La crisi Mediterranea e i paesi arabi: L’Italia deve chiedere di guidare un Nuovo Rinascimento. La Francia per il suo passato coloniale non può. di Antonio de Martini

 

 E’ necessario – per le ragioni che illustreremo – tornare a studiare la Storia e la Geografia del mediterraneo per attuare una strategia di uscita dalla decadenza psicologica, politica, economica e morale nella quale stiamo affondando da almeno un quarto di secolo. La sorte del mediterraneo e di tutti noi può essere diversa e migliore e questo è il momento di esserne consapevoli e passare all‘azione.Oramai abbiamo capito cosa ci riserva l’Unione Europea.

Di fronte a colossi come la Cina e L’America, l’Eurolandia – il nome scelto lascia capire già molto – è poco più di una espressione geografica dove gli italiani mandano i trombati della politica nazionale a fare la bella vita a patto di non contare.

Le scelte vitali  per l’Italia ,  restano appannaggio di una classe dirigente provinciale ammalata di saturnismo e convinta di essere al centro del mondo. I commissari europei scelti dal governo italiano interrompono – è successo tre volte a noi e mai agli altri – il mandato per tornare a incarichi di politica nazionale.

Se continuiamo a lasciare i nostri destini in mano ai rapitori di un’ Europa trascinata verso il nord, saremo condannati per altri secoli a piccole idee, piccoli progetti, piccoli risultati e perderemo la grande occasione che la storia e la geografia ci presentano, da quando il riaffacciarsi della Cina sulla scena del mondo ha restituito al Mediterraneo la centralità persa nel XVII secolo con la scoperta delle grandi rotte oceaniche.

Bisogna riconoscere alla UE di non aver compiuto discriminazioni maggiori, quel che è sempre mancata è l’iniziativa, la visione strategica, la determinazione dei mediterranei uniti.

Il ritardato ingresso della Spagna nella Comunità, l’ alternanza asincrona tra destra e sinistra nei paesi rivieraschi,i flussi migratori e il peso della secolare conflittualità dopo secoli di Pax Romana, hanno creato una cesura psicologica rafforzata dall’alibi che il centro dell’Europa sta al Nord.

Balle: l’Inghilterra e i suoi satelliti “nord europei” hanno combattuto la CEE con la zona di Libero scambio fino a che hanno potuto per poi adeguarsi  obtorto collo e diventare il portavoce degli interessi americani nella UE. Non esiste un solo caso in cui gli interessi inglesi e quelli americani non abbiano collimato.  

 La UE ha  comunque assolto con diligente distacco alla parte burocratico- strutturale: ha accettato l’idea della creazione di una comunità per il Mediterraneo   ed ha designato Barcellona come sede dell‘apparato.  Certo, se questa  desse vita ad un piano di sviluppo marittimo, inevitabilmente Rotterdam, Amburgo o Stettino ne risentirebbero, Se di sviluppo finanziario, Londra e Francoforte; se agroindustriale o politico, l’asse franco tedesco che oggi guida l’Europa dei 27 ne uscirebbe indebolito.

Queste considerazioni non porteranno mai la UE ad impedire il nostro sviluppo dal quale dipende anche il loro, ma bastano a farci capire che l’elemento propulsore del Nuovo Rinascimento non potremo essere che noi: i diretti interessati.

Dobbiamo decidere di risorgere dal cimitero di idee, di miseria morale e politica che ci avvilisce e progettare l’Europa del sud che non è mai esistita, non tanto per malvolere del Nord, non per mancanza di capitali, ma per insipienza propria , attitudine alla dialettica distruttiva, assistenzialismo, timore del nuovo che peggiora l’esistente.

La mal preparata candidatura di un cittadino giordano (?) alla direzione della nuova organizzazione ha anche  bloccato la macchina e non si vede chi possa sbloccare la situazione e con quale protagonismo progettuale.

L’Europa sognata dai nostri padri, non è mai stata quella che “crea” il disciplinare della pizza napoletana, ma l’ iniziatrice di un nuovo modello di civiltà e questo – piaccia o no – significa cambiare quelle in cartellone da almeno cinquecento anni su ambedue le sponde.
 Per perseguire questi scopi, è necessario abbattere la barriera dell’ignoranza e disinformazione che ci chiudono nello zoo di scelte che avevano – forse – una logica duecento anni fa.
E’ necessario impegnarci a rinnovare drasticamente la classe dirigente che ha condizionato la nostra politica industriale, agroindustriale e finanziaria:aver chiamato lo zoo, bioparco non ci basta.
Per demolire il muro di ignoranza e paura, offro qualche mia esperienza personale e alcune considerazioni dettate dalla geopolitica.
Il destino mi ha privilegiato facendomi studiare in Libano, lavorare in Tunisia e in tutti i paesi arabi, da Casablanca a Aleppo, da Tripoli a Gibuti, passando per Gerusalemme, Rakkah e Ressafa.
 
E’ stato solo durante gli anni dell’università a Roma che scoprii che, quella che credevo una lacuna personale ormai in via di cicatrizzazione, era in realtà un abisso di ignoranza che riguardava un intero popolo.
Stesso sentimento quando andavo sulla riva sud. Superstizioni e dicerie riguardo all’Italia.
Lo studio mi ha fatto capire che nei secoli, di volta in volta ci sono stati poteri interessati alla disinformazione facilitata dal disinteresse, dall’abitudine all’acquiescenza e dalla nostra ignoranza che andava stratificandosi nel tempo, spacciandosi per “cultura secolare“.
Le potenzialità di collaborazione culturale, economica, politica, commerciale e anche religiosa sono immense se solo, da entrambe le rive , ci prendessimo il disturbo di conoscere uomini e culture e scoprire che molte differenze tra noi sono esogene.
Chi ha visto i mosaici di epoca romana sulla riva sud del mediterraneo, dalla Cilicia a Tunisi, ha constatato l’assenza  per oltre cinque secoli della benché minima scena di guerra.   
 
 
 
 
 

Anche i nostri dirimpettai hanno bisogno di affrancarsi da   antichi servaggi e cercano chi sappia far fruttare le loro ricchezze naturali in parità di diritti e doveri e dare un futuro in Patria ai propri figli.
Dobbiamo avviare una concertazione efficace e permanente con i paesi esclusivamente mediterranei, in contrappunto – non in contraddizione – con paesi europei che la storia e la geografia vogliono atlantici e dunque chiamati ad altri destini.
L’avvenire nostro e della nostra idea di Europa dipenderanno dalla capacità che mostreremo di saper gestire la vita delle persone e non le sole tariffe doganali.

Finora la politica economica comune è consistita nel favorire lo smercio dei prodotti degli europei del nord sui mercati dei paesi del sud: i mediterranei.  La politica industriale comunitaria ha – di tutta evidenza – favorito, la fascia settentrionale della Unione.

Il settore agricolo è stato gestito, complice l’ insufficienza della nostra classe dirigente, sulla base delle esigenze dell’agricoltura settentrionale.

La fascia agricola mediterranea di poco più che cento Km di costa francese, spagnola, italiana, hanno avuto un ufficio per l‘olio a Madrid – condizionato da Bruxelles dal concorrente Unilever e un ufficio del vino a Parigi.

Abbiamo rinunziato ad una comune politica di difesa per non svegliare i fantasmi francesi ;  alla politica sociale per contentare i tedeschi, abbiamo finanziato la NATO per non far sfigurare gli inglesi coi ricchi cugini; abbiamo aperto le porte agli europei dell’est e del nord, dimenticando che le persino le inserzioni di lavoro alla ricerca di interpreti della  allora CEE chiedevano “ traduttori di lingue europee  e scandinave. “
Abbiamo accettato di porre l’embargo commerciale sui nostri migliori clienti di ieri ( Libia) e di oggi ( Iran), salvo poi farci battere sul tempo al momento della riapertura dei commerci decisa da chi aveva i piani di penetrazione già pronti assieme alla assoluzione democratica dei non più reprobi.
Abbiamo dovuto licenziare il nostro ambasciatore presso le Nazioni Unite che insidiava la candidatura tedesca al seggio permanente nel Consiglio di sicurezza per il quale eravamo preferiti dalla maggioranza dei paesi minori, pur essendo all’epoca il terzo sovventore dell’ONU.Ora , “ l’alterna onnipotenza delle umane sorti “ fa passare il pendolo della storia ancora una volta nel Mediterraneo ed è giunto il momento di presentare il conto con serena fermezza.

Vogliamo gestire la Politica Mediterranea a tutti azimut e addossarci la responsabilità di un Nuovo Rinascimento. Il Presidente della Repubblica Napolitano sia chiaro con gli USA nel suo viaggio che inizia oggi.

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Commenti

  • Roberto  Il marzo 27, 2011 alle 1:17 pm

    Risorgimento

    • antoniochedice  Il marzo 27, 2011 alle 1:25 pm

      Politicamente sara’ di certo Risorgimento, ma per gli aspetti economici,sociali, artistici e religiosi che comporterebbe, ho ritenuto di chiamarlo Rinascimento.

  • Roberto  Il marzo 27, 2011 alle 1:37 pm

    Viva Mazzini!Che ci sta sempre bene…soprattutto quando la festa di Halloween è passata, Benigni si è beccato 250 mila euro per aver cantato un inno ( si fa per dire)che fino a ieri non conosceva, la Patria è una simpatica signora che vende le sigarette di contrabbando ed il 150 non interessa più a nessuno perchè il ponte s’è fatto.

  • Francesco Venanzi  Il marzo 27, 2011 alle 5:46 pm

    Il Mediterraneo ai mediterranei.
    E’ a prima vista una bella idea. Ma a considerarla da vicino appare utopica.
    Affinché una area geografica assuma una forma di integrazione tra le sue componenti, occorrono due cose:
    -che ci sia un minimo di omogeneità demografica, economica, culturale;
    -che ci sia un forte progetto economico di interesse comune.
    Sulle omogeneità mi sembra che siamo troppo lontani dal minimo necessario.
    Demografica: la sponda Sud è caratterizzata da una espansione demografica senza freni da decenni, che ha prodotto una bassissima età media della popolazione ed una massa di giovani disoccupati. La sponda Nord è invece caratterizzata da bassa fertilità, età media elevata, alte percentuali di anziani. E ciò nonostante elevata disoccupazione giovanile.
    Economica: la sponda Sud è ricca di risorse minerarie energetiche; ha una agricoltura ai limiti della sussistenza; non possiede capacità tecnologiche e imprenditoriali proprie che la rendano competitiva sui mercati internazionali; ha un sistema di welfare minimo. Dalle esportazioni di energia ricava reddito che non trova impiego produttivo nell’area, ma è investito nelle economie occidentali. A questo quadro fa eccezione per alcuni aspetti la Turchia. La sponda Nord è povera di risorse minerarie, ma è ben industrializzata e abbastanza dotata di capacità tecnologiche e imprenditive; da due decenni soffre per la scarsa competitività a causa della globalizzazione; ha sistemi di welfare avanzati resi più costosi dall’invecchiamento della popolazione. Ha debiti pubblici elevati e scarsità di capitali da investire.
    Culturale: la sponda Sud è caratterizzata da regimi assolutisti e dittatoriali, ove le libertà sono represse e l’iniziativa economica privata trova difficilmente spazio. La religione islamica irrigidisce il sistema sociale e politico e limita le forze evolutive. La sponda Nord ha ormai connaturate forme avanzate di democrazia, e la libertà del dibattito consente, con ovvi contrasti e necessarie lentezze, l’evoluzione dei sistemi.
    In questo quadro, appare improbabile che si manifestino serie spinte a forme di integrazione. Una integrazione è già in atto con lo scambio delle risorse energetiche dal Sud a Nord. Ma questo scambio non va molto al di là di un puro fatto commerciale. E il problema della disoccupazione giovanile che affligge ambedue le sponde impedisce che – nella situazione di fatto attuale – l’integrazione si estenda.
    L’integrazione europea, che dopo 60 anni è ancora ampiamente incompleta, nacque sui progetti della CECA e dell’Euratom, che toccavano da vicino forti interessi dei paesi fondatori e trovò un terreno favorevole nella grande affinità delle culture e delle economie degli stessi. Conta anche il sistema delle comunicazioni che in Europa è favorito dalla contiguità territoriale, mentre nel Mediterraneo è ostacolato appunto dal mare (che il mare faciliti le comunicazioni era vero nei tempi antichi, quando sul terreno si doveva camminare o andare a cavallo; ma oggi strade e ferrovie sono più comode delle navi).
    Allora, bisognerebbe individuare un grande e forte progetto economico che unisca gli interessi delle due sponde e su di esso imbastire una politica mediterranea di integrazione. Non è facile, perché pesano tutte le disomogeneità sopra ricordate e soprattutto la disoccupazione che affligge ambedue le sponde.
    Chi ha idee le porti.

    • antoniochedice  Il marzo 27, 2011 alle 6:20 pm

      Mi pare un intervento ben impostato e un invito da accogliere. Un dettaglio e’ imprecisi: la demografia. Nell_ltimo quarto di secolo la Tunisia e’ passata da una media di sei figli a due. Sentiamoci e prepariamo un incontro.
      Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!

  • antoniochedice  Il agosto 17, 2018 alle 12:24 pm

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    UN INUTILE APPELLO A NAPOLITANO. PROVIAMO COI NUOVI? IL MEDITERRANEO PUO’ RIPRENDERE IL SUO RUOLO STORICO. ECCO PERCHE’

  • gicecca  Il agosto 17, 2018 alle 2:57 pm

    Con un governo sovranista, che attacca un giorno sì e l’altro pure la Spagna e la Tunisia, (lasciamo perdere malta propaggine UK) e procede con un assistenzialismo di Stato al sud,penso avresti avuto più fortuna con Napolitano. GiC

    • donato zeno  Il agosto 23, 2018 alle 11:58 pm

      No Mattarella è uguale.

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