IL SENATO HA APPROVATO CON MOTIVAZIONI INCOMPRENSIBILI IL REGALO ALLE BANCHE. L’ORO ITALIANO E’ IN PERICOLO di Davide Giacalone

Il decreto legge con il quale si trasferisce a privati il patrimonio della Banca d’Italia è stato approvato dal Senato. Di quel che annunciò il ministro dell’economia è rimasto solo il ciclopico trasloco di ricchezza e il disperato prelievo fiscale, per il resto lo hanno fatto a pezzi.

Prima la Banca centrale europea e poi i signori senatori. Il risultato finale è un obbrobrio, di cui la grande stampa continua colpevolmente a occultare i giganteschi danni che ne deriveranno. A cominciare dal fatto che gli italiani dovranno ripagare presto quel che ora viene regalato.

1. Nel corso della conversione è stata cancellata la possibilità che a comprare Bankitalia sino altre banche europee, stabilendosi che gli azionisti devono avere “sede legale e amministrazione centrale in Italia”. Scampato pericolo? No, perché tale previsione cozza con i trattati europei, e, considerata la già incassata bocciatura Bce, l’Italia s’acconcia a una futura condanna.

2. Le altre banche centrali europee non hanno bisogno di tale, illegittima, protezione, per la semplice ragione che nessuno è così folle da metterle in vendita, appartenendo ai rispettivi Stati. Il che vale anche per il Belgio, perché quella è sì quotata, ma la maggioranza assoluta delle azioni è detenuta dallo Stato. Lo stesso in Giappone. Così come non è vero sia dei privati la Fed, banca centrale statunitense (ci sono azionisti privati, ma il dominus è il sistema federale, nonché la Casa Bianca). Lo dico perché nella relazione del governo è sostenuto il falso, che i senatori hanno votato con la stessa impudicizia dell’attribuire a un capo di Stato straniero una nipote itinerante.

3. A questo si aggiunga che la Bce è partecipata e governata dalle banche centrali, sicché nessuno sano di mente vorrà mai avere, in quella sede, rappresentanti che non abbiano un legame con il governo, pur nell’autonomia.

4. Non solo è cancellata la bischerata della public company, ma al consiglio superiore della banca è attribuito il potere di veto sui nuovi azionisti. Se Saccomanni avesse a cuore la propria credibilità non potrebbe subire una tale sconfessione. Ma è l’Italia che, se ha a cuore la credibilità della propria banca centrale, non dovrebbe accettare una simile perversione. Derivata dall’originario errore d’immaginarla ad azionariato casuale e diffuso.

5. Visto che nessuno potrà possedere più del 3% di Bd’I, visto che si hanno tre anni per dismettere le quote in eccesso, e visto che si suppone debbano essere banche e assicurazioni italiane a comprare quelle in vendita forzata, considerato che non si troveranno soggetti disposti a regalare soldi ai più grossi concorrenti, ne deriva che il decreto porta a una sola conclusione: Bankitalia ricomprerà le proprie azioni. Solo che oggi le regalano a 156.000 euro e domani le ripagheranno a 7.5 miliardi. La differenza è patrimonio pubblico donato a privati. (Tra parentesi: il relatore, senatore Federico Fornaro, Pd, ha definito quel patrimonio “vero e proprio bene pubblico inalienabile”; qualcuno gli regali un vocabolario, o gli spieghi quel che hanno approvato, perché anziché alienarlo, ovvero venderlo, lo hanno regalato).

6. Udite: in un decreto, che deve ancora essere convertito, è stato inserito un emendamento per cui il nuovo statuto della banca entra il vigore lo scorso 31 dicembre. Non è una mandrakata, è una somarata. Tutto per avere indietro il 12% d’imposta sostitutiva, soldi senza i quali non quadrano i conti pubblici. Che è poi la ragione per cui tutto si trova dentro un decreto relativo all’Imu, a dare plastica visione del ricatto e della disperazione.

7. Il regalo di 4.4 miliardi alle due più grosse banche italiane non servirà a metterle al riparo dei test europei, perché, come scrivemmo da soli, la Bce ha interdetto il trucco.

8. Ricordo che il deposto re Umberto, prima di partire per l’esilio, depositò i gioielli Savoia presso la Bd’I. Sono ancora lì, a dispetto degli eredi che volevano riprenderseli. E guarda che mi tocca, da repubblicano, dire: che il monarca fu (almeno in questo) onesto, mentre il governo della Repubblica tace su questo e sull’oro.

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