ANTICIPANTING FUTURE THREATS: USA, ISRAELE E ANGELINA JOLIE. di Antonio de Martini

Per chi si interessa di letteratura politico-militare e legge testi in inglese, il termine
anticipating future threats ” ( prevenendo minacce future) è un termine relativamente “moderno” in cui ci si imbatte con la stessa frequenza con cui si trova il vocabolo ” contabile” in un testo di ragioneria.
Si tratta di una forma mentis che è andata evolvendo assieme al concetto di sicurezza.

La storia militare nei secoli è la storia della alternanza tra generazioni che privilegiavano la sicurezza in marcia ( esempio: gli eserciti del XVIII secolo) e quelli che invece privilegiavano la rapidità di movimento ( da Napoleone) a scapito della sicurezza, fino a che la guerriglia spagnola fece tornare di moda i dispositivi di sicurezza in marcia.
Altre antinomie come l’alternanza tra fuoco e movimento o la lotta tra corazza e calibri, sono figli di quella prima scelta.

Noi siamo indubitabilmente in un periodo che ha trasformato il concetto di sicurezza in un argomento teologico cui si attribuiscono virtù salvifiche assolute.

Quando un attentato miete delle vittime, dopo qualche lacrima frettolosa, si va subito a cercare
” cosa non ha funzionato ” nel sistema di sicurezza.
Si parte sempre dalla certezza dell’esistenza della sicurezza assoluta, per imbastire inchieste, processi, carriere e stili di vita e a questa ricerca della sicurezza si sacrifica tutto.
Il portare alle estreme conseguenze un concetto fino a farne una malattia è una caratteristica sassone come la siesta è tipica dei messicani.

Durante la guerra mondiale, i tedeschi portarono al parossismo il concetto di sabotaggio dilatandolo fino all’inverosimile.
Persone sono finite in campo di concentramento per aver sabotato gli sforzi del Reich facendo una pausa lavoro con una sigaretta.

Accanto a questa stortura mentale già grave, si è andata sedimentando e aggrovigliando una nevrosi – individuata negli anglosassoni dal Nobel austriaco Konrad Lorenz – consistente in un ossessivo desiderio di controllare/prevedere il futuro.
Da questa base psicologica non sanissima unita all’esigenza politica di ridurre al massimo i rischi per la vita umana, a seguito della sua sacralizzazione usata come antidoto al pericolo nucleare, è nata la frase inglese di cui al titolo del post.

Contestare misure ormai demenziali di sicurezza antiterrorismo è difficile e si rischia di essere vissuti come fiancheggiatori del terrorismo.
Vedere una bella creatura come Angelina Jolie sacrificare le tette al Molok della sicurezza con la convinzione di essere nel giusto e con l’approvazione di un marito debole e di medici indegni, speriamo stimoli almeno una riflessione sul potere delle parole d’ordine nelle comunicazioni sociali o finiremo per fare sacrifici umani per scongiurare terrori irrazionali come dieci secoli fa. ( correggo: diecimila anni fa).

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Commenti

  • antoniochedice  Il settembre 5, 2016 alle 11:43 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Salvate almeno le tette residue !

  • Armando Stavole  Il ottobre 3, 2016 alle 10:41 pm

    Era piu’ giusto 10 secoli fa…

  • abrahammoriah  Il ottobre 4, 2016 alle 5:29 am

    4 ottobre 2016 – IL “terrorismo” non è altro che il negativo fotografico della debolezza psicologica delle masse. Al pari del totalitarismo, il risultato della “democrazia” di massa ha come risultato finale il prevalere di un tipo caratteriale del tutto eterodiretto e, in ultima analisi, terrorizzato dalla propria condizione umana di essere finito e mortale. IL pendolo oscilla di nuovo quindi verso il totalitarismo che, se ben guardiamo, si dimostra così non essere altro che una simmetrica proiezione dell’odierna democrazia. Massimo Morigi

  • abrahammoriah  Il ottobre 5, 2016 alle 7:04 am

    In brutale sintesi. Da cosa è contraddistinta la modernità? La modernità è segnata dalle narrazioni universalistiche (poco importa se universali o particolari, come nel caso delle ideologie di destra) ed anche nella fiducia di leggi sociali scientifiche universali (la credenza nella naturalità delle leggi economiche del “libero” mercato nell’economia classica e sue evoluzioni, la credenza nel marxismo di una classe intermodale naturaliter rivoluzionaria) che garantivano all’uomo che la sua finitudine, vulnerabilità e mortalità potevano essere vinte inserendosi nell’alveo storico creato da queste universalismi o da queste leggi. Ovviamente questo non era vero per nulla e se nei paesi del socialismo reale ciò ha portato ad un cinismo di massa che è stato uno degli elementi principali per la caduta di quei sistemi e nel riquadro “liberaldemocratico” ha generato un ugual cinismo che, se non ha portato alla caduta del sistema (qui il momento economico è incomparabilmente più forte e autenticamente rivoluzionario rispetto ai paesi socialisti) ha, fra l’altro, fatto riaffiorare quelle paure sulla propria condizione umana che l’ideologia democratica aveva rimosso. Non sarebbe necessario procedere oltre, se non per una breve notazione, quest’ultima con qualche piccola traccia di positività. L’umanità non sempre è stata vittima delle fanfaluche universalistiche o del cinismo e del terrore sulla propria condizione. La polis greca è un esempio che per alcuni brevi periodi l’ottimismo per le proprie sorti collettive e personali non era legata ad una narrazione universalistica ma nella fiducia sui propri mezzi e sull’eccellenza culturale e sociale raggiunte dalla comunità. Ma questo ottimismo si trasformò presto in hubris (Atene nella guerra del Peloponneso, lettura consigliata “La guerra del Peloponneso” di Tucidide) e la conseguenza culturale – e la conseguente definitiva affermazione antropologica di un uomo timoroso riguardo le proprie possibilità e tremebondo sul suo destino finale, in un uomo, comunque, con una mentalità servile – fu la vittoria sullo scenario della storia dei grandi imperi e delle grandi narrazioni ideologiche universalistiche che questi imperi dovevano sostenere. Nihil sub sole novum … Massimo Morigi – 5 ottobre 2016

  • abrahammoriah  Il ottobre 5, 2016 alle 9:52 am

    La tesi è semplice, e quindi può essere semplicemente anche rifiutata, non è questo il punto; il vero “crampo del pensiero” consiste nel fatto che sia a livello “alto” che a livello “basso” si è persa l’abitudine al ragionamento dialettico inteso come momento espressivo della realtà vista come totalità (solo per fare un esempio: fino a non molto tempo l’insegnamento cristiano, pur con tutti i suoi dettami morali e comportali più o meno condivisibili, era inteso a far guadagnare al fedele la dimensione della totalità del paradiso; oggi la pastorale della chiesa cattolica, ma anche di tutte le altre denominazioni religiose cristiane, non parla quasi più di paradiso ma è rivolta quasi unicamente o a problemi bioetici e/o di comportamento sessuale o ad esortare i fedeli ad essere caritatevoli: e questo non suoni come una mia critica malevola verso l’unica agenzia di senso rimasta al mondo occidentale, la chiesa cattolica, è semplicemente una constatazione espressiva di un cambiamento politico-culturale e quindi antropologico che va oltre il fatto meramente religioso). Gli ateniesi dei tempi di Pericle non sapevano nulla di Hegel e di Marx ma riuscirono ugualmente ad esprimere un certo Aristotele che sull’idea di Polis come strumento concreto e non sottoponibile ad alcuna legalità esterna se non al vincolo della felicità dei suoi concittadini e sull’idea che la moralità di un’azione andava giudicata in base alla situazione concreta in cui questa azione si era sviluppata (la Polis quindi come totalità espressiva ma non deterministica in senso positivistico o pseudomarxista ma dialettticamente intesa in cui le azioni singole e collettive andavano giudicate non in base a principi universalistici ma in base alla situazione concrete che a seconda delle circostanze si dovevano affrontare) ha ancora molto da dire, solo se lo si voglia ascoltare, a chi pensi di dare un vero e profondo riorientamento gestaltico allo stato attuale di quella che ci si ostina ancora a chiamare civiltà occidentale (ma che in realtà della civiltà occidentale rinnegando, di fatto, Aristotele a favore di un certo Adam Smith non ha proprio nulla; o meglio ha trattenuto solo la parte peggiore sia dal punto di vista filosofico che dal punto delle concrete pratiche ed atteggiamenti umani, singoli o collettivi che siano). Siamo così tornati alla odierna mentalità servile, al pensare che un’inesistente legalità meccanica imposta ad una realtà che non si riesce a concepire come totalità ma come una insieme sconnesso di quarti di bue appesi ai vari ganci delle leggi eterne – scientifiche, religiose, storiche e sociologiche che siano – possa sollevarci dalla fatica e dalla paura di compiere scelte, alla odierna impossibilità, in definitiva, ad usare quella dote che Aristotele chiamava phronesis (la sapienza che sa ritagliarsi l’azione basandosi sul caso concreto e non su astratte leggi), phronesis che in Hegel ha suggerito la distinzione fra intelletto e ragione (solo la seconda per il filosofo di Stoccarda era capace di fornire un accesso alla verità in quanto azionata attraverso il concetto di totalità) e che, per finire, non penso fosse proprio estranea sia a Mazzini che rifiutò sempre il meccanicismo positivistico (ed anche quello marxista dell’immancabile vittoria della classe operaia) e ad un certo Lenin che, se non sbaglio, probabilmente proprio ispirato direttamente dall’ “Etica Nicomachea” di Aristotele, disse qualcosa sull’ “analisi concreta della situazione concreta”. Pensare quindi dialetticamente rifiutando gli universalismi meccanicisti e avendo sempre come punto di riferimento la totalità della realtà che si sta studiando. Lo fecero Aristotele, Machiavelli, Fichte, Hegel, Marx, Mazzini e Gramsci e non alle loro conclusioni – discordanti – che dobbiamo guardare ma al metodo cui, più o meno consapevolmente, essi si ispirarono. Ma se questo metodo non è certo in grado di garantirci dall’errore specifico è in grado di garantirci la liberazione da quella mentalità servile che, se all’inizio sembra dispensarci dalle complicazioni di un mondo di difficile interpretazione e minaccioso della nostra esistenza singola e collettiva, alla fine non fa che rendere l’uomo cinico e disposto a tutto (fatalismo personale e collettivo e quindi rinuncia a quella libertà che non si traduce nell’enunciazione di astratti principi e diritti universali ma nella costante ricerca dell’eccellenza personale e sociale) e fatalisticamente propenso, quindi, a spiegazioni non semplici ma semplicistiche (non a caso Clausewitz, che a pieno titolo fa parte della linea di pensatori testè citati, affermò che i principi della guerra sono di facilissima comprensione ma che il difficile sta nella loro applicazione concreta). Di questa genealogia di pensiero il repubblicanesimo geopolitico non certo aspira ad essere l’erede unico ma, più modestamente, di inserirsi nella sua linea interpretativa che, se rifiuta le spiegazioni semplicistiche tipiche di un “pensiero debole” va nella direzione di interpretazioni effettivamente semplici (cioè non cariche delle superfetazioni delle ideologie universalistiche) perché hanno come stella polare una realtà effettivamente semplice in quanto semplice espressione dialettica della totalità. Se non divulgativo per quanto riguarda le difficoltà dialettiche – qualcun altro a buon diritto potrebbe dire espositive – del ragionamento spero, almeno, essere di essere stato semplice ed onesto per quanto riguarda la Weltanschuung dello stesso. Dopo tutto per essere persone di buon senso non è necessario essere Aristotele o Clausewitz ma guardare, come direbbe Machiavelli, “alla realtà effettuale”, che mai si è lasciata ingabbiare negli schemini di chi sempre vorrebbe un padrone, uomo od ideologia che sia. Massimo Morigi – 5 ottobre 2016

    • antoniochedice  Il ottobre 5, 2016 alle 11:22 am

      Appunto. Una idea semplice va spiegata in sette righe.
      A Napoli si dice ” la vita, o si vive o si scrive”.

  • abrahammoriah  Il ottobre 5, 2016 alle 2:51 pm

    Vero, per la fine di tutti questi discorsi poche righe possono bastare: Nosce te ipsum (ovviamente interpretando la massima come un’esortazione a seguire la propria natura intesa nel senso della costruzione socratica della verità attraverso il dialogo fra soggetti realmente interessati al suo raggiungimento e quindi al proprio perfezionamento personale e della società ma non certo a fare tutto quello che ci passa per le capa e, ancor più ovviamente, lasciando perdere Napoli – e in extenso anche l’Italia, una città e un popolo indubbiamente di grandissime virtù ma che condividono il peccato capitale di pensare di essere più furbi e più pratici, nel pensiero come nella vita, di tutto il resto del mondo: penso non sia necessario dilungarsi sui brillanti risultati di questo atteggiamento derivante, proprio, dal non conoscere a sufficienza sé stessi). Massimo Morigi – 5 ottobre 2016

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