LA PALESTINA RICONOSCIUTA COME STATO. POSIZIONI E CONSEGUENZE. di Antonio de Martini

Oggi, l’assemblea delle Nazioni Unite ha riconosciuto, sia pure non ammettendola a pieno titolo, la Palestina come entità statuale, sessantacinque anni dopo il riconoscimento dello Stato di Israele.

Il grande fatto nuovo é che gli Stati Uniti d’America non hanno posto il veto alla votazione, limitandosi a votare contro assieme alla Gran Bretagna e alla Germania, nuovo zelante alleato della svolta politica di Obama.

Netanyahu vede concretizzarsi il suo isolamento internazionale e i suoi avversari politici interni ne approfitteranno certamente nel finale di questa serrata campagna elettorale.
Il Ministro della Difesa Ehud Barak,fino a ieri principale sostegno del premier nel governo, ha annunziato il proprio ritiro dalla scena politica, aiutando così il suo ex partito – il laburista – che conta mandare all’opposizione Benjamin Netanyahu e sopratutto l’impalatabile ministro degli esteri Liebermann .

Non si può dire che a Israele non sia stato concesso abbastanza tempo per trovare – in atmosfera protetta – un modus vivendi con gli arabi e che questi non abbiano ricevuto ogni genere di pressioni per sedersi al tavolo della pace.
La scelta americana è anche un chiaro segnale che la protezione USA non è eterna e comunque subordinata agli interessi americani e che è ormai tempo di parlare concretamente di pace.

Incassando questo quasi riconoscimento, Mahmud Abbas ( e il suo abile consigliere Nemer Hammad) hanno una duplice opportunità : possono minacciare di ricorrere alla CPI ( corte penale internazionale) in caso di attacchi militari israeliani contro il territorio – o le persone – del nuovo stato. Finire alla CPI , con accuse di crimini di guerra , per Israele ed il sostegno che riceve dalla Diaspora, sarebbe esiziale.

Questa facoltà è anche un grosso incentivo per Hamas e gli abitanti della striscia di Gaza a riconoscere l’autorità del nuovo stato abbandonando attività terroristiche verso le aree israeliane da una parte, vedendosi però protetti dalle periodiche incursioni aeree ed assassini mirati da parte israeliana .
questa nuova situazione consentirebbe di valorizzare il porto di Gaza per la levata del blocco, con possibilità di accedere alle royalties dei giacimenti marini di gas che il servizio geologico americano ha identificato tra Leviathan e il delta del Nilo.

Certo, ogni elemento è da negoziare, ma le basi ci sono tutte , compresa la bomba sotto la poltrona dell’attuale governo, mirante a facilitare le cose.

Conclusa questa delicata fase politica, la rappresentante USA all’ONU , Susan Rice, ha certamente Le carte in regola per succedere alla Hilary Clinton alla segreteria di Stato e presentarsi nel mondo arabo come colei che non ha posto il veto al riconoscimento della Palestina.

Finora la Palestina era solo uno dei 22 membri della Lega Araba ( che conta anche 4 osservatori tra cui India e Brasile), ma adesso inizierà a svolgere attività in seno alla comunità internazionale, e ad essere accolta nelle Agenzie delle Nazioni Unite, dove qualche palestinese ha già posizioni personali di rilievo , ma adesso avrà diritto a qualche posizione apicale.
D’altronde , le principali ripercussioni le vedremo nel mondo arabo e negli equilibri interni alla Lega Araba ed al suo controllo, sempre egiziano ma ora in mano al Katar ed ai sauditi.

Per gli USA, si tratta di un primo passo mirante ad alleggerire la pressione sui propri cittadini e interessi petroliferi ormai bersagli tradizionali di tutti gli arabi e islamici scontenti .
Il vero pericolo è che gli arabi considerino l’evento come un antipasto, mentre il governo Obama a gennaio è probabile riprenderà con un nuovo governo israeliano, la sua politica tradizionale di voler spingere i duellanti al negoziato diretto.

Il Presidente della UE, Manuel Barroso , ha convocato , mirabile tempismo, una conferenza stampa per presentare un ” blueprint for a deep and genuine EMU( European Monetary Union ndr): launching a European Debate” .
Mi direte: che c’entra. Niente, appunto.

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