LA STRATEGIA POLITICA E ECONOMICA AMERICANA IN QUESTO SCORCIO DI SECOLO È PRECISA E IMPLACABILE. CHI PUÒ FERMARLA È… di Antonio de Martini

Gli abbonati, causa la mia inettitudine informatica, ricevono questo post per la seconda volta. mi scuso.
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Come la morte di Stalin nel 1953 diede uno stop allo sviluppo del processo di integrazione europea, così la morte dell’URSS nel 1991 ha dato un colpo mortale all’interesse degli europei verso il potenziamento della N.A.T.O.

Questo fatto non inaspettato ha innescato negli Stati Uniti una fase di pensiero strategico iniziata col concetto di New World Order lanciato dal Presidente George Bush senior nello stesso anno 1991 ( prima guerra irakena) e un ulteriore sviluppo pratico nell’attacco all’Irak nel 2003 ( seconda guerra irakena) in cui si ebbe conferma che in assenza di un Grande Nemico una coalizione militare difensiva ha maggiori difficoltà a tenere assieme i partners e che più ci si allontanava dalla data della scomparsa dell’URSS, più le coalizioni a guida USA diventavano incerte con adesioni simboliche quando non addirittura ambigue.

L’esperimento in Afganistan fu deludente fin dall’inizio, al punto di voler associare all’azione militare NATO persino truppe degli Emirati Arabi Uniti e l’attacco alla Libia fu ancor meno rassicurante: due importanti partners della NATO si dichiararono contrari all’intervento ( Germania e Turchia), mentre un altro partner NATO – l’Italia – dovette essere richiamato all’ordine in maniera energica perché mettesse le proprie basi a disposizione per l’operazione e facesse volare qualche aereo.

Le coalizioni strategiche e militari che in passato sussistevano anche in presenza di singoli importanti contenziosi economici interstatali, hanno cominciato a indebolirsi politicamente e perdere slancio di fronte alla mancanza di utilità marginale reale in cambio dei sacrifici richiesti.
Perché coalizzarsi e sacrificare i propri interessi nazionali quando non si ottiene che qualche posizione di parcheggio per politici scomodi in Patria?

Dopo una prima fase di economia euforica succeduta alla caduta dell’URSS, la mancanza di un limitatore di corsa rappresentato dalla minaccia di una sempre possibile crisi internazionale e la opportunità di sfruttare per la produzione industriale occidentale il sistema schiavistico di organizzazione del lavoro creato nei paesi a cultura socialista, ha sconvolto il commercio mondiale e creato il potenziale per la rinascita di microconflittualità interstatali che si credevano consegnate ai libri di storia.

La prima a prender vigore agli occhi del mondo è stata la Questione d’Oriente nome sotto il quale serpeggiarono e serpeggiano oggi, una miriade di problemi politici economici ed etnico-culturali nell’area balcanica e nel Levante.

La parte balcanica della questione è stata ” sistemata” con tre guerre, infiniti crimini di guerra, centinaia di migliaia di morti, di profughi e la creazione della più grande base militare USA fuori degli Stati Uniti in un territorio privo di identità, affidandolo a un mezzo bandito in cui i presidi di truppe straniere durano da anni e le chiese sono presidiate.

La crisi siriana, incistata nella crisi iraniana a sua volta avvolta nella rivalità falso-amichevole russo americana che condiziona lo svolgimento dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, consente alcune riflessioni importanti per la nostra comprensione degli eventi internazionali.

La nascita dei concetti di guerra asimmetrica ( tra un forte e un debole) e di guerra senza limiti ( specie di settore e di intensità ) consente al paese o all’ideologia – o religione – che decida di resistere ad una aggressione e impostare la propria difesa strategica, una gamma di risposte di tale flessibilità da consentire una guerra indefinita e indefinibile o , se preferite, una guerra senza confini di tempo e di spazio.

È il conflitto per il possesso di tutte la stazioni di quella che fu un tempo “la via della seta” e che oggi notiamo quasi coincidere con la via delle risorse energetiche verso l’Europa intese come energia atomica, gas, petrolio e mano d’opera a basso costo.

La strategia di costruzione del secolo americano presuppone la necessità di acquistare questi beni al minimo costo, averne il controllo di vendita nel mondo ed imporre le transazioni nella moneta USA ormai svincolata dall’obbligo di rapportarsi all’oro o a qualunque altro parametro che comporti la cessione di ricchezza reale a terzi.

Questa strategia geopolitica e geoeconomica incontra necessariamente ostacoli di varia capacità di resilienza ( chiedo scusa per l’anglicismo) che vanno dalla Cina che aspira a distribuire e vendere le merci che produce ( su progettazione altrui) e vuole creare e proteggere le sue rotta commerciali; alla Russia che non vuole essere spossessata dell’ Asia e delle sue materie prime; alla Germania che insiste nel voler rifondare il valore delle monete sull’oro; ai Paesi emersi ( India, Brasile, Pakistan, Sud Africa, Indonesia ) ciascuno in uno dei settori prescelti ( es. il Pakistan nel nucleare, l’India nel software), specializzandosi nei subappalti di servizi e produzioni a costo infimo.

Accanto a questa politica Imperiale, una serie di clientes composti da alleati tradizionali un tempo egemoni o pari ( Francia, UK, Australia, Canada) e paesi le cui ambizioni geopolitiche inadeguate furono sconfitte in precedenza ( Germania, Giappone, Italia, ) che vivono ai margini di questa strategia raccogliendo le briciole politiche, ma rimasti ( finora) economicamente satolli.

Per reagire a questa tendenza a farsi la guerra tra paesi minori e disturbare la pax americana, gli Stati Uniti cercano di imporre regole di condotta dalle quali però si autoescludono in virtù della strampalata teoria dell’eccezionalismo americano in virtù della quale si autoassolvono d’ogni colpa, dal genocidio dei pellerossa, allo sfruttamento del lavoro schiavistico dei neri, al conflitto per aprire e privatizzare il canale di Panama, alla guerra di Cuba, al lancio delle atomiche sul Giappone, al Vietnam, al tentativo di ridurre il troppo esuberante indice di natalità degli arabi, alle mire sul canale di Suez, all’esautoramento dell’ONU quando non conviene far votare il gregge.

Il problema geopolitico da risolvere per gli americani non è tanto la ricerca della supremazia militare che già hanno, ma la durata – auspicabilmente indefinita – e lo sfruttamento economico ottimale di questa supremazia.

La soluzione è non imporre d’iniziativa il proprio dominio politico sul mondo, ma provocare una tale atmosfera di insicurezza, squilibri e difficoltà a livello internazionale fino al punto di essere invocati a gran voce come equilibratori del globo ed accolti come salvatori.

Con questo espediente,Edward Luttvak promette che l’impero avrà una durata ottimale e non ha torto.

L’obiettivo prioritario è, ” dal momento che ad ogni egemonia imposta corrisponde prima o poi una reazione di rigetto, rinviare il piu possibile questo momento”.
Il comunismo, durato settanta anni in Russia, non è riuscito a sradicare la religione ortodossa.
Quindi la durata deve essere di almeno un secolo e superare la soglia delle tre generazioni di dominio con la prospettiva di allevare le nuove generazioni nell’ignoranza del concetto di indipendenza geopolitica nazionale, sostituita dal principio federalista di sussidiarietà ( “bevuto” per un periodo anche dalla CEI e inserito nel progetto di riforma del titolo V della Costituzione italiana del 2000, non andato in porto).

Il principio di sussidiarietà consiste nel ” risolvere i problemi al livello in cui si pongono”.
Il difetto sta nel fatto che si sono messi da soli in cima alla piramide decisionale.
.
Noi potremo scegliere il tracciato della Roma-Civitavecchia, i francesi quello della TAV e loro la grande politica e le scelte economiche fondamentali.

Alcune tattiche politiche – ad esempio il brinkmanship – sono state mutuate dall’impero romano d’Oriente, che Luttvak, nel suo bellissimo libro “La grande strategia dell’impero Bizantino” si ostina a chiamare Bizantino e non romano( come d’altronde le Thermae le hanno chiamate ” bagno turco”): non sopportano di doverci tutto.

Il brinkmanship consiste nel muovere truppe con grande dispiego di mezzi e aggressività come se si volesse muovere guerra senza negoziare , ma si spera segretamente di vincere senza combattere piegando psicologicamente l’avversario.

Scriveva Clausevitz ” l’aggressore è amante della Pace, egli vorrebbe conquistare le nostre case senza sparare un sol colpo”.( CAP V della superiorità della Difesa strategica).

Nei casi iracheno, libico e siriano la tecnica intimidatoria non ha funzionato perché – sono affezionato alla metafora – gli USA si sono trovati di fronte ad altrettanti ” portieri ( di calcio) che parano i rigori perché non capiscono le finte” come dice il mio amico Mottironi.
Una concausa degli inconvenienti incontrati è stata provocata dalla necessità di subappaltare ai satelliti alcune incombenze militari per rigide ragioni di bilancio.

Lo strumento di dominio e predominio del New World Order è la tecnologia elevata a Moloch, alla quale sacrificano tutto e dalla quale si aspettano tutto.
Finora sono sempre riusciti ad essere i primi, magari comprando tecnologie altrove ed attraendo ogni possibile giovane talento con politiche di remunerazione e incentivi interessanti. ( i personal computer erano una creazione italiana).

L’attuale presidente Barak Obama, è stretto tra impegni inconfessabili presi per ottenere il reincarico, i vincoli di bilancio impostigli dall’ala dura dei ” tea party” che vogliono distruggere l’Obama care per rafforzare gli stanziamenti militari, tallonato dall’AIPAC ( la lobby filo Israele) che lo sospetta di simpatie filo islamiche, irritato per una serie di smacchi nord africani che attribuisce alla Clinton ( altra cambiale elettorale), ridicolizzato dalle superiori capacità manovriere di Putin, mal consigliato dallo staff della Casa Bianca in cui non c’è nessuno con esperienza militare e di strategia, sta distruggendo la propria immagine e ridicolizzando il conferimento del premio Nobel che la sua ambizione gli ha suggerito di ottenere e che assomiglia sempre piu al serto di lauro da poeta conferito a Claudio Nerone.

Parlo di Nerone a ragion veduta perché i paralleli con il mondo imperiale romano – anch’esso razionalista e materialista – sorgono ormai spontanei.
Anche Roma visse di tecnologia e di prepotenza.
La stessa crisi siriana è tutta impostata sulla necessità proclamata dallo stesso Obama in questi giorni di farsi obbedire a suon di bombe.

Non vi ricorda il romanissimo ” parcere subjectis et debellare superbos” ?

L’impero romano si infranse poi sullo scoglio spiritualistico e irrazionale del Cristianesimo, ossia con l’affermarsi di una corrente di pensiero e scelte di vita assolutamente diverse e risolutamente difese anche contro quanti tra gli israeliti – come Saulo, diventato poi San Paolo – si avventuravano fino a Damasco per lapidare gli ” ebrei dissenzienti”
Saulo, credendo i cristiani una eresia ebraica aveva sottovalutato il fenomeno.

Il mondo angloamericano – protestante nella sua élite – ha percepito il pericolo demografico e cattolico rappresentato dagli ispanici che minacciano di diventare maggioranza nel paese, ha iniziato verso le altre tendenze religiose ( tranne i buddisti considerati positivamente) una campagna euroamericana di laicizzazione, flessibile nelle forme e nei contenuti : dalle iniziative fortemente mediatizzate anti pedofilia, al taglio dei fondi alle organizzazioni cattoliche americane operanti in Africa, alle critiche continue ( non completamente immeritate) sulle attività finanziarie dello Stato sovrano del Vaticano reo ( anche) di aver tolto i suoi fondi ( 8 miliardi e fischia) dalla borsa inglese, alle insinuazioni personali individuali a ogni livello.

Il nuovo Papa, giunto inaspettatamente ( stavo per dire provvidenzialmente) è stato un vero e proprio game changer che ha già iniziato a prendere in mano la situazione con decisione e capacità comunicativa fuori del comune.

Barak Obama per ora è sulla difensiva indiretta e finge di non vedere i milioni di persone che Francesco sta mobilitando contro “qualsiasi guerra”. (ma son tutte sue….)

Prima o poi Obama dovrà reagire in forma diretta o rinunziare alla irrinunciabile strategia della instabilità, probabilmente credendo credendo di limitarsi a rinunziare a una singola posta in pallio sia la Siria o Gerusalemme.
Il suo approccio pragmatico all’americana potrebbe far sottovalutare il problema anche a lui.

Se fossi il Papa andrei ad aspettare i missili in Siria nel villaggio cristiano martire di Maalula ( dove si parlava ancora l’Aramaico) e chiuderei la partita con questo inconsapevole persecutore ancora una volta sulla via di Damasco.

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Commenti

  • LucaTrib  On settembre 9, 2013 at 3:14 pm

    Si ha l’impressione che Obama, che votò a sfavore della guerra in Iraq, più che altro prenda tempo, pasticci, complichi. Rovini l’effetto sorpresa. Lasci spazio a reazioni nazionali e internazionali, all’imprevisto. L’unico effetto chiaro che consegue è che temporeggia. Forse è anche il suo scopo. Una sorta di doppio gioco per evitare di cadere con un impeachment all’inizio del secondo mandato. Ci sono già diversi dossier pronti all’uso.

  • robertobuffagni  On settembre 9, 2013 at 8:28 pm

    I miei complimenti per la bella e vasta analisi. Diceva Hegel dell’Impero Romano che, con tutta la sua superiore tecnologia, potenza e civiltà, togliendo la libertà ai popoli aveva “spezzato il cuore del mondo”. Ho letto anch’io il bel libro di Luttwak sull’Impero Romano d’Oriente. L’analogia con gli Usa di oggi non è infondata, e molte analisi di Luttwak sono condivisibili. C’è però una differenza di fondo che non mi pare secondaria, anzi: e sta proprio nell’assenza di un centro spirituale, negli USA, paragonabile al cristianesimo dei Romaioi: il misto tra messianismo biblico, eccezionalismo e deismo che costituisce l’ideologia religiosa americana non ha la solidità, l’autenticità e la profondità della religione cristiana. Anche per questo, la “strategia del caos” messa in atto dagli USA odierni non credo possa andare esente dall’eterogenesi dei fini: il caos – la confusione spirituale, culturale, politica – che diffondono altrove contagia anche loro. Mi sembra che se ne comincino a vedere gli effetti.

  • Luca  On settembre 9, 2013 at 9:25 pm

    Una garbata precisazione: nella guerra contro Geddafi l’Italia non si è limitata a mettere le proprie basi a disposizione e a fare volare qualche aereo. Il Capo di Stato maggiore delle forze aeree, generale Giuseppe Bernardis, dichiarò: “Le operazioni condotte nel 2011 sui cieli libici hanno rappresentato per l’Aeronautica Militare italiana l’impegno più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale”.
    Secondo dati ufficiali – parziali – i nostri cacciabombardieri hanno colpito gli obiettivi libici con 710 tra bombe e missili teleguidati: 520 bombe e 30 missili da crociera a lunga gittata, lanciati dai “Tornado” e dagli AMX dell’Aeronautica, 160 testate dagli AV8 “Harrier” della Marina militare.
    Si tratta di quasi l’80% delle armi di “precisione” a guida laser e GPS in dotazione alle forze armate. Un arsenale semi-azzerato in poco più di centottanta giorni di conflitto.
    Secondo il generale Bernardis, nei sette mesi di operazioni in Libia, “i velivoli dell’Aeronautica Militare italiana hanno eseguito 1.900 missioni con oltre 7.300 ore di volo, pari al 7% delle missioni complessivamente condotte dalla coalizione internazionale a guida NATO”.
    I vertici delle forze armate fanno sapere che l’80% circa delle missioni aeree alleate sono partite da 7 basi italiane: Amendola, Aviano, Decimomannu, Gioia del Colle, Pantelleria, Sigonella e Trapani Birgi.
    Non pervenuto invece il costo per il contribuente delle 3.000 missioni e le oltre 11.800 ore di volo dei velivoli italiani. Si può tentare una stima di massima, tenendo conto delle spese per ogni ora di missione dei cacciabombardieri (secondo Il Sole 24Ore, 66.500 euro per l’“Eurofigher 2000”, 32.000 per il “Tornado”, 19.000 per l’F-16, 11.500 per il C-130 “Hercules” e 10.000 per l’“Harrier”). Prendendo come media un valore di 20.000 euro e moltiplicato per il numero complessivo di ore volate, si raggiunge la spesa di 236.220.000 euro. Vanno poi aggiunti i costi delle armi di precisione: dai 30 ai 50.000 euro per le bombe a guida laser e Gps, dai 150.000 ai 300.000 per i missili intelligenti. Limitandosi ad un valore medio unitario di 40.000 euro, per le 710 munizioni sganciate sul territorio libico la spesa sarebbe stata di più di 28.400.000 euro. Totale: non meno di 260 milioni di euro.
    Dati tratti da: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2012/01/guerra-alla-libia-con-settecento-super.html
    Come tutto questo si accordi con la politica filo libica di ENI, industrie italiane che operavano in Libia e parti politiche che le sostengono resta un mistero glorioso. Giova ricordare che Geddafi fu un’invenzione tutta italiana. Il colpo di stato che lo portò al potere nel 1969 (nome in codice “Operazione Gerusalemme”) al posto del filo britannico Re Idris fu preparato con l’ausilio dei nostri servizi segreti ad Abano terme e sostenuto, prima e durante, dai nostri uomini all’Avana.
    Dopo il 2011 tutto il territorio libico è tornato ai sudditi di sua graziosa maestà. Con il contributo italiano. In cambio di che cosa non è dato sapere.
    Riallacciando il discorso al filo conduttore delle acute considerazioni di Antonio, l’utilità marginale reale del nostro Paese in cambio dei sacrifici richiesti in questo caso appare negativa. Sarà per questo che in occasione della Siria ci siamo ricordati dell’esistenza dell’ONU e dell’art. 11 nella nostra Costituzione?

    • antoniochedice  On settembre 9, 2013 at 10:00 pm

      Personalmente diffido delle dichiarazioni di chi sta presentando il suo libro o di quei generali che per aprire bocca aspettano di andare in pensione.
      Infine il termine ” ordigno” può suonare minaccioso nella terminologia civile , ma in quella militare può anche voler indicare congegni ” acceca radar” .
      Numerosi “obbiettivi” libici erano le camionette armate o singoli carri armati.
      Il generale fa il suo mestiere snocciolando statistiche per ottenere budgets, ma ad esempio alla guerra irakena del 91 partecipammo con sette aerei, di cui no perso il primo giorno.
      Dire che è stato il più grosso sforzo dopo la seconda guerra mondiale, vuol dire che in Serbia abbiamo bombardato di meno.
      Resto del parere che il grosso del nostro apporto sono state le basi aeree.

  • abrahammoriah  On settembre 9, 2013 at 9:36 pm

    PER I SEGNALATI PROBLEMI INFORMATICI SUL POST “LA STRATEGIA POLITICA E ECONOMICA AMERICANA IN QUESTO SCORCIO…”, SI RIBLOGGA SPERANDO DI ESSERE UTILI AI LETTORI

    9 settembre 2013

    L’analisi di antoniochedice del comportamento geostrategico statunitense sviluppatosi dopo la fine della guerra fredda (il costante e sistemico tentativo di destabilizzare il quadro internazionale entro un’impostazione di “guerre autofertilizzanti” rese possibili e dalla progressiva frantumazione geopolitica – favorita dagli USA – post caduta del muro di Berlino e dalla supremazia militare statunitense), è assolutamente impeccabile e non richiederebbe alcuna chiosa. Mi permetto un piccolo corollario in merito alle fonti. Oltre al citato Luttwak, segnalo che non solo il noto polemologo statunitense di origine rumena ha teorizzato un assetto internazionale dominato da uno stato di caos continuo dove quello che conta non è tanto impostare una politica di equilibrio ma l’essere più veloci e scaltri nell’ approfittare delle mutevoli circostanze (una sorta di machiavellismo degradato ad usum USA), ma anche che vi sono istituti e think tank che teorizzano il “casino” universale allo scopo del mantenimento del predominio mondiale americano. Uno di questi è il Santa Fe Institute che, nell’ambito del suo studio istituzionale dei Complex Adaptive Systems e della teoria del caos, ha sviluppato un suo pensiero riguardo la polemologia e la geopolitica, un pensiero che riprende in termini formalmente più tecnici quanto già sostenuto da Luttwak riguardo la necessità di approcci non lineari alla politica internazionale (cioè spregiudicati e violenti, vedi per ultimo la criminale politica USA sulla Siria). Chiusa questa premessa, rinvio al link del Santa Fe Institute relativo a questi argomenti (http://www.santafe.edu/search/results/?query=military+strategy), con l’avvertenza che le formalmente eleganti impostazioni che attingono alla teoria dei giochi , alla teoria dei sistemi complessi autoadattivi e alla teoria del caos, sono la rappresentazione teorica di concrete e violente vicende geopolitiche, di cui la Siria non è che l’ultimo caso.

    Massimo Morigi

  • donato  On settembre 9, 2013 at 11:19 pm

    Non direi che nel loro insieme i Tea Party siano inclini a continue avventure militari.Rand Paul è considerato un neo-isolazionista.

    • antoniochedice  On settembre 10, 2013 at 12:25 am

      Non ho detto che ” sono inclini a continue avventure militari” ho detto che vogliono stornare fondi dall’Obama care per non depauperare il bilancio della Difesa.
      Se ” arronza ” così i miei scritti, che credibilità possono avere le citazioni di testi ignoti?

  • donato  On settembre 10, 2013 at 1:12 am

    Da “La Stampa” del 6/9/2013:
    Non tutti in America, specialmente tra i conservatori, sono convinti che il presidente Obama faccia bene a intervenire. Il senatore conservatore vicino ai Tea Party Rand Paul (figlio di Ron) ha notato polemicamente l’altro giorno che Assad «ha protetto per molti anni le chiese», e che «far vincere i ribelli islamici è una cattiva idea per i cristiani. Si finirà per creare un nuovo stato islamista dove saranno perseguitati».

  • antoniochedice  On ottobre 4, 2014 at 4:33 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Oggi Obama ammette di aver sottovalutato la situazione…..

  • luigiza  On ottobre 5, 2014 at 7:21 pm

    Grazie sig. Antonio con questo suo eccellente articolo ha dato risposta alla domanda che mi ponevo da qualche anno: cosa si ripromettono gli USA con il loro comportamento.
    In pratica Lei suggerisce che hanno adottato la pratica mafiosa, quella che consiste nel distruggere la cosa altrui per convincere il malcapitato che ha bisogno della loro protezione.
    Ora é vero che un detto siciliano recita che comannari è megliu che futtiri però sorgono due problemi:
    1. a qualcuno il mafioso e le sue pratiche non gli stanno bene, come per esempio al sig. Putin che già nel 2004 (quattro) affermava che gli USA non cercano alleati ma vassalli ed avvertiva che la Russia non funziona così (lo trova in un video di Pandora TV del Giulietto Chiesa);
    2. una economia mafiosa langue perchè ad un certo punto nessuno é più disposto ad impegnarsi e darsi da fare visto che i risultati dei sui sforzi vanno tutti al mafioso.
    Secondo Lei, come andrà a finire?
    In fondo all’articolo Lei suggerisce la soluzione: L’impero romano si infranse poi sullo scoglio spiritualistico e irrazionale del Cristianesimo.
    Se accetta di sostituire la parola irrazionale con la parola utopico ci possiamo intendere, però converrà che non é una soluzione.
    E la Storia l’ha dimostrato.
    Ed allora che si fa?

  • luigiza  On ottobre 5, 2014 at 7:23 pm

    Addemdum

    Terminavo il mio commento precedente con la domanda:
    Ed allora che si fa?

    Lei mi risponderà: dichiarandoci neutrali, ma io le obietto subito che in tal caso il mafioso Le manderà i suoi picciotti.

    • antoniochedice  On ottobre 6, 2014 at 12:53 pm

      Nel mondo ci sono due tipi di persone: pecore e montoni. Scelga.

  • DANILO FABBRONI  On ottobre 10, 2014 at 11:48 am

    molto interessante

    • antoniochedice  On ottobre 10, 2014 at 11:56 am

      Spero se ne interessi ancora….

  • guy fawkes  On ottobre 10, 2014 at 2:47 pm

    Triste sopravvalutazione di un “fenomeno da baraccone” che non ha alcun interesse nel proteggere i cristiani di siria.
    Game Changer? Ma mi faccia il piacere…. Troppo occupato su questioni mondane come gay, divorziati, etc…

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