VICINO ORIENTE. IL CONVITATO DI PIETRA E’ ISRAELE. GLI DIAMO LA PAROLA CON ALCUNI DOCUMENTI INEDITII

Proseguiamo nella pubblicazione di documenti di interesse. L’autore di questo documento – che è il primo di due- è un membro influente dell’establishement israeliano. Si chiama Nackik Navot, ha 80 e passa anni ed è stato tra l’altro vice capo del MOSSAD

IL CORRIERE DELLA COLLERA pubblica il testo di questi interventi alla Harward Business school sul tema ” What Israel Stands for” per togliere il velo della segretezza da una parte e della propagnada dall’altra. Questo intervento è del settembre 2010.

Israele come terreno di prova o laboratorio unico – e il “prodotto”

di NACKIK NAVOT

Per gli ultimi 60 anni Israele è stato una sorta di Laboratorio al servizio della società mondiale in molti campi: al suo servizio per ricostruirsi dopo lo spargimento di sangue e gli orrori della seconda guerra mondiale. La società occidentale ha cercato di ricostruirsi e di strutturare una nuova società mondiale adattando nuovi “termini di comportamento” per avere un mondo più sicuro per l’umanità.

A causa delle differenti culture dell’est e dell’ovest ci è voluto un po’ di tempo per capire come vivere insieme, come ottenere stabilità e benefici dai risultati delle loro società in PACE.

Ci è voluto un po’ di tempo perché i due blocchi abbandonassero l’idea della guerra come mezzo per perseguire i propri interessi e obiettivi nazionali. Il punto di svolta fu l’accordo di distensione firmato a Mosca nel 1972. Fu dovuto al fatto che entrambi i leader dell’est e dell’ovest erano concordi nell’idea che il livello dei loro armamenti, in grado di portare alla distruzione reciproca certa, era un modo folle di servire i propri interessi. La pace e la competizione aperta è più costruttiva.

La nuova modalità di relazione tra oriente e occidente ebbe un grande impatto sul Terzo Mondo, portando la pace e la sicurezza alle nazioni liberate dagli imperialismi inglese e francese.

Come sulle altre aree nel mondo i nuovi “termini di comportamento” delle relazioni tra oriente e occidente ebbero il loro impatto anche nel medio oriente.

È stato un processo lento.

La creazione dello stato di Israele nel 1948, su basi ben preparate in anticipo, è stata una sorta di acceleratore dei cambiamenti all’interno del mondo arabo. Le guerre che ci furono tra il 1948 e il 1967 hanno insegnato a tutti i soggetti coinvolti che il solo modo per raggiungere i propri obiettivi nazionali è una sorta di distensione.

Persino Nasser, in qualità di leader arabo e del terzo mondo, comprese, particolarmente dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, che Israele è destinata a rimanere e che le guerre non aiuteranno l’economia egiziana a fiorire.

Ma il nuovo leader Sadat non ha aspettato troppo a lungo. Non appena ha compreso l’impatto della distensione sulla politica egiziana, ha preso l’iniziativa, suggerendo di avviare un dialogo con Israele. Solo dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973 si è aperta la strada alle iniziative politiche. E ancora una volta Sadat sorprese tutti presentandosi al Knesset e affermando MAI PIÙ GUERRE, la pace deve prevalere.

Israele non potrebbe mai, dopo la seconda guerra mondiale, riprendersi dalla sindrome dell’olocausto. Anche il messaggio di Sadat nel maggio del 1972, e gli accordi di pace con l’Egitto e la Giordania non erano sufficienti perché lo stato di Israele si sentisse al sicuro. In verità, il terrorismo palestinese non ci ha permesso di sentire che ora possiamo vivere in Pace.

La maggior parte degli israeliani all’epoca non potevano neanche capire il significato della vera Pace.

E lo scetticismo continua ancora oggi.

Così dal 1948 (sulla base di quanto era stato creato prima della nascita ufficiale dello stato) Israele è diventato un fenomeno unico, che in qualche modo continua a prevalere ancora al giorno d’oggi: uno stato con una Nazione giovane e ringiovanita che guida e costruisce due strutture parallele, quasi due laboratori, uno dedicato alla Pace, e uno alle Guerre.

Guardando indietro agli ultimi sessant’anni degli eventi che hanno caratterizzato la vita di Israele, appare giustificata la definizione di NAZIONE IN AVVIAMENTO.

Dal primo giorno i risultati ottenuti nelle economie parallele – quella della Pace e quella della Guerra – è il prodotto dei due “laboratori” che creano nuovi strumenti di guerra e di Pace.

Siamo stati costretti a essere i migliori in questi due campi, assicurando la vita in pace e prosperità, usando sempre il meglio delle innovazioni scientifiche e tecnologiche in molti campi: cominciando dalle scienze e tecnologie agrarie e sviluppando in parallelo quelle della Guerra e della Difesa, Israele non solo riuscì a sopravvivere, ma poté anche diventare una guida in molti campi.

In pratica vivere in un’area arida ci ha costretto a sviluppare LE nuove tecnologie nella conservazione dell’acqua e per prodotti agricoli innovativi.

Lo stesso è avvenuto nel campo militare – nessuno era pronto finché la guerra di indipendenza ci ha aiutato a condividere e a rifornirci dei sistemi militari necessari.

E abbiamo dovuto fare tutto da soli.

Posso solo prendere come esempio un’unica organizzazione, la RAFAEL – l’Autorità per lo Sviluppo dei Sistemi dell’Apparato Militare, all’interno del quale abbiamo cinquemila scienziati, ingegneri e tecnici che sviluppano un apparato militare “primo nel mondo”. Al mondo non c’è nulla di simile.

Abbiamo anche istituti più piccoli che sviluppano i bisogni della difesa, su tutto il nostro territorio.

A fianco abbiamo l’Istituto Weizmann, il Centro di Ricerca Vulcani Agro, il Technion e altre istituzioni scientifiche, in tutto lo stato.

Le conseguenze delle istituzioni della difesa per la ricerca e lo sviluppo erano e ancora sono la principale fonte di scienziati e tecnici che hanno creato la NAZIONE IN AVVIAMENTO – il risultato di quanto il mondo dell’alta tecnologia israeliana ha creato.

Israele è una sorta di laboratorio e terreno di prova in molti campi civili e militari, e continuiamo ad affrontare sfide in entrambe queste aree.

I nostri servizi segreti sono i primi e i più importanti nell’affrontare queste sfide. Per vincere le guerre in atto e prevenirne di nuove la chiave è avere i migliori servizi di intelligence.

Questo è il motivo per cui abbiamo sviluppato un simile patrimonio di servizi segreti e portato avanti tante operazioni speciali, molte delle quale ancora segrete, servendo il mondo occidentale e anche in questi giorni gli stati arabi amici nella guerra contro il terrorismo. Tutti noi stiamo affrontando la Nuova Guerra – la terza guerra mondiale, la guerra tra culture.

L’Israeli Intelligence Commemoration Center racconta alcune di queste storie e gioca un ruolo essenziale nello sforzo di condividerle con le generazioni di Israeliani che non conoscono questi grandi risultati per la Difesa di Israele e in molti modi dell’intero mondo occidentale.

QUESTA È LA NOSTRA MISSIONE: continuare a sviluppare questo Centro per poter essere in grado di condividere tale eredità quanto più possibile con il nostro popolo. Ma non è l’unico contributo.

I membri dell’IICC con l’esperienza che hanno accumulato negli anni possono continuare a contribuire. Meir Amit oltre al suo contributo alle attività spaziali di Israele, di cui è stato ispiratore e di cui è ora un’autorità mondiale, ha creato un fondo per studi specializzati in questo “nuovo orizzonte” che sovvenziona una borsa do studio all’università della NASA.

Con l’IICC, Amit ha formato il Centro di terrorismo che aggiorna tutte le persone coinvolte in Israele e all’estero sulle ultime informazioni sull’attività terroristica – la risposta al Goldstone Report è solo una di queste.

È un centro vitale che tenta di condividere non solo l’eredità ma anche l’esperienza accumulata di generazioni di agenti al servizio dell’intelligence.

Grazie ad un servizio segreto migliore, possiamo trasformare la sindrome dell’olocausto in una fonte di sicurezza e forza.

Nel tentativo di capire questo fenomeno, e il modo in cui non solo siamo sopravvissuti ai pogrom e all’olocausto, ma siamo anche diventati così creativi e produttivi ‘in tutti i campi di studi e cultura’ – la sola spiegazione sono i valori, lo spirito e la cultura ebraici – questa forza accumulata assicura il nostro successo in Guerra e in Pace.

Un’altra storia raccontata nell’IICC è quello che il MOSSAD ha fatto per la nostra nazione, come nessun altro servizio segreto ha mai fatto – salvare le comunità ebraiche di paesi lontani – come l’Etiopia, il Kurdistan e il Marocco.

Lo spirito di Israele è lo spirito della nostra nazione. Solo per prendere un altro campo come esempio – la musica.

Guardate quanto sono famosi i nostri musicisti, i direttori d’orchestra, i pianisti e i violinisti in tutto il mondo. Israele ne ha prodotti così tanti.

Keshet Eilon è un grande esempio: su al nord, nel kibbutz Eilon, non molto lontano dal confine libanese, appena vent’anni fa una scuola d’eccellenza per violinisti.

Ida Handel e Shlomo Mintz sono solo un esempio.

Alcuni grandissimi violinisti del mondo di oggi sono diplomati al Keshet Eilon. Arrivano da tutto il mondo, dagli Usa e dalla Norvegia, dalla Germania e dalla Korea, dall’Australia e dalla Turchia. Nessuna barriera culturale o religiosa.

Keshet Eilon è una delle poche fonti di musica in Israele – ma è estremamente importante.

Questo è più che simbolico – Keshet è un arco – in guerra è un arco per le frecce, in Pace un arco di violino – di fiumi di musica.

Questo è ciò che rappresenta Israele – per la nostra gente – ovunque, e specialmente le giovani generazioni che hanno la tendenza a dimenticare le proprie radici.

Questi milioni di povera gente hanno bisogno del sostegno delle persone più fortunate, visto che abbiamo raggiunto negli anni uno standard di vita e di libertà sociale, traendo benefici dal nuovo “mondo piatto” praticamente senza confini e senza essere “schiavi” della competizione tra due superpotenze.

La sto importunando perché lei è il leader di una grande istituzione, oltre che il suo “prodotto”, e sono convinto che possiamo e dobbiamo compiere una missione – e possiamo.

Ho suggerito alla mia squadra – la 94a AMP – di mettere insieme le nostre menti, approfittando della nostra esperienza di vita, per analizzare se e cosa possiamo fare.

C’è bisogno di strutturare al più presto una specie di Piano Marshall per rendere i giovani, a breve nuove guide politiche – “i giovani rivoluzionari” – capaci di costruire un nuovo modo di vita per i loro popoli, a cominciare da migliori condizioni economiche e sociali.

Devo ammettere che è solo perché richiamo le sue parole quando ha preso l’incarico come decano – riferendosi a missioni che la Harvard Business School doveva compiere, che mi sono permesso di importunarla con questa lunga introduzione.

Grazie per l’attenzione.

Nachik Navoth

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Commenti

  • A.  Il gennaio 10, 2012 alle 12:15 pm

    Commento le dichiarazioni publicate con le parole di A. El Fassed che ironicamente e in maniera satirica risponde come avrebbe fatto Nelson Mandela. Per capire la questione palestinese/israeliana bisogna visitare queste terre e capire fino in fondo cosa succede. Anche Mandela era chiamato “terrorista”, ma e’ mio modesto parere pensare che spesso e volentieri questo termine ormani di moda e’ confuso con “combattenti per la liberta’”
    su http://www.bintjbeil.com/E/occupation/mandella.html

    “A Letter from Nelson Mandela to Thomas Friedman

    by Arjan El Fassed (Media Monitors Network)

    March 30, 2001

    To: Thomas L. Friedman (columnist New York Times)
    From: Nelson Mandela (former President South Africa)

    Dear Thomas,

    I know that you and I long for peace in the Middle East, but before you continue to talk about necessary conditions from an Israeli perspective, you need to know what’s on my mind. Where to begin? How about 1964. Let me quote my own words during my trial. They are true today as they were then:

    “I have fought against white domination and I have fought against black domination. I have cherished the ideal of a democratic and free society in which all persons live together in harmony and with equal opportunities. It is an ideal which I hope to live for and to achieve. But if needs be, it is an ideal for which I am prepared to die.”

    Today the world, black and white, recognise that apartheid has no future. In South Africa it has been ended by our own decisive mass action in order to build peace and security. That mass campaign of defiance and other actions could only culminate in the establishment of democracy.

    Perhaps it is strange for you to observe the situation in Palestine or more specifically, the structure of political and cultural relationships between Palestinians and Israelis, as an apartheid system. This is because you incorrectly think that the problem of Palestine began in 1967. This was demonstrated in your recent column “Bush’s First Memo” in the New York Times on March 27, 2001.

    You seem to be surprised to hear that there are still problems of 1948 to be solved, the most important component of which is the right to return of Palestinian refugees.

    The Palestinian-Israeli conflict is not just an issue of military occupation and Israel is not a country that was established “normally” and happened to occupy another country in 1967. Palestinians are not struggling for a “state” but for freedom, liberation and equality, just like we were struggling for freedom in South Africa.

    In the last few years, and especially during the reign of the Labour Party, Israel showed that it was not even willing to return what it occupied in 1967; that settlements remain, Jerusalem would be under exclusive Israeli sovereignty, and Palestinians would not have an independent state, but would be under Israeli economic domination with Israeli control of borders, land, air, water and sea.

    Israel was not thinking of a “state” but of “separation”. The value of separation is measured in terms of the ability of Israel to keep the Jewish state Jewish, and not to have a Palestinian minority that could have the opportunity to become a majority at some time in the future. If this takes place, it would force Israel to either become a secular democratic or bi-national state, or to turn into a state of apartheid not only de facto, but also de jure.

    Thomas, if you follow the polls in Israel for the last 30 or 40 years, you clearly find a vulgar racism that includes a third of the population who openly declare themselves to be racist. This racism is of the nature of “I hate Arabs” and “I wish Arabs would be dead”. If you also follow the judicial system in Israel you will see there is discrimination against
    Palestinians, and if you further consider the 1967 occupied territories you will find there are already two judicial systems in operation that represent two different approaches to human life: one for Palestinian life and the other for Jewish life. Additionally there are two different approaches to property and to land. Palestinian property is not recognised as private property because it can be confiscated.

    As to the Israeli occupation of the West Bank and Gaza, there is an additional factor. The so-called “Palestinian autonomous areas” are bantustans. These are restricted entities within the power structure of the Israeli apartheid system.

    The Palestinian state cannot be the by-product of the Jewish state, just in order to keep the Jewish purity of Israel. Israel’s racial discrimination is daily life of most Palestinians. Since Israel is a Jewish state, Israeli Jews are able to accrue special rights which non-Jews cannot do. Palestinian Arabs have no place in a “Jewish” state.

    Apartheid is a crime against humanity. Israel has deprived millions of Palestinians of their liberty and property. It has perpetuated a system of gross racial discrimination and inequality. It has systematically incarcerated and tortured thousands of Palestinians, contrary to the rules of international law. It has, in particular, waged a war against a civilian population, in particular children.

    The responses made by South Africa to human rights abuses emanating from the removal policies and apartheid policies respectively, shed light on what Israeli society must necessarily go through before one can speak of a just and lasting peace in the Middle East and an end to its apartheid policies.

    Thomas, I’m not abandoning Mideast diplomacy. But I’m not going to indulge you the way your supporters do. If you want peace and democracy, I will support you. If you want formal apartheid, we will not support you. If you want to support racial discrimination and ethnic cleansing, we will oppose you. When you figure out what you’re about, give me a call. “

  • Edoardo  Il gennaio 10, 2012 alle 10:03 pm

    “”e abbiamo fatto tutto da soli””
    Nemmeno Woody Allen avrebbe osato tanto…

  • CIP  Il gennaio 14, 2012 alle 4:52 pm

    “la sola spiegazione sono i valori, lo spirito e la cultura ebraici – questa forza accumulata assicura il nostro successo in Guerra e in Pace.”
    Quanti sono i popoli che in un territorio circondato da nemici, con gli stessi valori e con la stessa religione, provenienti da tutto il mondo, con una base relativamente piccola (18 milioni sono all’incirca gli ebrei oggi) avrebbero fatto quello che Navot in parte ci racconta?

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