SULLA IDENTITÀ ITALIANA, UN NUOVO INTERVENTO. di Roberto Stefanini

Concordo con chi scrive che: 1) il nostro punto critico è rappresentato dalla debolezza della nostra identità nazionale; 2) che dovremmo rafforzarla nell’unità; 3) che l’arrivo del centenario della Grande Guerra è una occasione da non perdere.

Ho trovato bello l’articolo di Roberto Buffagni, in particolare le sue conclusioni, che mi sembra potrebbero essere la base su cui sforzarsi di costruire ulteriormente, decidendo di uscire dal melodramma per entrare volontariamente e consapevolmente nella tragedia.
Partiamo, come dice lui, da un “esame di realtà”. Noi italiani siamo un popolo di origine mista, che pur vivendo nei secoli in una cronica situazione di povertà e di sottomissione a poteri opprimenti interni ed esteri, è riuscito a costruire una civiltà bella ed originale, con alcuni elementi comuni arricchiti da differenze locali. Con il Risorgimento avevamo preso le armi e ci eravamo finalmente conquistati la libertà e una patria unita.
Dobbiamo ora prendere atto che stiamo regredendo verso condizioni antiche di miseria, sudditanza e oppressione. Ciò avviene, riconosciamolo, soprattutto per colpa nostra. Solo dopo perché c’è chi si sta anche approfittando a proprio vantaggio delle nostre condizioni di debolezza. Ma questo è normale.
Io ritengo che la civiltà italiana sia degna di rispetto e che meriti di essere difesa, perché possa sopravvivere e continuare ad evolversi, purché gli italiani siano capaci di un grosso e duraturo sforzo. Come fare? Ponendosi le domande giuste e, trovate le risposte, passando decisi all’azione.
Secondo me il successo passa dal rifondare il sentimento di cittadinanza.
Le principali domande da porsi sono:
1) quanti sono gli italiani che non si accontentano di vivere da sudditi, magari anche comodamente, e che ci tengano davvero a vivere da cittadini, assumendosene gli oneri? Bisognerebbe realizzare un meccanismo per stimarlo. 2) Cos’è poi la cittadinanza? In termini non legali ma di senso di appartenenza, secondo me, non è un fatto né di suolo né di sangue, ma di efficace conoscenza della lingua e di adesione volontaria ad un modello culturale, che piaccia e in cui ci si riconosca anche emotivamente.
La cittadinanza deve quindi essere una cosa seria e sentita, tra coloro che ne fanno parte. Ci vuole un nuovo patto di legame civico, che non cali dall’alto ma nasca da libere volontà individuali, aperto agli immigrati che vogliano integrarsi con noi. Penso che occorrerebbe istituire apposite cerimonie, che diano solennità e spessore emotivo a questo tentativo di rifondazione civica.
Io credo che questa consultazione, promossa da http://www.ilcorrieredellacollera.com , dovrebbe mirare fornire gli elementi da costruzione per impostare un progetto chiaro ed un realistico programma attuativo, che necessariamente dovrà essere di lungo periodo. Bisognerebbe essere capaci di fornire i mezzi iniziali ad una degna causa, alla quale possa valere la pena di dedicarsi con qualche probabilità di successo.
La buona volontà è merce rara e deperibile. Non va sprecata.
Roberto Stefanini

Annunci
Trackbacks are closed, but you can post a comment.

Commenti

  • Mario Maldini  On novembre 5, 2013 at 5:02 pm

    Di recente sono tornato, dopo tanti anni, a visitare la Sepoltura di Giuseppe
    Mazzini, a Staglieno ( Genova), e l’ho trovata, come le altre volte, disadorna e
    senza fiori o segni di affetto del Popolo. L’anno scorso ho visto, ad Aquileia, la
    Sepoltura dei Militi Ignoti; erano Dieci, e la mamma di un caduto mai ritrovato,
    la Signora Bergamas di Rovereto, ne indicò Uno perchè fosse scelto come Mili-
    te Ignoto da collocare a Roma. Anche questo Sacrario è mal custodito e sopraf-
    fatto dall’incuria. Se ci fossero ragazzi e ragazze dal cuore ardi-
    mentoso, potrebbero cominciare a percorrere questi luoghi della Memoria Ita-
    liana, da uno all’altro, con scope e sapone. Non costerebbe nulla, e farebbe bene alla salute di tutti. E molti politicanti si spaventerebbero a morte, credo.

    • antoniochedice  On novembre 5, 2013 at 6:09 pm

      Questa Repubblica si preoccupa principalmente del benessere dei carcerati. Speriamo sia frutto di una intuizione.

  • fabio  On novembre 6, 2013 at 6:23 pm

    ma come si fa ad instillare questo “senso di appartenenza” nell’ambito di una società sostanzialmente individualista, egoista, materialista e atea? io non so se noi italiani eravamo predisposti “culturalmente” ad accettare questa globalizzazione che di fatto vuole gli individui in lotta perenne tra loro, o se ci siamo molto ben calati nella parte da buoni sudditi. fatto sta che la situazione è questa…

    • antoniochedice  On novembre 6, 2013 at 6:46 pm

      Sono i nostri padri antichi ad aver inventato la globalizzazione con il cristianesimo, prima multinazionale globale.
      Gli italiani hanno globalizzato l’Europa con Mazarino primo ministro di Francia, il cardinale Alberoni primo ministro in Spagna, Eugenio di Savoia maresciallo austriaco, l’arte di Leonardo e Cellini non conobbe frontiere e così via.
      Chi non era italiano veniva in Italia a imparare o a realizzarsi.
      Quel che ci siamo fatti scippare è la fiducia in noi stessi.

  • Roberto Stefanini  On novembre 7, 2013 at 10:58 pm

    Io sono intervenuto, con il mio lungo commento all’articolo di Roberto Buffagni, perché quell’articolo mi era piaciuto e perché ho trovato apprezzabile il suo tentativo di condividere con i frequentatori di questo sito delle opinioni che mi sono sembrate degne di nota. Trovo inoltre molto apprezzabili gli sforzi di chi si è inventato questo sito e lo porta avanti, immagino con non poca fatica. Sono due persone di buona volontà e, continuo ad immaginare, forse non sono le sole in circolazione. Costoro quindi, se ci sono, dovrebbero uscire allo scoperto e dire la loro.
    Poi basta con le analisi e le deprecazioni. Vogliamo invece parlare di possibili soluzioni, che abbiano qualche possibilità di successo?
    Secondo me, qualcosa si può realisticamente fare e non poco. Se questo venisse dimostrato sperimentalmente, forse i timidi troverebbero un po’ di fiducia e magari si darebbero anche una mossa. E poi da cosa nasce cosa…

    • antoniochedice  On novembre 7, 2013 at 11:06 pm

      Beh potremmo gia essere in tre. +300%
      Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!

  • abrahammoriah  On novembre 8, 2013 at 8:14 am

    Ravenna, 8 novembre 2013

    “Il Corriere della Collera” non solo è un blog unico nel panorama italiano ma costituisce anche un’assoluta e felice eccezione nel (triste) panorama della informazione italiana. Trattare della politica interna ed internazionale con occhio sgombro da ideologia ed in aggiunta ad una solidissima impostazione teorica geopolitica, con puntuale ed empirica conoscenza delle situazioni via via analizzate sono gli incontestabili meriti del “Corriere della Collera” e del suo creatore Antonio de Martini. L’Italia attraverserà momenti in cui sarà sempre più vitale e strategico il recupero, dopo settant’anni di interessato oblio da parte delle sue classi dirigenti, del suo senso di appartenenza ed identità nazionali. Che altro aggiungere? Mi associo agli illustri tre amici che mi hanno preceduto, quindi + 400% (ma penso proprio che, visto il grande seguito che ha “Il Corriere della Collera”, il mio contributo all’ incremento di consenso al suo progetto sia calcolato ridicolmente in eccesso…).
    Con grande riconoscenza per quanto è stato finora fatto e nella certezza che l’esperienza del “Corriere della Collera” è destinata a continuare
    Massimo Morigi

  • Ora et semper  On novembre 9, 2013 at 5:55 pm

    “Sono i nostri padri antichi ad aver inventato la globalizzazione con il cristianesimo, prima multinazionale globale.
    Gli italiani hanno globalizzato l’Europa con Mazarino primo ministro di Francia, il cardinale Alberoni primo ministro in Spagna, Eugenio di Savoia maresciallo austriaco, l’arte di Leonardo e Cellini non conobbe frontiere e così via.
    Chi non era italiano veniva in Italia a imparare o a realizzarsi.
    Quel che ci siamo fatti scippare è la fiducia in noi stessi.”

    Appunto, ci siamo allontanati dal cristianesimo e dalle regole dello stare insieme, del far commercio, della studiare che da lì emanavano e questo è stato il risultato, non solo in Italia.

    • antoniochedice  On novembre 9, 2013 at 6:12 pm

      Comunque la si veda, siamo il fanalino di coda.
      Il problema è riconoscersi una identità precisa.
      Il nuovo proprietario dell’Inter ha un fratello che si chiama Garibaldi. Altri imparano il latino e cantano messa.
      Questo vuole dire che gli stranieri ci riconoscono una identità e a volta c’è la invidiano.
      Noi non ci riconosciamo fratelli e ci detestiamo a vicenda, litighiamo e mancando di fiducia in noi stessi, invidiamo e vorremmo copiare, chi ci invidia.
      ” se a ciascun l’interno affanno, si leggesse in fronte scritto, quanti allor che invidia fanno, ci farebbero pietà”.

  • Carlo Cadorna  On novembre 21, 2013 at 4:34 pm

    Un’identità unica non può venire da 50 milioni di individui: ci vuole un’autorità, prima di tutto morale, che la indichi…

    • antoniochedice  On novembre 21, 2013 at 6:43 pm

      Se in 2800 anni non ci siamo ancora fatti un’idea di chi siamo e cosa vogliamo, non vedo speranza.

  • Carlo Cadorna  On novembre 22, 2013 at 7:20 pm

    Perché non eravamo uniti: oggi o domani ci renderemo conto che stiamo andando a fondo tutti insieme perché ci aspettano venti anni di semirecessione.
    Ci saranno delle forme di protesta sempre più virulente da parte di chi non ha nulla da perdere, soprattutto se continueremo a gettare acqua nel secchio senza prima averne tappati i buchi. La massa prenderà coscienza della necessità di un potere centrale forte: è quindi di tutta evidenza che questo deve avvenire in un quadro istituzionale solido che ora non c’è.

    • antoniochedice  On novembre 22, 2013 at 7:41 pm

      La previsione ribellistica é un azzardo e anche avvenisse, contano sulle forze dell’ordine, non sull’ordine.

  • abrahammoriah  On novembre 23, 2013 at 10:53 am

    23 novembre 2013

    Come in nessun’altra democrazia rappresentativa occidentale, l’Italia, con la sua involuzione verso il dominio delle oligarchie finanziarie, si presta alla più perfetta dimostrazione della “legge ferrea dell’oligarchia” di Robert Michels: se sul piano dell’enunciazione ideologica le élite al potere e i partiti politici dichiarano piena adesione alla democrazia, de facto, costantemente operano per una sempre maggiore restrizione degli spazi di libertà. Michels vedeva nel parlamento il luogo dove avvenivano queste illiberali transazioni fra partiti e lobby, oggi aggiornando il suo pensiero c’è da osservare che il parlamento è sempre più surclassato come luogo di compensazione fra questi poteri dalla tecnoburocrazia transnazionale collusa con la grande finanza, una tecnoburocrazia che a differenza del partito michelsiano non è nemmeno formalmente responsabile verso il suo elettorato. Se questo è “lo stato delle cose” è quindi di tutta evidenza che rivolte di piazza non possono che subire “manu militari” una facile repressione, vista la sproporzione delle forze in campo. E allora quale via d’uscita? La risposta è che se le attuali pseudo-democrazie rappresentative sono immensamente più forti ed imbattibili come forza militare che possono dispiegare sul campo degli ancien régime spazzati via dalla rivoluzione francese (o dell’autocratico regime zarista o, per rimanere in Italia, dell’Italia liberale che non seppe superare la terribile prova del primo dopoguerra), non possono nemmeno rinunciare, vista la loro natura poliarchica, a mantenere aperti quegli spazi di libertà di espressione che, se possono risultare molto fastidiosi, costituiscono anche il terreno di manovra sui cui si possono scontrare i vari gruppi di potere (e a dimostrazione di quanto questi spazi di “libera circolazione” siano intesi dai gruppi di potere in maniera strumentale, si considerino in tentativi messi in atto in ogni liberaldemocrazia per comprimere la libertà di espressione dando invece libero sfogo alla anarchica libera circolazione delle merci e dei capitali). Siamo quindi di fronte ad un problema di “egemonia”, una egemonia come direbbe Gramsci che, invece di lanciare fantomatici e ridicoli appelli per una conquista del Palazzo d’inverno, deve preoccuparsi di conquistare a sé sempre più vasti strati della popolazione, attualmente indifferente o addormentata dall’oppio neoliberale. Dal punto di vista dell’elaborazione teorica questo è il programma del repubblicanesimo geopolitico. Per quanto riguarda gli strumenti per diffondere una vera consapevolezza democratica, unico in campo nazionale – per non dire internazionale – è il blog, il “Corriere della Collera”, che cortesemente ospita questo ed altri interventi animati tutti dalla medesima consapelezza della crisi epocale che le democrazie rappresentative stanno attraversando. Visti gli strumenti materiali messi in campo, sembrerebbe che la sfida per superare il vecchio canone neoliberale sia disperata. Non dimentichiamo però che l’Italia è sorta su scommesse che parevano già perse in partenza e che i protagonisti di queste scommesse azzardate furono uomini (primo fra tutti Mazzini) che ben lungi dall’essere metafisici sognatori capivano che il dato fondamentale di ogni azione sono le rappresentazioni che gli uomini si fanno della situazione. Oggi questa impostazione la si chiamerebbe costruttivista. Quello che importa non è tuttavia il nome ma la consapevolezza che è dalla tradizione dell’azione e del pensiero politico italiani che non solo le più profonde correnti del pensiero politico internazionale trovano le sue radici ma che, soprattutto, possiamo trarre forza ed ispirazione per contrastare le forze delle oligarchie.

    Massimo Morigi

  • Carlo Cadorna  On novembre 23, 2013 at 9:19 pm

    L’Italia non è un paese del sud america: non c’è la tradizione della manu militari. Sono invece d’accordo sull’uso della comunicazione per orientare la pubblica opinione che aspetta una ricetta che ci porti fuori dalla crisi. Ma bisogna fare presto perché l’intenzione del governo di usare i beni pubblici per coprire le spese correnti rende difficile ogni soluzione.

    • antoniochedice  On novembre 24, 2013 at 7:03 am

      Non alludevo all’impiego di militari per un golpe, ma al mantenimento del cosiddetto ordine pubblico, tipo Bava Beccaris.
      L’Italia non aveva nemmeno tradizione di governi di sinistra…..

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: