LO YEMEN E’ IL CATALOGO DEGLI ORRORI ARABI E DEGLI ERRORI OCCIDENTALI. di Antonio de Martini

Yemen, l’antica Arabia Felix, è diventato lo  specchio di tutti i contrasti del mondo arabo e oltre. Yemen rappresenta anche il tallone di Achille dell’Arabia Saudita per la lunga  frontiera in comune presidiata da una popolazione combattiva ( Houtis) che rappresenta un ramo sciita. Yemen come il sostituto della Siria agli occhi della strategia iraniana per il suo affaccio su Bab el Mandeb che è la porta naturale del mar rosso e quindi del traffico petrolifero verso l’Europa.      Yemen come ennesimo fallimento dei tentativi di democratizzazione all’occidentale cui ogni tanto il nostro mondo sottopone  con forse  inconscia crudeltà i paesi arabi e asiatici per affermare il principio della rotazione del potere. Yemen è tutto questo e, in più, il luogo del confronto militare diretto tra l’estremismo sunnita e quello sciita.
Tutto è cominciato con una serie di manifestazioni di tipo ” democratico” che chiedevano l’avvicendamento al potere del presidente  felicemente regnante da trentatrè anni Ali Abdallah Saleh.

 Fu il primo capo arabo che, prima di cedere il potere in cambio delle cure negli USA  per i postumi dell’attentato subito che quasi gli costò la vita, interpellò pubblicamente Barak Obama con una frase rimasta famosa ” sei forse il re del mondo ?” indicandolo come il promotore del regime change di cui stava per rimanere vittima.

Salah pretese di essere sostituito dal suo vice  Abd Rabo Mansour Hadi, lasciando il cognato a capo dell’esercito e ottenendo l’abbandono dei soliti procedimenti giudiziari internazionali con cui gli anglosassoni minacciano i cattivi di turno. Gli USA accettarono pensando di averlo liquidato. Errore.

La transizione sembrò in un primo tempo funzionare e i primi problemi sorsero con i successivi tentativi di epurazione dell’esercito e il ritrovamento di una nave – proveniente dall’Iran –  carica di armi destinata agli Houtis, una fiera tribù zaydita ( una via di mezzo tra sunniti e sciiti ) area religiosa cui apparteneva anche Alì Abdallah Saleh (che però  non è houti  e che ha cercato di “sunnitizzare”  questi ribelli endemici sempre vessati dal potere centrale e  anche assoggettati a deportazioni).

Iniziò così la tragica catena di rapimenti ( persino un nostro carabiniere addetto alla difesa dell’ambasciata), attentati, scontri, per giungere agli attacchi kamikaze.

L’autorità statale si è andata sfilacciando, i gruppi  etnici e religiosi che avevano sempre convissuto in armonia iniziarono a esasperare  i rispettivi tratti identitari, la deportazione parziale degli Houtis ne sparse il seme un po dovunque, si impadronirono di Ibb , il capoluogo del sud est, provocando l’occupazione di Udayn – località minore –  da parte di Al Kaida che aveva sempre vantato il dominio di quelle aree, insomma la parcellizzazione delle sette, etnie e partiti politici si estese all’intero paese, fino a che gli Houtis  lo scorso settembre occuparono la capitale nazionale Sanaa, pur senza prendere il potere. Sono ancora li.

Stanno sostituendo dirigenti, esigendo correzioni, ma non assumono il governo perché  non dimenticano di essere una minoranza e perché – si vocifera – che siano stati aiutati dall’ex presidente Ali Abdallah Salah e dai suoi partigiani non più solidali col presidente Hadi, ma decisi a subentrare loro.

Insomma l’ex presidente Salah sta attuando nel suo piccolo la stessa strategia che io attribuisco agli USA, fomentare il caos per essere poi chiamato a portare ordine e – nel caso di Salah- vedersi riconosciuto un posto di preminenza nel nuovo Yemen.

Per iniziare a trovare nuovi equilibri durevoli, si è fatto ricorso all’ex ministro del petrolio  che era stato inviato come ambasciatore all’ONU  Khaled Mahfouz Bahah  originario dell’Hadramaut ( il sud est con capitale Mukalla) )  che è visto come un tecnico privo di forza propria atto a cercare di superare la paralisi dello stato.

In questo baillamme, non poteva mancare il secessionismo alimentato dall’Arabia Saudita che ha ripescato Abdallah Al Jifri, esule  con una parte attiva ( sempre secessionista) durante i ” moti democratici” contro la presidenza Salah,  che in occasione del 14 ottobre , anniversario della rivolta di Aden contro il colonialismo britannico, ha organizzato una serie di manifestazioni  nel sud per chiederne l’indipendenza dal Nord che accusa di tramare per ristabilire la monarchia Zaydita ( Imam Yahia) demolita a cannonate nel 1962.

Il mito della secessione del Sud  ( due terzi del territorio e un quinto della popolazione) ha avuto il suo momento piu alto nel 1967 con la proclamazione della Repubblica meridianale – di stampo comunista e protetta dall’URSS –  caduta nel 1990 e riunita al resto del paese, ci fu un tentativo di secessione soffocato dai militari nel 1994. Adesso ci riprovano.

Con l’appoggio degli oscurantisti  sauditi invece di quello del defunto comunismo internazionale.

I sauditi mirano  a togliere l’ipoteca iraniana l’Iran l’ipoteca sullo stretto di Bab el Mandeb mediante il controllo di Aden. Anche questa situazione è legata all’esito del negoziato nucleare tra Iran e i ” cinque più uno ” e questo mese di novembre rischia di essere decisivo anche per questa parte dimenticata del mondo.

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