotti  “maturi” o a scarso contenuto tecnologico non ha rallentato la competitività italiana.

Ho qualche forte dubbio in proposito. La qualità cinese, in quei settori produttivi, non è infatti comparabile a quella italiana, e di fascia sociale differente è il rispettivo mercato estero.

Ma sul mercato interno italiano l’esperienza concreta di tutti i giorni mostra che l’impoverimento,  di cui sono vittime ormai anche la piccola e media borghesia, spinge all’acquisto di prodotti cinesi di basso costo (abbigliamento, calzature, ma anche utensileria, prodotti meccanici, servizi di ristorazione) e che non pochi prodotti che recano marchio italiano sono fabbricati in tutto o in parte in Cina.

E poiché la crisi economica è globale, è logico supporre che la stessa sostituzione avvenga anche sui mercati esteri.

Zingales ha ragione però quando osserva che l’adesione dell’Italia all’euro era mossa anche dalla speranza di conquistare così un vincolo ed una credibilità nella politica monetaria e fiscale, interrompendo la nostra deriva inflazionistica e l’eccesso di spesa pubblica.
E per ulteriore chiarezza, ricorre alla bella immagine letteraria di Ulisse che dai compagni si fa legare all’albero della nave, per essere sicuro di resistere al canto delle sirene.

Ma come lui stesso riconosce, quella speranza si è rivelata un’illusione: è rimasto  il vincolo, mentre la nave va sugli scogli.

Considerato il livello che da quasi quarant’anni caratterizza la nostra classe politica, era prevedibile. L’aveva previsto, ad esempio, il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi. In un biglietto inviatomi lo stesso giorno in cui saliva il Calvario di un interrogatorio in Tribunale, dopo avermi ringraziato per la rabbiosa ed appassionata difesa che di lui avevo fatto sul settimanale “Nuova Repubblica”, rispondendo ai miei dubbi sulla sua fede nell’Europa unita e in una moneta europea, si preoccupava di chiarire, precisando  (cito un po’ a memoria) che anche lui era per l’Europa e per i cambi fissi, ma che occorreva regolare il passo secondo la gamba  (di qui la banda larga di oscillazione nello SME chiesta per la lira), perché temeva che il “vincolo esterno” non fosse sufficiente a  ricondurre l’Italia su un sentiero virtuoso, lontano dagli “errements” inflazionistici.

Le responsabilità del disastro attuale peraltro non sono tutte e soltanto della nostra classe politica.

Una serie di concause esterne, ed attinenti al modo in cui si va costruendo questa Unione Europea, hanno fortemente contribuito: dal direttorio franco-tedesco sul piano politico, che a Bruxelles ha finito con l’emarginare l’Italia, al centralismo burocratico che caratterizza gli organismi europei, che poco o nulla concedono al principio di sussidiarietà  e che Zingales giustamente denuncia.

Insomma:abbiamo le mani sempre più legate dall’Europa, ove contiamo sempre meno, mentre la nostra barca sta affondando.

Che fare? E come utilizzare al meglio il prossimo semestre di presidenza italiana, ammesso che possa servire a qualcosa?

Zingales non crede agli eurobonds, ed ha ragione, nel senso che la Germania non accetterà mai di mettere dei debiti in comune. E’ favorevole agli investimenti di protezione del territorio (e vorrei vedere: qui dalla Liguria alla Calabria è tutto lo stivale che sta franando ed esondano torrenti dal nome sconosciuto) ma è contrario ad una politica “grandiosa” di investimenti, con una sconcertante giustificazione: con essi, egli dice, prospera la camorra.

Insomma: secondo lui invece di reprimere senza pietà la camorra che si infiltra negli appalti, lo Stato dovrebbe bloccare le grandi opere.

Ma come può crescere poi la produttività in un territorio con infrastrutture insufficienti ed obsolete?

Tralascio il suggerimento di un sussidio di disoccupazione con bandiera europea:  occorre ben altro per riconciliare i disoccupati con l’idea di Europa..

Più interessanti alcune ammissioni di Zingales sulle premesse necessarie per tornare sulla via della crescita economica.

Al primo posto mette la crescita della popolazione. Vale la pena di sottolinearlo, perché per decenni si sono fatte matte risate sulle illusioni mussoliniane secondo cui “il numero è potenza”, e perché evidentemente a livello culturale e scientifico si sta verificando un rovesciamento rispetto al neo-malthusianesimo sinora imperante.

Il secondo requisito per crescere, secondo Zingales, è la crescita della forza lavoro rispetto alla popolazione. E se per la crescita della popolazione, l’Italia  -ma un po’ tutta l’Europa – è messa male, per la crescita della forza lavoro ci sono gli spazi più ampi, con una disoccupazione da riassorbire che sfiora il 13% e supera il 40% tra i giovani, e con l’”esercito di riserva” del lavoro femminile ben poco utilizzato.

I problemi tornano con il terzo requisito, cioè la crescita della produttività.

Non è questione solo di infrastrutture necessarie, e di investimenti in macchinari moderni ed in tecnologie avanzate, che richiedono capitali, ma ancor prima  un incremento della domanda e dei consumi. Ancora più essenziali sono un sistema politico stabile ed un modello sociale cooperativo.

Tu ricordi bene, Tonino, che giusto cinquant’anni or sono, con l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica,al di là delle sacrosante accuse alla dilagante partitocrazia, noi tentammo inutilmente di risolvere in Italia quei due problemi pregiudiziali con la Repubblica Presidenziale (intesa come forma di partecipazione popolare all’elezione del Capo dello Stato, non certamente come regime autoritario..) e con la partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili dell’impresa.

Il fatto che la Germania abbia un sistema politico (il Cancellierato) in grado di garantire la governabilità ed un modello sociale (la mitbestimmung) che associa i lavoratori alla gestione dell’impresa , non è certo estraneo ai successi economici tedeschi.
Quel modello sociale ha permesso di far accettare ai lavoratori i sacrifici quando erano necessari, e permette loro di godere ora dei frutti di quei sacrifici.
Da noi i sindacati hanno cavalcato prima l’infantilismo del “tutto e subito”, ed ora hanno alzato la bandiera bianca di una resa incondizionata.

Un ultimo accenno al “conflitto generazionale”, luogo comune cui anche Zingales indulge, secondo cui i giovani oggi non avrebbero più nulla perché tutto quel che c’era se lo son preso gli anziani.
E’ una visione falsa ed ignobile, che spezza quella solidarietà nel susseguirsi delle generazioni che è il cemento di ogni società civile, e cerca di mettere i figli contro i padri. La verità è che le conquiste sociali ed economiche dei padri erano il frutto responsabile di decenni e decenni di lotte politiche e sindacali, non di una ingordigia incosciente, da “après moi le diluge”.
Il capitalismo della globalizzazione, caro a Zingales, ha spazzato via quel relativo benessere, immettendo nel mercato del lavoro i miliardi di diseredati del Terzo mondo, e non potendo annullare tutti i diritti acquisiti, ha colpito coloro che quei diritti ancora non li avevano maturati, cioè i giovani, e le fasce più deboli, cioè le donne.

Giovani i quali riescono oggi a sopravvivere spesso solo grazie alla solidarietà dei padri. Altro che anziani ingordi ed egoisti!
Uscire ora dall’euro? Sarebbero lacrime e sangue: ci salteranno alla gola, cercando di arraffare quel poco che ancora resta da saccheggiare del patrimonio italiano.

Come sempre il problema è politico, e solo dalla politica può venire la rinascita economica dell’Italia. Ma non se ne vede segno. A meno di non pensare che alla fin fine qualcosa di nuovo e di buono possa uscire dal magma ancora confuso del movimento grillino.

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Commenti

  • Frank  On gennaio 29, 2014 at 12:18 am

    Non capisco granché di economia ma temo che il discorso padri/figli non faccia una piega. Chi ha 20 o 40 anni oggi si trova a fare i conti con un sistema malato, frutto del lavoro politico delle generazioni precedenti. Quando avevo vent’anni i nostri padri discettavano se eravamo o no superiori all’Inghilterra come settima potenza industriale. 20 anni dopo siamo regrediti moltissimo, non solo in termini economici ma anche come spazi di libertà. 20 anni fa il parlamento aveva delle funzioni, ora molto meno ed e’ infarcito di idioti.
    La lista dei disastri e’ lunga. E’ chi sarebbero i responsabili? Il caso forse? Oppure dio? E no, cari signori. Avete fatto una caciara bella e buona e adesso non potete certo tirarvi fuori con “io non c’ero” o ” io non li ho votati”.
    I responsabili vanno ricercati nella classe dirigente, fino all’altro ieri impersonata da 60-80enni , ed ora, che la barca affonda, hanno furbescamente mollato l’osso ai 40enni più leccaculo del pianeta (letta) o più raccomandati del pianeta (Renzi). Senza ovviamente accusare i presenti lettori, e’ proprio un fatto incontrovertibile che le generazioni precedenti alla mia hanno dimostrato una rapacità ed una incapacità ineguagliabile, aggravata dal fatto di essere tutti dei Servi con la S maiuscola come testimoniato dal fatto che non c’e un solo personaggio pubblico che abbia alzato la testa seriamente negli ultimi 20 anni. Tutti zitti a vedere se si riusciva a arraffare qualcosa.
    Ora, miei cari, non so quali siano le soluzioni, ma non pensate neanche lontanamente di essere assolti da colpe, compartecipazione e simili nell’aver portato il paese al disastro economico, alla perdita quasi totale del controllo del territorio, Roma centro inclusa.
    addirittura sul piano morale , grazie a vent’anni di troie in parlamento e corruzione ormai considerata parte integrante del business, siamo arrivati a livelli indegni. conviene fare la Troia anziché andare all’università a studiare. Conviene fare lo spacciatore di cocaina invece di andare a lavorare.
    Chi ha guidato il paese durante tutto questo? Forse i giovani? Forse gli anziani o le donne?
    ed in ultimo, riguardo alla camorra, forse zingales sa, come lo so io, che non c’e’ verso di impedire le infiltrazioni a meno di rivoltare il paese come un calzino. E se lo si facesse, temo che la popolazione dei 50-70enni verrebbe drasticamente ridotta. Con grandi vantaggi economici per tutti i restanti.

    • Anafesto  On gennaio 29, 2014 at 12:49 am

      Caro Frank, ti consiglierei di innalzare il range da 50 a 99 anni, se no, ce ne sono troppi che sfuggono, anche Napolitano!
      Poi, se è vero che siamo caduti così in basso e mafia, ‘nrangheta e camorra sono così pervasive forse è perché si sono radicate all’interno del Parlamento, che di conseguenza non è composto solo, come tu dici, da idioti, troie, leccaculo e raccomandati, ma anche da mafiosi; tuttavia confido che ci possano essere persone oneste e competenti, anche se in minoranza.
      Ad ogni modo, magari, credo sarebbe più conveniente documentarsi tramite informazione imparziale (evitare accuratamente TV e giornali) e magari ricordarsi di quanto appreso anche quando si va a votare.
      Attualmente le previsioni di voto sono circa: 34% al PD, 20% M5S (ma questo viene sempre visto forzatamente a ribasso, solvo poi le inaspettate sorprese) e Forza Italia, il resto frazionato tra una miriade di altri gruppi o partiti che dir si voglia, però, sembrerebbe che il partito principale sia quello degli astenuti 40%, il che ridurrebbe drasticamente il consenso dei vari partiti (meno del 20% al PD e così via); secondo te possiamo dare la colpa di queste previsioni di voto, ammesso che siano veritiere, ai 50-70 enni?
      O ci conviene fare un olocausto di tutti gli italiani?

  • Anafesto  On gennaio 29, 2014 at 12:20 am

    Ritengo che questa disamina dei fatti sia più condivisibile ed esente della supponenza delle valutazioni/soluzioni del Chicago Boy.
    D’altra parte quanto riportato da Giorgio Vitangeli trova riscontro nelle narrazione di Nino Galloni, l’oscuro funzionario italiano la cui testa era stata richiesta da Khol (e anche lì ci siamo genuflessi) e da quanto riportato anche dal compianto Nando Ioppolo.
    Può darsi possa essere prevenuto verso i sacerdoti delle ideologie di Milton Friedman & C, purtroppo i disastri di questa scuola di pensiero credo possano essere accostati ai disastri di altre ideologie dello scorso secolo, solo portati a compimento non unicamente con le armi.

  • Frank  On gennaio 29, 2014 at 3:07 am

    Hai ragione va innalzato il range.

  • gicecca  On gennaio 29, 2014 at 7:56 am

    Insomma, la soluzione sta in una bella eutanasia obbligatoria per tutti gli over 50 o 60. Come ottantunenne ci sto quasi, ma se avessi sessant’anni mi opporrei un pochino. Come “soluzione” mi pare deboluccia, un po’ troppo alla Robespierre, Danton Marat, tutti trenta quarantenni finiti maluccio.. GiC

    • antoniochedice  On gennaio 29, 2014 at 8:17 am

      La soluzione Zingales, non Vitangeli….

  • Frank  On gennaio 31, 2014 at 12:58 am

    Pero’ prima d finire maluccio qualche testa l’hanno vista rotolare. Qui rotola solo il paese…..

  • donato  On febbraio 1, 2014 at 5:49 pm

    Si fa spesso un paragone tra la Francia e l’Italia con riguardo alla fine della III e della IV repubblica e le odierne condizioni del belpaese odierno.Debbo tuttavia
    osservare che per provocare i cambiamenti oltralpe furono necessarie le disastrose sconfitte del Giugno 1940 (anche più gravi di quelle dell’Italia mussoliniana) e 2 guerre coloniali perse in maniera ancor più catastrofica,
    eventi di questo genere qui paiono ancora lontani.

    • antoniochedice  On febbraio 1, 2014 at 6:07 pm

      La nostra Algeria sarà l’economia.

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