La seconda esigenza per il successo della rivolta siriana – sempre secondo l’Economist – e’ disporre di un ” santuario” . Questo termine, divenne popolare durante la guerra del Vietnam, per indicare un territorio che fungesse da retrovia agli insorti ( il Vietnam del Nord).
Per la Siria, i pianificatori dell’attacco ritennero
di avere solo l’imbarazzo della scelta: il Libano, il Jabal Druso con alle spalle Israele, i Curdi, minoranza già utilizzata contro Saddam Hussein, la Turchia, fedele membro della NATO, l’Irak già in mano americane, la Giordania col giovane re Abdallah, più inglese che arabo.
Iniziarono dai Drusi , fama di temibili combattenti, con la regione piena di profughi iracheni di facile reclutamento.
I disordini iniziarono a Marzo, andarono in crescendo, fino a che i siriani resero pan per focaccia: alcune migliaia di profughi palestinesi disarmati si lanciarono sulle guardie di frontiera israeliane per ” tornare a casa”. Dieci morti , tensione. Freno ai Drusi.
La crisi con il premier iracheno Al Maliki che porto’ alla ” rinunzia” americana alle basi nel paese ( gli iracheni volevano negare l’immunità ai militari USA e si irrigidirono) rese insicuro anche il ” santuario” del sud ed i moti , appena iniziati, nella zona di Deir El Zhour, si spensero.
La frontiera libanese e’ per la maggior parte in una zona amministrata dall’ Hezbollah libanese e si e’ rivelata utilizzabile solo nella sola zona Nord ( sunniti dell’area di Tripoli) , ma l’inconveniente stava dall’altra parte della frontiera: era la zona di radicamento degli alaouiti setta di appartenenza della famiglia Assad.
La Giordania, a parte uno sporadico aiuto e una certa tolleranza verso gli sconfinamenti dei rivoltosi in fuga, memore del passato appoggio segreto – poi ammesso pubblicamente con scuse da parte di re Hussein – fornito nel 1982 alla rivolta dei fratelli mussulmani che fu repressa nel sangue, non se la senti’ di sfidare le centinaia di migliaia di palestinesi in via di diventare buoni sudditi.
Per poter utilizzare la Turchia come santuario, bisognava farle cambiare posizione ( il ministro degli esteri turco Davitoglu aveva come dogma ” nessun problema alle frontiere”) in politica estera ed era anche necessario abbinarla con un partner tecnologicamente moderno, a patto che non si trattasse di Israele. La scelta era rimasta per ultima dato che la zona di frontiera era arabofona.
La Francia si disse disponibile e riprese le fila della sua politica levantina di protezione dei Cristiani, un tempo appannaggio dello Zar.
L’operazione inizio’ , ma al lento decollo – la campagna di terrorismo psicologico frutto’ meno di settemila profughi e su 23 milioni di abitanti non era granché – fece seguito un incidente in mare in cui perirono otto cittadini turchi uccisi dagli israeliani che volevano fermare una nave turca con rotta Gaza. Il governo turco chiese – ma non ottenne – le scuse degli israeliani. Netaniahu si rifiuto’ perdendo di colpo anche gli spazi aerei turchi dove i piloti israeliani si addestravano.
La scoperta di petrolio nelle acque di Cipro complico’ ulteriormente la faccenda per le mire turche anche sul petrolio. Israele prese la palla al balzo con un accordo di mutua difesa con Cipro.
La ciliegia sulla torta e’ stata posta dal presidente francese Sarkozy che, per ragioni di politica interna, ha varato una legge per rendere reato il negazionismo dell’olocausto armeno.
A questo secondo schiaffo dell’occidente, il presidente turco Erdoghan reagì facendo saltare gli accordi con la Francia che avrebbero permesso la creazione del santuario necessario ad appoggiare i primi fuochi della rivolta.
Finiti i santuari, finite le illusioni di attacco diretto, ecco l’attacco disperato per ottenere una delibera del Consiglio di sicurezza dell’ONU sperando di costringere i russi ad una astensione.
Non avevano considerato la comparsa della Cina sulla scena.
LA TERZA ED ULTIMA PARTE DOMANI SERA