ALLA RICERCA DELL’IDENTITÀ ITALIANA. di Massimo Morigi

Come in nessun’altra democrazia rappresentativa occidentale, l’Italia, con la sua involuzione verso il dominio delle oligarchie finanziarie, si presta alla più perfetta dimostrazione della “legge ferrea dell’oligarchia” di Robert Michels: se sul piano dell’enunciazione ideologica le élite al potere e i partiti politici dichiarano piena adesione alla democrazia, de facto, costantemente operano per una sempre maggiore restrizione degli spazi di libertà.

Michels vedeva nel parlamento il luogo dove avvenivano queste illiberali transazioni fra partiti e lobby, oggi aggiornando il suo pensiero c’è da osservare che il parlamento è sempre più surclassato come luogo di compensazione fra questi poteri dalla tecnoburocrazia transnazionale collusa con la grande finanza, una tecnoburocrazia che a differenza del partito michelsiano non è nemmeno formalmente responsabile verso il suo elettorato.

Se questo è “lo stato delle cose” è quindi di tutta evidenza che rivolte di piazza non possono che subire “manu militari” una facile repressione, vista la sproporzione delle forze in campo.

E allora quale via d’uscita? La risposta è che se le attuali pseudo-democrazie rappresentative sono immensamente più forti ed imbattibili come forza militare che possono dispiegare sul campo degli ancien régime spazzati via dalla rivoluzione francese (o dell’autocratico regime zarista o, per rimanere in Italia, dell’Italia liberale che non seppe superare la terribile prova del primo dopoguerra), non possono nemmeno rinunciare, vista la loro natura poliarchica, a mantenere aperti quegli spazi di libertà di espressione che, se possono risultare molto fastidiosi, costituiscono anche il terreno di manovra sui cui si possono scontrare i vari gruppi di potere (e a dimostrazione di quanto questi spazi di “libera circolazione” siano intesi dai gruppi di potere in maniera strumentale, si considerino in tentativi messi in atto in ogni liberaldemocrazia per comprimere la libertà di espressione dando invece libero sfogo alla anarchica libera circolazione delle merci e dei capitali).

Siamo quindi di fronte ad un problema di “egemonia”, una egemonia come direbbe Gramsci che, invece di lanciare fantomatici e ridicoli appelli per una conquista del Palazzo d’inverno, deve preoccuparsi di conquistare a sé sempre più vasti strati della popolazione, attualmente indifferente o addormentata dall’oppio neoliberale.

Dal punto di vista dell’elaborazione teorica questo è il programma del repubblicanesimo geopolitico. Per quanto riguarda gli strumenti per diffondere una vera consapevolezza democratica, unico in campo nazionale – per non dire internazionale – è il blog, il “Corriere della Collera”, che cortesemente ospita questo ed altri interventi animati tutti dalla medesima consapelezza della crisi epocale che le democrazie rappresentative stanno attraversando.

Visti gli strumenti materiali messi in campo, sembrerebbe che la sfida per superare il vecchio canone neoliberale sia disperata.

Non dimentichiamo però che l’Italia è sorta su scommesse che parevano già perse in partenza e che i protagonisti di queste scommesse azzardate furono uomini (primo fra tutti Mazzini) che ben lungi dall’essere metafisici sognatori capivano che il dato fondamentale di ogni azione sono le rappresentazioni che gli uomini si fanno della situazione.

Oggi questa impostazione la si chiamerebbe costruttivista. Quello che importa non è tuttavia il nome ma la consapevolezza che è dalla tradizione dell’azione e del pensiero politico italiani che non solo le più profonde correnti del pensiero politico internazionale trovano le sue radici ma che, soprattutto, possiamo trarre forza ed ispirazione per contrastare le forze delle oligarchie.

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Commenti

  • luigiza  On novembre 23, 2013 at 9:06 pm

    Gran bell’articolo ma temo che la battaglia, neppure cominciata, sia ormai già persa.
    il Gaulaiter al momento intallato in Italia mi pare stia facendo un ottimo lavoro per i suoi veri padroni. Come il suo predecessore del resto.
    Oh certamente opera per il salvataggio dell’Italia. Certamente, certamente, nessun lo dubita e frau merkel ringrazia.

    @Antoniochedice
    proprio ora che l’America di mr Obama sembra prendere le distanze dall’occoppiata Saud-Israele, Lei rimane silente?
    Sig. Antonio necessito delle sue illuminanti analisi.
    Per favore non lasci i sui lettori a secco di informazioni. 🙂

    • antoniochedice  On novembre 23, 2013 at 9:12 pm

      Ho problemi di salute e di lavoro. Sto anche pensando di elaborare il blog rendendolo accessibile previa selezione.
      Sono interessato a informare chi è interessato ad agire e sono interessato a non informare chi pensa che non ci sia nulla da fare. Non ne vedo il motivo.

  • Roberto Stefanini  On novembre 24, 2013 at 7:20 am

    Seguo da poco tempo questo blog e, per quanto riguarda questo articolo, vorrei capire meglio il suo pensiero.
    1) Cosa intende con repubblicanesimo geopolitico?
    2) Che rappresentazione si fa della situazione?
    3) A quale parte della”tradizione dell’azione e del pensiero politico italiano” si riferisce?
    Grazie.

  • Roberto  On novembre 25, 2013 at 9:53 am

    Se Mazzini avesse dovuto valutare le vincite e le perdite saremmo ancora sotto i Savoia. In politica le battaglie si fanno per un ideale, per il sogno ,magari utopistico, di una società migliore. I conti si fanno dal commercialista

    • antoniochedice  On novembre 25, 2013 at 11:57 am

      Credo tu abbia ragione: chi sostiene l’immutabilità, sostiene il sistema. Forse anche non disinteressatamente.

  • abrahammoriah  On novembre 26, 2013 at 10:24 am

    REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO: ALCUNE DELUCIDAZIONI PRELIMINARI

    Di Massimo Morigi

    Rispondo molto volentieri, ringraziandolo per l’interesse mostrato, alle assai opportune domande di Roberto Stefanini sul repubblicanesimo geopolitico e ringrazio pure “Il Corriere della Collera” per dare spazio ed ospitalità alle seguenti opinioni ed analisi, ovviamente ascrivibili unicamente allo scrivente e non interpretabili come una sorta di sua linea editoriale ma che si ha fiducia che, almeno nello spirito, possano essere condivise dal blog e dai suoi cortesi ed attenti lettori. Senza scendere troppo nel dettaglio sugli autori e le fonti, attualmente, in contrapposizione ad una visione liberale della democrazia, che intravvede la libertà come non interferenza (e cioè che si sarebbe tanto più liberi quanto più la legge positiva non vieta di fare questo o quello), si contrappone, fra le altre, una corrente di pensiero che viene definita repubblicana o neorepubblicana (fra le altre, perché il repubblicanesimo o neorepubblicanesimo, nell’ambito delle dottrine che ambiscono a sostiuire il liberalismo come ideologia guida, non è l’unica possibilità messa in campo dalla filosofia politica: abbiamo, per esempio, il pensiero comunitario – cfr. Michael Sandel, Alasdair MacIntyre –, che indica come soluzione al deficit democratico un maggiore legame dell’individuo con la sua comunità di riferimento e che, da alcuni, per la sua critica alla versione liberaldemocratica della democrazia, viene avvicinato al repubblicanesimo, per non parlare dei vari marxismi più o meno neo che siano). Ora il (neo)repubblicanesimo, in contrapposizione ad una interpretazione liberale della libertà intesa come non interferenza, avanza un’idea della libertà intesa come non dominio (cfr., in particolare, Philip Pettit e Quentin Skinner), e cioè si è veramente liberi non solo quando la legge positiva interferisce il meno possibile con le scelte dell’individuo ma anche – e soprattutto – quando il contesto politico ed economico della società non consente che fra individuo ed individuo s’instaurino relazioni di dominio. L’esempio classico per illustrare la situazione di dominio è la il rapporto servo/padrone di Hegel, dove il servo è sì legalmente libero di prendere decisioni in contrasto col suo padrone ma dove questo comportamento è, de facto, reso impossibile dalla disparità di forze fra questi due attori (per Hegel il rapporto servo/padrone aveva poi una sua evoluzione dialettica per cui il servo divenendo sempre più indispensabile al padrone, alla fine “padroneggiava” il padrone stesso, il (neo)repubblicanesimo meno dialettico e più “politically correct” vorrebbe, non si sa bene come, l’abolizione, ex abrupto – e bypassando del tutto la dinamica sociale delle scontro fra classi e della nascita da questa dialettica di nuove ed inedite classi – di questo rapporto). Quindi fra servo e padrone si instaura un rapporto di dominio e, giustamente secondo il (neo)repubblicanesimo, questo rapporto è una metafora di quanto avviene oggi nelle nostre moderne società rette politicamente da varie forme di democrazia rappresentativa. Per il (neo)repubblicanesimo è necessario, allora, per la costruzione di una società più democratica, affiancare alla non interferenza di matrice liberale anche una visione della libertà intesa come non dominio, una situazione quindi dove il comportamento del servo non sia condizionato dal maggior potere del padrone. Quanto ci dice il (neo)repubblicanesimo è totalmente condivibile a livello di etica pubblica ma risulta, però, totalmente embrionale e a livello di elaborazione teorica e a livello di proposte di politiche pubbliche. Veniamo prima alla politiche pubbliche avanzate dal (neo)repubblicanesimo. Per quanto riguarda questo aspetto del (neo)repubblicanesimo, ci troviamo di fronte alla assoluta fumosità dei suggerimenti, fumosità il cui autentico “crampo del pensiero” è rappresentato dal fatto che l’analisi dei problemi politico-istituzionali delle società liberaldemocratiche non è mai affiancato ad una analisi delle classi socio-economiche che in queste società operano, dimodoché il (neo)repubblicanesimo stenta moltissimo ad individuare i reali rapporti di forza e/o di potere che operano all’interno di queste società, una dimenticanza di non piccolo momento per una dottrina che vorrebbe instaurare rapporti di non dominio all’interno delle democrazie rappresentative. Se questo è un problema del (neo)repubblicanesimo per quanta riguarda le politiche pubbliche (un problema che, comunque, potrebbe apparentemente essere risolto nella prassi con versioni più a “sinistra” e più redistridibutive della dottrina), è a livello teorico che troviamo il grande problema del (neo)repubblicanesimo, grande problema che sta proprio nella visione della libertà come non dominio, una visione, cioè, dove il potere (dominio) è visto come una cosa in sé cattiva e da contrastare il più possibile, una specie di pulsione da reprimere e da cacciare il più possibile nell’inconscio della vita politica, mentre il problema del potere non è tanto quello di rimuoverlo o di esorcizzarlo come una specie di peccato originale (una società ispirata al principio del non dominio altro non è che la realizzazione di questa rimozione) ma bensì un suo incremento e sempre maggiore condivisione di quote crescenti dello stesso fra tutti i membri della società. Se quindi la bandiera del (neo)repubblicanesimo è il non dominio, il repubblicanesimo geopolitico esprimendosi in termini simmetricamente contrari parla di dominio diffuso e/o diffusivo come condizione indispensabile per lo sviluppo della libertà. Per esprimersi ancora con maggior sintesi e ad uso di un facile promemoria: l’obiettivo del repubblicanesimo geopolitico è il Dominio Repubblicano Diffusivo, in inglese Republican Diffusive Domination (o RDD se si preferisce l’impiego dell’acronimo). Questa analisi sul potere come cosa in sé tutt’altro che malvagia, non proviene da autori autoritari, antidemocratici e/o fascisti ma discende direttamente dal pensiero di Hannah Arendt, per la quale, appunto, il potere non andava esorcizzato ma era lo strumento principale attraverso il quale sia la comunità politica che il singolo individuo potevano tendere alla realizzazione di una Vita Activa, quella Vita Activa la cui entelechia era la realizzazione di una immortale gloria terrena attraverso l’incremento della libertà/potere di ogni singolo individuo che, proprio in virtù di questa sua sempre più espansiva ed accresciuta capacità esistenziale, avrebbe potuto aspirare per sé e per la sua comunità ad obiettivi di tale esemplarità e bellezza da risultare immortali (tali da “vincere di mille secoli il silenzio”, cfr. in La guerra del Peloponneso di Tucidide il discorso funebre di Pericle agli Ateniesi). Se però l’analisi del potere di Hannah Arendt risulta essere assolutamente realistica (il potere non è il male ma è la benzina della società), la filosofa politica ebrea tedesca naturalizzata statunitense non fu altrettanto puntuale nell’analizzare le problematiche del potere relative alla moderne democrazie rappresentative, in quanto il suo punto di riferimento della polis greca se assolutamente illuminante per quanto riguarda l’analisi fenomenologica del potere, non è assolutamente proponibile come modello per le moderne società industriali (e la Arendt ne era assolutamene consapevole) e la sua mitizzazione della rivoluzione americana – con l’idea di una riproposizione come futuro soggetto politico, mutatis mutantis, delle piccole comunità americane di origine che erano state alla base della voglia di libertà e laboratorio politico della rivoluzione e delle prime forme di democrazia del nuovo continente – se ancora fondamentale per capire le dinamiche dominio-potere-libertà risulta ancora una volta improponibile come reale modello alternativo alla democrazia rappresentativa. Arrivo quindi rapidamente alla conclusione intorno alla domanda di cosa sia il repubblicanesimo geopolitico. Il repubblicanesimo geopolitico intende riempire questa lacuna nella consapevolezza molto elementare ma fondamentale che la partita della libertà non si gioca né in astratti enunciati (libertà come non interenza di matrice liberale o libertà come non dominio del (neo)repubblicanesimo) ma nei concreti rapporti di forza (e quindi nei concreti spazi di libertà) che si sviluppano all’interno della società. Con questa enfasi sui rapporti di forza fra le classi, sembrerebbe però essere dalle parti di una riedizione del marxismo vecchia maniera. Errore e per due semplici motivi. Primo perché nel repubblicanesimo geopolitico l’accento è messo sul potere come energia generatrice di libertà mentre il marximo classico vuole una società dove i rapporti di forza siano estinti (fine della storia, estinzione dello stato). Secondo perchè se per il marximo l’agente generatore di una società più libera è il proletariato, per il repubblicanesimo geopolitico l’agente per una maggiore libertà sono proprio quelle forze ed energie (quindi anche il proletariato ma pure le forze che vi si contrappongono) che scontrandosi originano una dialettica del potere che è alla base per una concreto e non astratto ampliamento della sfera della libertà (sottolineo che questa della conflittualità come origine della libertà e/o della forza di una comunità politica non è certo molto originale discendendo direttamente da Machiavelli e dalla sua spiegazione della forza militare degli antichi romani, la quale, secondo il Segretario fiorentino, discendeva direttamente dalla lotta fra patrizi e plebei che trovava una sua valvola di sfogo nella espansione territoriale di Roma). E queste forze ed energie per il repubblicanesimo geopolitico possono trovare la loro piena espressione solo a condizione che il quadro geopolitico in cui questa comunità vive la sua esperienza storica sia favorevole a che questa comunità possa irrobustire la sua identità e, di conseguenza, progettare e lottare per sempre maggiori spazi di libertà. Quando Mazzini parlava di una “missione” dell’Italia una volta che fosse stata riunificata geograficamente e spiritualmente, sarebbe assai singolare non vedere in queste parole la consapevolezza che una nazione non può vivere – e quindi essere libera – senza che abbia un’idea della sua collocazione fra le altre comunità politiche del mondo, senza che possa disporre di un suo Lebensraum, non solo geografico e materiale ma anche culturale e spirituale (quello di Lebensraum, cioè spazio vitale, è un concetto che venne coniato da Friedrich Ratzel e sviluppato dalla geopolitica tedesca e per questo ha subito una sorta di damnatio memoriae. Ora il fatto che il nazismo abbia sviluppato una sua versione criminale del Lebensraum non significa che questo concetto non sia fondamentale per la geopolitica e quindi per il repubblicanesimo geopolitico, tanto che il repubblicanesimo geopolitico potrebbe anche essere anche chiamato Lebensraum repubblicanesimo se non fosse per il fatto che il concetto di Lebensraum è ancor oggi appaiato all’imperialismo guglielmino e al male assoluto del nazismo – e per ironia della storia, se pur rifiutato dalle accademie politologiche e filosofico-politiche del secondo dopoguerra, impiegato come strumento di analisi fondamentale per dirigere l’azione geopolitica delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale. Il repubblicanesimo geopolitico, invece, intende impiegarlo per i suoi scopi di libertà). Quando Mazzini criticava il marxismo questo non avveniva per una sorta di cecità nei confronti delle condizioni della classe operaia ma avveniva nella consapevolezza che la dinamica dello scontro delle classi sociali – e quindi della libertà – non poteva essere compressa nelle formulette tipo la “dittatura del proletariato”. Mazzini fu sempre accusato di misticismo. In realtà non era affatto un mistico ma, piuttosto, un dialettico che era consapevole che la partita della libertà poteva essere vinta solo con una generale crescita culturale (e quindi politica) di tutta la società. Quando Mazzini preconizzava l’edificazione per la sua nuova Italia di “scuole, scuole, scuole”, non designava per sé il ruolo di futuro ministro della pubblica istruzione ma era semplicemente consapevole che la libertà italiana doveva passare attraverso l’innalzamento culturale del popolo. Oggi questa dimensione culturale è entrata a pieno vigore nel lessico della geopolitica e si chiama noopolitik, quella noopolitik che presa molto sul serio dal Celeste Impero, rischia di qui a pochi anni, assieme ai fattori di eccellenza economica, di rendere la Cina la prima superpotenza a dispetto degli standard terribilmente mediocri, almeno se comparati a quelli delle democrazie rappresentative occidentali, nel campo dei diritti politici. Ora, senza voler ripercorrere tutti quegli autori e personaggi storici in cui il momento geopolitico fu fondamentale (Garibaldi fu un geopolitico “pratico”, il nazionalismo italiano ebbe una sua versione di destra tipicamente autoritaria mentre la matrice democratica del nazionalismo è impensabile senza considerare il Maestro di Genova, l’interventismo democratico era mazzinianamente animato da una profonda, anche se rudimentale, consapevolezza repubblicana e geopolitica che la libertà del nuovo stato – e quindi dei suoi cittadini – non era al sicuro senza la demolizione degli Imperi centrali, l’impresa fiumana ben lungi dall’essere stata uno stolto rigurgito del peggior nazionalismo come da certa stereotipata storiografia, diede voce – ed azione – alla consapevolezza geopolitica di matrice mazziniana diffusa fra gli strati più umili, ma non per questo non certo politicamente meno avvertiti, della popolazione, che l’astratto wilsonismo era un attentato non solo contro la potenza di una nazione, l’Italia, che aveva vinto la guerra ma anche contro la sua libertà nel consesso delle nazioni e, quindi, al suo interno, anche contro il suo sviluppo in una società sempre più libera. E quanto fossero avanzate le concezioni politiche e sociali dei “fiumani” guidati da D’Annunzio, volentieri si rimanda alla misconosciuta Carta del Carnaro), la tragedia dell’Italia attuale è che la sconfitta nel secondo conflitto mondiale, assieme alla giusta ridicolizzazione del fascismo, trascinò nel disastro anche quel repubblicanesimo geopolitico che era stato una delle componenti fondamenti del suo Risorgimento e della sua riunificazione e che aveva ben compreso che la libertà non poteva essere scissa dalla sua componente spaziale-geografica (fondamentale per comprendere sul piano teorico questa dialettica spazio/libertà Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction, London, 1919 di Halford Mackinder, il fondatore accanto a Thayer Mahan della geopolitica, e al quale si deve la comprensione che la democrazia è nata e si sviluppata grazie all’insularità della Gran Bretagna e che quindi il wilsonismo – oggi si direbbe l’esportazione della democrazia – era un assoluto non senso). Rimane da rispondere al quesito posto da Roberto Stefanini sulla rappresentazione della situazione che si fa il repubblicanesimo geopolitico. Se per rappresentazione della situazione s’intende il quadro delle relazioni internazionali, il repubblicanesimo geopolitico sente una profonda affinatà, e prende robusti spunti oltre che dai già citati padri della geopolitica, dalla dottrina delle relazioni internazionali che oggigiorno va sotto il nome di costruttivismo e che ha per caposcuola Alexander Wendt. Famosa la frase di Alexander Wendt “Anarchy is what states make of it”, e cioè che l’anarchia del sistema internazionale non è una meccanica legge di natura ma dipende dalle scelte, a loro volta influenzate dalla storia e dalla cultura, che le singole nazioni compiono di volta in volta. Il costruttivismo, insomma, sottolinea l’importanza dei cosiddetti dati “sovrastrutturali” e volitivi nel determinare la dinamica del sistema internazionale. Da questo punto di vista, il repubblicanesimo geopolitico è completamente d’accordo col costruttivismo ma con una piccola rivendicazione, non per sé stesso – ci mancherebbe – ma per chi prima ancora del costruttivismo e con feroce volontà attuativa pensò in questi termini: il solito Giuseppe Mazzini. Se per rappresentazione della situazione si intende, invece, il giudizio sullo stato di salute della democrazia in Italia e nelle altre democrazie rappresentative, il giudizio è già stato espresso in altri interventi sul “Corriere della Collera” ma, in estrema sintesi, si riassume nella conclusione che quello che i media – ed anche un pensiero politico asservito a necessità che con la ricerca della verità e dell’espansione della libertà hanno poco a che spartire – oggi chiamiamo democrazia non è altro che un regime ove le oligarchie finanziarie sostengono e foraggiano un teatrino dove ancora si consente di scegliere attraverso formalmente libere elezioni la propria rappresentanza politica ma in cui questa rappresentanza politica è totalmente irresponsabile rispetto al suo elettorato ed è spogliata, de facto, di qualsiasi potere decisionale (questo teatrino del potere e della falsa libertà politica è comune a tutte le democrazie rappresentative occidentali. Proseguendo con l’immagine, possiamo dire che, allo stato attuale, la democrazia è una recita fatta dai politici su un palco gentilmente fornito dalle oligarchie finanziarie. In Italia poi, per non farci mancare niente, gli attori sono pure degli scadenti guitti). Questo giudizio, peraltro, non è proprio un’esclusività del repubblicanesimo geopolitico ma è condiviso anche dalla parte meno corrotta dell’attuale mainstream della scienza politica (Colin Crouch, Robert Dahl tanto per citare qualche autore). Al contrario però di coloro che vedono la postdemocrazia e/o la poliarchia come un destino inevitabile per le democrazie rappresentative occidentali, il repubblicanesimo geopolitico non si rassegna all’avvizzimento della democrazia per il semplice motivo che se gli uomini per pigrizia possono essere sordi sulla loro libertà, la storia è un’ottima sveglia e che, se inascoltata, può portare a traumatici e tragici risvegli. È la storia del nostro paese che è tutto un susseguirsi di momenti alti e di altri di tragica miseria. È persino inutile dire in quale momento il repubblicanesimo geopolitico ambisca a collocarsi. Sembrerebbe, è vero, una missione impossibile, per non dire connotata da un’assoluta ed insopportabile hubris. Se il repubblicanesimo geopolitico fosse una semplice nuova elaborazione di scuola sui temi (neo)repubblicani ciò sarebbe assolutamente vero. Ma ovviamente la pretesa – o meglio la speranza – del repubblicanesimo geopolitico non è di essere la solita accademica variazione sul tema (neo)repubblicano ma modestamente, anche se con molto orgoglio, è di non essere altro che l’ennesima espressione di quel moto profondo che nasce dal cuore della nostra storia e civiltà e che si riassume nella ricerca di una sempre maggiore espansione della libertà. Ora e sempre.

    Ravenna, 26 novembre 2013

  • Roberto Stefanini  On novembre 27, 2013 at 4:28 pm

    Risposta esauriente e molto approfondita. Grazie.
    Ora che i miei ricordi scolastici su Mazzini sono stati integrati e molto ampliati da lei, concordo che nel pensiero mazziniano ci siano elementi di modernità tuttora validi.
    Concordo anche che, a seguito della sconfitta dell’Italia nella Seconda guerra mondiale e delle sue varie conseguenze, si sia “buttato via anche il bambino con l’acqua sporca”, ossia che siano stati demonizzati anche principi importanti, che sarebbe bene recuperare.
    Per rimanere in termini mazziniani, la fase pensiero non mi sembra completa. Mancano a mio avviso almeno due fattori importanti.
    1) Qual’è l’interesse nazionale italiano oggi? Qualcuno lo ha definito con chiarezza? Ammesso che nelle alte sfere ci sia qualcuno interessato a perseguirlo e che sia possibile farlo, visto che siamo ampiamente un paese a sovranità limitata, soggetto a dosi massicce di disinformazione interessata.
    2) Come la tecnologia moderna e Internet in particolare, possono influire sullo schema ottocentesco di Mazzini?
    Concludo, oltre a recuperare validi aspetti della nostra tradizione storica e tenere conto della nostra collocazione geopolitica, bisognerebbe inventarsi anche qualche cosa di radicalmente nuovo. Cosa certo non facile ma non impossibile. Siamo o non siamo un popolo di gente fantasiosa?

    • antoniochedice  On novembre 27, 2013 at 6:12 pm

      Mi inserisco UN is tante per dire che non dobbiamo per Forza trovare qualcosa di nuovo, bensi di efficace. Efficace. Efficace.

  • antoniochedice  On luglio 26, 2015 at 5:15 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Novembre 2013 inizia il dialogo sulla identità italiana……

  • Francesco Venanzi  On luglio 26, 2015 at 4:04 pm

    Caro Antonio, hai fatto bene a ribloggare il dibattito sulla identità del 2013. E’ ancora valido, ma i due anni passati dimostrano che le buone idee qui da noi non trovano la strada per arrivare alla pratica. Come si sfonda il muro dell’indifferenza? Io inviai la mia proposta al Corriere e anche ad altri possibili divulgatori. Ma fu silenzio.

    • antoniochedice  On luglio 26, 2015 at 5:36 pm

      La qualità dei giornalisti e degli editori è una comoda spiegazione su cui riposiamo.
      Credono la realtà sia ben peggiore.
      La nostra classe dirigente nel suo complesso è troppo presa a provvedere a se stessa prima del diluvio che giudica ormai inevitabile.
      Unico altro sistema potrebbe essere il rivolgersi direttamente al vertice.
      Se avvicinabile efficacemente.

  • gicecca  On luglio 26, 2015 at 8:03 pm

    Un vertice ora difficilmente avvicinabile una volta fece venire veramente il diluvio. Poi fu Sodoma e Gomorra (non a Napoli). Se non c’é riuscito Lui e se dopo Mazzini abbiamo avuto Crispi (e magari pure Berlusconi e Grillo), la vedo bruttina. Ma forse la Storia si fa coi sogni (infatti Luigi XVI fece venire Robespierre e questi Napoleone. Resistette Talleyrand, ma anche Andreotti é morto). giC

  • gicecca  On luglio 27, 2015 at 10:17 am

    Rileggendo il tutto a mente fresca (si fa per dire) mi é tornato in mente quello che scrive Sciascia nel suo “Candido”; tornando a casa dopo una riunione di intellettuali, ovviamente di sinistra, ebbe una illuminazione: ” E se fossero soltanto degli imbecilli ?”. Fa caldo, e mi è venuta di cambiarla in “E se fossimo soltanto degli imbecilli ?”. Scusate, ma mi è venuta. Senza offesa, anzi, con simpatia vegliarda. giC

    • antoniochedice  On luglio 27, 2015 at 7:05 pm

      Non farebbe differenza, siamo nel campo dei valori relativi, non assoluti.

  • abrahammoriah  On luglio 27, 2015 at 7:46 pm

    27 luglio 2015

    IL dubbio è sempre benvenuto e questo è, dialetticamente inteso, un valore assoluto. Con la massima stima e cordialità per tutti coloro che tengono alta la guardia contro l’autoincensamento Massimo Morigi

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