DA ” REPUBBLICA” DEL 29 APRILE.L’ ARTICOLO DI FEDERICO RAMPINI SPIEGA COME E’ SUCCESSO CHE DUE PROFESSORI ABBIANO FATTO LICENZIARE TRE MILIONI DI PERSONE IN ITALIA E IN FRANCIA E SEI IN SPAGNA (OLTRE A MEZZA GRECIA). MA NON SPIEGA CHI PAGHERA’ I DANNI.

http://corrieredellacollera.com Per celebrare il millesimo post di questo blog, pubblico , da un giornale che so poco letto dai lettori del blog, un articolo di Federico Rampini sul famoso errore dei due “scenziati” che ha provocato un disastro economico in dodici milioni di famiglie del continente europeo. L’OCDE , pagato solo per fare conti, non se n’è accorto, come non se ne sono accorti l’ISTAT e il FMI, La Banca Centrale Europea, BANKITALIA, la BUNDESBANK e compagnia cantante.

Chiediamo troppo se ai dodici milioni di disoccupati ( che hanno pagato per la svista E l’imbroglio) diciamo che a loro dovrebbero aggiungersi i capi economisti di questi istituti? Il Presidente dell’Istat e il direttore generale della Banca d’Italia sono già stati cacciati e relegati al governo in mezzo agli altri somari, ma non credo che ci accontenteremo.ndr

È apparso come star nel popolare talkshow di satira politica The Colbert Report. Se l’è meritata davvero questa fama Thomas Herndon, che prepara la sua tesi di Ph.D. alla University of Massachussetts di Amherst.

Il premio Nobel dell’economia Paul Krugman gli dà atto di avere «confutato lo studio accademico più autorevole degli ultimi anni». Scoprendovi degli errori banali, imbarazzanti per gli autori.

Le vittime di Herndon sono due tra gli economisti più stimati del mondo: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Loro due insegnano in una super-università, Harvard, ben più prestigiosa di quella dove studia il 28enne dottorando che li ha messi al tappeto. Rogoff, che è stato economista anche al Fondo monetario internazionale e alla Federal Reserve, insieme con la sua collega Reinhart pubblicò “Growth in a Time of Debt”, una ricerca conclusa proprio quando stava scoppiando la crisi della Grecia. In quel testo vi era la “prova scientifica”, secondo gli autori, che se il debito pubblico di una nazione raggiunge la soglia del 90% del Pil, diventa un ostacolo insuperabile alla crescita.

Quella cifra “magica” venne adottata come un dogma, istantaneamente ripresa da organizzazioni internazionali e governi: da Angela Merkel alla Commissione europea, fino al partito repubblicano negli Stati Uniti. Lo stesso Krugman ricorda che «ebbe un ruolo cruciale nella svolta delle politiche economiche, con l’abbandono delle manovre anti- recessive sostituite prontamente con politiche di austerity ». La tesi di Krugman è che c’erano già poderose correnti ideologiche in azione per interrompere le manovre antirecessive, e tuttavia quello studio divenne un regalo insperato, una pietra miliare, il fondamento teorico per l’austerity. Herndon, che si definisce «né conservatore né progressista», non è stato mosso da un’agenda politica. «Non ero partito — racconta — con l’intenzione di demolire lo studio di Reinhart-Rogoff, davvero non ero a caccia di errori. I

miei professori di Amherst mi avevano assegnato un compito molto comune: prendi una ricerca fatta da altri economisti, e prova a dimostrare che sei capace di replicarne il risultato». È così, esercitandosi a rifare lo stesso percorso di Reinhart-Rogoff, che il 28enne si è imbattuto nella sua scoperta. «Provavo e riprovavo a fare i loro stessi calcoli, ma i risultati non erano quelli.I conti non tornavano ». Per vederci chiaro lui si rivolse agli stessi autori. Che reagirono con grande fair-play e trasparenza.Forse sottovalutando il pericolo? Di certo non snobbarono il giovane dottorando di una università meno prestigiosa.

«Su mia richiesta — racconta lui — mi hanno messo a disposizione tutte le loro fonti originarie da cui avevano attinto i dati sulla crescita. Mi hanno dato accesso anche alle varie versioni dei loro calcoli». Mal gliene incolse. Perché il preciso e scrupoloso Herndon scoprì l’errore. Anzi due categorie di errori, grossolani e dalle conseguenze isastrose. La coppia di grandi economisti aveva banalmente commesso una svista di “allineamento” nelle colonne delle cifre da addizionare usando il software Excel della Microsoft. Sicché alcuni calcoli erano sbagliati. In più — questo forse è lo sbaglio più imperdonabile — Reinhart-Rogoff avevano omesso di includere tra le nazioni esaminate ben tre casi (Canada, Australia, Nuova Zelanda) in cui la crescita economica non è stata affatto penalizzata da un elevato debito pubblico.

La rivelazione di Herndon ha avuto un impatto enorme. I due imputati, Reinhart-Rogoff, hanno dovuto ammettere l’errore. Lo hanno fatto con una imbarazzata column sul New York Times, cercando al tempo stesso di prendere le distanze dalle politiche di austerity applicate usando la loro ricerca. E come rivela il Wall Street Journal, «all’ultima riunione del G20 è stato depennato dal comunicato finale ogni riferimento al rapporto debito/Pil, per effetto di questa scoperta».

L’anchorman satirico Stephen Colbert conclude: «E ora chi glielo dice agli europei? Sono così contenti dell’austerity, che ogni tanto per festeggiarla scendono in piazza e accendono dei fuochi…». La lezione di umiltà vale anche per gli avversari del rigore. I grandi nomi del pensiero neokeynesiano, da Krugman a Joseph Stiglitz, non avevano mai accettato il dogma di Reinhart-Rogoff. Ma le loro contestazioni volavano alto, troppo alto. Nessuno si era imbarcato nella fatica di fare il lavoro “operaio” del 28enne Herndon:prendersi tutti i numeri, uno per uno, e rifare le addizioni.

(29 aprile 2013)

Per renderli conto di in quali mani siamo, leggere il post del 19 gennaio 2013:
IL FONDO MONETARIO AMMETTE DI AVER SBAGLIATO SOTTOVALUTANDO GLI EFFETTI DELLE RESTRIZIONI SUI NOSTRI CONTI. MONTI E VISCO FANNO FINTA DI NULLA. PERCHÈ NON CHIEDERE I DANNI A CHI NON HA CONTROLLATO? A COMINCIARE DA TRICHET, MONTI E VISCO. di Antonio de Martini

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Commenti

  • antoniochedice  Il novembre 18, 2013 alle 5:47 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Hanno provocato un olocausto sociale di sei milioni di disoccupati, ma restano a decidere del destino d’Europa. Sono rei confessi da sette mesi e non succede niente. Nemmeno un digiuno di Pannella.

  • abrahammoriah  Il novembre 18, 2013 alle 9:17 am

    18 novembre 2013

    (Commento che comprende anche “UN ALTRO ERRORE ECONOMICO CHE HA PROVOCATO DISOCCUPATI A MILIONI SENZA PROVVEDIMENTI A CARICO DEI RESPONSABILI. PERCHÉ I SINDACATI NON REAGISCONO?”) A fronte della Cina che ha appena annunciato che verrà posta una restrizione sulla pena di morte ed una revisione sulla politica demografica, sono sempre più conclamati, in entrame le sponde dell’Atlantico, i casi che dimostrano un apparente inevitabile declino delle democrazie rappresentative, una decadenza in cui l’avventurista politica turbobellicista statunitense (vedi caso Siria ) fa benissimo il paio con l’avventurista politica economica europea attraverso la quale, il continente al quale è stato assegnato il premio Nobel per la pace, non si è peritato, per cervellotiche e criminali decisioni della sua ascarizzata tecnoburocrazia continentale, di ridurre letteralmente alla fame la parte sud del continente. Perchè trattiamo nello stesso post due fatti che apparentemente non sembrano avere alcun legame fra loro? Molte semplicemente perché la Cina sta sempre più puntando, oltre che sugli aspetti materiali della geopolitica, anche sulla noopolitik, sta puntando cioè anche alla conquista di quel Lebenraum costituito dalle rappresentazioni culturali, ideali e/o ideologiche che fino a poco tempo fa era un elemento di grave handicap internazionale per un Celeste Impero governato dal partito unico comunista ma che ora, viste le male parate interne ed internazionali delle democrazie rappresentative occidentali, si presenta come uno spazio ormai del tutto abbandonato. E’ quindi di tutta evidenza che se il primo frutto della evoluzione postdemocratica delle democrazie rappresentative si presenta come un’affermazione delle burocrazie ed oligarchie irresponsabili, la seconda conseguenza sarà non solo l’immiserimento fino al decesso delle libertà politiche a livello interno ma anche, a livello geopolitico, la definitiva scomparsa di qualsiasi appeal del modello liberaldemocratico, apparentemente vincitore dopo la caduta del muro di Berlino, per i paesi emergenti. “L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni” si presenta quindi molto meno neutrale e spoliticizzata di come l’avrebbero voluta le élite postdemocratiche di entrambe le sponde dell’Atlantico. Noi in Italia, per cominiciare a pensare in termini geopolitici e di noopolitik, dovremmo cominciare di smettere di pensare che la salvezza possa venire puntando sulla vecchio quadro internazionale emerso dal secondo conflitto mondiale e condotti, in questo devastato scenario, da una classe dirigente che ha delegato la sovranità nazionale alle tecnoburocrazie europee. In mancanza di questa (rivoluzionaria) presa di coscienza, l’unica noopolik che ci sarà consentita saranno gli spettacoli di varietà sui “mitici” anni Sessanta (dove tutto andava bene perché il quadro internazionale non ci poteva permettere che andassero male).

    Massimo Morigi

  • abrahammoriah  Il dicembre 4, 2013 alle 9:34 am

    Ravenna, 4 dicembre 2013

    “Dobbiamo essere soddisfatti e orgogliosamente consapevoli degli sforzi fin qui compiuti per risanare le finanze pubbliche”. Così ha dichiarato Napolitano al termine del colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica di Croazia Ivo Josipovic ma in realtà rispondendo al commissario europeo agli Affari Economici Olli Rehn il quale aveva espresso le ( una volta tanto giuste) perplessità della UE in merito alla patetica e caotica azione del governo italiano. Certamente Napolitano ha le sue buone ragioni: come si permettono questi signori europei – questo il retropensiero del Presidente – di rimproverarci dopo che uniformandoci ai loro consigli abbiamo in pratica distrutto l’Italia? Ma buone ragioni a dire quello che ha detto ha anche Olli Rehn, perché a memoria d’uomo mai si era visto un “risanamento” economico – se non in qualche sperduto paese del terzo mondo ostaggio delle multinazionali e del Fondo monetario internazionale – condotto in maniera più scriteriata, inefficace e facendo più macelleria sociale. La realtà è che avendo tutti e due ragione, hanno tutte due torto e cioè che le oligarchie politico-burocratiche nazionali e quelle europee hanno capito di avere esaurito tutto il loro credito (e capacità di manovra) e, come i soliti ignoti colti in flagrante, tentano pateticamente di addossare all’altro la colpa per il disastro che hanno creato (e per quelli che a breve si profilano all’orizzonte). Se è quindi la viscosità/collusività dei rapporti delle oligarchie interne-internazionali il vero problema dell’Italia è se perciò è assolutamente ridicolo pensare che la soluzione dei nostri problemi possa venire da una azione “correttiva” in sede europea (che invece ha un’azione del tutto negativa sulle già nostre pesantissime tare comportamentali), la fuoruscita dal girone infernale in cui è entrato l’italia può solo venire andando alla radice del problema, vale a dire l’esproprio che i partiti, dal secondo dopoguerra fino ad oggi, hanno fatto della sovranità popolare. E anche se rispetto a quanto già molti lustri orsono aveva segnalato Maranini la situazione si è ancor più aggravata (e cioè che i partiti non sono antidemocraticamente hanno espropriato la sovranità popolare ma che, in ragione della loro totale imbelle cleptocrazia, la hanno gentilmente girata alle burocrazie nazionali e/o europee), l’inizio di una soluzione non può che venire riprendendo le idee e l’azione politica di quanti agli inizi degli anni Sessanta presero ispirazione dalle idee di questo grande giuspubblicista e dall’azione politica di un grande antifascista che però aveva in disgusto coloro che dell’antifascismo avevano fatto mestiere … Nonostante, come al solito, sia tutto un gridare di grandi riforme non solo economiche ma anche politiche ma che dell’unica cosa veramente seria che dovrebbe essere introdotta, la repubblica presidenziale, nessuno osi pronunciare nemmeno il nome (perché la repubblica presidenziale significherebbe la rivoluzionaria distruzione della partitocrazia e con essa, a cascata, anche del suo autoritario rapporto collusivo con le burocrazie postdemocratiche), lo spazio è aperto anche dal punto di vista della comunicazione politica …

    Massimo Morigi

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