TURCHIA: ORA TOCCA A ERDOGAN. PER ISOLARE PUTIN.  di Antonio de Martini

Nella recente crisi Ucraina, alcune difficoltà interne russe  sono state ammortizzate dalla immagine da statista conferita a Vladimir Putin dal ruolo di Mosca nel Levante grazie alla sua presenza in Siria,  in Iran ed agli accordi stipulati con ciascun paese.

In particolare la Turchia, membro della NATO,non un qualsiasi paria arabo,  ha stipulato accordi per un gasdotto che  – pur non più diretto verso l’ Europa Occidentale rappresentava una continuità diplomatica di rapporti, un “piano B” dal punto di vista economico e un cliente per Gasprom anche se limitato all’Anatolia che comunque ha 70 milioni di abitanti con ormai un buon potere di acquisto..

La vicina Cipro già sta studiando la richiesta russa di affittare una base navale e la Grecia si è dichiarata in sede UE contraria al rinnovo ed estensione dell’embargo contro la Russia. Non ha ottenuto l’abrogazione, ma anche il congelamento è stato un buon compromesso. Gli accordi con l’Egitto sono stati un altro tassello. L’ultimo è la ripresa delle forniture di armi antiaeree sofisticate come gli SS 300 all’Iran e di conseguenza alla Siria.

Evidentemente l’aver liquidato Silvio Berlusconi in Italia non è stato sufficiente: dei tre moschettieri erano ancora  in piedi gli altri due e le manovre concertate con  Putin hanno dimostrato che va isolato ulteriormente prima di premere nuovamente nella sua direzione per un regime change.

Fatta questa considerazione, qualcuno al Dipartimento di Stato ha congelato in maniera ambigua il negoziato sull’Ucraina e inferto una accelerazione verso intese con ogni possibile sodale di Putin: L’Iran, La Siria ( con l’ammissione che prima o poi bisognerà parlare con Assad), Cuba, persino il Venezuelano NIcolas Maduro, si sono visti offrire un ramoscello d’Ulivo sia pure non da una colomba bianca.

Il trattamento duro è stato riservato ai due cattivi giudicati irredimibili il turco Erdogan e la brasiliana Dilma Rousseff, entrambi rivelatisi insensibili ai leaks sulla vita privata e agli scandali economici rivelati dalle intercettazioni. Entrambi comunisti nazionalisti ed entrambi sponsor del gruppo BRICS che minaccia l’egemonia USA, sia pure in prospettiva.

Le avvisaglie si erano già viste con il minuetto sui missili Patriot spediti a difesa della Turchia per indurla ad attaccare la Siria. Prima due batterie di missili NATO ( su internet è scomparsa la nazionalità che mi pare di ricordare norvegese), poi  sostituiti da due batterie spagnole frettolosamente comprate dalla Germania) e piazzate nella provincia di Hatay.  Gli USA, mandando alleati mostravano di non volersi impegnare in prima persona in difesa della Turchia e la ragione era la frizione con Israele e coi kurdi che gli USA avevano come alleati da anni.

Ma Erdogan più che un Saddam Hussein ansioso di compiacere l’alleato, si è rivelato ingrato come un  un Franco ( Francisco): ha tergiversato e fatto richieste impossibili, ma si è rifiutato di attaccare se non nelle forme indirette che la guerra asimmetrica ha reso popolari e risparmiose.

Con l’esercito impegnato sul fronte Kurdo e malsicuro per tradizione nei confronti di un leader islamico, aprire un nuovo fronte ( forse due visto che la Turchia confina con l’Iran) sarebbe equivalso a consegnarsi mani e piedi all’alleato USA, lo stesso che ospita e finanzia da sempre l’ormai nemico Fetullah Gulen, alleato nella fase di conquista del potere, ma ormai separato da quando ha disapprovato la rottura tra Israele e la Turchia per via della crisi del MAVI MARMARA ( vedi wiki).

La rottura con Gulen accusato di cospirare – non estradabile in quanto divenuto cittadino americano –  è stata scandita dalle rivolte studentesche del giugno di due anni fa, poi dalle epurazioni contro i gulenisti annidati nei giornali e la polizia, dalle elezioni che hanno plebiscitato Erdogan alla presidenza e nuovi distinguo circa l’addestramento da dare ai cinquemila volontari da spedire in Siria. Erdogan  ha dichiarato che vuole che attacchino prioritariamente Assad e gli USA preferiscono che attacchino L’ ISIS. Paralisi conseguente.

Poi gli oppositori del governo turco hanno avuto una scossa vivificante: i trecento ufficiali che Erdogan aveva processato accusandoli di golpismo, sono stati tutti assolti dalla suprema magistratura cui lo Stato Maggiore aveva fatto appello.

Carriere da ricostruire, posti da rendere ai titolari e proprio dopo che il fedele capo dei servizi segreti aveva ormai  dato le dimissioni per passare in politica candidandosi alle elezioni del prossimo 7 giugno. Ora le FFAA tenderanno a riassumere il ruolo tradizionale più consono allo spirito laico della Costituzione di Ataturk che agli inchini in Moschea. Sono sempre stati i  guardiani contro il clericalismo e in breve torneranno ad esserlo.

Resta ora da identificare Erdogan col clericalismo islamista per far tornare i militari all’antico compito: se  Erdogan non assume il ruolo perde gli elettori, se lo assume, verrà licenziato dalle forze laiche e Kemaliste che aveva umiliato ( militari in testa) in alleanza coi veri clericali mussulmani di Fetullah Gulen.

A questo punto,  la situazione politica ha avuto una accelerazione violenta. Una serie di attentati ha “dimostrato” che il governo non mantiene legge e ordine, che la stagione turistica rischia di essere compromessa e che persino il palazzo di giustizia non è un luogo sicuro, la lettera con cui Abdullah Ocalan – il capo kurdo del PKK tradito da D’Alema e imprigionato in Turchia – invita i suoi a una tregua,  consente di ipotizzare oscuri accordi col potere  a danno dei patrioti che da 20 anni combattono per l’integrità territoriale del paese….. Gli ingredienti ci sono tutti e si può accendere il fuoco.

D’improvviso nasce in seno alla burocrazia, ancora non completamente epurata dai gulenisti, una iniziativa culturale che comporta la lettura di alcuni versetti del Corano all’interno del museo di Santa Sofia. Niente a che vedere con la restituzione al culto mussulmano del monumento reclamata da alcuni provocatori, ma l’Agenzia Anatolia e un paio di prelati venuti da Ankara hanno creato il caso ( l’ho riportato due giorni fa, nel post “Turchia: il Papa fa la  guerra preventiva a Erdogan”) e lo hanno mediatizzato, provocando la reazione solidale di Ortodossi e Cattolici ormai legati da una sorta di patto di unità d’azione.

La manovra è ben impostata: se  il Presidente turco reagisce si inimica il mondo cattolico e ortodosso ( quindi anche la Russia), se non reagisce rischia di pagare un prezzo elettorale che lo indebolirebbe consentendo l’ipotesi del regime change in Turchia.

La vecchia volpe ha deviato l’attenzione del mondo verso gli Armeni e li ha dichiarati ostaggi che potrebbe espellere in ogni momento, offrendo una sponda al mondo ” patriottico” turco e rinsaldando la Nazione attorno a se.

Solo il 9% dei turchi crede che ci sia stato un genocidio contro gli Armeni e pour cause: Le quattro più grandi holding di Turchia, da Koc a Sabanci – hanno alla base i sequestri dei beni armeni e greci fatti negli anni trenta. E’ troppo presto per qualsiasi ammissione. Costoro adesso rappresentano tutta l’industria automobilistica, Bancaria e Assicurativa del paese oltre che gran parte dell’agricoltura.

Esiste anche un rovescio della medaglia naturalmente.

Nel 1915 e seguenti il movimento armeno della Federazione dei Dashnaks ha operato, anche per autodifesa, contro il potere ottomano ( avendo gli stessi obiettivi dei giovani ufficiali turchi di abbattimento del Sultano).

Gli armeni  furono appoggiati dalla Russia così come i curdi oggi sono appoggiati da Israele e dagli USA. L’avanzata russa scandì i tempi  delle vendette armene – terribili e indiscriminate come quelle turche – e il crollo russo  del 1917 provocò, dopo il contromassacro, la decisione di Enver Pascià ministro della Guerra, di deportare l’intero popolo nel Valayet di Mossul ( ma non nella parte confinante col Vilayet di Van) in maniera da allontanarli dalla zona in cui stazionavano e operavano le truppe.  Fu specificato che nessuno potesse stazionare a meno di dieci miglia dal mare per evitare che riportassero eventuali movimenti navali.

Con uno degli inverni più rigidi che si ricordassero, con tutti gli uomini validi chiamati alle armi e strappati ai campi; con il blocco navale decretato dai franco-inglesi ( la marina italiana nel 16 era impegnata nella evacuazione dell’esercito serbo buttato a mare dagli austriaci) vennero la Carestia, la penuria di denari per il blocco dei porti, le malattie , le marce forzate per andare nel nuovo insediamento. L’impero ottomano – questo nessuno lo ha detto – ha avuto il più alto numero di vittime civili di tutta la guerra, Russia rivoluzionaria inclusa: quasi quattro milioni di morti civili,  ( contro 40.000 francesi e trentamila inglesi) Un milione e mezzo sono armeni, ma gli altri due e mezzo sono sudditi ottomani. Ecco perché i turchi negano il genocidio anche se la voglia c’era.

Mio padre Francesco de Martini ( vedi wikipedia) nel periodo in cui era comandante della guardia imperiale del Negus in Etiopia incontrò Enver Pascià in visita ufficiale. Mio padre era l’unico a parlar turco essendo nato a Damasco ( all’epoca parte dell’impero ottomano) dove mio nonno fu sorpreso dalla guerra mentre  costruiva la ferrovia e fecero conversazione.

Enver chiese: “quanti Armeni avete ad Addis Abeba?”. Alla risposta “una decina”, replicò sferzante: “ne basta uno per rovinare un paese”.

  

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Commenti

  • robertobuffagni  On aprile 17, 2015 at 8:11 am

    Grazie della ricostruzione sintetica e precisa. Una domanda sul “regime change” in Russia. Da quel che vedo io informandomi sommariamente, se Putin cadesse al potere non salirebbe un occidentalista, ma semmai un nazionalista assai più acceso, stile Ivan il Terribile. Al Dipartimento di Stato la sanno più lunga o la sanno più corta?

    • antoniochedice  On aprile 17, 2015 at 9:16 am

      Giro la domanda a Kerry. In genere chi cerca di provocare un regime change, prepara qualche candidatura è la spalleggia. In Egitto prepararono El Baradei e hanno avuto Al Sissi. La Al c’era.

  • Anafesto  On aprile 17, 2015 at 4:44 pm

    Ce l’hanno fissa gli USA col regime change in Russia, tuttavia credo che la Russia non sia proprio l’Ucraina.
    Se fossi in loro mi preoccuperei molto di più del paese di mezzo con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, che ha potenza economica di piegare le gambe agli Stati Uniti e sta mettendosi in evidenza anche come potenza militare, per ora si sono più occupati dell’AD ai loro mari e cieli, ma credo non si fermino qui.

    • antoniochedice  On aprile 17, 2015 at 6:29 pm

      Poi ti sveglierai tutto bagnato….

      • Anafesto  On aprile 21, 2015 at 11:11 pm

        Il tempo di svegliarmi tutto bagnato è già trascorso da diversi decenni.
        Mi sbaglierò pure, ma se è attendibile la notizia di quanto sta facendo la Cina nelle isole Spratly non si può non trovare diverse analogie con quanto già fatto dagli USA, per esempio, nell’isola di Diego Garcia.
        Non crede che quando due attori di questo calibro perseguono politiche similari e collidenti ci sia da nutrire qualche preoccupazione?

      • antoniochedice  On aprile 22, 2015 at 8:11 am

        Gli USA si soon installation a Diego Garcia Che a Cochin si trove a 15.000 Km da casa e fatta cento la spesa militare mondiale spendono 34.
        La Cina sta forse costruendo una pista in un’isola disabitata di cui rivendica la sovranità a poche miglia dalle sue coste e fatto cento la spesa militare mondiale spende circa 12.
        Se memorizza questi dati dormirà meglio.

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