SIRIA E MEDIO ORIENTE: CHI HA VINTO E CHI HA PERSO. di Antonio d. de Martini

Sono rientrato dalla Russia dove sono rimasto dieci giorni. Tutte le persone con cui ho parlato, hanno iniziato la loro conversazione con commenti sulla vittoria diplomatica russa su Barak Obama.
Nessuno si illude circa il reale rapporto di forze tra le due potenze e la maggior parte dei commentatori conviene che il desiderio di Putin di essere considerato al pari degli USA sia un wishful thinking che potrebbe rivelarsi il suo punto debole.
Ma, se la vittoria di Putin è effimera, chi ha veramente vinto e chi ha perso in questo scontro ?

Il primo vero vincitore è la Cina.
La presidenza di Barak Obama iniziò con una maggiore attenzione alla Cina ed all’area del Pacifico. Ora la Cina desta meno attenzione e persino la visita in Malesia di Obama è stata rinviata con la scusa del blocco dei fondi.
Il segretario alla Difesa – nel primo mandato Obama – Leon Panetta, annunziò lo spostamento del baricentro della flotta verso l’area del sud ovest Pacifico.
La segretaria di Stato – Hillary Clinton – effettuò ripetuti vertiginosi caroselli nel paesi asiatici ( i vari ” stan”) e ripropose alleanze politico-militari ad Australia, Filippine e Giappone.
Furono organizzate manovre navali con la partecipazione di quattordici nazioni.
Il Giappone fu incoraggiato al riarmo.
Lo stesso Obama visitò, tra gli altri, India e Indonesia con profferte in funzione anticinese.

La crisi siriana ha distolto l’attenzione americana dalla Cina e dall’area del Pacifico per riconcentrarla sul Levante.

L’accerchiamento geopolitico della Cina e il controllo sulle sue rotte commerciali si è incrinato con l’adesione di India e Indonesia a Pietroburgo alla tesi della soluzione politica della crisi siriana.
L’ ostinazione “evangelista” di John Kerry verso la questione siriana di cui si era occupato in precedenza e il desiderio di essere il promotore di un accordo Israelo-palestinese che gli avrebbe consentito di dare concretezza alla sue ambizioni presidenziali, ha fatto il resto.

Vincitore deve considerarsi anche il governo siriano che è riuscito a resistere per oltre due anni alla pressioni militari congiunte di una coalizione di sei paesi ( USA, UK, FRANCIA, KATAR, ARABIA SAUDITA E TURCHIA) ben più forte di quella che abbatté in sei mesi la Libia.
Altro motivo di successo per la Siria è l’essere riuscita a mantenere semi-neutrali Giordania, Libano Cipro e Israele che hanno tutti rifiutato – con motivazioni diverse – di offrire basi d’attacco agli aerei della coalizione.

Ha vinto la coalizione cattolici-ortodossi rappresentata dal Papa che ha ottenuto di criminalizzare l’intervento armato in quanto tale e accelerare il varo della risoluzione contro il traffico illegale di armi convenzionali. A riprova, le esternazioni di ammirazione del presidente USA verso Papa Francesco che rappresentano una prima assoluta per un presidente americano nei confronti del Vaticano e del suo leader.

Effimera la vittoria diplomatica russa a livello degli equilibri mondiali, ma che ha aperto le porte del Levante agli sforzi diplomatici di Lavrov che vede premiata una linea politica intelligente e coerente di vecchio stampo, ma ancora efficace: Siria, Irak, Iran, Yemen, hanno trovato un avvocato in seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU e la stessa organizzazione delle Nazioni Unite vede in questa nuova valorizzazione del ruolo una opportunità di acquisire maggiore autonomia rispetto alla subalternità assegnatagli dalle potenze anglosassoni.

L’affrancamento definitivo delle Nazioni Unite, deve ancora passare attraverso una riforma che comprenda
a) l’eliminazione della sovrarrapresentazione della vecchia Europa tra i membri permanenti nel Consiglio di sicurezza ( UK, FRANCIA) e la cooptazione di qualche membro del BRICS ( India e/o Brasile) in rappresentanza di aree geografiche sottorappresentate.
b) la delocalizzazione dell’assemblea ONU a parziale risarcimento della vecchia Europa e l’Italia – Roma in particolare – potrebbe candidarsi con successo ad ospitare la nuova struttura ONU.

Altro governo vittorioso è rappresentato dagli Stati Uniti. È riuscito a districarsi da una frase avventata del suo presidente sulla ” linea rossa”, enfatizzata dalle lobbies interessate, senza un intervento militare che lo avrebbe definitivamente squalificato agli occhi del mondo civile e portato a infognare le proprie forze armate in un ennesimo pantano militare con annesso salasso finanziario.
Senza contare il pericolo di un allargamento del conflitto e l’ampliarsi dello scontro col mondo mussulmano. Resiste ancora il negoziato Israele-Palestina e questa, più che una vittoria è un miracolo.
L’immagine della sconfitta personale di Obama, ha inoltre consentito il disgelo dei rapporti con l’Iran congelati dal 1979.

Brillante la prestazione israeliana che per la prima volta in presenza di una crisi militare è riuscita a non cedere alla politica del muscolo e non subire “bombardamenti di rappresaglia”. L’eliminazione delle armi chimiche dalla Siria è il dividendo strategico che ne deriva. Altro vantaggio ottenuto è dato dalla Convenzione Militare di mutua assistenza col governo cipriota, che pone Israele ancora una volta ( dopo lo scontro navale ) in contrapposizione con la Turchia.

La rivoluzione kurda ha visto aumentare le proprie probabilità di successo dall’entrata in campo dei curdi di Siria ( liberati dal controllo del governo centrale di Bashar el Assad) e un rafforzamento di quelli ” turchi” confinanti con l’Irak, dalla accettazione turca dei negoziati di pace con Abdullah Oçalan ( PKK) e dall’indebolimento del governo iracheno – sciita – causato dall’infittirsi degli attentati “sunniti” cui deve por riparo se vuole mantenere la fiducia della popolazione.

Ultimo vittorioso, l’Egitto ed i suoi militari che hanno ottenuto il placet per liberarsi dai fratelli mussulmani e si apprestano a riprendere il controllo del Consiglio della Lega Araba finito in mani katariote.

Tra gli sconfitti, la UE, la Francia, la Turchia e l’Inghilterra, l’Arabia Saudita-Katar.
La Unione Europea, rappresentata da una persona non eletta, appartenente ad un paese non fondatore e non più centrale ha visto i suoi 28 membri dividersi in ben cinque posizioni distinte e la sua mediazione nel contenzioso Iran-nucleare resto del mondo, è stata ricusata a favore di una richiesta di intervento diplomatico russo.
È sorto il problema di ” overrepresentation” dei paesi europei in seno al Consiglio di sicurezza ( e quindi di assenza UE in quanto tale).

La Turchia, ha incassato la delusione politica più forte e sta per incassare ( si fa per dire) una fase economica recessiva dopo oltre un quarto di secolo di crescita ininterrotta, per aver voluto recitare un ruolo incongruo rispetto alle capacità politiche di Erdoghan.

Ha iniziato male con l’incidente del Mavi Marmara e lo scontro con Israele, ancora non sanato, ha proseguito sottovalutando la capacità di reazione siriana ( che ha ” liberato” i curdi, lanciandoglieli addosso ) e sopravvalutando la NATO che ha spedito solo un paio di batterie di missili Patriot, ma ha rifiutato di impegnarsi a difendere il paese se attaccato.
Non ha ottenuto un qualche riconoscimento di diritti sui giacimenti di Gas Leviatan e Tamar.

Il governo turco non è riuscito ad ottenere rifornimenti significativi di armi moderne dagli USA. Si è visto minacciare dall’Iran – con cui in precedenza collaborava bene – e dalla Russia, i possenti vicini entrambi alleati della Siria.

All’interno, il governo Erdoghan si trova a dover fronteggiare la rabbia del mondo militare per essere stato messo in condizione di dover aprire un altro fronte coi curdi di Siria senza essere riuscito a chiudere il fronte curdo-iracheno ; i trecento ufficiali processati per un golpe non esistito, non hanno migliorato la situazione, al punto che Erdoghan ha rinunziato al podio delle Nazioni Unite, mandando il presidente Güll al suo posto.

Il ritorno degli americani verso i militari egiziani e lo sbarco dei fratelli mussulmani dal governo, lo hanno innervosito e le dimissioni del governo tunisino ( del partito Ennahda) a favore di un governo tecnico non confessionale ha accentuato la psicosi, visto che assieme agli algerini stanno dando la caccia ai Jihadisti maghrebini.

Anche il mondo dell’economia è innervosito dal rallentamento dei numeri di crescita e dalla minaccia di dover rinunziare ai pingui contratti di costruzione in Russia. I libertari mugugnano per
” l’autorizzazione ” concessa alle dipendenti pubbliche a portare il velo.
Se vogliono fare carriera, sanno come comportarsi.

Nel caso di Inghilterra e Francia, più che di sconfitta, bisognerebbe parlare di sputtanamento se la parola non fosse messa al bando dai compassati geopolitici che concionano sulla stampa nostrana. Cameron e Hollande in particolare hanno mostrato di essersi meritati il sorpasso di Sarkozy sul viale della impopolarità: si sono dimostrati servili e incauti.

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Commenti

  • gicecca  On ottobre 3, 2013 at 3:26 pm

    Mi interessa relativamente chi ha vinto. Mi interessa molto che ha perso Obama. GiC

    • antoniochedice  On ottobre 3, 2013 at 3:36 pm

      Obama apparentemente ha perso, ma in realtà è riuscito a concentrarsi sul Levante.
      Aveva , al cambio di legislatura, licenziato i due ministri che puntavano a concentrarsi sul Pacifico in funzione anticinese.
      Sul piano personale ha fatto una figuraccia, ma sul piano pratico ha ottenuto quel che voleva, ossia di non essere costretto a muovere guerra alla Siria per via di una frase esagerata sulla linea rossa.

  • donato  On ottobre 3, 2013 at 11:12 pm

    IMHO è veramente troppo presto visto che la guerra civile è ancora in corso per poter
    affermare chi abbia vinto in Siria.
    Debbo osservare che:
    1) la minaccia di attacco Usa/Nato non è affatto scongiurata sauditi, qatarioti e turchi
    insisteranno per provocare l’intervento,le tergiversazioni di Obama potrebbero essere
    analoghe a quelle clintoniane sul Kosovo
    2) I gruppi integralisti hanno decine di migliaia di uomini sul terreno che fine faranno?

    • antoniochedice  On ottobre 4, 2013 at 1:01 pm

      La guerra continua, e vero, ma si sa già chi ha portato a casa i risultati. Per eliminare le armi chimiche si deve fermare il campo di battaglia. Quindi gli occidentali non riforniranno più i Jihadisti che saranno condannati a fine certa o a girare raminghi nei paesi in cui ci sarà un barbaglío di guerra Santa.
      La minaccia di attacco verrà mantenuta per dare un contentino alla lobby che voleva la guerra, ma nessuno pensa veramente di attaccare o di conservarsi i gas.

  • Franco D.  On ottobre 4, 2013 at 10:37 am

    Egr. Sig. De Martini,
    la ringrazio innanzitutto per il bel quadro analitico che ci ha offerto; da persona qualsiasi non addentra a certe cose ho però la sensazione che gli USA non si possano considerare proprio una delle vincitrici della partita siriana. E’ vero che alla fine Obama & C sono riusciti, considerate come le cose si erano inizialmente messe – anche a causa di una certa avventatezza del presidente stesso – a cavarsi d’impaccio abbastanza egregiamente (seppur rimediando una figuraccia) , però nel contempo noto una sempre maggior difficoltà della potenza nordamericana. Evidentemente già da un po’ di tempo si stanno manifestando all’interno dei suoi gruppi dirigenti, diciamo così, profonde divergenze a riguardo delle strategie da adottare in politica estera, e ciò penso possa essere considerato un punto di debolezza non indifferente (come non ricordare a tal riguardo che perfino l’Inghilterra ad un certo punto li abbia abbandonati, se non erro mai successo dal dopo guerra ad oggi). La mia sensazione è che oramai l’establishment statunitense abbia oramai dato per assodato che di fronte all’incipiente multipolarismo, dovrà rinunciare a quegli obiettivi di predominio imperiale che sembravano poter essere realizzati appena dopo la caduta dell’URSS, ma probabilmente le divisioni si fanno più profonde in seno ad esso proprio per via delle indecisioni e diversità di vedute che la situazione internazionale sempre più fluida e cangiante induce. E poi anche la Cina mi sembra che non abbia tanto migliorato la sua posizione geopolitica a partire dallo scoppio delle varie primavere arabe, in Africa in particolare ha preso una bella botta e ad Ovest penso che Giappone e Corea del Sud costituiscano per essa ancora una barriera salda di stretta osservanza USA.
    Saluti.

    • antoniochedice  On ottobre 4, 2013 at 1:12 pm

      Ritengo invece che questo ” arretramento” USA serva ad alimentare “l’unrest” e propiziare una richiesta di ordine globale.
      Da sempre la politica estera USA é stata ostaggio della politica interna.
      Quel che accade all’estero ha importanza relativa. All’interno sono compatti. Le indecisioni sono a mio parere spesso strumentali al far apparire “ampio e articolato” il dibattito.

  • abrahammoriah  On ottobre 4, 2013 at 7:41 pm

    4 ottobre 2013

    Le amministrazioni USA cambiano ma rimangono le linee di fondo. Per comprendere le quali invito all’ esame della documentazione riguardante l’ urtext della politica estera statunitense dopo la fine della guerra fredda. Si tratta della dottrina Wolfowitz, della quale il primo commento fu fatto dal New York Times l’8 marzo 1992 (consultabile all’indirizzo http://work.colum.edu/~amiller/wolfowitz1992.htm ). Garantisco che si tratta di una lettura molto istruttiva e che ci potrà essere di grande aiuto per il prosieguo di tutte le nostre discussioni.

    Massimo Morigi

  • fausto  On ottobre 4, 2013 at 10:27 pm

    La che non mi convince più di tanto è l’idea di considerare Usa e Arabia come monoliti, dediti alle provocazioni (a gas) ed al finanziamento di fanatici invasati. La realtà è complicata: in entrambe le nazioni esistono fazioni con interessi differenti.

    Tra gli americani, la truppa repubblicana sostiene i miliziani come grimaldello per far autorizzare grandinate di bombe; i democratici la pensano diversamente, ed il presidente è lì a ricordarcelo con le sue scelte (astute col senno di poi).

    Che dire poi dei sauditi? Di recente il re, davanti all’idea di lanciare bombardamenti contro gli impianti iraniani, era uscito con una affermazione del tipo “provate e vi abbattiamo”; affermazione chiaramente non condivisa da parte dell’establishment circostante. Anche i finanziamenti a pioggia ai generali egiziani sono interessanti: sostegno allo stato laico. Un’altra cosa che a parecchi sauditi non deve piacere poi così tanto.

    • antoniochedice  On ottobre 4, 2013 at 11:38 pm

      Intanto i finanziamenti sauditi erano stati deliberati per i fratelli mussulmani e su pressione USA.
      Secondo poi il re disse agli israeliani ” se ci sorvolate vi abbattiamo” perché c’è un limite a tutto, anche alla solidarietà antisiriana.
      Terzo quando uno stato fa una scelta diventa un monolito comunque dato che muove l’apparato generale.
      L’establishement circostante al re, non esiste. Il regno e la sua gestione è un affare di famiglia.
      In America il partito della fermezza ( i falchi) attraversa tutto l’arco politico e così i repubblicani.
      Scusa, ma sono molto occupato dalle ripetute avarie di wordpress che non ne vuole sapere di funzionare a dovere.

  • antoniochedice  On settembre 11, 2014 at 4:35 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Il bilancio dello scorso anno…

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