IL NOSTRO FUTURO ECONOMICO: la risposta di Giorgio Vitangeli

 Giorgio Vitangeli: chi era costui?  Se siete curiosi, vi soddisfiamo subito: E’ l’unico giornalista – credo al mondo – che nel 1971 previde, nero su bianco, la non covertibilità del dollaro con l’oro che venne annunziata da Nixon quel ferragosto. E’ l’unico scrittore di economia che nel libro dove va la finanza italiana? ( edizioni Europa)  ha messo, sempre nero su bianco,  che si stava andando verso l’autodistruzione.  Adesso, circa il futuro dei nostri risparmi, per chi li ha, ci dice che                    Vien da ridere, anzi, da piangere. Il Fondo Monetario Internazionale, dopo aver per decenni predicato e imposto cure da cavallo di “austerity” ai Paesi con bilanci in difficoltà, scopre solo ora, sulla base dei risultati di fatto, che quella cura è peggiore del male, perché  deprime economie già sfiancate, crea disoccupazione, e attraverso la disoccupazione endemica trasmette recessione al sistema economico, che induce ulteriore disoccupazione, innescando una reazione a catena che porta al collasso economico e sociale.

una sola moneta basta a inceppare tutto il meccanismo economico

Il Fondo Monetario in realtà ha scoperto, in ritardo, l’evidenza. Viene in mente il sarcasmo del ministro dell’economia argentino cui, alcuni anni or sono, chiedevano come avesse fatto a far uscire il Paese dalla crisi “facendo l’esatto opposto di quel che mi consigliava il Fondo Monetario Internazionale”.

Il Fondo Monetario dunque sembra accennare ad un rinsavimento (ma è sincero? E quanto durerà?) Non rinsavisce ancora invece la Commissione Europea, con la monomania ossessiva dei “parametri di Maastricht”, cioè il disavanzo pubblico non più ampio del 3% del “pil” come unico criterio di comportamento virtuoso, e con  rafforzati obblighi per gli Stati aderenti all’Unione di ridurre deasticamente il debito pubblico eccedente il 60% del “pil”.

Il denaro c'è. Manca la mano pubblica

Una gigantesca e generalizzata manovra di freno all’economia, in un momento in cui la crescita stenta a superare l’1%, cioè un livello del tutto insufficiente a riassorbire la disoccupazione.

Atteggiamento schizofrenico, tra l’altro. Perché da un lato si impone agli Stati di spendere meno (tagliare pensioni spese  sanitarie, spese scolastiche, di ricerca, investimenti in infrastrutture, ecc.) dall’altro le Banche Centrali creano denaro dal nulla, cioè stampano moneta, ed inondano le banche di liquidità, nell’illusione che ciò rilanci l’economia.

Ma il denaro dalle banche non va alle imprese o alle famiglie: alimenta la speculazione con cui le banche rabberciano i loro bilanci devastati dai “titoli tossici” che in buona parte hanno ancora “in pancia”, calcolati come “attività” invece che carta straccia.

La verità è che tutti i caposaldi del “Washington Consensus”, cioè l’insieme di regole e di comportamenti imposti dagli Stati Uniti al mondo negli anni ’90  (la privatizzazione di tutta l’economia pubblica, lo Stato minimo,l’abbandono di ogni politica keynesiana, il liberismo senza freni e senza regole ecc. ecc.) si vanno rivelando disastrosi.

Il mondo è piombato nella peggior crisi economica dal 1929 ad oggi. E nessuno, tra gli economisti “ortodossi” sa spiegare il perchè. Nella migliore delle ipotesi scambiano l’innesco (ad esempio i mutui “subprime”) con la carica esplosiva.

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Commenti

  • Avatar di Roberto Fantoni Roberto Fantoni  Il ottobre 12, 2010 alle 10:09 am

    Essendo una capra in materia ma conoscendo quello che Giorgio ha scritto nel passato e che, puntualmente, si è verificato non ho dubbi che, purtroppo, abbia ragione anche questa volta. D’altra parte non esiste più un settore, tranne quello della grande tecnologia, dove siano presenti menti di livello. Perchè l’economia dovrebbe essere meglio degli altri campi?
    Siamo nell’era delle teste di rapa. Raccomandazioni e cattiva politica hanno distrutto il merito. Per dirla con Marx, se la classe dirigente e quella dominante coincidono la frittata è fatta! E ora tocca mangiarla.

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  • Avatar di Matteo Ciancianaini Matteo Ciancianaini  Il ottobre 12, 2010 alle 10:11 am

    Il fatto stesso che una testa come Giorgio Vitangeli sia sempre stata tenuta ai margini solo perché ha il brutto vizio di non essere in vendita dimostra che il valore non conta nulla

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  • Avatar di Davide Chiappuella Davide Chiappuella  Il ottobre 12, 2010 alle 10:13 am

    Finche non distruggeremo il sistema clientelare non ci sarà futuro per nessuno. Tantomeno per i giovani bravi.

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  • Avatar di Nildo Vanelli Nildo Vanelli  Il ottobre 12, 2010 alle 10:13 am

    Neanche per i vecchi bravi

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  • Avatar di antonio de martini antonio de martini  Il ottobre 12, 2010 alle 11:35 am

    Cominciate col diffondere il documento. Poi si vedrà .

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  • Avatar di Carlo Cadorna Carlo Cadorna  Il ottobre 13, 2010 alle 7:43 PM

    Tutti i nostri problemi nascono dall’eccesso di spesa pubblica parassitaria: di conseguenza, mancano le risorse per gli investimenti. Aumentare il debito non fa che aggravare il problema e portarci al rischio Grecia.
    Perchè un impiegato delle provimcie guadagna il doppio di uno dello Stato? Si potrebbe cominciere di lì… Ma ci sono sprechi e assurdità dovunque.
    Ma non si riuscirà mai a tagliare niente se alla base non c’è un concetto morale: a parità di lavoro uguale stipendio.
    E’ la corruzione che costa e non produce!

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  • Avatar di antoniochedice antoniochedice  Il ottobre 13, 2010 alle 8:55 PM

    un grazie al generale Cadorna – centocinquanta anni di servizio allo stato dalla sua famiglia – per la sua partecipazione al problema. Non si può abbassare lo stipendio perché è un diritto acquisito. Ma si può nazionalizzare le fondazioni bancarie e poi vendere ai cittadini le azioni che hanno in pancia ed il resto del patrimonio. Suo trisnonno Raffaele ha assistito a una operazione analoga dopo la guerra di Crimea. A de M

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  • Avatar di Giovanni Palladino Giovanni Palladino  Il ottobre 16, 2010 alle 8:17 am

    Caro Giorgio, ti correggo, non peggiore crisi economica dal 1929, ma peggiore crisi finanziaria/immobiliare, come dimostrato dalle seguenti cifre (in miliardi di $) del patrimonio azionario e immobiliare delle famiglie americane:

    Azioni Immobili
    ======= ========
    2004 15.990 24.600
    2005 17.397 28.318
    2006 20.357 29.464
    2007 20.939 27.946
    2008 12.473 24.262
    2009 15.874 23.450
    2010* 14.868 23.675

    * Al 30/6 Fonte: Flow of funds accounts (Federal Reserve)

    Quindi la “mazzata” c’è stata su Wall Street (ma non per colpa delle azioni quotate, bensì dei titoli tossici. tutti non quotati e collegati al debito e alle scommesse del capitalismo stile Las Vegas) e sul valore delle case.

    Ma l’economia INTERNA Usa ha retto bene (il Pil 2010 sarà superiore a quello del 2007), mentre l’economia ESTERNA va alla grande, come dimostrano le seguenti cifre (in miliardi di $, fonte Federal Reserve):

    L'”IMPERO” CONTINUA A CRESCERE
    ===============================
    INVESTIMENTI DIRETTI
    DEGLI U.S.A. DEL RESTO
    NEL RESTO DEL MONDO
    DEL MONDO NEGLI U.S.A.
    ============ ============
    2004 2.499 1.743
    2005 2.652 1.906
    2006 2.948 2.154
    2007 3.553 2.410
    2008 3.743 2.521
    2009 3.947 2.673
    2010 (30/6) 4.248 2.752

    U.S.A. DEBITORE ? DAI RENDIMENTI NETTI NON SEMBRA….
    =====================================================
    (Dividendi e interessi incassati e pagati dagli U.S.A.)

    INCASSATI PAGATI NETTO
    ========= ====== =====
    2005 573 476 97
    2006 721 649 72
    2007 871 748 123
    2008 839 665 174
    2009 630 484 146
    2010 (30/6)* 709 515 194
    * Annualizzati

    Morale: non si può giudicare l’economia Usa guardando solo all’interno del Paese. Avendo capito con 50 anni di anticipo dove si stava indirizzando il mondo, le imprese Usa sono state le prime a globalizzarsi e oggi ne hanno i benefici (la General Motors si sta salvando non per la produzione interna, ma per quella esterna). Mentre sto scrivendo, nel mondo stanno nascendo migliaia di nuovi imprenditori e decine di migliaia di nuovi lavoratori/risparmiatori/consumatori. L’economia leader ne trarrà vantaggio (prima che la Cina o l’India possano superare gli Stati Uniti come reddito pro-capite ci vorranno almeno 30/40 anni). E il dollaro ? Dietro il dollaro non c’è solo il disavanzo commerciale (naturalissimo se si considera quanto le imprese Usa producono all’estero) e il disavanzo del governo federale (temporaneo nel rimanere sui livelli record attuali), ma vi è anche l’economia (INTERNA ed ESTERNA) più forte del mondo. L'”impero” è sulla strada del tramonto ? Ci crederò quando le Borse mondiali smetteranno di attendere l’apertura di Wall Street prima di assumere una tendenza al rialzo o al ribasso. E smettiamola di fare paragoni con il 1929: allora il 99% della popolazione mondiale andava ancora a piedi, mentre ora molte imprese stanno lavorando per la prossima apertura del turismo spaziale. La grande voglia di economia reale sarà sempre più forte delle stupidaggini compiute dall’economia finanziaria.
    Per fortuna nel mondo ci sono più imprenditori che non banchieri…. Un affettuoso saluto Giovanni

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  • Avatar di Giorgio Vitangeli Giorgio Vitangeli  Il ottobre 17, 2010 alle 7:13 PM

    Caro Giovanni,
    grazie anzitutto dell’attenzione e dell’affetto, malgrado sia qualche decennio che non abbimo più occasione d’incontrarci. Vedo comunque che il passare degli anni non ha mutato le differenze d’opinione che ci contraddistinguevano. Tu, sulle orme di Tuo Padre,integerrimo sturziano che ricordo con stima e rispetto, nemico acerrimo d’ogni intervento statale, visto come fonte di corruzioni e di”carrozzoni”, ed ammiratore del “modello americano”; io piuttosto “colbertiano”, cioè assertore del primato della politica sull’economia, e tranquillamente disposto ad accettare l’intervento pubblico, quando necessario od opportuno,cioè un modello d’economia mista nel quadro di un’economia sociale di mercato (che è poi il modello della nostra Costituzione: vedi gli articoli 43 e 44), e da sempre sognatore d’una grande Europa unita, capace di difendersi da sola e non più bisognosa della tutela (e del protettorato…) americano.
    E convinto anche (quante volte in anni ormai lontani, ne ho discusso con Pacciardi…) che in alcuni settori essenziali (la moneta, il commercio internazionale, alcune linee di politica estera, la politica energetica, il rifiuto dell’armamento nucleare che ci fu imposto, ecc.) gli interessi dell’Europa divergono da quelli degli Stati Uniti.
    Ma veniamo al tema del nostro attuale confronto: la crisi. Tu dici che essa non è economica, ma finanziaria ed immobiliare, e che un confronto con il 1929 è deviante ed improponibile.
    Io sono convinto invece che la crisi attule rischia d’essere più grave di quella del 1929, perché in essa si ommano ed interagiscono tre crisi: quella delle monete, quella della finanza e quella dell’economia globale, nonché le tensioni che vengono dal mutare progressivo degli equilibri geopolitici, con l’emergere dell’Asia (ed in prospettiva dell’America latina), il ristagno di Giappone ed Europa, la crisi degli Stati Uniti.
    Tralasciamo quest’ultimo tema, che ci porterebbe toppo lontano, e fermiamoci alle tre crisi.
    Quella mometari ha una dta d’inizio precisa: la dichiarazione d’inconvertibilità del ollaro in oro, nnunciata ad un mondo allibito da Nixon all vigilia del ferrgoto el 1971. Gli Stati Uniti abbattevano in tal modo il sistema monetario internazionale concordato a Bretton Woods alla vigilia della fine del secondo conflitto mondiale, basato, come tu ben sai,su un sistema di cambi fissi e sul dollaro, che gli Stati Uniti erano impegnati a cambiare incondizionatamente in oro al prezzo fisso di 35 dollari per oncia.
    Da allora per qualche anno vi è stata una indecorosa pantomima volta a far pensare che si stava discutendo su un nuovo sistema monetario, poi neppure più quello. In questi quarant’anni si ono susseguite crisi monetarie periodiche: in Messico, nelle ex “tigri asiatiche”, in Russia,in Argentina ecc. devastanti per quei Paesi. Ma si continua ad andare avanti senza bussola e senza regole, con un sistema monetaio internazionale privo di qualunque ancoraggio, esposto alla deriva di tutte le correnti.
    All’ultima riunione del Fondo Monetario Internazionle,nei giorni scorsi, a Washington, si è parlato apertamente di una incombente “guerra delle monete” tra Cina, Stati Uniti ed Europa, in cui ognuno vorrebbe che l’altro rivalutasse, per avvantaggiare le proprie esportazioni e dare sollievo con esse all propria economia. Il prezzo dell’oro dai 35 dollari l’oncia del 1971 viaggia oggi sui 1.400 dollari. Pensa un po’ di quanto, in termini di oro, si è svalutato il dollaro! E qualche esperto arriva a prevedere, in un futuro non molto lontano, l’oro a diecimila dollari l’oncia! Ipotesi agghiacciante, perchè sottende una iperinflazione, ipotesi anch’essa che comincia ad essere nell’aria, anche se per il momento i bassi consumi e la stagnazione dell’economia la allontanano.
    A me sembra chiaro che è necessario anzitutto rimettere ordine nel sistema monetario internazionale, con una sorta di nuova Bretton Woods, cioè un accordo internazionale che fissi regole precise e doveri e diritti per tutti, tenendo anche conto dello scenario economico mutato in questi quarant’anni e dell’emergere di nuovi grandi Paesi.
    Ma una Nuova Bretton Woods non è minimamente in calendario.
    Ed allora prim o poi, malgrado la strenua resistenza dell’euro, l’iperinflazione è nel nostro futuro, come lo è nel nostro passato. Quarant’anni fa io guadagnavo col mio stipendio da giornalista 120.000 lire, ed era un buon stipendio: fa oggi poco più di 60 euro. Per mantenere oggi quasi lo stesso potere d’cquisto quella somma ha dovuto essere moltiplicata per quaranta volte. In questi quarant’anni di pace bbimo vuto un’inflazione superiore a quella seguita alla seconda guerra mondiale.
    E’ vero: oggi l’inflazione ufficiale stenta a superare il 2%, ma prima o poi in qualche modo dovranno pure trovare sfogo le montagne dei debiti pubblici, impennatisi in molti Paesi per salvare le banche, ed il denaro che le Banche Centrali continuano a stampare “a gogò”, con facilitazioni ripetute per tamponare le falle finanziarie che continuano a emergere nel sistema, ed in banche “too big too fail”,cioè troppo grandi per poter lasciarle fallire.
    E veniamo alla seconda crisi: quella finanziaria.
    Se la crisi monetaria ha la sua data di nascita ufficiale il 14 agosto del 1971, quella finanziaria ha anch’essa una origine precisa: è l’abbandono da parte degli Stati Uniti, ai tempi della presidenza Clinton, del “Glass- Steagall Act”, cioè dalla legge voluta da Roosevelt dopo la crisi del 1929, che separò le banche commerciali dalle banche d’investimento. Principio adottato anche dalla legge bancaria italiana del 1936, finché negli anni ’90, sul modello americano, anche da noi quel principio fu abolito.
    Ma nel mezzo secolo e passa in cui la legge del 1936 fu in vigore, malgrado la guerra mondiale e le sue devastazioni, neppure una banca fallì, a parte l’episodio truffaldino di Sindona.
    Ora, dopo neppure vent’anni dall’abolizione della separazione tra banche d’investimento e normali banche commerciali (e della commistione tra prodotti bancari ed assicurativi, e della proliferazione cancerosa ed irrefrenabile di prodotti “derivati” fuori controllo) i fallimenti bancari si moltiplicano da un Paese all’altro, e l’intero sistema sarebbe crollato se gli Stati non avessero salvato le banche.
    Senza entrare in altri dettagli: mi sembra chiaro che se non si torna a separare le banche che fanno credito ordinario da quelle che fanno investimenti speculativi, tutelando il risparmio depositato, ma non le puntate alle roulette dei mercati finanziari, la crisi finanziaria non sarà mai risolta. Ma nessuno sembra voler mettrsi su questa strada. Tant’è che lo stesso Tremonti, qualche giorno fa, in margine alla riunione del Fondo Monetario, osservava che “la speculazione è a piede libero, ed il suo livello è tornato a quello di prima della crisi”.
    Infine la crisi dell’economia reale. E qui è inutile girare attorno al problema: l’origine è una globalizzazione senza freni e senza regole. Può dispiacere agli integralisti del liberismo, ma bisogna davvero chiudere gli occhi per non accorgersi che le importazioni indiscriminate da Paesi a lavoro semischiavistico e/o la delocalizzazione in quei Paesi di industrie occidentali riducono l’occupazione nei Paesi che un tempo chiamavamo “avanzati”; la riduzione dell’occupazione riduce la capacità di spesa, e quindi i consumi privati; la riduzione dei consumi deprime la produzione e scoraggia gli investimenti e l’economia si avvita nel ristagno, se non nella recessione.
    A me pare chiaro che se non si ripensa la globalizzazione in termini e modi più ragionevoli, l’economia reale dei Paesi un tempo ricchi non potrà mai riprendersi. Ma dire queste cose è peccato d’eresia.
    Naturalmente qualche capo di governo e qualche ministro dell’economia o qualche governatore di Banca centrale continuerà ad annunciare che “la crisi è alle spalle”, così come Bush annunciò esultante anni or ono che “la guerra in Iraq è vinta, e finita”.
    Tu Giovanni mi sottoponi alcune statistiche dalle quali risulta che gli americani incassano pingui dividendi dai loro investimenti all’estero. Non ne dubito. Ma ti invito a dare un’occhiata, su Internet, alle foto di Detroit, un tempo capitale mondiale dell’industria automobilistica. Sono immagini allucinanti, di una città fantasma, con immensi edifici abbandonti, deserti, cadenti.
    E sottopongo alla tua riflessione qualche altro dato statistico. A settembre la disoccupazione ufficiale negli Usa è salita al 9,6%. E quasi il 20% degli occupati in realtà ha solo un lavoro precario.
    Gli sfratti per mancato pagamento del mutuo sono ormai circa un milione. A occhio e croce tre milioni di persone messe sulla strada.
    E se fosse solo un inizio?
    Un cordiale, affettuoso saluto, e magari cerchiamo di vederci.
    Giorgio

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  • Avatar di Giovanni Palladino Giovanni Palladino  Il ottobre 19, 2010 alle 6:29 am

    Caro Giorgio, grazie per la lunga risposta. Felice di rivederti, magari insieme a Tonino. Il mio cellulare 3356509236. Sarei libero la prossima settimana. Un caro saluto Giovanni

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