DALL’ARABIA SAUDITA ALLA GIORDANIA, PREVISIONI TEMPESTOSE. È IN PIÙ, A WASHINGTON MEDITANO SUL ” RAPPORTO PICKERING” CHE PROPONE … di Antonio de Martini

Vigilia di cambiamenti della politica estera americana nel mondo arabo?
lo richiede un rapporto consegnato al Presidente e lo richiede la situazione politica e militare.
Il regno saudita che ha da poco un nuovo re, rischia di dover affrontare a brevissimo – in un momento particolarmente delicato se non drammatico – una seconda crisi di successione aggravata dal fatto che anche il principe ereditario , il Crownprince, sta più di la che di qua.

Accade nelle gerontocrazie: re Abdallah la scorsa settimana é stato operato alla schiena per la quarta volta, ha 89 anni, é obeso, e questa volta, invece di farsi operare negli USA é stato operato in patria in un ospedale della Guardia Nazionale Saudita ( comandata dal figlio Mutaab ben Abdallah) dalla stessa équipe statunitense che fece i precedenti interventi chirurgici a New York.

La scelta é certo stata fatta per ragioni di sicurezza…informativa, perché un attentato nel cuore degli USA sarebbe certo stato meno probabile che in Arabia Saudita.
Si tratta di una esigenza di controllo assoluto sulle notizie riguardanti lo stato di salute del re, che possono essere meglio tutelate in Arabia Saudita che altrove.
La situazione tanto più grave in quanto il principe ereditario , Salman Ben Abdulaziz, vice primo ministro e ministro della Difesa, mostra sempre più chiari i devastanti segni della malattia di Alzehimer.

La morte del re e l’inutilizzabilità istituzionale del principe ereditario aprono la via a una serie di ambizioni e di ambiziosi che rischiano di creare una situazione di crisi a breve, non solo in seno al Consiglio di famiglia che tradizionalmente decide la scelta del successore, ma anche nel paese, nella guerra siriana, nei rapporti con le altre monarchie del golfo e col governo USA che vede sparire tutto il vertice col quale ha fatto i suoi accordi, proprio nel momento in cui anche da parte USA si annunziano cambiamenti importanti di uomini e scelte politiche.

L’accumulo delle cariche apicali dei regno tra i “saudari seven ” , i sette figli di Abdul Aziz nati dalla stessa madre, é stato imposto dall’impietoso calendario e il tentativo fallito dei superstiti di organizzare una riunione del consiglio di famiglia per definire i lineamenti della successione, sembra sia stata di fatto impedita dalla defezione di alcuni dei principi più influenti tra i quali lo stesso figlio del re e comandante la guardia nazionale, Mutaab, il vice ministro della Difesa , Khaled, ( il ministro ha l’Alzehimer e quindi è un posto chiave) e il neo ministro dell’interno , Mohammed ben Nayef, ben Abdulaziz.

In pratica i detentori del potere militare hanno rifiutato di lanciare “un segnale di discontinuitá” , mentre altri come Talal ben Abd el Aziz ( il padre del più noto principe-investitore Al Walid) si sarebbero presentati alla riunione.
É il primo segno di una spaccatura della famiglia reale da quaranta anni a questa parte, ossia da quando re Faisal fu ucciso da un cugino dato per squilibrato.

Puzza di bruciato anche per l’altro re Abdallah ben Hussein di Giordania – della
dinastia Hachemita – che sta dando segni di debolezza e instabilità politica grave, non essendo riuscito a ricondurre a normalità la vita politica giordana ad onta di un aiuto di oltre 700 milioni di dollari dai soli USA nel 2012.
Fonte “ignota ma affidabile” e presa sul serio dal giornale libanese Al Akhbar, rivela un piano per un pipeline che dal Katar giungerebbe a Homs, in Siria appunto, aggirando l’Irak e passando per Arabia Saudita e Giordania.

L’esistenza di questo progetto del Katar, spiegherebbe l’interesse del piccolo sceiccato in Siria ( il gas arriverebbe sui porti mediterranei di Siria Turchia e Libano senza passare via golfo persico-mar rosso-pirati somali) , consentirebbe l’isolamento irakeno e romperebbe il monopolio europeo di Gazprom , ma a mio avviso é reso obsoleto dalle prospettive aperte da Leviathan e Tamar, i due mega giacimenti scoperti nel Levante mediterraneo.

Intanto negli Stati Uniti ha iniziato a circolare un rapporto di cinquanta pagine detto ” rapporto Pickering” dal nome di un ex ambasciatore in Israele, Arabia Saudita ed altri paesi arabi, molto rispettato per la sua esperienza , che ritiene prioritario per la sicurezza degli Stati Uniti, un radicale cambiamento di rotta rispetto a quella finora seguita.

Il pregio maggiore degli Stati Uniti, é sempre consistito nel saper cambiare strada – magari in ritardo – ogni volta che hanno riconosciuto di aver compiuto errori di scelte di politiche o di persone.
Nel corso del secondo conflitto mondiale furono rimossi dall’incarico ben 15 comandanti di corpo d’Armata e 55 di divisione americani, mentre i comandanti italiani rimasero tutelati e incompetenti fino alla fine.
Sono queste le caratteristiche che consentono a un paese di crescere e mantenersi vitale.
Giuliano Ferrara sbaglia quando sul Foglio di oggi attribuisce a un pompino la destituzione di Petraeus.
Il ” poor judgement” il generale lo ha dimostrato in affari ben più vitali.

Agli errori di sottovalutazione della capacità di resistenza del regime siriano (oltre alla incapacitá di controllare i jihadisti reclutati per la bisogna) ed alla sopravvalutazione delle capacità politico-militari turche, al non aver previsto gli effetti de il ” surge” curdo alla frontiera Siro-turca, vanno ad aggiungersi la eliminazione fisica dei capi dell’intelligence libanese e saudita, il mancato controllo delle ingerenze di Netanyahu negli USA , l’annientamento – avvenuto in forma legale – della rete CIA di informatori in Libano realizzata da Hezbollah e l’annientamento – manu militari – a Bengazi della ” rete Stevens” che aveva reclutato e spedito i Jihadisti in Siria lasciati poi massacrare dai siriani senza intervenire.

L’attacco ( vendetta per il massacro dei Jihadisti a Aleppo ?) al consolato di Benghazi avrebbe convinto definitivamente lo staff del presidente a cercare altre meno minacciose strade per mantenere la propria influenza nel mondo arabo, realizzando una politica distinta da quella israeliana, pur continuando a garantirne la sicurezza.

Intanto gli USA sono riusciti ad imporre la tregua al confine di Gaza , sia pure, impegnandosi – secondo il sito Debka , notoriamente vicino al Mossad – ad inviare truppe nel Sinai già la prossima settimana, per reprimere il contrabbando di armi e garantire la pace del ‘ 79 tra Egitto e Israele.
Avremmo così un contingente americano a garanzia del confine meridionale di Israele e un contingente italiano a protezione della frontiera settentrionale.

Questo fortuito abbinamento con gli USA a protezione dei confini israeliani e la necessità americana di cambiare tono e musica nell’area e la sostanziale delusione circa l’affidabilità dell’alleato turco, aprono al nostro paese nuove prospettive per posizionarsi ancora una volta come l’alleato preferenziale degli USA nel Mediterraneo.
Lo suggeriscono la storia, la geografia e la situazione dei rapporti nell’area.

Si tratta di una posizione che l’Italia ha detenuto, incontrastata, dai primi anni cinquanta fino al l’avvento del centro sinistra e che ha poi perso a causa del periodo di instabilità creatosi con la comparsa delle Brigate rosse che, non a caso, ricevettero offerte di aiuto ( certificate da una sentenza di un tribunale veneto a carico di brigatisti) dai servizi israeliani che ambivano a soppiantarci nel ruolo.
La Francia, ad onta del suo agitarsi, ha un passato di potenza coloniale che la ostacola specie nel Levante.
La presenza di nostre unità navali nel golfo di Tiran a tutela della libertà di navigazione ( dal 1956), e nelle acque libanesi in funzione anti contrabbando e del contingente di truppa nel sud Libano, adesso diventano altrettante carte da giocare per accedere a Leviathan e Tamar e questa opportunità – sapendoci fare – potrebbe rilanciare la nostra economia anche in tempi brevi.

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Commenti

  • Anafesto  Il novembre 25, 2012 alle 12:35 PM

    Personalmente avrei qualche dubbio sulla capacità dei nostri politici (tecnici inclusi), di qualsiasi sponda essi siano, di poter muovere qualche passo per accedere a Leviathan e Tamar (anche solo come fornitori di tecnologie, finché ancora ne possediamo).
    Sarà una mia opinione, ma qualsiasi scelta di politica estera è sempre condizionata dai placet di Washington, e non credo che gli USA, oramai alla canna del gas come l’Europa, siano disponibili a concedere alcunché se non le briciole.
    Di politiche estere non prone ai desiderata USA in Italia neanche parlarne, in Europa siamo più o meno sulle stesse lughezze d’onda.

    • antoniochedice  Il novembre 25, 2012 alle 12:54 PM

      Vedo che mantieni intatto l’ottimismo di sempre.
      E’ intuitivo che per iventare l’alleato prioritario degli USA ci voglia il loro benestare, non credi?
      Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!

  • Frank  Il novembre 25, 2012 alle 6:01 PM

    I nostri politicanti al massimo possono fare una pipeline con la Colombia per il traffico di cocaina, altri interessi non ne hanno. Se proprio si allargano arrivano alle colombiane,

  • antoniochedice  Il novembre 5, 2013 alle 5:41 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Il post che preferisco per completezza e antiveggenza. Il 25 novembre 2012 prevedevo il cambiamento della politica USA col medio oriente sulla base del “rapporto Pickering”. Ovviamente non è servito a nulla. E non ha avuto commenti.

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