ETICA DEL VINTO E ETICA DEL VINCITORE; PER UN’ETICA DELLO SPORT. di Giovanni Ceccarelli

Trasferiamoci con la fantasia su una strada; siamo sui bordi e ci siamo capitati per caso; un giovane viene verso di noi correndo: anzi, ora che è vicino lo vediamo meglio, non correndo, ma barcollando, traballando. La sua andatura è incerta, ondeggiante; è evidentemente stanchissimo, la pelle secca, l’occhio spento e infossato, le gambe incerte, piegate. Insomma è allo stremo delle forze.

 Ecco, ci è vicino.

Sentiamo il dovere umano di aiutarlo, poveretto; sta per cadere. Tendiamo verso di lui le braccia, ci respinge; è talmente stanco –pensiamo- che non sa cosa fa. Sentiamo ancora di più il nostro dovere di aiutarlo, lo forziamo a stendersi a terra per prenderci cura di lui, ci sentiamo veramente il Buon Samaritano del Vangelo di Luca.

E così (Fig. 1) impediamo a  Dorando Pietri di vincere la medaglia d’oro nella maratona delle Olimpiadi di Londra del 1908 1.

Sempre con la fantasia, siamo ora in un vasto ambiente a New York ed è passato qualche anno. Sotto luci accecanti, accanto a noi due signori in mutande e le stanno dando di santa ragione: uno sferra un terribile pugno alla mandibola dell’altro, il cui osso incredibilmente resiste e determina la frattura del pollice della mano che lo ha colpito, il cui proprietario –di conseguenza- soccombe. Qualcuno –tra gli astanti- chiama la polizia e chiede che si proceda all’arresto per percosse dell’uomo dalla mandibola di ferro. La polizia rifiuta; non si è trattato, infatti, di una rissa tra scaricatori di porto, ma dell’incontro tra Dempsey e Carpentier per il titolo mondiale di pugilato [2]

E sempre per il remoto passato si potrebbe continuare mostrando Carnera con ai suoi piedi il povero Jack Sharkey (il che poterà al fianco del vincitore –Sharkey è sparito chi sa dove- la bionda Jane Harlow (Fig. 2), e addirittura Heidegger 2 prenderà nota del fatto che “un pugile è considerato come un grande uomo dalla Nazione”); o, in tempi più recenti anche se ormai lontani anch’essi, un episodio dell’incontro di calcio Atalanta Milan di coppa Italia (siamo in quella che i competenti di foot ball chiamano storicamente “l’era Sacchi” ([3]) in cui l’aver buttato fuori  la palla per soccorrere  un giocatore avversario infortunato costò alla squadra “eticamente corretta” un gol di sorpresa forse eticamente poco valido ma egualmente ricco, per chi lo segnò, di piacevoli conseguenza in classifica e in premi partita.

Se volessimo un po’ generalizzare, queste situazioni –che altrimenti ricordano la antica casistica morale di tipo un poco gesuitico- potremmo trovarci  davanti a quello che gli Anglosassoni  chiamano il “problem solving and decision making”: insomma, in una situazione data, cosa fareste ?

Poniamo allora, sempre col gioco della fantasia –  di essere Bianca, una fisioterapista stipendiata da una Società Sportiva per la quale si batte Mario, atleta diciassettenne in procinto di partecipare con ottime probabilità di successo a un importantissimo campionato, e poniamo che Bianca si accorga, avendone tormentata ma chiara conferma da lui stesso, che Mario fa uso oculato, attento e “cauto” (lui dice “astuto”) di sostanze proibite, essendo disposto a tutto –come afferma- pur di vincere. La situazione non è poi così assurda se 3  il 55% di 198 atleti alle Olimpiadi di Los Angeles si disse disposto a prendere un farmaco che lo avrebbe portato a morire entro cinque anni, purché lo stesso farmaco fosse stato in grado di assicurargli la medaglia d’oro. Nella situazione entra anche l’allenatore di Mario, un uomo che bada ai risultati, e anche questa sembra essere una situazione non lontana dalla realtà,  se è vero che Pierre Roy –un vero allenatore sentito 4 dalla Commissione che indagò dopo il primo “scandalo” Ben Jonhson – disse nella sua testimonianza: “ La gara è come una guerra, noi usiamo i mezzi necessari come per vincere una guerra”. Nella situazione facciamo anche entrare il padre di Mario, che come molti padri amerebbe moltissimo assistere al trionfo del figlio.

Bene: se foste Bianca, cosa fareste ?

Vi mettereste a capo di una crociata contro il mondo perduto dello sport, perduto –appunto- dietro il mito del successo ? O manterreste un silenzio in linea con la vostra posizione di stipendiata da una Società che vi ha affidato un compito tecnico e non certo la soluzione di problemi morali ? o vi trincerereste dietro  una legge antidoping, distruggendo il sogno di un ragazzo, le attese di chi gli sta intorno e non risolvendo realmente il vostro problema, che è problema di “agire morale” e non di “fare legale” ? o forse lascereste a Mario l’autonomia delle sue scelte e le responsabilità relative, pur sapendo che  le scelte di Mario sono limitate dalle attese che gravano su di lui ad opera di quello che è il suo “mondo” ?

L’argomento dei rapporti tra sport e etica mi pare trattato di solito con sullo sfondo un pizzico di retorica un poco ovvia e un poco oleografica, per cui –sulla base della bella definizione che tanti secoli fa dello sport dette Platone (“è esercizio di disciplina e opportunità di affratellamento5 esso è – deve essere- in sé e per sé assolutamente degno della dignità dell’uomo (un’altra espressione –questa della dignità dell’uomo- oggi un pochino abusata; per cui mi dico: della dignità dell’uomo Carnera o di quella dell’uomo Sharkey ?)

Perché, forse, se per una volta guardassimo questa “idea”, questa “essenza” dello sport dal punto di vista di Sharkey, allora potremmo vedere nello sport –come fa Robert Musil ne “L’uomo senza qualità” 6– “Il sedimento di un odio universale finissimamente vissuto, che precipita” –guarda caso come fa Sharkey sul ring- “nelle competizioni sportive”; o se ricordassimo l’episodio della squadra in un certo senso “rapinata” del gol per aver consentito il rapido soccorso dell’avversario ferito- potremmo forse concordare con un’altra definizione dello sport, questa di Veblen: essere lo sport la “forma più moderna dello spirito di razzia e di rapina tipico delle classi agiate7.

Ma potremmo anche guardare allo sport dal punto di vista di Carnera, accostando il suo momento di vittoria a come egli medesimo sarebbe stato trasformato dalla vita e allora ci soccorrerebbe Roland Barthes: “E’ – lo sport- un fatto affascinante che esprime quel momento fragile della storia in cui l’uomo, anche modesto, anche gabbato, intuisce egualmente a suo modo – attraverso favole – un adeguamento tra sé, la comunità e l’universo” 8

Ma – ancora forse – a rappresentare lo sport come un tutto unico e coerente in se stesso, si potrebbe cadere in un errore egualmente corposo –malgrado gli illustri nomi appena citati- di quello che stavamo per compiere poco fa, riducendo lo sport a una casistica valutata alla moda di un’etica di volta in volta – a seconda della nostra visione- egoistica alla Hobbes; o utilitaristica alla Mill; o contrattualistica alla Rawls; o con conseguenzialistica alla Kant.

Un ricordo etimologico forse non guasta. Luigi Minerva 9 rammenta come “sport” nasce da un antico “se desporter”, “con la “s”)  francese, che sta per “andare a zonzo” con l’aria di voler dimenticare aspetti tristi  o anche solo seri della vita, verso un non so quale divertimento (“il piacere semplice e originario che l’uomo prova”, ma anche “la speranza di libertà” come dice Jurgen Moltmann 10. E allora, a me vecchio pediatra non pare di vedere molto “divertimento” negli occhi  di quei bimbetti di tre o quattro anni che appena usciti dalla reclusione o dal parcheggio dell’asilo (che un po’ ipocritamente abbiamo ribattezzato “scuola materna”, anche senza mamme) –vengono trascinati dalla baby sitter agli “esercizi” nella palestra, dove spesso la spontaneità dei loro movimenti fisici subisce una violenza altrettanto marcata di quella subita –prima- dalla loro spontanea fantastica creatività mentale. E non sono solo a pensare così, se alcuni sociologi  affermano che “ai bambini e ai giovani si danno scarse o ben modeste possibilità di plasmare e concepire  il proprio ambiente secondo la propria fantasia, i propri progetti e i propri piani”. E ciò in nome di una “cultura del corpo” spesso ossessiva per loro come per i loro genitori, frequentatori spesso maniacali –per regolarità: lunedì e venerdì dalle 17 alle 18-  e consolatoria ripetitività – 25 vasche o 50- di altre palestre dove –naturalmente a pagamento, questa che forse più che la “cultura del corpo” è un realtà una “coltura del corpo” si edifica oscillando tra un “fa bene” e un “fa bello” che rappresentano entrambi un polo di  “utilità” cui viene più o meno coscientemente educato –direi asservito- il bambino, che dimentica spesso, così,  il “piacere in sé”, il piacere di muoversi come viene, di correre come sa, di saltare come può (dimenticando quello che Tillich 11 indica come “l’incondizionatamente interessante” al di là  e al di sopra di qualunque “utilità”). Confesso che vedendoli, questi bimbetti, mi viene di gridar loro il versetto del Siracide: “Corri a casa in fretta, e divertiti, gioca, fa quel che ti pare” (Sir 31, 15), affinché, aggiungerei, non cresca quel “desiderio drammaticamente insoddisfatto” che cercherà poi la sua incontrollata valvola di sfogo, come scrive un altro sociologo; e al contrario tu possa ascoltare con orecchi attenti la “piccola voce di Dio” 12 che è anche un “Deus ludens”.

Non vorrei si pensasse ora che io ce l’abbia col carattere agonistico dello sport –che in realtà 13 come appare persino in s. Paolo e in s. Agostino –partecipazione vera è quella e forse solo quella animata dal desiderio di vincere, e certo fin da piccolini si deve essere educati  a pensare di vincere, di “riuscire” , a partecipare per vincere: ma “per vincere un gioco” , per vincere se stessi, non per vincere “su un altro”; e invece al piccolo si parla del compagno dell’altra squadra come “dell’avversario” e quindi della “necessità di batterlo” –come in una battaglia (ricordare Roy ?)  fino ad “annientarlo 6-0, 6-0”. E’ quella cultura che inventò –proprio negli anni di Carnera- la sindrome di Braccio-di-Ferro (che con un po’ di spinaci diventa “il più forte”) e che poi reitera se stessa con il valium prima e il prozac dopo per il manager dell’industria ed è arrivata al’idrossizina data al bimbo 14 perché “non dia fastidio” a scuola; una cultura che prima ci illude sulle nostre infinite potenzialità e poi, alla prima difficoltà ci abbandona nel rifugio della “pasticca”, prima di vitamine e poi della “pillola della felicità”. Si diventa così – si deve diventare- prima “il più bravo e il più forte e il più bello” per mamma e papà e poi si diventa l’icona sportiva da miliardi di euro. E l’assolutizzazione del “vincere su” porterà domani o dopodomani, una volta venuta meno la vittoria –che non può non venir meno: Carnera battuto da Max Baer, Borg battuto da Mc Enroe e  che poco dopo tenta il suicidio, Marylin Monroe che lo attua- (le affinità tra sport e teatro sono moltissime) alla assolutizzazione della sconfitta, per quella “cultura” inaccettabile.

Un’ultima considerazione: anche nello sport come nei giochi dei bimbi, ci sono regole, ma il comportamento nei confronti delle regole può essere diverso. Nel gioco, le regole si possono ignorare (il bambino “tocca terra e non gioca più”, rientra nella realtà); ma questo non si può fare nello sport. Oppure (eppure) le regole si possono seguire formalmente ma non sostanzialmente (come fa il baro, ma anche come fa il simulatore del fallo); o si può iscrivere nelle stesse regole del gioco la possibilità di infrangerle (la “punizione” dopo il fallo). Alle volte, il doping è un tentativo di cercare di affermare la propria invincibilità, cercando ma sperando, soprattutto, -di far sì che nessuno se ne accorga; ma ancor più interessante è l’aspetto in cui la regola ammette in se stessa la sua stessa violazione, affidando ad un esterno –lo spettatore e per delega di questi, all’arbitro – l’accertamento della trasgressione e la sua immediata sanzione. Il che avvicina, con tutto il rispetto,  lo sport a caratteri religiosi: penso alla Bibbia, dove viene all’uomo viene concessa e affidata la Legge, e alla continua trasgressione di essa, intrinseca alla natura dell’uomo, e infine, nel Nuovo Testamento, l’accertamento della trasgressione da parte di un mediatore che può, con una sanzione, rimetterla (“Ciò che voi legherete …” Mt 16,19).

Bisognerebbe forse semplicemente ricordare -come dice Alastair Mc Intyre 15, che “l’amore della Verità, della Giustizia e del Coraggio, essendo il mondo quello che è, impedisce di avere denaro, fama e potere”, tre “cose” –queste ultime- a cui pochi intendono, essendo appunto il mondo quello che è- semplicemente  o anche solo parzialmente rinunciare.

Una ultimissima notazione; si potrà facilmente notare che la bibliografia considerata in questa nota non è molto recente e se ne potrebbe quindi dedurre la speranza che le numerosissime tavole rotonde e gli infiniti convegni si sono svolti da quel tempo lontano fino a oggi, e non solo in ambito medico, ma anche in quelli sociologici, psicologici e politici abbiano nel frattempo portato ad una riduzione del problema. Inviterei questi ottimisti sul valore dei convegni e delle Round tables a visitare, nella loro navigazione su internet almeno due siti ufficiali 16 dove troveranno, aggiornati al 2010, quasi cinquecento casi di “interventi farmacologici fraudolenti” operati di recente in quasi tutti gli sport e in moltissime Nazioni.

BIBLIOGRAFIA.

1)
2) Heidegger M.: An introduction to metaphysics. 1953, Anchor Book, New York.
3) Dugal R.: Nos vainquers dopés. L’actualité, 1985 (feb.), pag. 18-19. Citato: da Boudreau F e Konzak B.: Can. J. Sport Sci, 1991, 16 (2), 88-98 (voce seguente).
4) Boudreau F., Konzak B.:.: “Ben Johnson and the use of steroids in sport: sociological and ethical considerations”, Can.J.Sport Sc., 1991, 16(2), 88-98
5) Platone: La Repubblica, libro III. Bompiani, 2009
6) Musil R.: “L’uomo senza qualità”, (trad. italiana A. Rho). Einaudi, 1962
7) Veblen L.: La teoria della classe agiata. Edizione italiana Einaudi 2007, a cura di F. Ferrarotti, F.L. Viano e Ch.W. Mills sulla I edizione tedesca del 1899)
8) Barthes R.: in: Miti d’oggi. A cura di G. Davico Bonino. Traduzione italiana a cura di L. Lonzi.Torino, Einaudi 1994
9) Minerva L.: Lo sport. Roma, Editori Riuniti
10) Citato da Becker P, Shirp M. e riferito da Pilz G.: interdipendenza sociale tra sport e violenza. Concilium, 1989 (5), 51-65
11) Tillich P.: Il coraggio di esistere, Ubaldini, Roma, 1968
12) Ryan T.: Verso una spiritualità degli sport. Concilium 1989 (5), 148-159.

Figure

Fig 1: La copertina de “La Domenica del Corriere” del 2-9 agosto 1908 con l’arrivo di Dorando Pietri

(coll. dell’Autore)

Fig. 2: Primo Carnera con Jane Harlow dopo la sua vittoria su Sharkey, 29 giugno 1933

I trackback sono chiusi, ma puoi postare un commento.

Commenti

  • antoniochedice  Il maggio 5, 2014 alle 8:51 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    QUESTO POST DEL DOTTOR GIOVANNI CECCARELLI E’ DEL GIUGNO 2012 e TRATTA DI ETICA NELLO SPORT, COSA MISTERIOSA CHE NESSUNO TRATTA PIU’. LUI LA TRATTA DA PLATONE A MUSIL. PERCHE PERSONE COS^ NON VENGANO UTILIZZATE E SI RICORRA AI CIALTRONI CHE VEDIAMO QUOTIDIANAMENTE, E’ UN MISTERO NASCOSTO NELLE PIEGHE DELL’INVIDIA DI PICCOLI UOMINI DI PICCOLI PARTITI.

  • robertobuffagni  Il maggio 5, 2014 alle 9:22 am

    Grazie al dr, Ceccarelli per questo intervento, di una lucidità e di una saggezza rare.

    • abrahammoriah  Il maggio 5, 2014 alle 5:39 pm

      5 maggio 2014

      Nelle moderne società secolarizzate due sono i miti fondanti: quello della democrazia e quello dello sport. Nello specifico, la narrativa del mito sportivo contempla che lo sport sia salutare, che l’attività sportiva venga svolta con lealtà e che l’atleta sia un eroe senza macchia e senza paura. La situazione in Italia è nella realtà peggiore che altrove. Non solo si continuano a propolare le fesserie di cui sopra del mito sportivo (questo succede anche nelle altre moderne società industrializzate e soggette al weberiano disincanto e alla paperoniana ricerca del profitto a danno dei grulli) ma per ragioni grettamente elettoralistiche non si prendono nemmeno provvedimenti (di ordine pubblico, per essere chiari) per limitare il danno procurato dai fanatici di questo mito. Se poi ci si trova a ridosso di elezioni …

      Massimo Morigi

  • Carlo Cadorna  Il maggio 7, 2014 alle 6:29 pm

    La validità dello sport dipende dalle motivazioni degli atleti che partecipano: come messo bene in evidenza dal bel lavoro svolto dal Prof. Ceccarelli.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: