I NUOVI PROFETI DELLA RICERCA SOCIALE HANNO TROVATO IL MODO DI NON ESSERE SMENTITI A BREVE E IL FINANZIAMENTO È GARANTITO. di Gic.

C’è un rapporto dell’Institute for Security Studies (che sta a Parigi) che ha fatto delle previsioni riguardo nientemeno che all’anno 2030.
Lo hanno letto per me due illustri giornalisti e poi me lo sono letto anche io

(è sabato, ieri sono andato a vedermi Palestrina e il tempio della Fortuna e oggi riposo).
In realtà i due illustri giornalisti si sono letti il commento al rapporto apparso sul Financial Times di pochi giorni fa, ma fa nulla.
Per il primo , si starà meglio di oggi: per la prima volta nella Storia il numero degli appartenenti alla classe media supererà quello dei poveri (4,9 miliardi su 8 miliardi di umani).
Questo, con buona pace dei No Global e degli Indignados, sarà o sarà stato merito dei vituperati mercati e coloro che faranno parte, finalmente, della middle class potranno pensare, per la prima volta, non solo a soddisfare il bisogno primario del cibo, ma anche a cose diverse, tra cui magari “consumare”. A quel momento tre cinesi su quattro potranno definirsi “borghesi” e nel 2040 i “poveri” indiani non saranno che il 10 % della popolazione. Sempre nel 2030, e sempre per merito dei vituperati mercati, i due terzi dei brasiliani apparterranno alla “middle class” ..e così via.
Naturalmente poi il rapporto –e i giornalisti- fanno lunghe e interessanti considerazioni sulle conseguenze di tale ridistribuzione delle disponibilità tra Asia, America Latina, Europa e così via
Su “Il Fatto quotidiano” il commento a questi dati parte da un altro punto di vista: chi sono gli appartenenti alla “middle class” ? Si fa notare che la definizione adottata per i suoi calcoli dall’Institute etc. etc. è quella secondo cui appartengono alla “middle class” coloro che hanno come “disposable income” una somma compresa tra i 10 e 100 dollari al giorno, che significa all’incirca tra poco meno di otto euro e 76 euro/die; al che il commentatore è preso da un minimo di ansia per la sorte delle sue nipotine pesaresi, visto che con un “disposable income” di poco più di 2000 euro al mese in Italia non c’è molto da scialare neanche oggi e figuriamoci tra venti anni.
Non essendo un economista, come ormai si sa, non saprei quale dei due punti di vista sia il più apprezzabile, sempre tenendo conto che in economia, come in medicina le prognosi, le previsioni a lungo o medio termine sono sempre soggette, come a ragione ricorda il rapporto, a un numero notevole di “unknown variables” .
Ma a me non interessa tanto mettere in evidenza i dati del rapporto, quanto il diverso modo di confrontarsi con essi. Possiamo vederci –come fa anche in conclusione il commentatore sul Financial Times da cui entrambi i succitati giornalisti prendono spunto- “good news”, globalmente parlando; o possiamo vederci in trasparenza un peggioramento delle condizioni di vita per “le nipotine di Pesaro”.
Il problema per me è un altro: sul CdS della scorsa domenica tre illustri commentatori (Erri de Luca; Mauro Corona e Antonio Pascale) di fronte alla crisi – non solo economica – che stiamo attraversando suggeriscono tre “soluzioni”: il primo “imbacuccarsi d’inverso nella stanza senza riscaldamento” (magari riscaldandosi, come dice, con la vicinanza di un partner che dia energia amorosa rinnovabile); il secondo “coltivare i prodotti del nostro orto piantato sul balcone o sul terrazzo”; e il terzo “ridurci” la razione di carne, cioè –se vogliamo- introdurre una sorta di carta annonaria dei tempi della mia infanzia. Insomma, mi viene da dire, rispondere alla crisi con una sorta di “autarchia” che richiama alla mia mente il karkadé al posto del tè; la lignite al posto del carbone e il lanital al posto della lana e del cashmere.
Se la nostra mentalità nell’affrontare la crisi – non solo quella odierna ma quella che ci cadrà ancor più pesantemente addosso nei prossimi venti anni a causa della ridistribuzione della ricchezza in atto e dei piani della Merkel per uscirne – è quella di far ricorso, come nel 1935/’40- all’autarchia, magari quella di Grillesca fortuna, il nostro destino e quello delle nostre nipotine non solo di Pesaro è –ahiloro e ahivoi- segnato; come quello del karkadé del lanital e della lignite.
Pensiamo a qualcos’altro, per favore.
GiC

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Commenti

  • Giorgio Romano Vitali  Il aprile 28, 2012 alle 9:18 pm

    E’ OVVIO CHE IL MIGLIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DI VITA ALTRUI COMPORTA NECESSARIAMENTE UN PEGGIORAMENTO DELLE NOSTRE. NON è UNA PROSPETTIVA SIMPATICA. TUTTAVIA, POICHè L’AUTARCHIA è UNA FORMA OTTIMA DI SOPRAVVIVENZA, VARREBBE LA PENA DI FARNE ESPERIMENTO. SOPRATTUTTO TRAMITE LA RIDUZIONE DI CARNE, ZUCCHERI, DOLCIUMI sigarette E QUANT’ALTRO NUOCE SICURAMENTE ALLA SALUTE. NEGLI ANNI TRENTA CERTE COSE NON SI SAPEVANO, OGGI…Sì!
    Questo cambiamento paradigmatico però non è possibile in un paese come il nostro caratterizzato da un potere esecutivo esclusivamente proteso ad ingrassare le banche a scapito della vita fisica e sociale di tutti gli italiani. gv.

    • antoniochedice  Il aprile 29, 2012 alle 3:35 am

      Il tuo ragionamento presuppone che le risorse del pianeta siano state tutte già sfruttate e siano sempre le stesse, il che non è vero.
      Non passa giorno senza che se ne trovino altre o si trovino nuovi modi di sfruttare meglio quelle esistenti.
      Il club di Roma , a meta anni sessanta enunciò tesi analoghe che si dimostrarono infondate alla prova dei fatti.
      D’altra parte , se un indiano impara ad allevare ,poniamo, galline oppure – come è successo – gli australiani, conigli, non vedo in cosa mi impoverisca, a meno che io smetta di evolvere e trovare nuovi modi di sopravvivenza e sviluppo.
      Infine, non capisco però nemmeno perché dovrei limitare il numero dei miei figli , risparmiare e dare aiuti all’India , per permettere a un indiano di vivere meglio e fare un figlio in più lui.
      Come vedi , il problema è molto più sfaccettato e complesso di come lo vorrebbero quanti pensano che il mondo è finito e loro sanno bene come è fatto.
      Per quanto riguarda il non mangiare carne ecc. Leggiti ” Il dilemma dell’omnivoro” di Michael Pollan ed Adelphi e scoprirai – tra l’altro- che è un’idea nata per ottimizzare la coltivazione del mais nel mind west ….

    • antoniochedice  Il aprile 29, 2012 alle 4:37 am

      Questo tuo ragionamento sarebbe valido se le risorse del pianeta fossero definite e fisse.
      Già il club di Roma incorse in questo infortunio e i fatti si incaricarono di smentirlo.
      È per questo che adesso i ricercatori sociali fanno previsioni a lungo termine.
      Per quanto riguarda i consumi di carne ecc. Ti consiglio di leggere ” Il dilemma dell’omnivoro” di Michael, Pollan edito da Adelphi.
      Scoprirai che la limitazione della carne nasce dalla necessita di ottimizzare l’utilizzo del mais de mid west…..

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