Accanimento terapeutico: il morituro non è solo Berlusconi, ma in realtà è il sistema intero e presto se ne accorgeranno.

.... si ammucchiano per sopravvivere un altro pochino.

Gli avvenimenti che sono sotto gli occhi di tutti credo dimostreranno anche ai più  ingenui come,  la parodia di seconda Repubblica inscenata dai sergenti

i sergenti della prima Repubblica....

 della prima per sopravvivere,  abbia  ormai  fatto il suo tempo.

A una crisi politica insolubile,  si è aggiunta una  grave crisi economica e finanziaria.

Le due crisi sono come una stretta soffocante attorno al collo del sistema e  il limite della pubblica sopportazione è ormai toccato.

Lo Stato non reagisce e si arrocca in difese corporative  di settore, come quella del capo della polizia che oggi  ha pubblicamente lamentato che l’argomento politico del giorno fosse il comportamento del funzionario che ha ordinato la carica della polizia in Campania invece del mancato smaltimento delle immondizie.

Non c’è da meravigliarsi visto che la maggior parte dei corpi dello Stato festeggiano, impuniti, anniversari di fondazione anteriori alla nascita dell’ Unità Italiana.

 I fenomeni di ribellismo dilagano anche in quel tempio di conformismo e autocensura che è sempre stata la RAI.  Una magistrata  contraddice pubblicamente il procuratore della Repubblica ( a proposito: avrebbe bisogno di un buono shampoo anche fisicamente).

Al sud i cittadini impegnano le forze dell’ordine in scontri notturni e  concilianti comunicati diurni , mostrando una strategia precisa. Al Nord minacciano lo sciopero delle tasse. Un ennesimo presidente di regione è indagato per  collusioni con la mafia senza che nessuno si preoccupi di definire  i limiti di applicazione dell’articolo 117 della Costituzione ( autonomie delle regioni).

Il presidente del Veneto  – ora che hanno bisogno di soldi – non parla  più di secessione. Riprenderà l’argomento nella stagione asciutta.

Il debito pubblico raggiunge  ogni volta un nuovo record negativo. Aumentano soltanto, indizio tristissimo, le tasse. Berlusconi, Bersani non sono la cxausa di questa situazione, sono una conseguenza della più vasta crsi del sistema cui nessuno vuol metter mano, per convenienza personale.

Eppure, sarebbe semplice tagliare le unghie alle fazioni e alle lobby e ricondurre in breve il bilancio dello Stato entro i confini della sostenibilità, rifacendo le privatizzazioni mal fatte, unificando tutti gli enti previdenziali, concertando

una seria politica europea almeno verso Cina e India  che sono un mercato di due miliardi e mezzo di nuovi consumatori.   Quanti ne abbiamo conquisati negli ultimi cinque anni?  Ci basterebbe una briciola pari all’1%  di quel mercato per avere venticinque milioni di  nuovi clienti e un’era nuova  di prosperità.

Qualcuno  davvero pensa che lo farà Urso ? Tajani?

Mentre  gli italiani si aspettano una legge finanziaria che rivoluzioni questo stato di cose, il governo  ne elimina financo la speranza ribattezzandola “legge di stabilità”.  O si rovescia il trend o si finisce come l’Irlanda cui siamo già uniti dal tricolore e dalla ipocrita subordinazione al clero. 

 La stabilità sarebbe servita negli anni novanta. Questa è una classe dirigente sempre indietro di una idea, di una legge di un’epoca. Viviamo una epoca di cambiamenti epocali che vanno compresi e affrontati adesso.

Berlusconi, il federalismo, il comunismo, sono i pretesti che questa classe dirigente volgare, ignorante e amorale usa come  altrtettante cortine di fumo per nascondere la propria impreparazione  a 360 gradi. Sperano che nella confusione nessuno si accorga del loro parassitismo e nel frattempo maturino i loro benefici. E non salti fuori il pierino che si chiama fuori, altrimenti prendiamo ricorderemo che Togliatti fece deputato la propria amante ( Nilde Jotti) e anche il suo barbiere, “sbarcando” da partito e parlamento la moglie (Rita Montagnana).

Nel 1993,  quando per un attimo si pensà di rimediare al quarantennio dello spreco e della ruberie,si scelse la via di commissariare lo Stato affidandolo alla Banca d’Italia. Per carità di Patria non pubblicherò, questa volta, il curriculum di Ciampi , Dini e compagnia cantante prestati ai vari  governi di destra e di sinistra e non rievocherò, questa volta, le tempeste che l’istituto ha sofferto in questo periodo. Archiviamo.

La variante sul tema  che qualcuno potrebbe indicare, potrebbe essere quella dei professori universitari.  Tutti i citati signori del precedente paragrafo  erano illustri docenti di qualcosa. Deja vu.

 Servono persone serie, che non siano note grazie alla Tv, ma per il loro impegno politico, amministrativo, sociale, nazionale . Senza badare  all’appartenenza politica e meglio se apartitici.  Non più di quindici persone. Un solo mandato: consegnare agli italiani entro sette mesi una Repubblica più ordinata, più giusta e più pulita.

Ripensandoci, anche la Repubblica Romana aveva un istituto simile che l’ha salvata più volte dalla rovina.

 Se qualcuno si ritrae a questa prospettiva, vuol dire che gli sfugge una differenza importante:  il fattore di stabilità che consentì alla diarchia DC-PSI e caudatari di reggere alle spinte di innovazione e cambiamento degli anni passati, fu  lo sviluppo economico che , con vari artifizi, venne mantenuto e sparso.

Oggi il processo di concentrazione della ricchezza finanziaria e la crisi economica che incrudelisce hanno aperto le orecchie a una popolazione che sembrava instupidita dal benessere e sorda alle istanze di  rinnovamento.

 Quando tra poco saranno  smaltiti i tranquillanti  ammanniti dalla televisione ,  non vorrei essere nei panni dei padroni del vapore.

Antonio de Martini

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Commenti

  • Francesco Venanzi  Il novembre 14, 2010 alle 3:41 pm

    Manca il soggetto che sappia ed abbia il potere di scegliere le 15 persone serie. E forse mancano le persone serie. Non le abbiamo coltivate per decenni.

    • antoniochedice  Il novembre 14, 2010 alle 7:30 pm

      Caro Francesco, il soggetto è il Presidente della Repubblica. Ha i poteri per farlo. Se poi non ci sono quindici persone capaci e di carattere, pronte a farsi poi da parte a operazione compiuta, allora bisognerà trovarle!

  • Roberto  Il novembre 15, 2010 alle 4:26 pm

    Grazie al cielo di persone serie e capaci ce ne sono tante.Ma stanno ben attente a non compromettersi con l’attuale sistema politico e con la sua loiosa classe dirigente…

  • Umberto Giovine  Il novembre 15, 2010 alle 5:11 pm

    Dalla terrazza di casa mia, sopra Lugano, vedo piu’ in basso il campanile della chiesa cattolica di San Giorgio. Sul lato che guarda il Ceresio c’è la grande lapide, con il bassorilievo del “Socrate d’Italia” dedicata a Carlo Cattaneo, esule volontario in Svizzera dopo aver lasciato il Senato del Regno.
    Visse abbastanza per vedere la fine dell’inizio, con la detestata monarchia piemontese al potere, ma mori’,a Lugano, prima dell’inizio della fine. Aveva avuto un ruolo centrale nelle cinque giornate di Milano, come abbiamo imparato a scuola. L’anno scorso, insieme a vecchi amici milanesi, abbiamo fatto in onore di Cattaneo una riunione federalista qui in Ticino. Dalla Roma repubblicana in poi, gli italiani che sono stati costretti – o hanno scelto – l’esilio e l’emigrazione sono stati centinaia di migliaia: come stupirsi? Corneille fa dire a Coriolano: “Roma non è piu’ a Roma: essa è dovunque io sia”.
    E stasera tutti a guardare, a “Vieni via con me”, gente che fa finta di voler lasciare l’Italia. Perché non ci provano?

  • antoniochedice  Il novembre 16, 2010 alle 9:53 am

    Questa si che è un’utopia: dove troverebbero dei benefattori che erogano cifre come quelle che percepiscono in TV?
    Non a Cuba, Non in Corea del Nord. Non negli USA e nemmeno nel brasile di Lula, dove però potrebbero avere a più buon mercato tanti servizi che qui pare costino cari. AdM

  • Enrico  Il novembre 17, 2010 alle 9:07 am

    Ecco una lunga citazione. L’autore é una donna. Non vive in Italia e crede nella democrazia. Rigida anticomunista.
    “Sono settimane ormai che l’annuncio è nell’aria: il governo Berlusconi sta finendo, anzi è già finito. Il suo regno, la sua epoca, sono morti. È sempre lì sul palcoscenico, come nelle opere liriche dove le regine ci mettono un sacco di tempo a fare quel che cantano, ma il sipario dovrà pur cadere. Anche i giornali stranieri assistono al funerale, nei modi con cui da sempre osservano l’Italia: il feeling, scrive l’Economist, la sensazione, è che la commedia sia finita. Burlesquoni è un brutto scherzo di ieri.
    In realtà c’è poco da ridere, e il ventennio che abbiamo alle spalle è infinitamente più serio. Non siamo all’epilogo dei Pagliacci, e non basta un feeling per spodestare chi è sul trono non grazie a sentimenti ma a una macchina di guerra ben oleata. Per uscire dalla storia lunga che abbiamo vissuto – non 16 anni, ma un quarto di secolo che ha visto poteri nati antipolitici assumere poi il comando – bisogna, di questo potere, averne capito la forza, la stoffa, gli ingredienti. Non è un clown che si congeda, né l’antropologia dell’uomo solitario aiuta a capire. I misteri di un’opera sono nell’opera, non nell’autore, Proust lo sapeva: “Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, nella società, nei nostri vizi”. Sicché è l’opera che va guardata in faccia, per liberarsene senza rompersi ancora una volta le ossa.Chi vagheggia governi tecnici o elezioni subito, a sinistra, parla di regime ma ne sottovaluta le risorse, la penetrazione dei cervelli.
    Un regime fondato sull’antipolitica – o meglio sulla sostituzione della politica con poteri estranei o ostili alla politica, anche malavitosi – può esser superato solo da chi è stato detronizzato. Nessun tecnico potrà resuscitare le istituzioni offese. Può farlo solo la politica, e solo se essa si dà del tempo prima del voto. Capire il regime vuol dire liberare quello che esso ha calpestato, e quindi non solo mutare la legge elettorale. Non è quest’ultima a rendere anomala l’Italia: se così fosse, basterebbe un gesto breve, secco. Quel che l’ha resa anomala è l’ascesa irresistibile di un uomo che fa politica come magnate mediatico. Berlusconi ha conquistato e retto il potere non malgrado il conflitto d’interessi, ma grazie ad esso. Il conflitto non è sabbia ma olio del suo ingranaggio, droga del suo carisma. La porcata più vera, anche se tabuizzata, è qui. La privatizzazione della politica e dei suoi simboli (non si governa più a Palazzo Chigi ma nel privato di Palazzo Grazioli) è divenuta la caratteristica dell’Italia.
    Proviamo allora a esaminare i passati decenni, oltre l’avventura iniziata nel ’94. L’avventura è il risultato di un’opera vasta, finanziata torbidamente e cominciata con l’idea di una nuova pòlis, un’altra civiltà. Un progetto – è Confalonieri a dirlo – che “ha contribuito a cambiare il clima grigio e penitenziale degli anni ’70, ed è stato un elemento di liberazione. Ha portato più America e più consumi, più allegria e meno bigottismo”. Più America, consumi, allegria: la civiltà-modello per l’Italia divenne Milano2, una gated community abitata da consumatori ansiosi di proteggersi dal brutto mondo esterno, di sentirsi più liberi che cittadini. E al suo centro una televisione a circuito chiuso, che intrattenendo distrae, occulta, manipola: nel ’74 si chiama Milano-2, diverrà l’impero Mediaset. Quando andrà al potere, il Cavaliere controllerà tutte le reti: le personali e le pubbliche.
    Tutto questo non è senza conseguenze: cadendo, il Premier non lascia dietro di sé una società sbriciolata. Il paese in briciole è stato da principio sua forza, sua linfa. Non si tratta di profittare di subitanei sbriciolamenti, ma di far capire agli italiani che su questo sfaldamento Berlusconi ha edificato la sua politica. Che su questo ha costruito: sul maciullamento delle menti, non sull’individualismo. Su un’Italia che somiglia all’Uomo del sottosuolo di Dostojevski: un’Italia che rifiuta di vedere la realtà; che “segue i propri capricci prendendoli per interessi”; che giudica intollerabile che 2+2 faccia 4. Un’Italia che “vive un freddo e disperato stato di mezza disperazione e mezza fede, contenta di rintanarsi nel sottosuolo”. Un’Italia arrabbiata contro chiunque vorrebbe illuminarla (la stampa, o Marchionne, o i magistrati) così come l’America arrabbiata del Tea Party il cui ossessivo bersaglio è la stampa indipendente.
    Correggendo solo la legge elettorale si banalizza la patologia. Altre misure s’impongono, che permettano agli italiani di comprendere quanto sono stati intossicati. Esse riguardano il controllo di Berlusconi sull’informazione e il conflitto d’interessi. La profonda diffidenza verso una società bene informata (per Kant è l’essenza dei Lumi) caratterizza il suo regime. “Non leggete i giornali!” – “Non guardate certi programmi Tv!”: ripete. Gli italiani devono restare nel sottosuolo, eternamente incattiviti. Altro che allegria. È sulla loro parte oscura, triste, che scommette. Qualsiasi governo che non si proponga di portar luce, di riequilibrare il mercato dell’informazione, fallirà.
    Per questo è importante un governo di alleanza costituzionale che raggiusti le istituzioni prima del voto, e un ruolo prioritario è riservato non solo a Fini ma alle opposizioni. Fini farà cadere il Premier ma l’intransigenza sul conflitto d’interessi spetta alla sinistra, nonostante gli ostacoli esistenti nel suo stesso seno. Del regime, infatti, il Pd non è incolpevole. Fu lui a consolidarlo con un patto preciso: la conquista di suoi spazi nella Rai, in cambio del potere mediatico del Cavaliere. Tutti hanno rovinato la tv, pur sapendo che il 69,3 per cento degli italiani decide come votare guardandola (dati Censis).
    A partire dal momento in cui fu data a Berlusconi l’assicurazione che l’impero non sarebbe stato toccato, si è rinunciato a considerare anomali la sua ascesa, il conflitto d’interessi. E i responsabili sono tanti, a sinistra, cominciando da D’Alema quando assicurò, visitando Mediaset nel ’96: “Non ci sarà nessun Day After, avremo la serenità per trovare intese. Mediaset è un patrimonio di tutta l’Italia”. La verità l’ha detta Luciano Violante, il giorno che si discusse la legge Frattini sul conflitto d’interessi alla Camera, il 28-2-02: “L’on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel ’94 quando ci fu il cambio di governo – che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’on. Letta… Voi ci avete accusato nonostante non avessimo fatto la legge sul conflitto d’interessi e dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni… Durante i governi di centrosinistra il fatturato Mediaset è aumentato di 25 volte!”. Il programma dell’Ulivo promise di eliminare conflitto e duopolio tv, nel ’96. Non successe nulla. Nel luglio ’96, la legge Maccanico ignorò la sentenza della Consulta (Fininvest deve scendere da tre a due tv). Lo stesso dicasi per l’indipendenza Rai. È il centrosinistra che blocca, nell’ultimo governo Prodi, i piani che la sganciano dal potere partitico. A luglio Bersani ha presentato un disegno di legge che chiede alla politica di “fare un passo indietro”. Non è detto che nel Pd tutti lo sostengano. Una BBC italiana è invisa a tanti.
    Se davvero si vuol uscire dall’anomalia, è all’idea di Sylos Labini che urge tornare: all’ineleggibilità di chi è titolare di una concessione pubblica, secondo la legge del 30 marzo ’57. D’altronde non fu Sylos a dire che l’ineleggibilità è la sola soluzione. Il primo fu Confalonieri, il 25-6-2000 in un’intervista a Curzio Maltese sullaRepubblica. Sostiene Confalonieri che l’Italia, non essendo l’Inghilterra della Magna Charta, non può permettersi di applicare le proprie leggi. Forse perché il paese è sprezzato molto. Forse perché c’è chi lo ritiene incapace di uscire dal sottosuolo, dopo una generazione.”

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