IDENTITÀ E POLITICA. di Francesco Venanzi

Non voglio scrivere un saggio e quindi sarò sintetico andando direttamente alle proposte. Se poi qualche idea verrà accolta, si potrà lavorare per farne un saggio fondato su motivazioni, riferimenti storici e bibliografici, altre esperienze, eccetera. I temi sono:
1)-Sviluppo, ambiente e cultura
2)-Occupare i disoccupati
3)-L’Iva sui beni del consumismo
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1)-SVILUPPO, AMBIENTE E CULTURA
L’Italia potrebbe scegliere di essere il Paese che non punta allo sviluppo forsennato con industrie più o meno pesanti, ma essere il Paese che coltiva il bello, la cultura, il paesaggio, la buona salute, la solidarietà e il riequilibrio tra Nord e Sud e tra agiati e poveri. Un paese che punta nel medio e lungo termine ad uno sviluppo moderato in termini di Pil, ma attento al riequilibrio.
Bello! Ma come si fa?

Bisogna riconoscere che senza volerlo, anzi considerandola una jattura, ci siamo già messi su questa strada. Le grandi industrie sono quasi scomparse o stanno andando in crisi, mentre sono in buona forma o addirittura in crescita le attività del sistema moda, quelle della filiera agricola-gastronomica; quelle dell’ospitalità e del ludere. Abbiamo il più vasto patrimonio artistico e di tutto il mondo, che è la base preziosa da valorizzare al massimo.

Se quello che già sta accadendo diventasse l’esplicito e condiviso obbiettivo del Paese, se ne potrebbero trarre molti più vantaggi. Diverrebbe prioritario l’investimento in attenzione, norme e capitali, coerente e consapevole della finalità assunta come strategica. Nella cultura, nel paesaggio, nelle strutture e infrastrutture che necessitano per la migliore fruizione di quei beni e valori, comprese quelle dell’istruzione e della ricerca, e quelle del marketing internazionale.

La bilancia commerciale crescerà con l’esportazione delle nostre eccellenze e con l’apporto di crescenti correnti di turismo. Sono i beni e i servizi sui quali possiamo meglio resistere alla concorrenza internazionale.

Dovremmo, noi italiani, riconoscersi orgogliosamente in quelli che coltivano il bello, la propria terra, la cultura. Diffondere non surrettiziamente questo sentimento richiederà un intelligente lavoro di qualche anno, possibile solo se i partiti, e i sindacati, e man mano le diverse categorie professionali – compresa la magistratura – entrassero in questa ottica e parametrassero le loro politiche al conseguimento dell’obbiettivo. Man mano si dovrà realizzare un riorientamento del modo di vedere i problemi e delle politiche per affrontarli e degli investimenti conseguenti.

Dovremmo smettere di ritirare fuori la necessità di una “politica industriale”. I fatti dimostrano che non si sa in cosa potrebbe consistere oggi una politica industriale. Dovremmo invece definire la “politica culturale”, all’interno della quale potranno esserci anche provvedimenti riguardanti settori industriali, ma discendenti dalla individuazione degli obbiettivi culturali.

Un’area di investimenti che è strettamente connessa alla fruizione dei beni culturali è quella della mobilità. La rete dei trasporti, da quelli ferroviari alle piste ciclabili e ai sentieri attrezzati per il trekking, deve essere vista come strumentale al facile raggiungimento dei siti dove sono musei, villaggi ed edifici storici, bellezze naturali. Gli investimenti su queste infrastrutture devono essere parametrati su quell’obbiettivi .

Ho citato i sindacati perché molto dipende da loro e soprattutto loro dovrebbero correggere lo spirito dei loro interventi e delle loro politiche. Non dovrebbero più difendere i minatori che scioperano e occupano le gallerie della loro miniera per salvare una attività che non è più economica. In casi come quelli, i sindacati dovrebbero evitare di operare per la sopravvivenza di attività non economiche e cercare soluzioni alternative. La tradizionale visione operaistica dovrebbe cedere alla evidenza che il cameriere è un lavoratore che ha la stessa dignità di un minatore.
Così pure, i sindacati non dovrebbero difendere l’immobilità del posto di lavoro nel settore della pubblica amministrazione, per favorire invece la migliore utilizzazione dei lavoratori in altre sedi dove manca personale. Molte funzioni dedicate alla cultura potrebbero giovarsene. Ma anche in altri casi è importante che le politiche sindacali siano riparametrate. Lo vedremo nel capitolo seguente.
2)-OCCUPARE I DISOCCUPATI
I milioni di disoccupati, soprattutto i giovani, sono una risorsa inutilizzata, un vero spreco, che spesso – grazie allo sviluppo della criminalità tra i disoccupati – generano costi vivi che gravano sulla società. Tra i disoccupati si contano gli immigrati, più o meno clandestini.
Contemporaneamente, vi sono tante e importanti aree nelle quali sarebbero necessari interventi utili alla fruizione dei beni culturali, alla tutela del paesaggio, al risanamento idrogeologico, all’eliminazione dell’inquinamento, che non si possono fare perché mancano le risorse.

I costi di quegli interventi sono in molti casi prevalentemente costituiti dalla manodopera. Se la manodopera costasse meno di quello che costa oggi applicando i contratti collettivi e le varie contribuzioni sociali connesse, molti interventi diverrebbero fattibili. Cosa si può fare per uscire da questa situazione paradossale?

Si parla da tempo in Italia del “reddito di cittadinanza” o del “reddito minimo garantito” o altre formule simili che in vari paesi europei sono già una realtà, molto diversificata. Orbene, se ne potrebbe varare una formula in Italia caratterizzata dall’obbligo, in corrispettivo, di prestare un certo numero di ore settimanali di lavoro, applicato a progetti nazionali, regionali o comunali orientati alla cultura e alla sua fruizione.
Studiando le varie esperienze europee, si può individuare la formula che meglio risponde al nostro caso. Può avere una forma contrattuale o coatta, più o meno. In ogni caso, si dovrebbero conseguire i seguenti obbiettivi: avere a disposizione lavoro a basso costo, togliere dalla strada e dalla tentazione della criminalità i giovani, fare formazione “on the job”. Il programma dovrebbe comprendere anche i migranti e potrebbe prevedere che alla fine di un certo numero di anni di lavoro sia assegnata una specie di buonauscita-liquidazione che incentiverebbe il ritorno al paese di origine (nel caso dei migranti) o l’avvio di una attività in proprio in Italia.

Ecco dove i sindacati dovrebbero dimostrarsi aperti a soluzioni innovative, fuori dai rigidi schemi che oggi ingessano tutto il mondo del lavoro.
I progetti ai quali applicare il lavoro secondo questa formula dovranno essere chiaramente finalizzati agli obbiettivi sopra descritti. I progetti portati a compimento contribuiranno al sostegno del Pil perché generano nuovi flussi di turismo o perché riducono i costi degli interventi contro le emergenze. Una struttura centrale dovrà valutarli e sostituirsi agli enti territoriali che non sanno vedere le opportunità su cui sviluppare un progetto.

3)-L’IVA SUI BENI DEL CONSUMISMO
Alcuni beni che sono simbolo del più spinto consumismo e che non sono prodotti in Italia, ma importati da paesi che si giovano del basso costo della manodopera, potrebbero essere oggetto di un inasprimento dell’Iva (visto che non si possono applicare dazi doganali). Il maggior gettito dell’imposta non sarà risolutivo, ma il contenimento di quei consumi avrà un valore non solo simbolico.

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Commenti

  • Stefano  On dicembre 2, 2013 at 11:06 am

    Sono completamente d’accordo sui tre punti e sull’idea di spostare l’ottica dello sviluppo dal potenziamento del sistema industriale pesante, in via di dismissione e forse una concausa della attuale crisi, alla migliore utilizzazione dei beni ambientali e culturali già in nostro possesso e che, almeno per il momento, non è facilmente riproducibile.
    Non so se riuscirò a dare un contributo fattivo, ma certamente ci proverò.

    • antoniochedice  On dicembre 2, 2013 at 11:08 am

      Bene! Cominciamo a dialogare…. Coraggio!

  • gicecca  On dicembre 2, 2013 at 12:02 pm

    Come prima botta, mi pare evidente che il cardine della faccenda o uno dei cardini principali sono io sindacati, come al solito. Il secondo cardine sono, a seguire, i magistrati che in genere li appoggiano (vedi casi Fiat a Pomigliano). Se mi dite come si cambia la mentalità di Landini e Camusso, poi molte cose seguono.
    Altro punto é la “cultura” che ora va di moda. Ma va di moda solo se é spinta dal marketing, che si applica solo a pochissima “cultura”. Per un Museo che attira le folle che ne sono dieci in cui non va nessuno (a Roma: il Museo dell’Alto Medioevo e quello della Civiltà Romana). All’Università si considera ancora “arte contemporanea” quella tra gli impressionisti e i surrealisti, roba di cento e passa anni fa. L’arte é vista come fatto “emozionale” e privato, invece che come uno degli aspetti per capire meglio il mondo. Oggi vince chi indice i Vday, esempi preclari di intelligenza e buon gusto. Per smuovere questi macigni e i mille altri, a cominciare dalle coste devastate in maniera irreversibile, ci vogliono decenni. E’ vero che se non comincia mai mai si arriva, ma mi sembrano, al solito, sogni. GiC

    • antoniochedice  On dicembre 2, 2013 at 2:29 pm

      Fa sempre piacere essere riconfortati da ottimismi a 360.
      Il Louvre di Parigi ha lo stesso numero di visitatori dei musei italiani .
      La direttrice del Louvre credo sia di origini italiane ( o vice dir).

  • gicecca  On dicembre 2, 2013 at 4:34 pm

    Beh, se cercavate un ottimista a 420 gradi, io non lo sono. IVA sui beni consumisti ? Basta pensare a che fine ha fatto quella minimissima sulle bibite gassate. La moda italiana é quasi tutta in mani estere. In Francia il Louvre accentra il 90% della cultura “francese”; non so quanti vanno a vedere l’Arazzo di Bayeux. Forse di meno di quelli che andavano a vedere i Bronzi di Riace quando si potevano vedere (il museo di Reggio Calabria e chiuso dal 2009; i bronzi sono stati spostati in un’altra sala che però se ci andate oggi é chiusa anche lei !!). e non mi dite che questa é proprio la prova che bisogna agire sulla cultura; é solo la prova che “bisognerebbe” cambiare mentalità, ma non é come cambiare treno dopo 50 anni di “lasser faire”. La risposta, ripeto, che va di moda e attira folle e voti é il Vday !!! se Renzi fosse la Thatcher lo voterei, ma tra il dire e il fare c’é di mezzo il Berlusconi del 1994 e quello del 2011. GiC

  • Stefano  On dicembre 2, 2013 at 10:07 pm

    Caro Antonio abbiamo tentato insieme di attivare un piano di questo tipo in una Regione, e non vedo grandi spazi di ottimismo.
    Quello che si propone con questo post è di attivare un vero e proprio Piano di Marketing territoriale che, individuando le eccellenze dei territori e le loro principali vocazioni, definisca le azioni da compiere per migliorarne il posizionamento nel sistema economico mondiale. E le eccellenze sono certamente quelle descritte cui aggiungerei la capacità di ricerca e scienza in cui, con mezzi e spinte adeguate, potremmo eccellere come Paese.
    E qui si presentano i primi e, per me, insormontabili problemi che necessitano di due fattori essenziali:
    1. Grande volontà del vertice politico (Governo e Parlamento?) di portare il Paese verso una crescita in questa direzione abbandonando le politiche finora seguite di tentare il salvataggio di attività non più economiche in nome di esigenze di “pace sociale”. E’ certamente più facile erogare stipendi di Cassa integrazione (magari aumentando le tasse ai cittadini meno abbienti che sono molti di più di quelli ricchi e quindi danno più gettito complessivo) che orientare la popolazione verso nuovi orizzonti dall’esito incerto e comunque non a breve termine non compatibile con le esigenze di rielezione e mantenimento del potere acquisito.
    2. Grande, attiva e consapevole partecipazione delle strutture territoriali che devono essere profondi conoscitori delle potenzialità del territorio ed agire di conseguenza anche senza disporre di grandi quantità di risorse economiche.

    La mia esperienza di sviluppare un Piano di Marketing territoriale in una Regione italiana (completamente fallimentare) mi ha fatto capire che queste disponibilità dei due livelli territoriali (nella mia specifica esperienza la Regione ed i comuni e province della Regione) non esistono. Ciascuno chiede esclusivamente risultati a breve ed eclatanti per schiacciare gli avversari politici, mentre questi ultimi deridono i primi che accusano di lavorare su azioni a medio e lungo termine che “non risolvono il problema”, frase che sento sempre pronunciare dai nostri politici per azzoppare qualunque proposta. Non esiste nulla che risolva i problemi quindi è meglio rimanere come siamo con governati ed oppositori che si spartiscono la torta che gli italiani costruiscono più o meno volentieri con i propri sacrifici.

    Se qualcuno propone una metodologia differente, ben venga, ci lavoriamo.

    • antoniochedice  On dicembre 3, 2013 at 3:40 am

      Come sai anch’io partecipato a quella iniziativa e attribuisco il fallimento a tre fattori:
      ▶️La dipendenza da un assessore incompetente e ladro ( lo stesso che ha dato la sua esperienza politica a Berlusconi non riuscendo ad impedire o ritardare il suo arresto che tolse l’incarico a dei professionisti vincitori di gara regolare per darlo a un suo cugino, fino a quel giorno illustratosi per aver organizzato feste per Claudio Martelli e per un fallito stupro a carico di una dipendente ( mirante a far credere di essere etero).
      ▶️ il disinteresse degli enti minori ( province, comuni ecc) infilati nella iniziativa per ragioni politiche
      ▶️ impotenza degli organi tecnici, succubi del “potere politico democratico”
      La ricetta per riuscire è
      ▶️ creare un gruppo coeso e competente
      ▶️non dipendere dal potere politico, ma da una volontà politica anche extra nazionale, purché in linea con gli obiettivi desiderati
      ▶non cambiare cavallo in corsa e puntare al risultato di medio lungo termine e non al profitto immediato della struttura operante.
      Ti meraviglierà, ma forse c’è l’ho fatta e tra poco lo divulgherò ️

  • Roberto Stefanini  On dicembre 6, 2013 at 5:50 pm

    Direi che avere un bel programma sia necessario ma non sufficiente, serve anche il potere di realizzarlo.

    A me sembra che le azioni proposte da Venanzi e il pensiero di Morigi siano due facce della stessa medaglia, e che sarebbe più efficace trattarli insieme.

    Il nodo da sciogliere è quindi come dare potere ai volenterosi con bei programmi.

  • geostrategy  On gennaio 1, 2014 at 8:52 pm

    Discorso secondo me molto pericoloso se privo di un necessario correttivo. Attenzione perché uscire fuori da alcuni settori di punta significa soddisfare precisamente quei piani imperiali che ci vogliono “vassalli in aeternum”. Il nostro patrimonio artistico va certamente considerato strategicamente per creare posti di lavoro, valorizzare il bello, dare senso all’identità italiana, ma ciò non a scapito di investimenti in tecnologie “di sovranità”.

    F.

  • antoniochedice  On luglio 26, 2015 at 5:06 am

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    Dicembre 2013 . Dando voce a un dibattito……

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