VERSO IL CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA: L’IDENTITÀ ITALIANA NASCE NEI MOMENTI DI ESTREMO PERICOLO. di Carlo Cadorna

Quasi cento anni orsono l’Italia scendeva in campo per partecipare alla Grande Guerra: un immane ed inutile sacrificio di vite umane per quasi tutti i paesi partecipanti ma non certo per noi. Infatti la nostra partecipazione, al di là delle polemiche più o meno interessate degli antinterventisti fu storicamente obbligata dall’incompleta liberazione del territorio nazionale, dalla generale (con l’eccezione dei militari che non furono coinvolti nella decisione) errata previsione di una guerra di qualche mese, dalla mancata previsione dell’effetto delle armi moderne associate alla fortificazione campale, dalla necessità – per evitare milioni di disoccupati proprio durante il successo della rivoluzione bolscevica- di disporre delle materie prime che soltanto gli alleati ci potevano fornire, dalle risibili offerte territoriali dell’Austria, dalla maggiore capacità interventista di infiammare gli animi, dalla presenza dell’istituto monarchico favorevole all’intervento, dalle offerte territoriali degli alleati ed infine dalla scarsa considerazione dell’epoca per la singola vita umana se messa in relazione all’interesse nazionale.
A dimostrazione di questo, 600.000 morti non furono sufficienti ad impedire che, vent’anni più tardi, la maggioranza degli italiani applaudisse  Benito Mussolini che annunciava l’entrata in guerra a fianco dei nazisti. L’Italia entrò in guerra con una classe politica che non era molto migliore di quella attuale: ne fu conseguenza la pessima gestione delle trattative per il Patto di Londra, la diffusa speculazione truffaldina sulle forniture militari, la scarsa sensibilità per il benessere dei soldati (poi erroneamente imputata al Comando Supremo), il controesercito degli imboscati, la diffusione di un clima poco solidale nei confronti di chi stava dando la vita, lo sviluppo dell’istruzione svincolata da una salda educazione.

A fare da contraltare vi era l’Esercito nel quale si riteneva che educare significa sviluppare il sentimento del dovere “ed è questa una parola inefficace se si fa astrazione dalla fonte da cui l’idea del dovere emana, cioè dal concetto del divino”. Vi regnava inoltre una ferrea disciplina, presupposto dell’educazione, “qual’era necessaria in una lunga guerra , estenuante per i gravi sacrifici d’ogni specie che essa imponeva”.

Per quanto precede, la prima parte della guerra, la più impegnativa, fu combattuta da un esercito abbandonato dal Paese quasi che essa fosse un problema soltanto degli “sfigati” contadini che costituivano la maggioranza dei combattenti. Ma quando, dopo il rovescio di Caporetto, tutti ebbero la percezione che era in gioco la libertà di tutto il popolo italiano, si costituì, come per incanto, un grande spirito unitario: improvvisamente si trovarono le risorse per il benessere dei soldati e tutto il Paese fu solidale.

Poteva così mio Padre dichiarare:” Su quelle frontiere accorsero milioni d’italiani per realizzare l’ultimo atto dell’unità d’Italia, il sogno di Mazzini e di Garibaldi, infranto nel ’66. Su quei monti, in quelle trincee fangose, si fuse il popolo italiano dalle mille provenienze e nell’immane sacrificio mostrò di saper lottare per un ideale, per l’indipendenza, per l’unità e di averla meritata.

L’Isonzo, il Carso ed il Piave, ove le brigate meridionali gareggiarono in valore, in sacrificio, con quelle tratte dalle provincie settentrionali, vendicarono l’onta di Palermo e l’insuccesso del Volturno.

Ci avevano sempre rinfacciato di dovere l’unità e l’indipendenza alla scaltrezza dei diplomatici, alle fortunate combinazioni ed al sangue altrui. Quella volta portammo la bandiera italiana sulla cresta delle Alpi al prezzo del nostro sangue ed anche oggi, allorquando ci riuniamo davanti al monumento dei caduti, mentre risuonano le note dell’inno del Piave, sentiamo di non fare un gesto retorico, perché lassù, nel dolore e nella gloria, eravamo tutti uguali e uniti da un patto che nessun evento sciagurato ha potuto e può infrangere”.
Oggi ci ritroviamo in una situazione simile, sull’orlo dell’abisso per l’incapacità (o cattiva volontà) della classe dirigente di mettere la spesa pubblica sotto controllo. Preoccupa l’essere governati dall’estero ed ancor più l’assenso della maggioranza del Paese che vorrebbe addirittura essere governata da una premier continentale.

Questo significa che abbiamo perso la libertà, il bene più prezioso dell’uomo. Ma non solo, perché stiamo andando diritti verso quella situazione che privilegia “l’uomo forte”. Come sempre, la strada migliore per uscirne è quella autenticamente democratica che ci è stata indicata dalla saggezza e dall’esperienza del nostro Presidente.

La democrazia italiana è debole perché tale è il potere esecutivo, così come fu disegnato, in una situazione storica completamente diversa, nella nostra Costituzione. La sua debolezza ha rafforzato altri poteri che nulla hanno a che spartire con la democrazia. Dobbiamo quindi unirci tutti insieme e chiedere, con il coraggio e la determinazione di chi sa di essere nel giusto, che si proceda alla riforma costituzionale prevista completandola con una inderogabile riforma, in senso democratico, delle norme che regolano la vita dei partiti, che sono gli organi attraverso i quali si determina la politica nazionale. Dobbiamo e possiamo farlo perché la ricorrenza odierna ci ricorda che, tutti insieme, abbiamo già superato prove molto più difficili.

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Commenti

  • donato  On novembre 3, 2013 at 11:25 pm

    Tutto ciò sarebbe sacrosanto se una identità nazionale italiana esistesse realmente,ma i recenti eventi depongono in senso contrario:l”europeismo”sbandierato da molti ne è soltanto uno scadente surrogato.

    • antoniochedice  On novembre 3, 2013 at 11:33 pm

      Quel che mi fa piacere è il buonumore che trapela da ogni tua i dimostrata dichiarazione.

  • Anafesto  On novembre 4, 2013 at 9:43 am

    “Come sempre, la strada migliore per uscirne è quella autenticamente democratica che ci è stata indicata dalla saggezza e dall’esperienza del nostro Presidente.”
    Di quale Presidente si parla?

  • donato  On novembre 4, 2013 at 2:29 pm

    Il MIO umore?Penso di riflettere stato d’animo largamente diffuso e mi limito a ricordare che nell’ultimo biennio il paese è stato coinvolto in una guerra balorda e non dichiarata privato del suo governo eletto e rovinato economicamente.

    • antoniochedice  On novembre 4, 2013 at 2:33 pm

      Bravo. Si presenti candidato.

  • donato  On novembre 4, 2013 at 2:47 pm

    Onestamente vi sono motivi non dico di ottimismo ma almeno di speranza?
    IMHO non cè nessuna luce in fondo al tunnel.

    • antoniochedice  On novembre 4, 2013 at 4:28 pm

      Le scelte politiche non si fanno sulla base dell’ottimismo. Nel 1940 l’Inghilterra non aveva alcuna ragione di essere ottimista.
      Ottimista erano Hitler e Mussolini. Due caporali senza preparazione e cultura, ma pieni di ottimismo.

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