ALLA RICERCA DELLA IDENTITÀ ITALIANA: MELODRAMMA E TRAGEDIA. DUE PAROLE SULLA IDENTITÀ ITALIANA. di Roberto Buffagni

Una sera d’estate di parecchi anni fa, Ugo Tognazzi e famiglia passeggiavano sulla spiaggia di Torvajanica, diretti da un vicino che li aveva invitati a cena. Appena uscito di casa, Ugo s’era messo a magnificare la ricchezza dei loro ospiti, e non la finiva più. E avete visto quei tappeti, quelle automobili, quella barca, quei quadri, quei vini, quei gioielli, ma vi rendete conto di quanto sono ricchi quelli?

Gli altri si guardavano negli occhi, stupiti e divertiti, sorridendo dell’ inatteso siparietto del patriarca. Finché suo figlio Ricky salta su e gli fa: “Ma guarda Ugo che sei ricco anche tu.”

Ugo si ferma, si gira, lo fissa negli occhi e gli dà una replica folgorante: “Io non sono ricco. Io sono un povero che mantiene una famiglia di ricchi.”

Ecco: qui Tognazzi, che mai fu un intellettuale ma che divenne interprete indimenticabile di un modo di essere italiano, fa due cose necessarie anche a noi italiani di oggi, se vogliamo sapere chi siamo e magari anche dove possiamo, vogliamo e dobbiamo andare.
Primo: Tognazzi fa un esame di realtà, come lo chiamano gli psicologi.

Esame di realtà vuol dire riconoscere chi sei, da dove vieni e da quale situazione guardi te stesso e il mondo: perché se non riesci a capirlo, non puoi sapere dove davvero puoi, vuoi e devi andare. Con tanti esami di coscienza che ci vengono prescritti dalle più varie istanze – un tempo soprattutto la Chiesa, oggi piuttosto i nostri governanti e i nostri media, infaticabili nell’appiopparci i difetti più meschini e disonoranti – gli esami di realtà, in Italia, sono più rari dei premi Nobel.
Secondo: a suo figlio – e non è casuale né privo di importanza che lo dica proprio a suo figlio – Tognazzi dice che per capire se un uomo sia ricco o povero, non basta accertare quanti soldi ha. Essere ricco o povero è, appunto, un modo di essere, prima che un modo di avere.

E dicendo questa seconda cosa Tognazzi, senza saperlo, si allinea con alcuni dei maggiori interpreti dell’identità e della cultura italiana, anche loro dei ricchi che sapevano di essere poveri. Per esempio, si allinea con il conte Manzoni, che dedica la sua opera maggiore alle vicende di un’operaia tessile e di un operaio qualificato che diventa piccolo imprenditore; con il conte Leopardi, che in una delle sue poesie più luminose si fa pastore errante, un marginale così isolato che gli tocca di parlare con la luna; con il rentier Giovanni Verga, che nel suo romanzo migliore ci racconta la storia di una famiglia di poveri pescatori e di un carico di lupini.
Ugo Tognazzi, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Giovanni Verga ci dicono, ciascuno a suo modo, una verità che noi italiani già sappiamo tutti, se appena ci riflettiamo e siamo onesti con noi stessi: che il modo di essere naturale, archetipico, dell’Italia e degli italiani è la povertà. Siamo stati la quinta potenza industriale del mondo, tuttora possediamo, neonati compresi, un paio di telefoni cellulari a testa, ma la povertà resta, nel bene e nel male, la nostra casa: finché ne avremo una.
Povertà e ricchezza hanno ciascuna le sue virtù e i suoi vizi. Virtù e vizi della ricchezza – amore della gloria e della sfida, fiducia in se stessi, alterigia, distacco – non ci riescono bene. Siamo decisamente più a nostro agio con virtù e vizi della povertà. Le principali virtù della povertà sono: sapere, fin dentro le ossa e il midollo, che la sciagura esiste sul serio, nella vita quotidiana di tutti e non solo nei libri; la modestia del realismo; la dignità che ne consegue; e la laboriosità. I principali difetti della povertà sono: il sogno della ricchezza che divora tutto; la millanteria della grandezza; il vittimismo; e la tentazione ricorrente del melodramma, cioè a dire la tentazione di credere e agire come se i poveri e i deboli, solo perché poveri e deboli, fossero buoni e incolpevoli: come se la responsabilità di errori colpe e mali fosse sempre dei ricchi e forti, e soprattutto degli altri.
Per noi italiani la tentazione del melodramma – la tentazione di dare la colpa (e con la colpa, la responsabilità) agli altri – è oggi la più forte e la più pericolosa. La più forte e la più pericolosa, perché oggi, noi italiani stiamo vivendo una tragedia, anche se facciamo di tutto per non accorgercene. Dico tragedia nel senso proprio, classico e greco della parola. Tragedia non è una vicenda sanguinosa, insolita e atroce che va necessariamente a finire molto male.

Ci sono tragedie in cui non si versa una goccia di sangue e che vanno a finire benissimo, per esempio il Filottete di Sofocle.

La tragedia, nel senso proprio, rappresenta una vicenda in cui un uomo, un gruppo di uomini o una comunità si trovano in una situazione per la quale non esistono manuali d’ istruzioni. Per sapere che cosa fare e non fare, che cosa dire e non dire, non bastano le leggi, i costumi, la religione, il buonsenso e l’esperienza.

Ci sei tu che sei solo, c’è la terra che è grande a perdita d’occhio, c’è il cielo che sta zitto, e stop.

Qui comincia la tragedia, e può finire bene o finire male: ma la responsabilità (anche se non necessariamente la colpa) dell’esito felice o infelice è tua, e solo tua.
La situazione tragica ha due conseguenze immediate su chi la vive: fa paura, e fa tornare bambini. Quando hanno paura, i bambini d’istinto si coprono gli occhi, come se chi non vede si nascondesse agli occhi altrui. Quando siamo lucidi e adulti sappiamo bene che non è così: ma è molto difficile essere lucidi e adulti in una situazione tragica.

Però, se non ci riusciamo la tragedia va finire molto male. Molto male, perché non soltanto veniamo sconfitti, ma diventiamo vittime, vittime di noi stessi e della nostra paura, della nostra impotenza, della nostra irresponsabilità. Qualcosa del genere è accaduto nella data nera della storia nazionale, l’otto settembre del ’43.

In quell’occasione – una situazione tragica se mai ce ne fu una – un piccolo gruppo di uomini credette che coprendosi gli occhi di fronte all’Italia, al mondo e alla guerra, l’Italia, il mondo e la guerra non li avrebbe veduti. Così, la sventura di essere sconfitti in guerra, che può capitare ed è capitata a tutte le nazioni e tutti i popoli, si è trasformata in un generatore inesauribile di travisamenti, menzogne, ipocrisie: e inutili atrocità. Il più duraturo di questi travisamenti, menzogne, ipocrisie, quello che ancora oggi ci copre gli occhi e ci fa comportare da bambini invece che da adulti, è la pretesa che non noi, ma altri, solo altri siano stati sconfitti e responsabili della sconfitta.

Non l’Italia, non gli italiani hanno perduto: ma l’altra Italia, gli altri italiani. Per gli antifascisti, gli italiani fascisti, traditori dell’Italia vera. Per i fascisti, l’Italia e gli italiani antifascisti, traditori della vera Italia. Visto lo straordinario successo del debutto, abbiamo continuato a rinfacciarci le colpe e a rimpallarci le responsabilità tra sinistra e destra, ricchi e poveri, cattolici e laici, Nord e Sud, e adesso anche – un po’ di novità, grazie al cielo – tra Italia e Unione Europea.
Sono settant’anni che zampettiamo in questa ruota da criceti. La porta della gabbia è aperta, ma finché continueremo a coprirci gli occhi, non ce ne accorgeremo mai. Togliamoci le mani dalla faccia, apriamo gli occhi. Quel che vedremo non sarà un sogno esaltante, un arcobaleno di gloria. Saranno le cose come stanno, e saremo noi come siamo.

Ci accorgeremo, probabilmente, di essere poveri, e capiremo, con il realismo dei poveri, che nessuno risolverà i nostri problemi, nessuno soccorrerà ai nostri bisogni: semmai, tutto il contrario. Non sarà un momento esaltante, e neanche un momento facile. Però scioglieremo il crampo che ci paralizza, e invece di non voler morire ricominceremo a voler vivere. Non mi sembra poco.

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Commenti

  • antoniochedice  On novembre 4, 2013 at 12:15 pm

    L’articolo di Buffagni è magnifico; complimenti. Di Gic.

    Come al solito, però, è una diagnosi, non è una terapia. Inoltre, manca di una eziologia della malattia.

    Manca una terapia, perché non si dice –ed è molto difficile dirlo e ancor più difficile sarebbe, una volta detto, farlo- come salvarsi.

    Essere “realisti” nel senso di scoprire il principio di realtà, cioè capire quale è realmente la nostra situazione attuale non è facile perché non siamo ancora all’8 settembre (1943) e neanche al 24 ottobre (1917). La sensazione è che sì, siamo messi male, ma (pensiamo tra noi) quando siamo stati messi “bene” ? Come ne siamo usciti altre volte, ne usciremo anche stavolta e come altre volte “qualcuno ci aiuterà”.

    Secondo me, la genesi di questo modo di pensare è molto “cattolica”. Siamo tutti peccatori, ma il buon Dio tutto perdona, sempre (lo ha detto ieri o l’altro ieri e ripetuto a lungo questo Papa: “Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli”: molto distante, mi pare, dall’etica della responsabilità di Max Weber); per cui nella nostra condizione di peccatori siamo sempre giustificati; la “colpa” non è mai nostra, ma di quello 0,01% che ci manca per essere perfetti. E quindi, in realtà, noi non sbagliamo mai; e se sbagliamo la “colpa” è di qualcun altro, il diavolo, la debolezza umana, Mussolini, il Re, Berlusconi, Andreotti, la classe politica.

    Di conseguenza, non abbiamo perso l’8 settembre, ma anzi è stato l’inizio della riscossa (ricordate la fine di “Tutti a casa” ?); non abbiamo in realtà perso Caporetto, ma anzi lì è risuonata la sveglia per il 4 novembre. E così via.

    E ricordate anche lo sbalordimento di Sordi quando Gassman viene fucilato (alla fine de “La grande guerra”) ?: la realtà non può essere quella che é.

    Oggi a me pare che non siamo ancora alla Grecia, e poi se siamo sinceri, l’idea che è in sottofondo, nel nostro sottofondo, è che “la Grecia un po’ se l’è voluta” cambiando le carte per entrare nella UE (e, ha ragione Buffagni, ci dimentichiamo, chiudiamo gli occhi davanti alle nostre bugie dette e fatte per ottenere quella “medaglia” che era entrare, meglio: essere ammessi in Europa). E per noi c’è sempre, sempre, una giustificazione per il nostro comportarci “male”: la macchina in seconda fila ? Ma dovevo andare a prendere il giornale ! Non pago le tasse dovute ? Ma non ho i soldi (lo dicono anche i giudici). E così via.

    Non siamo una Nazione (che si raccoglie sotto una bandiera), ma siamo un Paese (che si raccoglie nella piazza del campanile).

    Come se ne esce ? Non è possibile modificare l’indole storica di un popolo, formatasi in secoli e secoli. Abbiamo sempre sperato che “la salvezza” ci venisse da un Messia, che di volta in volta è stato Carlo Magno, Federico II di Svevia, Napoleone o, appunto e per farla breve, Mussolini. In un’era “europea”, la “salvezza” ora ci deve venire da Bruxelles, anche se poi ci arriverà da Berlino. E sarà la solita “salvezza” che ci farà restare nella “povertà” (magnifico l’aneddoto di Tognazzi) che ci è congeniale, come i “clientes” (minuscolo) del Senatore Romano (tutto maiuscolo).

    Peccato, ma è così.

    GiC

  • donato  On novembre 4, 2013 at 2:40 pm

    Gli antifascisti ante 1943 sono una invenzione.Cmq basta ricordare Vichy per vedere come certi fenomeni non siano nostra prerogativa (vero è che la Francia ha poi avuto De Gaulle)

    • antoniochedice  On novembre 4, 2013 at 4:23 pm

      Sia l’Italia che la Francia si sono spaccate durante il conflitto, proprio perché la volontà popolare non era definita secondo procedure trasparenti.
      Proprio per questo in previsione di nuovi momenti traumatici penso che sia necessario chiamarsi fuori prima di un altra divisione interna.
      Poi, gli antifascisti c’erano. Persino dentro il gran consiglio.

  • gicecca  On novembre 4, 2013 at 3:41 pm

    Chiedo scusa a Donato, ma qualcuno degli antifascisti ante 1943 -tipo Alicata, Gadda e qualcun altro,parecchi, vedi “I redenti” di Mirella Serri, libro che ho più volte già menzionato nel blog- erano, al meglio, un poco doppiogiochisti. Naturalmente c’erano anche i sinceri, ma stavano al di là delle Alpi e qualcuno anche al di là del Volga. GiC

  • Roberto Stefanini  On novembre 4, 2013 at 10:32 pm

    Concordo con chi scrive che: 1) il nostro punto critico è rappresentato dalla debolezza della nostra identità nazionale; 2) che dovremmo rafforzarla nell’unità; 3) che l’arrivo del centenario della Grande Guerra è una occasione da non perdere.
    Ho trovato bello l’articolo di Roberto Buffagni, in particolare le sue conclusioni, che mi sembra potrebbero essere la base su cui sforzarsi di costruire ulteriormente, decidendo di uscire dal melodramma per entrare volontariamente e consapevolmente nella tragedia.
    Partiamo, come dice lui, da un “esame di realtà”. Noi italiani siamo un popolo di origine mista, che pur vivendo nei secoli in una cronica situazione di povertà e di sottomissione a poteri opprimenti interni ed esteri, è riuscito a costruire una civiltà bella ed originale, con alcuni elementi comuni arricchiti da differenze locali. Con il Risorgimento avevamo preso le armi e ci eravamo finalmente conquistati la libertà e una patria unita.
    Dobbiamo ora prendere atto che stiamo regredendo verso condizioni antiche di miseria, sudditanza e oppressione. Ciò avviene, riconosciamolo, soprattutto per colpa nostra. Solo dopo perché c’è chi si sta anche approfittando a proprio vantaggio delle nostre condizioni di debolezza. Ma questo è normale.
    Io ritengo che la civiltà italiana sia degna di rispetto e che meriti di essere difesa, perché possa sopravvivere e continuare ad evolversi, purché gli italiani siano capaci di un grosso e duraturo sforzo. Come fare? Ponendosi le domande giuste e, trovate le risposte, passando decisi all’azione.
    Secondo me il successo passa dal rifondare il sentimento di cittadinanza.
    Le principali domande da porsi sono:
    1) quanti sono gli italiani che non si accontentano di vivere da sudditi, magari anche comodamente, e che ci tengano davvero a vivere da cittadini, assumendosene gli oneri? Bisognerebbe realizzare un meccanismo per stimarlo. 2) Cos’è poi la cittadinanza? In termini non legali ma di senso di appartenenza, secondo me, non è un fatto né di suolo né di sangue, ma di efficace conoscenza della lingua e di adesione volontaria ad un modello culturale, che piaccia e in cui ci si riconosca anche emotivamente.
    La cittadinanza deve quindi essere una cosa seria e sentita, tra coloro che ne fanno parte. Ci vuole un nuovo patto di legame civico, che non cali dall’alto ma nasca da libere volontà individuali, aperto agli immigrati che vogliano integrarsi con noi. Penso che occorrerebbe istituire apposite cerimonie, che diano solennità e spessore emotivo a questo tentativo di rifondazione civica.
    Io credo che questa consultazione, promossa da http://www.ilcorrieredellacollera.com , dovrebbe mirare fornire gli elementi da costruzione per impostare un progetto chiaro ed un realistico programma attuativo, che necessariamente dovrà essere di lungo periodo. Bisognerebbe essere capaci di fornire i mezzi iniziali ad una degna causa, alla quale possa valere la pena di dedicarsi con qualche probabilità di successo.
    La buona volontà è merce rara e deperibile. Non va sprecata.
    Roberto Stefanini

  • roberto buffagni  On novembre 5, 2013 at 7:07 pm

    Mi scuso per il ritardo di questi ringraziamenti, a Giovanni Ceccarelli, Roberto Stefanini e a tutti gli altri lettori. Ero in viaggio, e consulto solo ora il “corriere della collera” di Antonio de Martini, che molto generosamente ha ospitato il mio pezzo.
    Grazie mille per i consensi e per i contributi stimolanti al dibattito su questo tema, che, lo si vede bene, a chi segue il blog di de Martini sta molto a cuore: e questa, al di là delle possibili divergenze d’opinione politica, mi pare la cosa principale. Grazie ancora.

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