SPADOLINI su Pacciardi pubblicato su La Stampa di lunedì 15 aprile ’91

IL COMBATTENTE DELUSO CHE SOGNAVA UN’ALTRA REPUBBLICA

Lo Storico Giovanni Spadolini

“Non era questa la Repubblica che noi abbiamo sognato, ai tempi della guerra di Spagna,la foto di Robert Capa simbolo della guerra di Spagna della cospirazione, della lotta contro il fascismo….”

Ancora pochi giorni fa, di fronte alle vicende accidentate e talora indecifrabili della nostra vita politica, il vecchio combattente per la libertà, novantaduenne, uno dei ragazzi del ’99 combattente nella prima guerra mondiale, mi confidava la sua amarezza e la sua delusione. Le degenerazioni partitocratiche; l’inefficienza delle istituzioni, la corruzione dilagante; la confusione fra Stato e privato; la rinuncia crescente a quei principi etici che dovrebbero sorreggere i reggimenti repubblicani da sempre identificati con la virtù

“Oh non per questo

dal fatal di Quarto lido …”.

Erano gli stessi motivi della delusione carducciana dopo il Risorgimento. In tutto e per tutto, Pacciardi era un personaggio risorgimentale. Si era nutrito nel profondo “humus” mazziniano di quella Maremma repubblicana, che conserva, in chiave toscana, talune delle asprezze e delle caratteristiche popolari, libertarie, autoctone del repubblicanesimo romagnolo, inconfondibile e irriducibile a qualunque altro schema.

Pressocchè autodidatta, nonostante la laurea in legge, si era formato sui testi mazziniani, vissuti e rivissuti con vibrazione e con ispirazione religiosa.  La sua Repubblica era, fin dagli anni ’20 o ’21, la Repubblica dei doveri dell’uomo, quel punto d’incontro fra Dio e popolo, fra cittadino e credente che era nella coscienza di colui che De Sanctis aveva chiamato il “Mosè dell’unità”, il Messia del riscatto nazionale.
Antifascista da posizioni di mazzinianesimo intransigente e conseguente: l’uomo che nel ’22 dedicherà un profilo, asciutto, essenziale, in chiave missionaria e proselitistica al suo “Mazzini”, profilo che aveva ristampato in un’edizione per pochi amici non più di un mese fa, con l’orgoglio di una coerenza e di una lealtà a tutta prova prolungatasi nel corso di un secolo.

Combattente e “combattentista” (con due medaglie d’argento e una di bronzo, conseguite al fronte nel ’18) non esitò a separare nettamente la causa dei reduci da quella, assorbente e inquinante, del fascismo, contrapponendo all’Associazione nazionale combattenti un’associazione antagonista che si chiamerà “Italia Libera” e già porterà nel suo stendardo le future, esemplari battaglie per la libertà e la democrazia.

Negli anni fra il ’22 e il ’24, il giovanissmo Pacciardi non piegherà mai alle seduzioni di un blocco antisocialista che trovasse, in qualche modo, fonti di collaborazione o di convergenza col fascismo: le “avanguardie repubblicane” della Romagna, molto più antisocialiste che antifasciste, e non senza una segreta complicità col regime, lo trovarono all’opposizione, dura, motivata, risoluta. La sua linea fu ferma e inflessibile nei momenti di sbandamento che investirono anche il più antico e glorioso partito italiano.

Nell’esperienza politica (riparato clandestinamente in Svizzera nel ’26), Pacciardi assumerà un ruolo di tale rilievo animatore da candidarsi già nel ’33 alla segreteria del partito repubblicano, un partito che nel suo nucleo dirigente aveva ripreso, come nel Risorgimento, la via dell’esilio e si era ricostituito nella capitale francese. E Pacciardi sarà al centro dei rapporti di collaborazione e di scambio con la rosselliana “Giustizia e libertà”, rapporti che si prolungheranno nella guerra di Spagna, nel vivo della lotta armata, anche se esposti nel periodo successivo ad ulteriori differenziazioni e specificazioni.
Comandante del battaglione e poi brigata Garibaldi nella guerra di Spagna, Pacciardi scriverà una pagina che lo inserirà fra le grandi figure dell’antifascismo europeo (si ricordino le pagine che gli dedicherà Heminguay) e riprenderà quell’esperienza di volontariato, tipicamente risorgimentale, quando, riparando in America alla fine del ’41 e dopo un viaggio avventurosissimo, immaginerà di costituire una “legione italiana” che nella sua denominazione garibaldina e ottocentesca confermava le radici di un pensiero politico e insieme di una scelta morale.

Randolfo Pacciardi in Spagna la foto è stata tagliata per non mostrare al suo fianco Pietro Nenni. La foto intera sarà pubblicata ad opera dell'archivio storico della Camera dei Deputati in un libro già stampato e di imminente pubblicazione

“Legione italiana”. Un progetto per il quale si battè con la stessa tenacia con cui Carlo Sforza, suo commilitone nella battaglia antifascista, si batterà per un consiglio nazionale italiano, una specie di governo in esilio. E perchè una legione italiana? Perchè un corpo di volontari raccolti fra gli italiani d’America, destinato ad operare nelle sue limitate proporzioni nel vasto schieramento degli eserciti contrapposti? Per una testimonianza, per un sacrificio che legittimasse domani l’esistenza di un’Italia libera, diversa da quella fascista. La Lezione di Mazzini, la tradizione di Garibaldi.

Raccogliendo un anno fa per una collana storica da me diretta il suo carteggio con Borgese, Salvemini, Sforza e Sturzo sotto il titolo Gli antifascisti italiani in America- 1941-1944 egli terminerà una commovente testimonianza premessa al volume con queste parole “non ci fu concesso di contribuire alla vittoria da alleati con una Legione italiana come avvenne alla Francia per merito di De Gaulle, ma nessuno poteva negare il contributo alla vittoria democratica che dettero gli antifascisti della resistenza e quello che dettero nell’ultima fase della guerra i cinque gruppi dell’esercito italiano che poi furono la base per ricostruire le forze armate nazionali”.

Dalla delusione americana arriviamo direttamente alla lotta per la Repubblica sul suolo italiano, fra ’44 e ’46. Pacciardi è fuori dai Comitati di liberazione nazionale: leader indiscusso del rinascente partito repubblicano, che divide i suoi seguaci con quelli del partito d’azione ma che si distingue dallo stesso azionismo per non volere legittimare in nessuna forma, neanche indiretta o parziale, il lealismo monarchico che si traduceva nell’ossequio formale, per i governi succeduti a Badoglio – da Bonomi a Parri e a De Gasperi – all’istituto della luogotenenza, cioè alla monarchia di Savoia. Combattuta con grande efficacia da parte di un uomo politico che era anche un grande tribuno, uno straordinario oratore, un giornalista di rara scultorea efficacia.
Sono i tempi in cui il partito repubblicano conquista posizioni eminenti sia nelle amministrative che precedono il referendum (particolarmente a Roma, dove la Voce Repubblicana arriverà a tirature altissime) sia nelle successive elezioni politiche abbinate fra referemdum e costituente.

Leader di un manipolo di uomini combattivi ed eminenti, i vecchi repubblicani, Pacciardi tenderà la mano ai nuovi repubblicani che avevano sposato le posizioni più vicine al PRI nel dramma della scissione azionista dopo il febbraio-marzo 1946. “Concentrazione democratica repubblicana”, due deputati alla Costituente, che si chiamavano Ugo La Malfa e Ferruccio Parri, entrambi accolti e onorati dall’edera. E uno dei due destinato ad essere il futuro leader e rinnovatore del partito.

Pacciardi apparteneva alla pattuglia “presidenzialista” che ci fu alla Costituente che comprendeva uomini eminenti, fra azionisti e repubblicani, che si chiamavano Piero Calamandrei e Leo Valiani. Contrario al parlamentarismo impotente, incline fortemente verso il modello americano. Modello che egli identificava col modello mazziniano sperimentato per brevi mesi, fra febbraio e giugno 1849, sui collo di Roma.

Dopo gli anni cinquanta e quasi in forza delle sue stesse esperienze di governo, è denunciatore dei mali della partitocrazia: un termine che proprio allora cominciò a circolare in Italia e che portò Pacciardi all’incontro, almeno intellettuale, con uomini come Maranini. Contrario all’ingerenza dei partiti nella vita dell’amministrazione, alla confusione fra statalismo politico e statalismo economico, alle stesse aberrazioni che andava denunciando un altro dei grandi superstiti dell’antifascismo fuori di casa, Luigi Sturzo. E’ così schierato per la tesi della seconda Repubblica già dalla fine degli anni cinquanta da aderire alle tesi golliste: motivo non ultimo della rottura col suo partito, sanzionata nel 1963, accanto al “no” nei riguardi della formula e dell’esperienza di centro-sinistra.

Combattente politico pronto ad affrontare tutti i rischi, tutte le impopolarità e tutte le traversie pur di sostenere le sue idee. Ricco di esperienze di governo nella Repubblica, che ne fecero, fra ’48 e ’53, gli anni centristi, una delle figure più importanti del panorama politico: ricordato soprattutto come grande ministro della Difesa, come restauratore delle forze armate italiane in senso democratico e antifascista. Molto caro a De Gasperi che ne apprezzò sempre le doti di lealtà, di schiettezza e di coraggio.
Repubblicano tutto di un pezzo e quindi portato a combattere ‘ideologia collettivista, sia che si traducesse nella versione del partito comunista italiano, sia che si riflettesse negli schemi del massimalismo socialista. Aprì al PSI solo quando il partito di Craxi si schierò per la Repubblica presidenziale e avallò o riprese alcuni dei suoi temi di revisionismo istituzionale.
Toccò a me, come segretario del PRI, l’onore di riportarlo nel partito repubblicano all’inizio degli anni ’80, in mezzo a convinte adesioni ma anche a persistenti incertezze e diffidenze. Riguardo una sua recente pubblicazione con una dedica toccante in cui si rivolge al vecchio amico evocando ” i motivi di affetto e di riconoscenza”. Ho titoli per il primo, non per la seconda. Io feci semplicemente il mio dovere; e sono lieto, oggi, di averlo compiuto.

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Commenti

  • Umberto Giovine  Il novembre 9, 2010 alle 5:49 pm

    Spadolini conferma in questo scritto di essere – come Churchill del resto – un grande storico di se stesso. Lo si puo’ perdonare perché sa scrivere. E anche perché scrisse un memorabile libretto (Le Monnier) sui repubblicani dopo l’unità.
    La pulsione autorefernziale di Spadolini non si è fermata neanche davanti alla morte. La sua è l’unica tomba del celebre cimitero delle Porte Sante a Firenze su cui si erge il tricolore…

  • Roberto  Il novembre 10, 2010 alle 11:15 am

    Non è che questa non è la repubblica sognata dai repubblicani. Questa sarà pure una democrazia. Ma non è la Repubblica.

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