ATTENTI: LA GHIGLIOTTINA È UNA INVENZIONE ITALIANA ! (voce tratta da da wikipedia. Chi si ostina a voler morire abbracciato alla poltrona, dovrebbe tenerne conto)

Il 1° dicembre 1789 il Deputato Guillotin dichiaró all’assemblea “Moi avec ma machine je vous fais sauter la tête d’un clin d’oeil, et vous ne souffrez pas” cioè “Io colla mia macchina vi faccio saltar la testa in un batter d’occhio senza che abbiate a soffrire”. La espressione “ma machine” ha fatto credere che il Guillotin sia stato l’inventore della macchina. E per colorire la leggenda si disse anche essere egli stato uno dei primi condannati che ne fecero l’esperimento, anzi precisamente il primo.
Ovviamente è una leggenda. Morì nel suo letto

Il Guillotin non inventò la macchina, alla quale ha dato, senza sua colpa né merito, il suo nome, e non fu per nulla ghigliottinato. Anzi, sopravisse lungamente al tempo in cui l’uso della ghigliottina fu, per così dire consacrato in Francia dalla qualità e dalla quantità delle vittime. Mal si spiega per altro come l’errore circa l’inventore e la novità della macchina prendesse piede, non coll’andar del tempo ma subito. Il contemporaneo Alessandro Verri scrive
nelle sue Vicende memorabili dal 1779 al 1801 (Milano e Napoli 1858, pag. 109): Si stancavano i manigoldi e però un medico di Parigi acquistò perpetua infamia inventando una macchina, la quale troncava il capo speditamente; questi fu Guillotin, dal quale trasse nome questo strumento, ghigliottina, invenzione applaudita più di qualunque ritrovamento salutare di medicina e posta in uso universale per tutta la Francia.

La verità storica reca invece che la macchina era cosa vecchia, e si trovano ricordi che ce ne mostrano l’uso anche in Francia più di un secolo prima del 1789. È certo difatti che nel 1637 fu adoperata a Tolosa nel supplizio del duca di Montmorency, secondo racconta il Puysegur nelle sue Memorie, scrivendo:

«In quel paese si servono d’una mannaia, che è incastrata fra due travi, e quando la testa del paziente è posata sul ceppo, si allenta la corda che regge la mannaia, questa discende e spicca la testa dal busto.»

Abbiamo memorie molto più antiche per la ghigliottina in Italia; volendo se ne potrebbe seguire la storia nei supplizi celebri dal principio del secolo decimosesto in poi, per lo meno. È da sapersi primieramente che diverse incisioni del detto secolo rappresentano uno strumento di supplizio nel quale è facile ravvisare il primitivo modello della macchina, che poi prese nome dal deputato francese. Se ne trova uno nel libro delle Simbolicae questiones de universo genere di Achille Bocchi, 1555, libro I, Symb. XVIII. Magnanimus sanctis paret vir legib. ultro, e ne citiamo altre anteriori, una di Giorgio Pentz, morto nel 1550, ed altra di Federico Aldegrave o Aldegraver con data 1553, le quali rappresentano il supplizio del figliuolo di Tito Manlio.

Molto più delle incisioni valgono per altro le memorie scritte, e noi abbiamo memoria certa di un ghigliottinato in Italia nel 1507. Fu questi Demetrio Giustiniani, di Genova, mandato a morte da Luigi XII re di Francia.

Il supplizio di costui ci viene descritto nei più chiari termini dal cronista francese Jean D’Anton, che lo vide, secondo dice egli stesso, scrivendo: qui lors étois au dit lieu.

Ecco la descrizione:

«Ma avvenne che all’indomani, che fu proprio il giorno dell’Ascensione di N. S. in punto alle ore 9 del mattino fu dai Marescialli condotto sino alla Piazza del Moro e fatto salire sul palco d’onde volle parlare, per dire alcun che al popolo di Genova, incominciando un racconto. Il Prevosto non volle dargli il tempo di finirlo. Demetrio capacitatosi che gli sarebbe stato impossibile di farsi udire, mandò un grande sospiro, ed alzando gli occhi, colla faccia pallida e sparuta, le braccia consente al seno stette così parecchio tempo, intanto il boia gli bendava gli occhi. Quindi si pose da se stesso in ginochio e stese il collo sul ceppo. Il carnefice prese una corda alla quale era attaccato un grosso blocco di legno, munito di una mannia, scorrente fra due pali. E lasciando scorrere la corda fece cadere il blocco tagliente fra la testa e le spalle del paziente, in modo così rapido, che il capo cadde da una parte e il corpo dall’altra. La testa fu messa in cima ad una lancia e portata sulla torre della Lanterna del modo col viso rivolto alla città. Il corpo giacque sul palco per tutta la giornata e non ebbe sepoltura che alla sera.»

Dal principio del secolo decimosesto saltando alla fine e da Genova a Roma, troviamo la ghigliottina in un altro processo celebre. Beatrice Cenci e la sua matrigna Lucrezia Petroni nel 1599 furono decapitate con la mannaia, cioè, come direbbesi oggi, ghigliottinate. Infatti dell’esecuzione di Lucrezia nella ben nota relazione del supplizio dei Cenci si legge: «Non sapendo come dovesse accomodarsi domandò ad Alessandro primo boia cosa avesse da fare, e dicendole che cavalcasse la tavoletta del ceppo e si stendesse sopra di quella, nel che fare per la mole del corpo, ma più per la vergogna durò grandissima fatica, ma molto maggiore fu quella di accomodarsi con il collo sotto la mannaia, perché aveva il petto tanto rilevato che non poteva arrivare a porre la gola sopra quel legnetto in cui cade il ferro della mannaia, a cagione che, non essendo la tavoletta più larga di un palmo, non era capace per l’appoggio delle mammelle.» E di Beatrice: «Subito, quasi fosse informatissima, cavalcò la tavola e pose il collo sotto la mannaia. Affrettò questo suo ultimo atto, e questo forse causò la tardanza del colpo.» Se il colpo non poteva affrettarsi come si era affrettata la paziente, è chiaro che non doveva venire dal braccio del boia, ma bensì dal congegno di una macchina.

Passiamo a Napoli, quarant’anni più tardi. Negli Avvisi di Roma del febbraio 1640 si legge in data di Napoli che era già posta la mannara in pubblico per doverglisi tagliare la testa. Ma questa mannara era una ghigliottina? Quantunque le espressioni degli Avvisi accennino una montatura, vi potrebbe essere qualche dubbio in proposito, specialmente quando si legge nei giornali dello Zazzera (6 luglio 1618): «Non ritrovandosi boia, dicono, che facesse fare l’offizio ad un chiacchieraro (macellaro) con la mannaia della carne.»

Ma ogni dubbio è tolto dal racconto sincrono di un altro supplizio celebre, quello del principe di Sanza nel 13 gennaio 1640. «È giunto alla fine del luogo (Piazza del Mercato) salì il doloroso palco. E prostratosi ai piedi del confessore a dir gli scrupoli occorsigli di nuovo e ricevuta l’assoluzione amplissima, non mancando quei Padri allora far l’ultimo sforzo, l’obbediente principe fatta una bocca a riso, prontamente pose il collo al ceppo; ma ritirollo tosto: credesi perché gli facesse nausea quel ceppo troppo lordo di sangue, perché sguarnito era di lutto e d’ogni altra cosa il ceppo ed il palco. Al che uno dei Padri rimediò subito con porre sopra il legno un fazzoletto. E rincorato il Principe con maggior animo e più ridente ripose di nuovo la testa sul ceppo. E nello stesso punto tagliato dal manigoldo il laccio, precipitò la mannaia sul collo e divise dal busto il capo, dalla cui bocca furo l’ultime parole: perdono, misericordia.

Ecco dunque fino dalla metà del secolo decimosettimo, il supplizio con la mannaia quale lo trovò al principio del secolo successivo il padre Labat, che nel suo viaggio in Italia descrive la mannaia come una macchina veramente perfezionata. Notizie consimili si trovano anche in un altro viaggio in Italia dal 1736 al 1745, egualmente francese ma anonimo. Poiché i francesi parlano della macchina come cosa per essi nuova, bisogna dedurne che la doloire descrita dal Puységur pel supplizio del Montmorency nel 1632 fosse andata del tutto in disuso in Francia, quantunque sia certo che prima della rivoluzione uno dei privilegi dei nobili era quello di essere, in caso di condanna a morte, decapitati, supplizio più nobile della forca, riserbata ai condannati di origine plebea e che dava al supplizio un carattere infamante.

Era così anche in Italia, e specialmente nello Stato Ecclesiastico ove oltre la forca usava il rogo, lo squarto, la mazzolatura con variazioni diverse a seconda dei casi.

In Francia nel 1789, il principio d’uguaglianza dinanzi alla legge doveva portare naturalmente l’uguaglianza dinanzi al castigo. Il dottor Guillotin, filantropo ben noto, sottopose la questione all’Assemblea costituente, riassumendola in due punti; euguaglianza nel supplizio, abbreviamento della sofferenza. Nella seduta del 1° dicembre svolgendo in due articoli la sua proposta, indicava come mezzo più pronto e meno barbaro di supplizio, qualunque fosse la condizione sociale del colpevole, venne approvata ad unanimità. Fu nella discussione del secondo articolo che il dottor Guillotin, ribattendo le obiezioni con insistere nel dovere di risparmiare al condannato tutto ciò che ne potesse prolungare e incredulire il supplizio, pronunziò le famose parole, profetiche senza saperlo per molti dei presenti, i quali le accolsero con uno scoppio d’ilarità prolungata. Ma dicendo “ma machine,”il dottor Guillotin alludeva semplicemente al sistema della decapitazione mediante una macchina, senza per nulla accennare un meccanismo determinato.

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Commenti

  • antoniochedice  On luglio 18, 2013 at 5:29 pm

    L’ha ribloggato su IL CORRIERE DELLA COLLERAe ha commentato:

    MA C’È CHI NON L’HA LETTA

  • Gicecca  On luglio 18, 2013 at 5:41 pm

    Tre soggetti, un italiano un francese e un tedesco, durante la Rivoluzione sono condannati a morte, naturalmente tramite ghigliottina. L’italiano chiede come ultimo desiderio un piatto di spaghetti, lo accontentano, si accomoda sull’aggeggio, la lama scende fino a tre centimetri dal collo e si arresta. Graziato. Il francese chiede una donna, gliela danno, si accomoda sull’aggeggio, la lama arriva a tre centimetri dal collo e si arresta: graziato. il tedesco chiede di essere posto sul patibolo non a capo all’ingiù, ma al contrario, guardando il cielo. Lo accontentano, il condannato si pone in posizione, la lama sta per scendere e … “Alt” grida il tedesco “Io trovato guasto !!!”.
    Speriamo , senza crederci troppo, che a settembre la tedesca Merckel si avveda anche lei del guasto. GiC E’ quasi vacanza e fa caldo: scusate.

    • antoniochedice  On luglio 18, 2013 at 5:55 pm

      A settembre la M dopo le elezioni, comunque vadano, non avra’ più bisogno di Schauble. Se questo segnato da Dio si togliera’ dai piedi, ci saranno dei cambiamenti.

      Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!

  • gicecca  On luglio 18, 2013 at 7:45 pm

    Se in Grecia ci andiamo tre giorni per vedere le tombe a Micene é un conto; se ci stiamo tutto l’anno é un altro. Il problema per me é: l’euro serve a star meglio, tutti o quasi -come ci hanno bubbolato al tempo dei “sacrifici che ci chiede l’Europa”, cioè i tempi di Prodi, o a far star meglio alcuni -leggi i Tedeschi- e peggio gli altri -leggi anche noi ? D’accordo che Lord Elvin -che non era certo tedesco- non fu un gran signore ? Perché ripetere l’errore, ingigantendolo ? il “benedetto da Dio” per me c entra poco; é in gioco Hegel. e i suoi “derivati tossici” che nel tempo assumono vari aspetti. GiC

    • antoniochedice  On luglio 18, 2013 at 7:49 pm

      Non ho detto ” Benedetto da Dio” ho detto segnato. Dopo l’omicidio di Abele, Caino fu segnato e Jeova disse ” guardatevi dai miei segnati.

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