FORTRESS ISRAEL. LA SINDROME DELL’ OLOCAUSTO E IL SENSO DELLA VERA SICUREZZA SENZA CUI NON C’È ‘ PACE . di Nachik NAVOTH

I nostri amici lettori hanno gia conosciuto Menachem Navoth, detto “Nachik” che ha concluso la sua carriera come vice capo del Mossad israeliano. I suoi pareri sono ascoltati e rispettati in molti paesi del mondo: dall’Iran, all’India , all’Europa. Questo intervento ha a che vedere con la pace che tutti auspicano e pochi perseguono,
Nachik, racconta – per la prima volta – come fu protagonista impotente dei primi approcci di pace egiziani verso Israele , lasciati cadere per paura e condizionamenti che oggi vanno superati per arrivare a realizzare la profezia di Isaia.


C’è un’ossessione compulsiva sulla sicurezza prevalente in Israele. Le esigenze della sicurezza nazionale che derivano da questa tendenza sono articolate in modo esplicito nella programmazione quotidiana, l’ampia percentuale di spese per la difesa nel budget di stato, la portata del controllo militare sulle terre controllate dallo stato, così come le apparizioni pubbliche dei leader e dei funzionari statali in genere, che fanno uso del problema della sicurezza, anche in merito a questioni che non hanno nulla a che vedere con essa, e anche quando questi funzionari non hanno nessuna autorità o responsabilità in questo campo.

Se dovessimo considerare rapidamente i discorsi dei membri del Knesset, per esempio, troveremmo sicuramente che quella terminologia presa a prestito dal campo della sicurezza viene spesso usata per sostenere dei punti di vista controversi su argomenti privi di connessione, oppure viene sfruttata per ottenere l’elezione di un loro candidato populista.
Alcuni di questi discorsi finiscono con il terrorizzare a morte il loro uditorio, oscurando altre questioni più importanti che sfuggono all’attenzione pubblica.

Questo è vero, per quanto alcuni cambiamenti siano avvenuti nel corso degli anni nel modo in cui viene percepita la natura delle minacce, provocando così una continua sensazione di assenza di sicurezza. Per quanto riguarda i modi di affrontare simili minacce, sul campo di battaglia e nell’arena dell’informazione, i leader israeliani sottolineano costantemente una connessione del tutto ingiustificata tra la sicurezza nazionale e altri aspetti della vita civile, che non hanno in realtà alcun diretto legame con essa.

In un articolo che analizza le dimensioni psicologiche del concetto di Sicurezza nelle vita del popolo e del governo israeliano, il dottor Nadir Tsur, un esperto in psicologia politica, afferma che il popolo israeliano è stato nutrito di informazioni e stime che non sempre sono libere da conflitto di interessi, e di contro questa disinformazione mette insieme ad arte per i cittadini un’agenda totalmente incentrata sulle minacce esistenziale che vengono percepite quotidianamente:

“Nella terra israeliana […] il popolo israeliano è ancora ben lontano dal sentirsi protetto e sicuro. Questo viene espresso nella retorica e tra altre cose con le immagini immagazzinate nella memoria storica collettiva del nostro Popolo. La politica, la sicurezza e la retorica sono diventati le tre intersezioni di un triangolo che racchiudono una società costretta a confrontarsi con le guerre, il terrorismo e la violenza. Il più delle volte la sensazione di mancanza di sicurezza, per come viene pubblicamente espressa, diventa esagerata.
A volte queste sensazioni sono esacerbate per motivazioni politiche o di altro tipo, o da un reale stato di paura crescente e da stati di ansia nazionali, che si sono accumulati nel corso del tempo, come risultato dell’antisemitismo, degli attacchi contro gli ebrei e gli israeliani e gli effetti dell’olocausto, in cui più di un terzo degli ebrei è stato spazzato via dalla faccia della terra. Tutte queste cose sono avvenute mentre ancora non esisteva un’identità statale e l’indipendenza israeliana, prima che fossimo accettati come una nazione con parità di diritti nella Famiglia delle Nazioni di tutto il mondo”.

In un simile contesto, al tempo d’oggi un libro della massima importanza è stato firmato dall’eminente e ben noto giornalista e scrittore Patrick Taylor. “Fortress Israel”è un libro che analizza l’intera successione dei Presidenti israeliani, da Ben-Gurion all’attuale “King Bibi”. Il principale problema in questione in questo testo è quello dell’influenza delle impellenze militari sulla società israeliana. Un attento lettore capirà sicuramente fin dal momento in cui guarda la quarta di copertina che la sua comprensione di questo problema è cruciale per riuscire a decifrare il comportamento dello stato di Israele, per dirla più esplicitamente il motivo per cui Israele porta avanti i propri affari e ogni suo comportamento come se fosse una fortezza.

Effettivamente, noi israeliani ci chiediamo spesso se la nostra interpretazione del modo in cui la mappa geopolitica del Nuovo Medio Oriente si sta ridisegnando sia corretta, così come quella dei processi di cui il mondo arabo è protagonista, il suo atteggiamento in continuo mutamento verso Israele e la sua “capacità” (per non dire desiderio) di annichilire lo stato ebreo con mezzi militari. Questo è stato vero fin dalla “battaglia cruciale” della guerra dei Sei Giorni nel 1967.
L’agenda politica, che rievoca l’immagine dell’olocausto, invoca una “Sindrome dell’Olocausto”, che provoca l’incapacità di riconoscere e accogliere i segnali di una volontà di pace inviati dal mondo arabo, e fa sì che ogni intensificazione militare (inclusa quella nucleare) venga percepita come un’intenzione di distruggere Israele.

Le cose sono andate così da quando al generale Meir Amit (capo del Mossad israeliano) fu vietato di accettare nel 1965 l’invito di Nasser a recarsi in Egitto, dopo che si era già incontrato in Europa con il capo dei servizi segreti esterni egiziano, che deve aver riferito di aver ricevuto da Amit un messaggio secondo il quale Israele era interessata a un dialogo politico. Eppure, la proibizione al viaggio in Egitto di Amit derivò dalla paura del governo israeliano sulle vere intenzioni di Nasser. Questo potrebbe essere stata una delle prime espressioni della Sindrome dell’Olocausto – gli arabi, come i nazisti, sicuramente “vogliono annientare tutti gli ebrei”.

Le cose hanno continuato a progredire in questa direzione fino alla guerra dei Sei Giorni, che in realtà fu soprattutto un trionfo militare, del tutto privo di un qualunque successo politico. A dispetto della sconfitta schiacciante delle armate arabe, e forse anche a causa di essa, il desiderio egiziano di dissociarsi dalla causa palestinese divenne manifesto. Anwar Sadat aveva rilasciato una dichiarazione pubblica, anche prima di diventare presidente, dicendo che la preoccupazione principale era “migliorare le condizioni dei cittadini egiziani”.
Quando Sadat divenne presidente dopo la morte di Gamal Abdel Nasser nel 1970, diede il via a uno sforzo diplomatico per giungere a un processo politico. Di fronte al rifiuto israeliano, decise allo stesso tempo di prendere in considerazione anche la possibilità di un’azione militare che avrebbe portato le cose verso un processo politico. Israele continuò a rifiutare tutte le sue aperture, anche quelle portate avanti dal segretario di stato statunitense Rogers.

Dopo la firma del patto di Distensione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nel maggio del 1972, Sadat fece un viaggio speciale a Mosca per capire se i sovietici avrebbero risposto positivamente alle sue richieste di rifornire l’Egitto di armi nuove e più moderne, prerequisito per ogni nuovo conflitto militare con Israele. La risposta fu un Nyet! Assoluto.
A seguito di ciò, Sadat decise di fare una sosta a Teheran durante il suo viaggio di ritorno al Cairo, per mandare un messaggio diretto ai governanti israeliani tramite lo Shah di Persia, informandoli di essere interessato ad aprire negoziati politici. Il messaggio fu trasmesso al locale responsabile diplomatico di Israele, l’autore di questo articolo, e venne telegrafato d’urgenza in Israele la mattina successiva. “Sembra interessante, ma non abbiamo segni che indichino che sia così”, fu la risposta del quartier generale. Quando Golda Meir ricevette il messaggio, non si diede neanche la pena di rispondere. Simili tentativi da parte di re Hussein di trasmettere il messaggio di Sadat sono a loro volta falliti.

Fino a questo punto si estendeva la nostra ottusità, rimanendo legati alla convinzione per noi incontestabile che “vogliono distruggerci”; leggendo ogni segnale positivo come un presagio di guerra, un segno di una cattiva intenzione recondita. Questa è la Sindrome dell’Olocausto, che in seguito provocò la terribile tragedia della guerra dello Yom Kippur. Non solo i governanti soffrivano della “Sindrome dell’Olocausto”, ma anche i servizi segreti.

Nonostante avessero ricevuto precise informazioni sui piani di guerra di Egitto e Siria, non riuscirono a comprenderle. Nella loro testardaggine e rifiuto di accettare ogni segno di pace, le persone incaricate della sicurezza rifiutarono ogni informazione che portasse a quella conclusione, affermando che questo era in realtà un chiaro tentativo di inganno. Chiunque facesse parte della cerchia della difesa israeliana si ricorderà sicuramente della frequente apparizione dell’espressione “bassa probabilità” nelle carte ufficiali riguardo alla possibilità sia della pace che della guerra. Questa Concezione era destinata a provocare un “cortocircuito” nella mente degli analisti agli albori della guerra (per dirla con parole loro), quando si scontrò con la realtà.

L’affermazione che Loro vogliono eliminarci non è nuova. Continua a essere usata dai nostri politici ed è stata ulteriormente rafforzata con il progredire del programma nucleare iraniano. Nessuno ha tentato di controllare se questa attività nucleare non fosse rivolta specificatamente contro gli ebrei. Di fatto, come spesso si dimentica, non è altro che il proseguire di un programma iniziato sotto il regime dello Shah, dovuto alla paura dell’Iran rispetto all’Iraq e ai suoi alleati, nella cornice della lotta tra le nazioni del “Golfo Arabo” e del “Golfo Arabo”.

Le attività iraniane nel campo nucleare furono rinnovate dopo lo scoppio della guerra tra Iran e Iraq, ma vennero nuovamente abbandonate dopo che Khomeini le condannò come “in opposizione all’atto della creazione”. La condanna religiosa prevalse su ogni altra considerazione.

L’incrementarsi delle attività degli sciiti iraniani per raggiungere i propri obiettivi nel Medio Oriente devono essere esaminate alla luce della Guerra fra Culture, o di Religioni, che ha luogo tra loro e il mondo sunnita, e tra il mondo musulmano nella sua interezza e l’Occidente Cristiano.
Questo scontro tra titani è di fatto una guerra che merita di essere classificata come Terza Guerra Mondiale. Pertanto, non c’è da meravigliarsi secondo me se la più grande potenza sunnita – l’Arabia Saudita, che giustamente si considera la più minacciata – fu anche quella che tentò di guidare gli sforzi per evitare lo sfruttamento dei conflitti religiosi in Iran.
Lo fece dando il via all’Iniziativa Araba di Pace, la cosiddetta Proposta di Pace di Beirut del 2002. Inoltre, l’Arabia Saudita intervenne al dialogo interreligioso, un concilio internazionale di diverse religioni che si tenne a Madrid nel 2009 e fu in seguito continuato da una speciale conferenza tenuta sotto gli auspici delle Nazioni Unite.

Nel frattempo, l’ala destra della politica israeliana, spinta dalla “Sindrome dell’Olocausto” ha provocato il rifiuto di ogni iniziativa pacifica araba. Questo è come se la dichiarazione di Sadat sul palco dello Knesset nel 1977 “NON PIÙ GUERRA, NON PIÙ SPARGIMENTI DI SANGUE – LA PACE È IL MONDO” non ci fosse mai stata.

La reiterata determinazione secondo cui Israele deve assicurarsi la propria forza militare per affrontare il pericolo di una distruzione totale è espressa dalla frase radicale: “il pericolo di un nuovo Olocausto”. La Sindrome dell’Olocausto ha ancora un saldo controllo sulla mente degli israeliani. Ma secondo me questo non esprime veramente quello che Israele rappresenta.

Israele riflette la forza di una nazione e di un Popolo che continua a costruire, a riabilitare, a rinnovare e a rivedere, anche di fronte a molteplici guerre. È in questa nazione che è stata realizzata la Profezia di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci”: La nostra industria della difesa è una delle più avanzate e sviluppate al mondo. Siamo diventati il trampolino di sviluppo per alcuni dei prodotti di alta tecnologia più avanzati al mondo, visto che Israele è leader mondiale in questo campo. Questa è la nostra forza principale e la fonte della nostra sensazione di sicurezza nazionale. Questa è la vera e corretta espressione della posizione strategica di una nazione.

La posizione strategica di una nazione è la somma della sua forza culturale, economica, scientifica e sociale, che è di per sé la suprema espressione dell’unità di una nazione. Questa unità, di contro, è la componente più importante della capacità che una nazione ha di resistere.
La forza militare di una nazione è rinforzata da tutti i componenti della sua posizione strategica ed è un sottoprodotto di una tale forza.

Mentre il Popolo di Israele vive principalmente a Sion, parte di esso è sparso in varie Diaspore.
È importante capire che un Israele forte si riflette anche sulla loro pace e sulla loro sicurezza. Questo è anche il modo in cui la Fortezza del Popolo che risiede a Sion è costruita. Questa è la vera roccaforte del Popolo ebreo, più di quella basata esclusivamente sulla forza militare, o sulla ripetuta affermazione che dobbiamo prevenire un altro olocausto e essere saldi e pronti a muovere un’offensiva militare per evitarlo.

Arnold J. Toynbee, un tempo famoso storico britannico, affermò la sua previsione storica secondo cui le culture si indeboliscono e scompaiono con l’andare degli anni. Il Popolo di Israele integra la cultura israeliana, così come le sue peculiarità spirituali e storiche, la sua abilità economica, scientifica, mentale e culturale, e anche il valore e la potenza militari. È assolutamente ora che lo riconosciamo e che dunque dedichiamo a questo supremo interesse gli sforzi nazionali. Questo potrebbe essere raggiunto anche con la visione, la costruzione, la pace e la fede in ogni singolo essere umano. Questa è La Fortezza di una nazione, ineguagliata in tutta la storia umana per i suoi successi e la sua capacità di affrontare i problemi. Eppure tutto questo può essere assicurato e saldo solo se abbandoniamo la Sindrome dell’Olocausto, elemento irrinunciabile se vogliamo vivere in pace. La pace in Israele e la pace con i nostri vicini. Le innovazioni israeliane durante i sessant’anni in cui questo stato è esistito possono essere ricondotte all’uso positivo del ricordo delle ceneri dei crematori dell’olocausto.

La “Posizione Strategica” di Israele ha fornito la fonte per essere una NAZIONE IN DIVENIRE – il suo contributo al progresso nei diversi campi della tecnologia della scienza come l’alta tecnologia, l’agricoltura e la letteratura. Questi sono le vere fortezze di Israele: la fortezza del Popolo ebreo rinnovato a Sion.

Nakick Navot

Post Scriptum: È importante enfatizzare il fattore umano nel processo di analisi e interpretazione dei dati accumulati dalle organizzazioni di intelligence. Questa è la base per il processo decisionale. Così, il fattore umano può essere a volte critico nella ricerca nel campo dell’Intelligence. Questo si riferisce alle informazioni raccolte e interpretate dai servizi segreti e ai loro esperti e specialisti. Tutti questi uomini – per quanto possano essere dotati – apportano a questa analisi il marchio del peso di memorie personali e collettive.
In un’epoca in cui le verità aumentano sempre più, quando non c’è alcuna pretesa di ottenere l’unica cosiddetta verità oggettiva, più interpretazioni si avanzano, maggiore è la possibilità che le valutazioni si avvicinino alla realtà.
La Sindrome dell’Olocausto degli ebrei israeliani non è altro che l’immagine riflessa di uno specchio delle inclinazioni coscienti che esistono all’interno dell’Islam tra i leader arabi e palestinesi. Nel corso degli anni, fin da quando lo stato è stato creato, hanno sviluppato spesso immagini di un’Israele spesso demonizzata, accecata dal potere e dalle possibilità – immagini che non sono libere da espressioni obsolete di antisemitismo, che spuntano come funghi dopo la pioggia ciclicamente nei media arabi e musulmani e nell’opinione pubblica mediorientale.

La “Sindrome dell’Olocausto” come fenomeno è stata forzatamente imposta sia a Israele che agli ebrei. Deriva da molti anni di una trauma vissuto dagli ebrei come Popolo, che nonostante fosse il più antico al mondo, non ha goduto della realizzazione del diritto inalienabile alla sovranità in una patria nazionale in cui i suoi discendenti potessero vivere liberamente e in pace, rendendo così possibile il loro contributo per il benessere del mondo e dell’umanità.
La moderna psicologia dimostra empatia a quelli che soffrono di shock postraumatico, e non li incolpa per i loro problemi.
È probabile che il tempo guarirà o comunque addolcirà la gravità del fenomeno.
Secondo me almeno per quanto riguarda Israele, c’è molta più maturità e volontà di fare dei dolorosi compromessi che possano portare alla conclusione del doloroso conflitto mediorientale. Pertanto sia i governanti israeliano che quelli dei loro vicini devono lavorare insieme per superare gli ostacoli che impediscono lo sviluppo di un dialogo comune tra di loro. Questo potrebbe essere un primo passo verso una serie di mutui compromessi che potrebbero condurre a una situazione vantaggiosa per entrambi, la pace in Medio Oriente da cui tutti – anche a livello globale – trarrebbero benefici.

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Commenti

  • gicecca  Il luglio 6, 2012 alle 4:35 pm

    Grazie per averlo pubblicato. Va molto “pensato”; chi si é scottato fino al IV grado e oltre giustamente teme anche l’acqua fredda, come mi ha detto AdM. Forse bisognerebbe “aver più fiducia” da entrambe le parti. Ma non è facile, da entrambe le parti. GiC

    • antoniochedice  Il luglio 6, 2012 alle 4:56 pm

      Forse senza volere hai citato il proverbio arabo ” il gatto scottato dall’acqua calda, teme anche la fredda”

  • Francesco Venanzi  Il luglio 6, 2012 alle 5:24 pm

    Le stragi di cristiani in vari paesi dell’Africa, nel MO e in altri paesi dell’Asia da parte di fanatici islamici, dimostrano che esiste il disegno di far scomparire chi è estraneo all’islam e appartiene alle altre due regioni abramitiche, e che le comunità che non hanno forza militare sono preda facile di quel disegno. Che l’islam si sia diffuso nei secoli con mezzi violenti è storia. Che le stragi non siano attribuibili ad un determinato centro strategico, ma siano invece iniziative diffuse, non cambia la sostanza, ma anzi rende più pericoloso il movimento.

  • Mario Maldini  Il luglio 7, 2012 alle 6:55 am

    Beh, l’Islam si è certo diffuso con la spada, e infatti i maomettani sono un miliar-
    do e mezzo. Anche il Cristianesimo si è diffuso con la spada, e infatti i cristiani
    sono circa lo stesso numero. Solo l’Ebraismo non ha usato la spada per allar-
    garsi, anzi l’ha subìta, e infatti conta soltanto quindici milioni di fedeli. In materia
    di espansione delle religioni il delitto paga.

  • gicecca  Il luglio 7, 2012 alle 7:21 am

    L’Interpretazione di Mario Maldini mi pare un po’ semplicistica. GiC

  • Roberto  Il luglio 7, 2012 alle 9:04 am

    La Provincia di Livorno occupata dai pisani. Si prevede una dura lotta per l’indipendenza ed un bagno di sangue

  • gicecca  Il luglio 7, 2012 alle 11:01 am

    Uno scrittore algerino, Boualem Sansal vince un premio letterario, il Gran Prix du Roman arabe, ma i quindici ambasciatori arabi che lo sponsorizzano a Parigi glielo tolgono perché é andato ad un festival letterario in Israele. Di buone intenzioni, come quelle di Navoth, é purtroppo lastricata una via ancora da inventare.
    Confesso che non ho capito il commento di Roberto, ma forse, al solito, é il caldo che mi ottenebra oltre il mio normale. GiC

    • antoniochedice  Il luglio 7, 2012 alle 12:02 pm

      Peccato che Israele non si sia offerta per il rimpiazzo, ma forse sarebbe stata una pretesa eccessiva…

  • gicecca  Il luglio 7, 2012 alle 7:42 pm

    Quindici Stati arabi si erano tassati di mille euro (o dollari, non mi ricordo) l’uno per fare il Premio di 15.000 “cosi”. E Israele da solo avrebbe dovuto rimpiazzare i quindici ? Ricordiamoci, con tutta la simpatia, che in Israele ci sono Ebrei che un po’ di ascendenze genovesi e scozzesi ce l’hanno. Questo per sorridere di una cosa che fa per nulla sorridere. GiC

    • antoniochedice  Il luglio 7, 2012 alle 7:51 pm

      I membri della lega araba sono 17, dividano con gli altri due …

  • antoniochedice  Il agosto 2, 2014 alle 12:34 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Il 6 luglio 2012 questo blog pubblicava questo contributo dell’ex vice capo del Mossad, Menachem Navot che oggi serve ad illustrare le motivazioni di quanto sta avvenendo nel Levante in questi giorni. LA SINDROME DELL’OLOCAUSTO che impedisce di cogliere le opportunità della pace.
    Questa presa di posizione in tempo non sospetto consente anche di rifiutare il facile odio antisemita di questi giorni tragici che coglie l’occasione del dramma per palesarsi. ” King Bibi”non rappresenta tutto Israele.

  • abrahammoriah  Il agosto 2, 2014 alle 7:09 am

    2 agosto 2014

    Sulla religione olocaustica, sul suo uso come instrumentum regni per l’ imposizione degli interessi geopolitici israeliani e statunitensi e sulla reazione a questo nuovo culto moderno (dovuto al senso di colpa dell’occidente cristiano per non saputo – o voluto – difendere gli ebrei), la controreligione del demente negazionismo della Shoah, si rimanda con il link in calce ad un articolo, “SULLA RELIGIONE OLOCAUSTICA”, del da poco scomparso grande filosofo italiano Costanzo Preve:

    Massimo Morigi

  • raymond issa  Il agosto 2, 2014 alle 8:21 am

    Gli israeliani vivono la paura del futuro olocausto che potrebbe venire dalla demografia ne lmondo arabo islamico, e questa paura fa che attacchino gli arabi che hanno sofferto come loro durante la guerra e non gli europei che avevano realizzato questo olocausto
    Sanno di aver occupato terre che non sono loro e continuano a farlo.

  • mikele di blasio  Il agosto 4, 2014 alle 10:37 pm

    balle nel perfetto stile di propaganda del Mossad, non c’è che dire…è alta scuola

  • donato  Il agosto 4, 2014 alle 10:44 pm

    Cmq se Gaza fosse rappresentata da personaggi meno balordi di Khaled Meshaal se ne avvantaggerebbero tutti.

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