LA FEBBRE DELL’ORO DIVENTA EPIDEMICA. DOPO IL VENEZUELA, IL MESSICO E ADESSO PERFINO LA GERMANIA: NON SI FIDANO PIÙ DELLA BANCA D’INGHILTERRA E VOGLIONO CONTROLLARE QUANTITÀ E QUALITÀ. LO ZAMPINO CINESE. di Antonio de Martini

Sta nascendo un nuovo business: il trasporto dell’oro e il suo accertamento di autenticità.
Sta nascendo una nuova prospettiva: il ritorno alla conservazione in casa propria delle riserve auree. Dopo le banche commerciali che non si fanno più crediti a vicenda, anche le banche centrali smetteranno di fidarsi tra loro?
Certo, Goldfinger, il personaggio del film, era un chierichetto rispetto agli banchieri di oggi: negli anni settanta aveva in animo di fare scoppiare un ordigno nucleare su Fort Knox per ottenere una crescita del prezzo di dieci volte.
Senza tanti drammi – lo abbiamo visto nello scorso post su questo argomento – l’oro è salito di prezzo di ben cinquanta volte rispetto al 1971.
La febbre dell’oro sta contagiando un po’ tutti i governi e inizia a provocare sfiducia tra partners.
Il mondo della finanza non può non reggersi sulla fiducia ( almeno tra banchieri centrali) e se questa viene a mancare, gli effetti saranno ben più devastanti di quelli di una semplice bomba nucleare.

A giugno ho informato i lettori che il Venezuela di Chávez aveva deciso il rientro a casa del proprio oro depositato in altri paesi anche a garanzia dei prestiti ottenuti e restituiti.

Oggi il Venezuela chiede il rimpatrio delle sue 211 tonnellate d’oro che erano state inviate in Inghilterra e in altre banche di tutto il mondo, come garanzia per i prestiti erogati dal Fondo Monetario Internazionale ai governi di Jaime Lusinchi nel 1988 e di Carlos Andrés Pérez nel 1989.

Il Venezuela ha infatti cancellato tutti i suoi debiti da vari anni, ma l’oro dato in garanzia rimane nei forzieri delle banche di vari paesi: il 17,9% in Inghilterra, il 59,9% in Svizzera , l’11,3% negli Stati Uniti, il 6,4% in Francia e lo l 0,8% a Panamá; mentre solo il 3,7% delle sue riserve d’oro si trovano nelle casseforti del Banco Central de Venezuela.

Quando Chávez ha richiesto il rimpatrio del suo oro è risultato che la Banca di Inghilterra, pur percependo un compenso per custodire l’oro venezuelano, nella realtà l’aveva venduto.

Questa notizia di giugno, ha eccitato la fantasia del signor Barba , blogger messicano, che ha chiesto dove fosse l’oro del Messico, visto che ne aveva comprato da poco ben 93 tonnellate entrando nel club dei paesi monitorato dal World Gold Council, ma ricevendo un diniego dalla Banxico, la Banca Centrale.
Per far breve una lunga storia, dopo un sentenza della Corte Suprema messicana, Barba ha scoperto che ad Aprile 2012, Banco de Mexico aveva 4,034,802 once di oro, di cui soltanto 194,539 once posizionate in territorio messicano.
Dopo ulteriori insistenze e polemiche il signor Barba è riuscito a farsi dire dove erano custoditi i preziosi lingotti: 94,23% in Inghilterra ” city of London”, 1% negli Stati Uniti e il resto, 4,82% in territorio messicano, Olé!
Ma il diavolo sta nel dettaglio. Banxico, per la parola del governatore Augustin Carstens, ha ammesso di non sapere esattamente QUANTI LINGOTTI ERANO STATI COMPRATI.
Il nostro blogger si è chiesto come mai fosse possibile non conoscere questo dato e si è dato anche la risposta: invece della proprietà fisica dei lingotti, Banxico deve essere in possesso di un certificato di carta che riconosce il diritto a una certa quantità di oro, ma non identifica QUALI LINGOTTI GLI APPARTENGANO DAVVERO.
Nella “city of London ” esistono due possibili venditori: una ” Bullion Bank” privata , oppure la Banca d’Inghilterra.
Continua a leggere la seconda parte…

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